<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:xsd="http://www.w3.org/2001/XMLSchema"  xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" version="2.0"><channel><title>NEWS ICR</title><description>News sito web www.icrconsulteam.com</description><link>http://www.icrconsultea.com/rss/getfeed.aspx</link><item><title><![CDATA[MARCHIONNE IN TEORIA E IN PRATICA.]]></title><description><![CDATA[Economia 
14/01/2012 - Il caso 
Marchionne dà la pagella ai manager 
Lezione a 500 studenti: così si diventa leader 
TEODORO CHIARELLIinviato a Detroit 
Metti un pomeriggio cinquecento studenti universitari a lezione di leadership e un top manager nelle vesti di docente. Un professore non convenzionale, che arriva qui sulle sponde del lago Michigan e invece del solito sermone di circostanza spiega agli studenti lo schema con il quale lui seleziona il suo gruppo dirigente. Giovedì 12 gennaio, Università del Michigan, Ross School of Business: Sergio Marchionne, presidente di Chrysler e amministratore delegato di Fiat, si presenta fra gli applausi degli studenti. E’ sempre la stessa storia: criticato aspramente e spesso avversato in Italia, qui a Detroit il manager italo-canadese che ha trascinato la Chrysler fuori dall’inferno è visto come un eroe. 
Sale sul palco, «Serghìo», come lo chiamano da queste parti, e ripercorre la storia recente della casa di Auburn Hills, da quando nel 2009 iniziò l’avventura della Fiat - la società era fallita e perdeva un miliardo di dollari al mese - fino al clamoroso risanamento e all’utile operativo di 2 miliardi di dollari del 2011. La riapertura degli stabilimenti, il terzo turno a Jefferson, il successo della Jeep, il lancio della Dodge Dart. 
Ma agli studenti Marchionne porta soprattutto due slide, due documenti interni, che rappresentano il modello di selezione dei quadri dirigenti (lui preferisce chiamarli «leader») adottato in Fiat e Chrysler. Uno strumento utilizzato in ogni azienda del gruppo almeno due volte l’anno. «Io personalmente sono coinvolto nella valutazione di circa mille leader e nell’impostazione della loro carriera». 
Marchionne illustra il documento proiettato alle sue spalle. «Sono le caratteristiche richieste a un leader, secondo due dimensioni: la capacità di guidare il cambiamento e di guidare le persone. Un elenco costruito nel corso degli anni, che raccoglie la mia esperienza personale e quella dei miei collaboratori su ciò che è davvero importante nell’esercizio della leadership». Marchionne li definisce come i princìpi che sono parte integrante della sua filosofia aziendale: spirito competitivo, affidabilità, integrità, velocità di decisione, passione ed energia nel raggiungere i risultati. Un elenco che racchiude anche i valori che, secondo il top manager, sono essenziali nella gestione delle persone: trasparenza, senso di responsabilità, condivisione delle informazioni e dei meriti, impegno a far crescere gli altri e a trattare tutti con dignità ed equità. «Solo l’insieme di queste qualità - sentenzia Marchionne - può definire un leader». 
Alle sue spalle compare quindi un secondo documento, più matematico: una matrice suddivisa in nove quadranti (di colore verde, giallo, arancione e rosso), in base alla quale vengono periodicamente valutati i manager Chrysler e Fiat. Una valutazione che è il frutto dell’incrocio tra le performance nel business e le qualità di leadership espresse. 
Nei quadranti verdi si collocano le risorse migliori, su cui puntare per il futuro. Quelli gialli richiedono un’ulteriore analisi nel giro di 6-12 mesi. Per quelli arancione va presa una decisione tempestiva, entro 3 mesi. «Chi è nel quadrante rosso non può trovare spazio nelle nostre aziende». Il risultato, spiega con orgoglio Marchionne, sono manager «capacidi pensare e lavorare oltre gli schemi, persone con una mente libera». Gli stessi che hanno stupito l’America affidando lo spot del rilancio a un rapper molto discusso per il linguaggio crudo e diretto delle sue canzoni come Eminem. Lo spot più visto e premiato del 2011. 
da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/438192/]]></description><pubDate><![CDATA[15/01/2012 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[LA VICENDA FIAT]]></title><description><![CDATA[Marchionne e il totem rotto della globalizzazione 
La crisi di inizio secolo scompagina il paradigma al quale si era convertita anche una parte della sinistra. Salta la divisione internazionale del lavoro concepita dall’America, l’industria dell’auto torna ad essere un settore di punta nei paesi che hanno fatto una politica industriale. La vicenda Fiat offre l’occasione per un ripensamento generale 
Antonio Lettieri 
Ora sembra che siano rimasti tutti sorpresi scoprendo che Marchionne progetta la fusione di Chrysler con Fiat e il trasferimento del quartier generale negli Stati Uniti. Eppure era tutto chiaro sin dall’inizio e l’avevamo scritto su queste colonne. Il destino di Marchionne è legato alla Chrysler che il governo americano gli ha consegnato dopo averla salvata dalla bancarotta. Quanto alla componente Fiat del gruppo, la maggiore produzione è in Brasile, dove Fiat è il numero uno nel mercato dell’auto. In questa nuova mappa l’Europa occupa un posto secondario (oggi la Polonia e domani, forse, la Serbia), mentre l’Italia ha un ruolo opzionale e sostanzialmente residuale. 
Ma l’aspetto più straordinario della vicenda Fiat-Marchionne non sta tanto (o soltanto) nell’arroganza ricattatoria nei rapporti sindacali. La cosa più sorprendente è stato l’entusiastico consenso raccolto in tanta parte della cultura economica e politica italiana (senza, per decenza, parlare del governo). La chiave di volta di questo consenso bipartisan sta nell’appello al paradigma della globalizzazione. E, secondo lo schema convenzionale, le regole sindacali, i diritti dei lavoratori, le condizioni di lavoro non possono che essere variabili secondarie di fronte agli imperativi del mercato globale. 
Eppure proprio un discorso meno provinciale sulla globalizzazione avrebbe dimostrato il cambiamento in corso nel mondo della produzione e il diverso ruolo che vi gioca proprio l’industria dell’auto. Marchionne ci ha presentato un totem rotto, sia pure intrigante. Il modello di globalizzazione, così come l’avevamo conosciuto nella sua fase ascendente e trionfale di fine secolo, è stato travolto dalla crisi. Conviene fermarci brevemente su questo punto, all’apparenza scontato. 
La globalizzazione era percepita fondamentalmente come la cancellazione delle frontiere nazionali e l’unificazione del pianeta sotto lo scettro della finanza internazionale, in primo luogo, delle grandi banche d’affari americane. Ma il nuovo decennio ci ha consegnato il fallimento di questo aspetto considerato irreversibile. Gli stati Uniti hanno subito due crisi finanziarie nel corso dell’ultimo decennio. La prima nel 2001-2003 mise in luce la fragilità del sistema finanziario americano. La seconda del 2008-09 nella quale siamo ancora immersi ha assunto dimensioni globali e devastanti. Così quello che era stato considerato l’asse fondamentale della globalizzazione di fine secolo è andato in crisi insieme con l’ideologia dell’autoregolazione dei mercati. 
Ma non si tratta solo di questo. Il cambiamento più radicale è probabilmente un altro. L’ascesa della globalizzazione sotto l’egida americana prevedeva una divisione del processo produttivo all’interno delle stesse imprese, basata sulla delocalizzazione della produzione ad alta intensità di lavoro nei paesi periferici - dove il lavoro non solo costa poco, ma soprattutto è immune da regole, legislazioni protettive e controllo sindacale - mentre i paesi ricchi si riservavano le produzioni tecnologicamente avanzate. In questo scenario la deindustrializzazione degli Stati Uniti, già iniziata sotto Reagan, trovava una giustificazione pratica nel principio classico della divisione internazionale del lavoro fra paesi a diversi livelli di sviluppo. 
Cosa è andato storto per ritrovarci oggi immersi nella Grande Recessione dei vecchi paesi industriali? Per dirla in breve, è successo che i paesi emergenti, i Bric, si sono affrancati dalla regola di una rigida divisione del lavoro. La Cina ce ne fornisce l’esempio più clamoroso. La globalizzazione le imponeva di produrre beni ad alta intensità di lavoro: jeans, scarpe, giocattoli e gadget elettronici. La Cina continua ovviamente a produrli. Ma non solo. Disponendo di vasti capitali, sia propri sia dall’estero, e di un immenso mercato interno ha differenziato la propria produzione verso prodotti tecnologicamente avanzati, rompendo lo schema classico della divisione della produzione tra paesi poveri e paesi ricchi. 
Ha, non a caso, imposto alle multinazionali americane, europee e giapponesi che via via s’installavano sul suo territorio la compartecipazione con le grandi imprese locali, private o pubbliche, impossessandosi del know-how tecnologico. E oggi è in grado di produrre quasi tutto ciò che si produce nei vecchi paesi industriali e a costi inferiori. Ha sviluppato, in altri termini, una politica industriale, che una buona parte delle culture occidentali, in nome della globalizzazione e dell’economia post-industriale, aveva ripudiato. Ma oggi la politica industriale riappare nei grandi paesi occidentali, anche senza pronunciarne apertamente il nome. 
Il caso dell’auto è indicativo di questa nuova tendenza. Quando Barack Obama decide di investire 60 miliardi di dollari per salvare General Motors e Chrysler deve difendersi dall’attacco dei conservatori, ma sa che gli Stati Uniti non possono fare a meno di Detroit. E quando Obama impegna grandi risorse per lo sviluppo dell’economia verde, allude concretamente a una nuova fase dell’industrializzazione, a nuovi campi dell’innovazione tecnologica nella quale il pubblico gioca un ruolo essenziale e al rilancio dell’occupazione. 
Così l’auto torna è tornata sorprendentemente a proporsi come un simbolo rinnovato dell’industria manifatturiera a livello globale. La Cina, che ha già sorpassato il numero di auto prodotte negli Stati Uniti, punta a raddoppiare la produzione nei prossimi cinque anni, arrivando a 30 milioni di unità, la metà delle auto prodotte nel mondo nel 2010. La concorrenza sarà sempre più aspra e globale, ma questo non significa che i vecchi paesi industriali si debbano ritirare. E’ vero il contrario. I governi sono sempre più presenti. Sarkozy difende l’industria francese, immettendovi risorse e imponendo al tempo stesso di mantenere in Francia la produzione e i livelli di occupazione. 
In Germania l’industria dell’auto rimane al centro di un intervento convergente fra governo, impresa e sindacati. La Volkswagen, che quindici anni or sono era sull’orlo della bancarotta, è l’impresa automobilistica più competitiva al mondo e punta a diventare la prima superando le case giapponesi e americane. 
Ma in Germania l’auto è soprattutto il simbolo di una politica industriale complessiva. Durante la crisi, è stato deciso il mantenimento integrale dell’occupazione adottando la riduzione dell’orario per tutti col sostegno del governo. I risultati sono impressionanti. La ripresa economica è la più alta in Europa. La disoccupazione è addirittura diminuita rispetto agli anni pre-crisi. Le esportazioni sono riprese alla grande. 
Ci troviamo di fronte a un insegnamento che solo la miopia e il provincialismo ideologico italiani possono oscurare. La nuova mappa della globalizzazione non elimina la necessità di una politica statale, ma la esalta. Il sindacato non è considerato un ostacolo, ma una risorsa. Gli investimenti in Germania sono decisi passando attraverso i Consigli di sorveglianza per metà composti da rappresentanti dei lavoratori. L’organizzazione del lavoro, la sua flessibilità e efficienza passano attraverso il filtro dei consigli di fabbrica, strumenti di conoscenza, controllo e consenso dei lavoratori. Le grandi imprese si impegnano a mantenere intatta l’occupazione per gli anni a venire. 
Il governo italiano è l’unico al mondo a essersi disinteressato della sorte dell’auto, salvo schierarsi a favore di Marchionne quando ha minacciato di chiudere Mirafiori, alzando la posta del ricatto. Ma non basta prendersela col governo. La vicenda Fiat ha anche riportato in primo piano la crisi intellettuale e politica del “riformismo” di sinistra. Il caso Marchionne dovrebbe aprire la strada a un ripensamento più generale sulle origini non solo finanziarie ma anche sociali e ideologiche della crisi globale, che è anche crisi della globalizzazione nei termini in cui l’abbiamo conosciuta alla fine del secolo scorso. Se così fosse, Marchionne avrebbe portato un involontario contributo alla riapertura di un effettivo dibattito politico nella sinistra italiana. Come dice la vecchia massima, la speranza è l’ultima a morire. (07/02/2011) articolo riproducibile citando la fonte 
DA - http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1323]]></description><pubDate><![CDATA[27/09/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Meno denaro meno sprechi]]></title><description><![CDATA[Prima della frenata dell'economia si buttava fino al 30% del frigorifero 
Meno sprechi e low cost la crisi cambia gli italiani 
Giovannini (Istat): ma attenzione non è un modello che dura 
Crolla la fiducia dei consumatori italiani e tocca il minimo dal luglio 2008 ma il sentimento di profondo pessimismo non si è ancora trasferito alle scelte operate dalle famiglie. Non siamo ancora a fine settembre ed è quindi difficile avere dati ufficiali, la sensazione però è che esistano degli stabilizzatori automatici che rallentano la caduta. Per dare un tocco di colore cominciamo dalla presenza degli spettatori alle partite di calcio. Confrontando i due mesi di settembre, 2010 e 2011, siamo grosso modo sugli stessi numeri, il numero dei biglietti staccati è sostanzialmente lo stesso (attorno a 22.500 per gara) eppure la serie A ha perso squadre piuttosto seguite come Bari, Samp e Brescia. Gli italiani, dunque, non hanno tagliato la voce «stadio» nei budget familiari. Il caso limite è quello del Napoli che a fine agosto ha visto 8 mila tifosi accollarsi il costo di una trasferta a Barcellona per seguire gli azzurri in un match amichevole. 
Per rimanere in zona sport possiamo aggiungere che gli abbonati di Sky non sono diminuiti. Anzi. Mancano pochi giorni alla chiusura della trimestrale e le stime sono ottimistiche. La pay tv cresce al ritmo di 30-40 mila abbonati ogni tre mesi con un costo medio per abbonato pari a 43 euro al mese. Nel valutare questo dato gli esperti amano sottolineare l'ipotesi della compensazione, in sostanza la spesa per la pay tv può essere sostitutiva di una cena al ristorante o di un week end fuori città e per questo motivo a Sky la definiscono addirittura «anticiclica», si muove in direzione contraria agli indicatori economici. 
Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini sostiene che fino alla bufera di agosto gli italiani erano rimasti dell'idea che la crisi fosse transitoria, che si dovesse aspettare che passasse la nottata e che bastasse in qualche modo stringere di un buco la cinghia. Infatti prima della calda estate 2011 i consumi sono rimasti in linea in virtù però del prelievo che gli italiani hanno operato sui flussi di risparmio, tanto che la propensione - testata dall'Istat - ha toccato il suo punto più basso (9%). Giovannini pensa che nei prossimi mesi ci troveremo di fronte a una discontinuità, la portata della crisi apparirà nelle dimensioni reali e di conseguenza non è detto che i comportamenti adattivi, messi in atto dal 2008 ad oggi, si prolunghino. «Il modello non regge» pensa Giovannini e di conseguenza se ci fossero delle autorità lungimiranti sarebbe il caso di gestire un downsizing intelligente, piuttosto che subirlo. È chiaro che quando parliamo di un monitoraggio degli effetti della recessione tiriamo in ballo la percezione, quindi è più difficile accorgersi se in pizzeria restano vuoti tre tavoli in più. Mentre ci colpisce che quella pizzeria abbia ancora tanti clienti. 
Per cercare di spiegare la lenta metamorfosi italiana Giuseppe Roma, direttore del Censis, racconta la storia de L'Aquila, una città che ha perso dopo il terremoto 20 mila abitanti, in cui la ricostruzione è sostanzialmente a zero e nella quale in virtù della defiscalizzazione sono sorte tante piccole attività tutte a basso valore aggiunto. Il paradigma aquilano è un tipico comportamento adattivo italiano, si ottimizzano le risorse esistenti e si nasconde l'assenza di un progetto socioeconomico vero. Si ha così la sensazione che questo aggiustamento stia evitando i traumi più dolorosi e tenga lontana una vera stretta di austerità o un degrado sociale tipo film di Ken Loach. Sul suo blog Luca Sofri ha messo in evidenza come domenica scorsa nel centro di Milano ci fossero le file per comprare le t-shirt di Abercrombie. Si può replicare l'ovvio, Milano non è l'Italia. Nella città del Duomo le grandi firme dell'abbigliamento mondiale devono comunque esserci, è come Wimbledon per un tennista e sono in diversi anche in queste settimane di annunciata recessione ad aver investito nella riqualificazione o nel lancio di nuovi negozi come hanno fatto Pirelli, Sisley, Louis Vuitton e Piquadro.Milano è sociologicamente interessante anche per monitorare altri comportamenti adattivi. Un fenomeno interessante è quello legato all'espandersi dell'economia dei buoni pasto. Gli esercizi commerciali del centro puntano sempre di più sulla pausa pranzo degli impiegati. Sorgono nuovi punti di ristoro con un target ben preciso e i bar ristrutturano gli spazi in funzione della maggiore capienza di tavolini. Pur operando con prezzi contenuti, il margine di guadagno è buono anche perché la scena si consuma nel giro di un'ora con la massima concentrazione tempo/spazio. È una formula di low cost all'italiana, se vogliamo è la risposta a Mc Donald's e come da tradizione non avviene per impulso di un unico grande operatore ma lungo comportamenti imitativi che si diffondono a macchia d'olio. Non è tutto. La «capitale morale» richiama da tutta Italia giovani che vogliono cercare sbocchi nel terziario avanzato e che sono disposti a caricarsi di anni di stage e precariato per sfondare. Sbarcare il lunario con i prezzi milanesi e intanto non vivere reclusi è un bel rebus e così un altro comportamento adattivo che ha preso piede è quello dell'aperitivo lungo che inizialmente prevedeva un corredo di arachidi/olive e via via si è allargato fino a diventare un pasto serale con pasta fredda, tranci di pizza, tapas alla spagnola. Nello slang meneghino si chiama «ape» ed è diventata la cena di una fascia generazionale che va dai 25 ai 40 anni che così risolve il problema di un pasto a prezzi contenuti e per di più non rinuncia alla socializzazione. 
Per capire come reagiscono gli italiani alla bufera economica il commercio è sicuramente un elemento chiave. I dati degli uffici studi delle associazioni segnalano la chiusura di 10 mila piccoli esercizi ogni semestre in Italia, aggiungono che questa cifra è destinata ad aumentare vertiginosamente e tuttavia esiste un buon tasso di rotazione. Perché se è vero che nelle vie delle grandi e medie città aumentano i locali vuoti, vanamente in attesa di chi li riempia, non si può dire che la recessione abbia desertificato le arterie commerciali. C'è ancora chi apre un piccolo negozio. È stata la Cna di Roma di recente a segnalare un fenomeno distorsivo che può indurre in errore le statistiche. Chiudono, infatti, le piccole imprese dell'artigianato e quasi in parallelo aumentano le ditte individuali e le partite Iva, così è vero che i numeri attestano la vitalità del territorio ma il saldo occupazionale è nettamente sfavorevole e poi spesso l'apertura di un nuovo esercizio copre anche tanta improvvisazione. Se passiamo ad analizzare i dati che vengono dalle grandi catene di distribuzione tutti esprimono preoccupazione per l'aumento dell'Iva che alla fine ha colpito assieme ai beni di lusso anche molti generi di largo consumo. Per ora comunque non si segnalano crolli delle vendite. Una cartina di tornasole può essere rappresentata dalla movimentazione dei camion di Esselunga che ha un sistema logistico abbastanza avanzato e che reagisce quasi in tempo reale agli input del mercato, ebbene dalla società raccontano come la movimentazione sia rimasta costante e, che pur di tenere le quote di mercato, Esselunga in questo momento stia sacrificando i margini di guadagno. Ma, ed è questa la cosa interessante, il cavallo beve, i clienti quelle merci se le portano a casa.Quindi se il calo di fiducia non ha portato per ora i consumatori a disertare i negozi li ha spinti però a mettere in atto strategie adattive. Non si fa più la spesona che è stata sostituita da giornaliere visite al supermarket, ci si ingegna per ridurre gli sprechi (gli italiani buttavano fino al 30% del loro frigorifero) e quindi si attua una sorta di just in time di tipo familiare. Quello che si compra si consuma e le scorte sono ridotte al minimo. Sia chiaro, la sensazione resta sempre quella di un lento e inesorabile downsizing però non ci sono scaloni, è una discesa lenta e che i consumatori amministrano per evitare la sindrome della quarta settimana. Almeno finora. Giovannini dell'Istat invita però ad esser vigili. 
Resta il risparmio. È chiaro che non se ne forma di nuovo, non ci sono però code davanti alle banche o alle società di gestione per ritirare i soldi già investiti. Del resto il portafoglio degli italiani è tra i più prudenti in Europa e l'investimento in azioni è circa al 20%. Gli addetti ai lavori concordano nel dire che in questo caso più che aver adottato una consapevole strategia di adattamento i risparmiatori sono rimasti bloccati. Non vogliono disinvestire per non contabilizzare le perdite e comunque perché non saprebbero cosa fare di nuovo. E, come in politica, gli italiani in mezzo alla bufera faticano a prendere decisioni. 
Dario Di Vicotwitter@dariodivico 
27 settembre 2011 08:06© RIPRODUZIONE RISERVATAda - CORRIERE.IT]]></description><pubDate><![CDATA[27/09/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[SAN RAFFAELE AL VATICANO]]></title><description><![CDATA[Via libera al nuovo cda 
San Raffaele, finisce l'era di don Verzè 
La prima riunione del board targato Vaticano conferisce i poteri a Profiti. 
Enrico Bondi sarà un «super advisor» 
MILANO - Si chiude l'era di Don Verzè al San Raffaele. Il nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor «targato» Vaticano ha dato piene deleghe al vicepresidente Giuseppe Profiti, presidente dell'ospedale Bambin Gesù di Roma. Il board della Fondazione che controlla il polo ospedaliero fondato dal prete-medico composto ha poi chiamato Enrico Bondi in qualità di superconsulente per il risanamento. Nello stesso consiglio siedono oggi oltre allo stresso Profiti , il preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell'università Vita Salute San Raffaele Massimo Clementi, il giurista Giovanni Maria Flick, il presidente dello Ior , la banca vaticana, Ettore Gotti Tedeschi, l'imprenditore Vittorio Malacalza, il professore di accounting della Bocconi Maurizio Pini. 
RISANAMENTO - «Tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione - come si legge in una nota - sono stati conferiti a Profiti con l'espressa volontà del presidente Luigi Maria Verzè». Il nuovo consiglio «ha infatti necessità di poter operare una ricognizione degli effettivi dati aziendali e contabili della Fondazione e la valutazione di un Piano di Risanamento nell'interesse del grande progetto San Raffaele voluto dal Fondatore Don Verzè» precisa il comunicato. Il Consiglio «è fiducioso - conclude la nota - di avere il tempo e di essere in grado di portare avanti con serenità l'attività di risanamento al fine di salvaguardare le risorse umane impegnate nell'Opera e gli interessi di tutti gli interlocutori coinvolti nell'attuale crisi ed è altresì convinto che il San Raffaele continuerà ad esercitare il ruolo internazionalmente riconosciutogli nelle attività di clinica e di ricerca». 
IL RISTRUTTURATORE -Aretino, chimico di formazione, Enrico Bondi si è guadagnato nel corso di una lunga carriera nei grandi gruppi italiani la patente del «risanatore». Portò la Montedison fuori dalle acque tempestose del crac Ferruzzi e assunse più di recente la guida della Parmalat, prima come Commissario nella fase che seguì il fallimento di Tanzi e poi come amministratore delegato della Nuova Parmalat. Incarico che ha lasciato da poco con il passaggio ai francesi di Lactalis dell'azienda alimentare di Collecchio. Ma alla pensione l'infaticabile Bondi, 77 primavere, ancora non pensa. 
Redazione online15 luglio 2011 21:06© RIPRODUZIONE RISERVATAda - http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_luglio_15/san-raffaele-nuovo-cda-1901097873423.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[ECCO GLI SPRECHI CHE NON VEDIAMO]]></title><description><![CDATA[Ambiente / La bistecca costa 4mila litri d'acqua … 
 IL CASO 
La bistecca costa 4mila litri d'acqua ecco gli sprechi che non vediamo 
Miliardi di metri cubi utilizzati per coltivare cibi che poi vengono buttati via come le 177mila 479 tonnellate di mele rimaste sui campi nel 2009 perché sconveniente raccoglierle. La Ue scende il campo per il consumo responsabile 
di ANTONIO CIANCIULLO 
ROMA - Una bella fiorentina al sangue da 3 etti costa 4.650 litri di acqua. Per il contorno di patate arrosto che l'accompagnano ce la caviamo con 25 litri. Il piatto di ciliegie fa 373 litri. E la tazzina di caffè 140. A tavola non contano solo le calorie: senza accorgercene divoriamo un fiume di acqua che è servita a coltivare e ad allevare i prodotti che finiscono nel nostro piatto. E, quando buttiamo via il cibo, buttiamo anche l'acqua che contiene. 
Se ci fermiamo al singolo pasto, i numeri appaiono limitati. Ma se prendiamo le 177.479 tonnellate di mele rimaste sul campo nel 2009 perché raccoglierle non era più conveniente, scopriamo che per farle crescere c'erano voluti 124 milioni di metri cubi di acqua: gettati via. Per i pomodori è andata peggio: 3,5 milioni di tonnellate sprecate equivalgono a 644 milioni di metri cubi di acqua. E per le olive non utilizzate (3,4 milioni di tonnellate) si arriva a 6,5 miliardi di metri cubi di oro blu. In totale in Italia nel 2010 sono stati sprecati 12,6 miliardi di metri cubi di acqua per colpa di 14 milioni di tonnellate di prodotti agricoli non raccolti. 
Per arginare questa emorragia, il Parlamento europeo ieri ha chiesto ufficialmente di proclamare il 2013 anno europeo contro lo spreco alimentare. "È un percorso che abbiamo iniziato nel 2010 con il Libro Nero contro lo spreco alimentare promosso da Last Minute Market e che continua quest'anno con il Libro Blu contro lo spreco idrico", spiega il presidente della Commissione agricoltura europea Paolo De Castro. "Ora, con il rapporto Caron, siamo passati a una fase operativa: dobbiamo mettere a punto misure concrete per vincere questa battaglia". 
Anche se la Terra è avvolta per il 70 per cento dall'acqua, solo una piccola quota degli 8 milioni di chilometri cubi di acqua dolce è effettivamente utilizzabile e la pressione congiunta di crescita demografica, aumento dei consumi pro capite e inquinamento stanno rendendo la risorsa idrica un bene sempre più prezioso. E sempre più conteso, come dimostra la moltiplicazione dei conflitti per il controllo dei fiumi in un mondo in cui 1,4 miliardi di persone non ha accesso all'acqua potabile. 
"La favola a lieto fine che ci avevano insegnato a scuola, con l'acqua che arriva al mare, poi sale sotto forma di nuvoletta e torna a scendere con la pioggia in un ciclo infinito che permette a tutti di bere, non è più vera", spiega Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria a Bologna e animatore della campagna contro lo spreco. "I conti non tornano perché stiamo usando più acqua di quella disponibile senza impoverire le riserve e, soprattutto, ne utilizziamo una quantità incredibile per produrre alimenti che poi buttiamo via al momento della raccolta, della distribuzione o del consumo: in Italia ogni anno si spreca una quantità di cibo che basterebbe a sfamare, nello stesso periodo, tutti gli spagnoli". 
La dieta mediterranea aiuta a contenere il consumo idrico (500 metri cubi di acqua pro capite all'anno contro i 900 della dieta anglosassone), ma l'equilibrio tra zone assetate e zone capaci di acquistare acqua virtuale importando i cibi che la contengono si fa sempre più precario.Nella campagna Last Minute Market contro lo spreco idrico, sostenuta da Eni e Unicredit e presentata domani a Roma, si precisa che l'88 per cento delle risorse idriche è consumato dall'11 per cento della popolazione mondiale. Un abitante di un paese povero sopravvive con 20 litri al giorno, in Italia si arriva a 213, negli Stati Uniti a 600. L'Italia, che ha il record europeo dei consumi idrici domestici, è in testa alla classifica anche per il consumo di acqua minerale che, secondo i dati di Last Minute Market, incide per il 9 per cento sul costo della dieta tipo di un uomo adulto che scelga questa opzione. 
(13 luglio 2011) © Riproduzione riservata da - http://www.repubblica.it/ambiente/2011/07/13/news/sprechi_invisibili-19049816/?ref=HRER2-1]]></description><pubDate><![CDATA[03/07/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[GENOVA VUOLE IL TERZO VALICO]]></title><description><![CDATA[Terzo Valico, industriali in corteo Cinquecento in giacca e cravatta 
Da piazza De Ferrari alla Prefettura per consegnare un documento di protesta al governo: "Che il Terzo Valico si faccia e presto". 
In marcia manager e banchieri, sindaco e governatore, Confcommercio e Università. "E' un'infrastruttura fondamentale". 
Una ventina di ambientalisti protestano: "Parassiti, fatelo con i vostri soldi" 
di BRUNO PERSANO 
Terzo Valico, industriali in corteo Cinquecento in giacca e cravatta Da sinistra, il presidente di Esaote, l'ad di Banca Carige, il presidente degli industriali, insieme al vicepresidente Erg 
Alla manifestazione per il Terzo Valico, c'erano banchieri e industriali, il sindaco e il presidente della Regione. Per il collegamento Genova-Milano ad Alta velocità sono scesi in strada in 500: "Vogliamo che il Terzo Valico si faccia, e presto, finalmente". 
E' stata una manifestazione trasversale a cui i politici tutti, governo e opposizione, concordano. Un progetto che ha assonanze con la Tav piemontese, per la grandiosità dell'opera e le finalità, ma che non solleva la violenta protesta dei comitati. Anzi, sembra aver messo insieme politici di centrodestra e di centrosinistra per un'opera rimandata oramai da quasi un decennio, ma che accomuna le speranze degli industriali del porto e le aspirazioni politiche della Sinistra. 
"La nuova linea di valico sul cosiddetto "Corridoio dei due mari" Genova-Rotterdam costituisce un'infrastruttura prioritaria e indispensabile per lo sviluppo del nostro territorio nel contesto europeo", è scritto nella lettera indirizzata dagli industriali al Governo. "Un'opera fondamentale", riassume il sindaco Marta Vincenzi. "Senza il Terzo Valico, Genova e il suo porto non saranno collegati a Milano, al Nordovest e all'Europa". 
Il presidente di Esaote Carlo Castellano spiega: "Non è una protesta contro nessuno, ma senza il Terzo Valico Genova rischia di avviarsi sempre più verso il declino". Secondo uno studio di Confindustria, i lavori per la realizzazione del valico darebbero lavoro a 5 mila persone, tra dipendenti e indotto, ed "un futuro di centralità per il capoluogo ligure". 
La manifestazione è iniziata puntuale alle 10.15; partenza dalla statua di Garibaldi in piazza De Ferrari. Il corteo ha raggiunto la prefettura per consegnare al prefetto Francesco Musolino un documento comune sull'importanza dell'opera e chiedere lo stanziamento della seconda tranche di finanziamenti indispensabile a far partire i lavori. 
Insieme quindi imprenditori e manager scesi in piazza per la seconda volta nella loro storia; la prima risale al 1989 per la liberalizzazione delle banchine in porto. 
"Abbiamo consegnato un documento al Prefetto _ spiega il presidente di Confindustria Genova, Calvini _ chiedendo di trasmettere al governo la forte protesta del mondo dell'economia genovese per questi ritardi infiniti sul Terzo valico". 
... 
"Camalli, sindacati e imprenditori insieme per il Terzo Valico sono un segnale importante al governo", commenta il presidente della Regione, Claudio Burlando. "Oggi in piazza - aggiunge - ho visto un'immagine importante di Genova. Adesso è dal governo che serve la sicurezza per il finanziamento dell'opera, la politica deve essere in grado di dare continuità alle richieste del territorio". 
Hanno aderito alla protesta organizzata agli industriali, oltre naturalmente al presidente degli industriali genovesi Giovanni Calvini, il presidente di Esaote Carlo Castellano, ma anche l'amministratore delegato di Banca Carige Giovanni Berneschi e Giovanni Mondini, vicepresidente Erg. Ma in corteo c'è pure il sindaco Marta Vincenzi e il governatore della Regione Claudio Burlando, il presidente dell'Autorità Portuale Luigi Merlo e il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone, l'industriale Davide Malacalza, l'armatore Stefano Messina, Aldo Spinelli e Massimo Bisagno. 
Il rettore dell'Università di Genova, Giacomo De Ferrari non potrà esserci, ma ha dichiarato di essere completamente d'accordo con le motivazioni della manifestazione. 
Hanno Marciato insieme alle principali organizzazioni datoriali, Alce, Ascom Confcommercio, Assagenti, Cna, Confartigianato, il Gruppo Giovani Riuniti della Camera di Commervio, Spediporto, Legacoop e Dixet. 
E se gli industriali si sono mossi in corteo per chiedere l'avvio dei lavori per la costruzione del Terzo Valico, dall'altra parte c'era chi non ne vuole sentire parlare e che è sceso in piazza per una contro manifestazione. Erano pochi, una ventina, e innalzavano uno striscione: "Parassiti, fatelo con i vostri soldi". 
(04 luglio 2011) © Riproduzione riservata da - http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/07/04/news/contro_in_no_tav_industriali_in_corteo-18619986/?ref=HRER3-1]]></description><pubDate><![CDATA[04/07/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[LUXOTTICA]]></title><description><![CDATA[Luxottica celebra i suoi primi 50 anni: l'ad Guerra fa squillare il campanello del Nyse (senza Del Vecchio) 
di Mario Platero 
2 luglio 2011 
NEW YORK – «...La Luxottica, ha messo un miliardo di dollari sul tavolo per acquistare un'azienda americana, la Us Shoe... E' un fatto simbolico: nello stesso giorno in cui il nostro Paese è travolto dall'ennesimo bisticcio politico che manda a picco lira, BoT e futures, giunge una nota positiva da un rappresentate di quella "spina dorsale" italiana, cui tutti si riferiscono quando si dice che una lira cosi' bassa non vale certo l'Italia reale....». 
Era il marzo del 1995. So che non è carino citare se stessi. Ma i "bisticci politici" di allora sono gli stessi di oggi, anche se al posto della lira abbiamo l'euro. E la Luxottica resta una delle pochissime aziende veramente globali italiane. E poi citavo soprattutto un'operazione che allora fece scalpore. Come fece scalpore cinque anni prima, nel 1990, la scelta di Leonardo del Vecchio, il fondatore, di venire direttamente al New York Stock Exchange bypassando Milano per il collocamento del suo titolo in borsa. E in due anni fece il 300%. 
Vi racconto questo perchè l'altro giorno mi ha colpito vedere l'attuale amministratore delegato del gruppo, Andrea Guerra, sul balconcino del New York Stock Exchange per far squillare il campanello di chiusura delle contrattazioni: si celebravano i 50 anni del gruppo. Mi ha colpito perchè sul balconcino del Nyse per i 50 anni della sua azienda a New York del Vecchio non c'era. Se da noi i "pasticci politici" ci tengono fermi a 16 anni fa, il fondatore di Luxottica ha continuato a muoversi in avanti. Ha approfondito il suo percorso di imprenditore globale. E ha fatto quello che molti nostri imprenditori non sanno fare: un passo indietro.. «Aveva altri impegni anzi, aveva programmato una vacanza e la vita privata ha prevalso...gli bastava che ci fossi io....», mi ha detto Guerra. "Io" vuole dire un "manager". 
Del Vecchio ha voluto tutelare gli azionisti con i professionisti: «Come sempre è stato lungimirante, all'americana...dove semmai i figli restano azionisti di riferimento nell'azionariato, un riferimento importante per la stabilita' di certi gruppi....», mi dice ancora Guerra. E cita anche un altro gruppo italiano, il de Agostini dove la filosofia della proprietà separata dalla gestione del giorno per giorno è un fatto acquisito: «Ho visto Marco Drago, il Presidente che fa lo stesso ragionamento di del Vecchio – continua Guerra - …poi mi ha detto: "forse ci si diverte un po' meno...». 
Se oggi Del Vecchio tiene un profilo basso, pensate che in quei giorni del 1995 venne nell'ufficio allora "downtown" del Sole 24 Ore per un'intervista: «Non si scomodi....per me è più facile....» mi aveva detto. Lo conobbi per la prima volta: moderato, sguardo profondo, modesto per essere allora il primo contribuente d'Italia, gentile, umile, come quando girava sul suo camioncio a Milano nel dopoguerra a riparare occhiali. Di quella chiaccherata mi ricordo due cose che mi disse. La prima: «A 14 anni andavo in giro a lavorare a da allora non mi sono piu' fermato. Erano tempi duri, si usciva dall' immediato dopoguerra. Ricordo la vecchia Milano, il mio apprendistato...il mio cruccio e' quello di non essermi potuto permettere dieci anni di studio». 
La seconda: «L' Italia e' un Paese sveglio nonostante la politica, le banche e la Borsa. Se ci fosse maggiore flessibilità nel sistema, oggi saremmo molto più avanti di quello che siamo». Sulla prima: anche senza gli studi del Vecchio ha dato molte lezioni. Sulla seconda: credevo che sedici anni dopo le cose da noi sarebbero cambiate. E mi rendevo conto mentre si parla che questo imprenditore era uno dei pochi "America Dream" italiani che conoscevo. Anzi, che conosco. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAda - http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-07-02/luxottica-ad-andrea-guerra-del-vecchio-wall-street-175054.shtml?uuid=AarkSpkD]]></description><pubDate><![CDATA[03/07/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[BENETTON PUNTA SU VARSAVIA]]></title><description><![CDATA[Alessandro Benetton: «21 Partners punta su Varsavia. Operazioni chiuse forse prima dell'estate» 
dal nostro inviato Simone Filippetti 
PONZANO VENETO - C'è la Polonia nell'immediato futuro di Alessandro Benetton. Il figlio di Luciano, la mente del marchio Benetton, sta per debuttare sul mercato dell'Est Europa con un fondo di private equity: 150 milioni per andare a caccia di aziende in uno dei Paesi più dinamici della Nuova Europa e una delle economie più promettenti.Alessandro Benetton, 47 anni appena compiuti, è stato tra i pionieri del private equity in Italia: è partito nel 1992 con 21 Investimenti (poi diventata 21 Partners), quando la parola private equity era quasi sconosciuta, ma con in testa l'idea di mettere la finanza al servizio delle imprese. Sempre con discrezione e understatement, com'è nello stile della casa. Poi, nel 2005, la chiamata da parte della famiglia per mettersi alla guida del Benetton Group, come vice presidente esecutivo. 
Quando lo incontriamo nel suo ufficio, nella storica Villa Minelli a Ponzano Veneto, il giovane Benetton è appena tornato dall'estero. È fresco di un accordo commerciale col super-miliardario messicano Carlos Slim, ma ha già nel mirino «la Cina, l'Asia, l'America Latina perchè ormai la vecchia Europa, almeno quella occidentale, è un continente a bassa crescita». Il suo fondo, 21 Partners, è l'unico italiano presente anche all'estero ed è ormai diventato un gruppo europeo, grazie all'acquisizione fatta nel '98 di una delle più antiche case d'investimento francesi, la Sociétè Centrale pour l'Industrie, ribattezzata 21 Centrale Partners. Ora accelera con l'apertura a Varsavia, ancora una volta in anticipo su tutti. 
Nel paese, spiega il manager, 21 Partners vuole fare «operazioni di controllo»: la Polonia è partita tardi come mercato di private equity e quindi ci sono molte opportunità per fare buy-out. Allo stesso tempo è la sesta economia dell'area europea, «con un tessuto imprenditoriale dove le piccole e medie imprese rappresentano il 60% del fatturato e il 40 per cento del totale». Un ambiente ideale per andare alla ricerca di opportunità, dove «anni fa abbiamo incontrato una struttura chiamata Concordia che sostanzialmente ingloberemo, chiamandola 21 Concordia». E il fondo di Benetton, specializzato in Pmi, ha il dna adatto per aggredire il mercato del Paese visto che «Italia e Francia insieme oggi rappresentano il 20% del totale degli investimenti esteri in Polonia». La raccolta, 150 milioni, dovrebbe chiudersi per l'autunno, ma siccome il fondo ha già trovato dei finanziatori, «qualche operazione potrebbe essere annunciata già prima dell'estate». Concordia diventerà, dunque, la terza gamba del gruppo, dopo quella italiana e quella francese, facendo salire la potenza di fuoco complessiva a 1,3 miliardi di euro. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAda - ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-04-22/]]></description><pubDate><![CDATA[24/04/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[UN CERTO TIPO DI IMPRENDITORI]]></title><description><![CDATA[Gli imprenditori che fanno un affare quando si ricomprano le aziende di famiglia 
di Dario Aquaro 
Gli imprenditori che fanno un affare quando si ricomprano le aziende di famiglia Gli imprenditori che fanno un affare quando si ricomprano le aziende di famiglia 
Le ultime cronache raccontano il ritorno della B&B Italia, famoso marchio italiano di arredamento, nelle mani della famiglia Busnelli, e lo sforzo di Maurizio Borletti per tenere la gestione della Rinascente, che suo nonno Senatore Borletti ha reso un secolo fa la catena di grandi magazzini più elegante d'Italia. Quando si narrano le operazioni di riconquista del marchio di famiglia, il pensiero corre al caso più noto, quello di Pietro Barilla e dell'azienda che si trovò a vendere nel 1970 alla multinazionale Grace, per poi riprenderla nel 1979 dopo un periodo di grande sofferenza («nel '78 non avevo ancora la cifra in cash e davanti agli uomini della Grace rimasi così male perché non potevo chiudere l'affare che piansi di fronte al numero due, mi emozionai»).articoli correlati 
Ma sono diverse ogni anno le piccole e medie aziende storiche del made in Italy che ritornano sotto il controllo dei fondatori. Quelli che si ricomprano l'azienda lo fanno per spirito d'impresa, attaccamento al territorio, senso della tradizione. Ricomprano con i figli, per i figli, ma pensando al papà o al nonno.C'è chi l'ha venduta e la riacciuffa, chi invece non se n'è mai andato davvero ma vuole riprendere la gestione. A ragione. Perché i leader familiari, come sottolinea il rapporto 2010 dell'Osservatorio Aidaf-Bocconi, fanno bene alle aziende, in particolare quelle di medie dimensioni. 
«Non parlerei di fenomeno rilevante – spiega Gioacchino Attanzio, direttore generale di Aidaf, l'Associazione italiana delle aziende familiari – perché non c'è un boom di operazioni del genere, alla Barilla. Anche se è certo che ogni anno ci sono una serie di imprenditori che ricomprano l'azienda di famiglia. Le aziende sono «pezz'e'core», come si dice. La gente le lascia andare, poi le riprende, magari guadagnandoci, perché sono andate in mano a fondi che non hanno avuto la giusta dedizione». E poi, c'è il ritorno di immagine. «L'azienda crea un'identità consolidata nel territorio: quando la si vende, si diventa uomini ricchi e basta. Ma poi ritorna la passione dell'imprenditore». 
Aprea e il gozzo sorrentinoIl territorio e la clientela. «Confesso che quando siamo tornati in possesso dell'azienda, in zona hanno cominciato a guardarci di nuovo con simpatia. L'azienda non si è mai spostata, ma forse far parte di un gruppo più grande dava questa percezione di lontananza, che in qualche modo aveva peggiorato il nostro rapporto diretto con la clientela». Cataldo Aprea, 56 anni, è l'erede di una dinastia di maestri d'ascia (oggi imprenditori nautici) che risale al 1849 e al bisnonno Giovanni. L'Apreamare, marchio del gozzo sorrentino nato nel 1988, è entrata a far parte del gruppo Ferretti nel 2001 e solo nove anni dopo ha lasciato Forlì per tornare a Torre Annunziata. «Nel 2008 consideravo già chiusa l'esperienza in Ferretti, troppo legato alla finanza e poco al prodotto. Poi con l'arrivo della crisi, gli investimenti sono stati azzerati e loro hanno deciso di vendere Apreamare: non faceva parte del core business». E' stato allora che si è presentato il bivio. «Con i figli del mio socio storico (Pollio), abbiamo fatto un po' di numeri e visto che poteva funzionare». Il 24 marzo 2010 arriva l'accordo, e il ritorno a casa. 
da - ilsole24ore.com/art/economia/2011-04-15/]]></description><pubDate><![CDATA[16/04/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Internet e il potere]]></title><description><![CDATA[16/4/2011 
Internet e il potere 
JUAN CARLOS DE MARTIN 
Quanto potere ha Internet? Quanto è in grado la Rete di influenzare o determinare comportamenti? E chi ha potere in Internet? Come si declina il concetto di potere sulla Rete? Chi lo detiene e in virtù di quali fattori? 
Sono domande che è ormai ora di prendere in considerazione, anche per evitare che tali riflessioni stategiche vengano lasciate ai soli governi di alcuni paesi – come avverrà nel corso del prossimo G8, presieduto da Sarkozy e dedicato appunto a Internet - o ai soli addetti ai lavori. Sono infatti domande che toccano aspetti fondamentali delle nostre democrazie, come la formazione del consenso, la trasparenza dei poteri dello Stato, la libertà di espressione, il futuro dei partiti politici e altro ancora. Sul potere di Internet inteso come infrastruttura di comunicazione basta dire che nessun paese evoluto può più permettersi di spegnere la rete senza pagare un prezzo economico elevatissimo. L’economia, la pubblica amministrazione, persino le forze armate dipendono dalla Rete. È, quindi, semmai una questione di grado di libertà della Rete, come in Cina e in altri paesi autoritari; non più se averla o non averla. 
Ma il potere di Internet sta crescendo rapidamente anche nel senso di capacità di influenzare o determinare i comportamenti. Capacità che deriva dalla grande facilità con cui la Rete veicola informazioni in tempo reale da persona a persona (email, chat, telefonia su Internet), da persona a moltitudini (blog, reti sociali) e da molti a molti (le matasse delle connessioni sociali). Un «big bang» che sta cambiando sia la dieta informativa dei cittadini, sia il modo in cui comunicano e si organizzano tra di loro - facilitando in particolar modo le mobilitazioni, come dimostrato dalla campagna elettorale di Obama del 2008. È l’onda di cambiamento che procede più rapidamente nei paesi amanti del nuovo, come gli States, ma che per motivi culturali e anagrafici sta arrivando ovunque, anche in paesi relativamente poveri come quelli del Nord Africa e del Medio Oriente. 
È, quindi, importante cercare di capire chi ha potere su questa realtà. Col crescere del potere di Internet stanno crescendo le pressioni per ridisegnare la geografia del potere in Internet. Il potere ce l’ha chi costruisce i nostri computer e il software che li fa funzionare? O chi possiede i cavi e ci vende l’accesso alla Rete, potenzialmente monitorando tutti i nostri flussi? Chi ci permette di trovare cosa cerchiamo nell’oceano del virtuale? Chi ha tasche profonde per creare i siti più popolari e per garantire la miglior fruibilità dei contenuti? O chi gestisce le grandi piattaforme di aggregazione di blog, foto, video e le reti sociali? Ognuna di queste domande richiede risposte specifiche, spesso complementari e a volte tutt’altro che intuitive. Quel che è certo è che la libertà su Internet – ovvero un potere il più possibile nelle mani degli individui – richiede il mantenimento di uno strato trasversale di libertà a tutti i livelli, dall’effettivo controllo del nostro computer e dei nostri dati, alla possibilità di comunicare online riservatamente e senza discriminazioni. 
Tale strato di libertà si può in parte assicurare con azioni dal basso, per esempio utilizzando software che protegga la riservatezza della corrispondenza elettronica e della navigazione. Ma l’intervento normativo rimane indispensabile. Da quelli volti a dichiarare l’accesso alla Rete un diritto costituzionale, come proposto dal giurista Stefano Rodotà e come ripetutamente richiesto anche dall’inventore del Web, Tim Berners-Lee, a una serie di interventi legislativi miranti a preservare le componenti fondamentali della libertà online a tutti i livelli. Se riusciremo ad applicare alla Rete i principi democratici, evitando in particolare le concentrazioni di potere, la Rete a sua volta potrà venire in aiuto delle nostre democrazie, spesso fragili, aiutandoci a renderle più compiute. In particolare, la Rete potrebbe aiutarci a riempire l’angosciante vuoto tra un evento elettorale e il successivo, articolando quel dialogo continuo tra eletti ed elettori che dovrebbe essere, al fianco dei dibattiti che avvengono tra eletti nelle istituzioni rappresentative, la fibra di ogni democrazia. Dialogo di cui c’è un urgente bisogno e che né i sondaggi né tanto meno il vociare spesso grezzo della televisione possono sostituire. È un tipo di dialogo – sia chiaro - che già avviene online tutti i giorni, coinvolgendo migliaia di cittadini. Ma sono ancora solo frammenti, avvisaglie di qualcosa che potrebbe essere e ancora non è. Occorre costruire su tali primi esperimenti, per dar loro forma e peso. In tal senso discutere del potere nella Rete coincide col parlare di una parte importante del futuro della democrazia. 
da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/]]></description><pubDate><![CDATA[16/04/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Marketing italiano inefficace e astruso...]]></title><description><![CDATA[19 marzo 2011 - 23:33 
Marketing: Inghilterra batte Italia 10 a 0 
Marco Niada 
La storia è vecchia ormai di anni. Facciamo il migliore caffé, eppure è Nespresso della svizzera Nestlé ad avere un successo travolgente in tutto il mondo grazie anche alla pubblicità di un finto italiano: l'americano George Clooney. A Londra le catene di coffee houses come Starbuck, Caffé Nero e Costa sono tutte di proprietà inglese o americana. Lo stesso vale per le catene di pizzerie come Pizza Express, Domino o Pizza Hut. Jamie Oliver ha portato in Inghilterra il concetto del mangiare bene italiano dopo essere stato per lunghi periodi in Italia e ora insegna agli inglesi le delizie della cucina mediterranea. Abbiamo a Londra alcuni chef di qualità, di cui alcuni famosi come Giorgio Locatelli o Francesco Mazzei ma tutto sommato restano di nicchia. Antonio Carluccio, sulla scia di un gran successo personale aveva provato a dare vita a una catena propria ma poi ha ceduto agli inglesi che oggi tappezzano il paese moltiplicandola con nuovi negozi. Oltre all'idea gli hanno comprato anche il nome. 
La capacità di comunicare in modo chiaro, la logistica impeccabile, l'abilità e la creatività dei messaggi pubblicitari, la coerenza, la mancanza di rissosità che è il tarlo italiano che rovina i grandi sistemi di interazione sociale - siano aziende o amministrazioni - permettono agli anglosassoni di appropriarsi di prodotti e idee nostre e proiettarle verso il grande pubblico. I vini, un settore in cui eravamo secondi solo ai francesi ancora una volta in virtù delle migliori doti di marketing dei cugini transalpini, ci vedono perdere paurosamente posizioni sul mercato inglese (il più perfetto, dato che non c'è produzione locale) a profitto di australiani, cileni, argentini, americani, neozelandesi, bulgari, ungheresi e un giorno perchè no magari anche i cinesi. Una volta un banchiere inglese mi fece parte di una famosa battuta che gira in Australia: i greci mettono in piedi la bancarella di frutta e verdura, gli italiani aprono un negozio ma poi sono gli anglosassoni a creare il supermercato. A tutto ciò ribattiamo con snobismo che a noi interessa la qualità. La storia era buona fino ad alcuni anni fa. Oggi non tiene più: alcuni supermarket come Sainsbury's o John Lewis vendono prodotti ottimi provenienti da tutto il mondo con qualità spesso migliore dei nostri supermercati alimentari e spesso anche di negozi. Utilizzano compratori italiani che vanno in cerca dei nostri migliori prodotti e poi li distribuiscono ai quattro venti con un massiccio dispiegamento di mezzi. Oliver ora fa pure l'aceto balsamico con la sua faccia sull'etichetta. E vi assicuro è migliore di molti italiani. Resto convinto che spesso questo modo industriale e massificato di procedere vada a detrimento del buon gusto. Ma non del tutto, tanto è vero che ha migliorato gli standard e il gusto degli inglesi enormemente, con positivi effetti sociali. Se era per noi, a Londra, in Inghilterra e nel resto del mondo andavamo avanti con i nostri ristorantini gelosamente a gestione famigliare della diaspora di italici immigrati. Ci resta sempre la gioia di decantare il prodotto genuino come il Felino di Modena, il lardo di Colonnata, il parmigiano reggiano, e via cantando fino al "vino del mi' babbo..." Le eccezioni sono poche come il cioccolato Gianduia, che il signor Michele Ferrero ha trasformato in un successo mondiale con il nome di Nutella. O la pasta, che resta saldamente ancora in mano a grandi produttori come Barilla o De Cecco. (Buitoni è di Nestlé). In fondo anche questi sono prodotti famigliari in senso lato dato che sono fatti da aziende non quotate. Ma vanno avanti grazie a un ottimo marketing marketing e capacità logistica. Non potremmo fare di più con altre aziende? Sono preoccupato peraltro dal settore moda, dopo la cessione di Bulgari a Lvmh. I grandi nomi stanno invecchiando. I patriarchi che hanno creato potrebbero passare la mano a stranieri in un settore in cui stavamo dominando. Ognuno fa quello che sa fare al meglio e in un Paese in cui nessuno legge non si può pretendere di essere all'avanguardia nella rivoluzione di internet o dei network sociali. Ma almeno per mangiare e vestire che sono i due sport nazionali dobbiamo tenere duro. Altrimenti c'è il rischio che i cloni italiani alla Clooney o Carluccio si moltiplichino. 
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13 marzo 2011 - 15:02 
Tra civiltà e distruzione questione di minuti 
Marco Niada 
La primavera è alle porte e i parchi londinesi sono puntualmente pettinati, puliti e pronti a germogliare con una geometria e una cura per il regno vegetale che forse ha riscontro solo in Giappone. Con la differenza che, mentre gli interni delle case inglesi sono spesso sporchi e disordinati, nel Sol Levante il lindore, l'ordine e la maniacalità per il dettaglio a ogni livello sia nelle costruzioni sia nelle macchine fanno parte dello spirito del Paese. Una cura e un amore che è stato crudelmente ferito dal terribile terremoto e maremoto di venerdì scorso. Peraltro la sorte tira strani scherzi: mentre Londra e gli altri Paesi Occidentali si leccano le ferite della crisi finanziaria iniziando lentamente a rimettersi in piedi come tanti pugili storditi, il Giappone che, dopo vent'anni di ristagno, iniziava a dare segni di ripresa complice la cintura di Paesi asiatici emergenti in pieno boom, ha subito una calamità che rischia di rimettere indietro di anni le lancette dello sviluppo."E' la più grave crisi che abbiamo dovuto affrontare dopo la Seconda Guerra" ha detto senza mezzi termini il premier Naoto Kan. E quando si parla di Seconda Guerra il Giappone ne sa qualcosa dato che ha subito la distruzione di due atomiche sul suo territorio. Peraltro, con la stessa fulminea rapidità con cui hanno colpito le bombe, il terremoto e lo Tsunami hanno portato un'altrettanto tremenda devastazione. Non sappiamo nulla del bilancio delle vittime ma rischiano di essere decine di migliaia come decine di miliardi di dollari i danni materiali della catastrofe. D'un tratto un Paese che era diventato la seconda potenza economica mondiale si è trovato alle prese con una tremenda emergenza, con alcune aree costiere a nord Est dell'isola di Honshu piallate e riportate in pochi minuti ai tempi dell'età della pietra. In Occidente ci lamentavamo della crisi e piangevamo del nostro declino. Non avevamo fatto i conti con le forze della Natura che sono un terrribile egualizzatore e stanno a ricordarci quanto tutti siamo precari. Cose che i giapponesi, per cultura buddhista e scintoista sanno bene. Stoicamente costruiscono e ricostruiscono con cura maniacale coscienti che in un attimo tutto potrebbe sparire. Come quei monaci buddisti che fanno disegni sofisticatissimi con la sabbia colorata per poi spazzare tutto via non appena completata l'opera. 
da - marconiada.blog.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[20/03/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT]]></title><description><![CDATA[LA CASA TORINESE 
Fiat, Moody's conferma il rating BA1 
L'agenzia: «Outlook negativo» per il debito del Lingotto 
MILANO - L'agenzia di rating Moody's conferma il rating Ba1 su Fiat ma assegna un «outlook negativo» al gruppo. Lo si legge in una nota. I rating a breve termine sono Not-Prime e l'outlook è negativo. Tale decisione conclude l'esame per un possibile downgrade, ovvero un abbassamento del giudizio, avviato il 21 luglio scorso in seguito alla conclusione dello scorporo di Fiat Industrial e Fiat Auto. 
PERFORMANCE MIGLIORE - La conferma del rating è dovuta dalla performance operativa migliore delle attese di Fiat, della generazione di cassa e dal basso livello di indebitamento netto nel 2010. Il rating riflette la posizione di leader di Fiat sul mercato in Brasile e della presenza dominante sul mercato nazionale italiano. Il gruppo genera circa due terzi del proprio fatturato in questi due paesi «ed è quindi particolarmente vulnerabile a una diminuzione della domanda in una di queste regioni. Tale diversificazione geografica molto limitata è una debolezza fondamentale per il suo attuale rating» spiega Moody's. Moody's prevede comunque che Fiat «sarà in grado di contenere ulteriori perdite di quote di mercato entro i prossimi due anni, prima di riacquistare le quote di mercato in Europa». 
CAPITOLO CHRYSLER - Inoltre, «il rating considera i rischi e le opportunità connessi alla sua partecipazione in Chrysler. L'investimento in denaro per aumentare la sua quota farebbe aumentare la pressione negativa sul rating» e innescare un possibile downgrade. Il rating potrebbe essere declassato se il gruppo non sarà in grado di «sostenere i recenti miglioramenti della redditività, cash flow e con un conseguente rapporto debito/ebitda di 4x o superiore nel 2011, sostenere un consistente assorbimento di cassa e mantenere un profilo sano di liquidità con una struttura del debito equilibrata». Nei prossimi 12-18 mesi Moody's non prevede aggiornamenti al rating ma l'outlook potrebbe stabilizzarsi «se Fiat dimostrasse una capacità di sostenere la traiettoria positiva della redditività e metriche di credito, che dovrebbero essere rappresentati da margini di mol verso 3,5% nel 2011 e un rapporto debito/ebitda inferiore 3,5x». 
Redazione online09 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATAda - corriere.it/economia/11_febbraio_09]]></description><pubDate><![CDATA[09/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Per capire la crisi serve una laurea in buon senso]]></title><description><![CDATA[Per capire la crisi serve una laurea in buon senso 
di Raghuram Rajan 
Questo articolo è stato pubblicato il 08 febbraio 2011 alle ore 08:35.L'ultima modifica è del 08 febbraio 2011 alle ore 06:35. 
All'apice della crisi finanziaria, la regina d'Inghilterra rivolse ai miei colleghi della London School of Economics una domanda semplice, che non ha però una facile risposta: perché gli economisti accademici non sono riusciti a prevedere la crisi? Di risposte ce ne sono state numerose. Una è che gli economisti non disponevano di modelli in grado di rappresentare il comportamento che portò alla crisi. Un'altra è che erano accecati da un'ideologia secondo cui il libero mercato non avrebbe potuto fare del male. 
Infine, la risposta che ora va per la maggiore, ossia il sistema li avrebbe corrotti affinché rimanessero in silenzio. A mio avviso, la verità risiede altrove.È falso ammettere che noi accademici non avessimo a disposizione utili modelli per spiegare cosa stesse accadendo. Chi teme che la crisi sia stata innescata da una carenza di liquidità non sa che avevamo numerosi modelli in grado di analizzare queste carenze e le ripercussioni sulle istituzioni finanziarie. Chi teme che la colpa sia di avidi banchieri e avventati investitori, ingannati dalla promessa di un salvataggio del governo, o di un mercato impazzito per esuberanza irrazionale, non sa che avevamo studiato anche tutto ciò nei minimi dettagli.Gli economisti hanno anche analizzato le politiche di regole e deregulation, quindi avremmo potuto comprendere i motivi per cui i politici americani spingevano il settore privato a finanziare progetti edilizi, mentre altri deregolamentavano la finanza privata. Eppure, per qualche motivo, non abbiamo reso noto ciò che sapevamo e non abbiamo mostrato e urlato in coro i nostri ammonimenti. Forse il motivo era l'ideologia: eravamo troppo convinti che i mercati fossero efficienti, i suoi partecipanti razionali e che i prezzi elevati fossero giustificati dai fondamentali economici. Tuttavia, alcune critiche relative al "fondamentalismo del mercato" riflettono un equivoco. La dominante "teoria dei mercati efficienti" afferma solo che i prezzi dei titoli riflettono le informazioni pubblicamente disponibili e che è difficile ottenere performance costantemente superiori a quelle medie del mercato: fatto vero, considerato il colpo subito dalla maggior parte degli investitori durante la crisi. 
La teoria non asserisce che i mercati non possano crollare in caso di informazioni negative o di avversità al rischio da parte degli investitori.A detta dei critici, i fondamentali si stavano deteriorando sotto gli occhi di tutti, e il mercato e gli economisti lo ignoravano. Ma il senno di poi distorce l'analisi. A riprova del fatto che la verità venisse ignorata non possiamo indicare una solitaria "Cassandra" come Robert Shiller dell'Università di Yale, il quale continuava a sostenere che i prezzi degli immobili fossero insostenibili. Gli oppositori ci sono sempre, e spesso sbagliano. Erano molto più numerosi gli economisti secondo cui i prezzi degli immobili, per quanto elevati, non sarebbero mai crollati su tutta la linea.Naturalmente, tali aspettative potrebbero essere state distorte dall'ideologia - è difficile capire cosa passasse nella mente degli economisti. Ciò nonostante, c'è una ragione migliore per essere scettici rispetto alle spiegazioni che si affidano all'ideologia. In quanto gruppo, né gli economisti comportamentali, secondo cui l'efficienza dei mercati è una cosa ridicola, né gli economisti progressisti, che diffidano dei mercati liberi, hanno predetto la crisi. 
Che si tratti di corruzione? Alcuni economisti accademici offrono consulenze a banche o agenzie di rating, tengono discorsi alle conferenze per gli investitori, fungono da testimoni esperti e conducono ricerche sponsorizzate. Sarebbe naturale sospettare di condizionamenti da parte nostra, siano essi impliciti o espliciti. Nel primo caso, la nostra visione del mondo è plasmata da ciò in cui credono i nostri amici del settore; nel secondo, un economista potrebbe scrivere un report influenzato da ciò che uno sponsor vuole sentire, o dare una testimonianza che è puramente mercenaria. Ci sono sufficienti esempi di possibili condizionamenti da non poter ignorare la questione. Un rimedio sarebbe quello di bandire tutte le interazioni tra economisti e mondo societario. Tuttavia, se fossimo confinati nella torre d'avorio, potremmo sì essere liberi da condizionamenti, ma ignoreremmo anche i fatti concreti - e quindi saremmo ancor meno capaci di predire i problemi. 
Un modo per ripristinare la fiducia potrebbe essere la trasparenza - gli economisti potrebbero dichiarare di effettuare una particolare analisi dietro compenso, e più in generale, spiegare da chi sono pagati. Una serie di università si sta muovendo in questa direzione. Credo, però, che la corruzione non sia la ragione principale per cui la categoria abbia sottovalutato la crisi. Numerosi economisti interagiscono poco con il mondo societario, e pur essendo "imparziali" non sono stati capaci di predire la crisi. 
A mio avviso, sono tre i fattori che spiegano fondamentalmente il nostro fallimento collettivo: specializzazione, difficoltà nel fare previsioni e allontanamento di numerosi economisti dal mondo reale.Come la medicina, l'economia è fortemente suddivisa in categorie - i macroeconomisti solitamente non fanno attenzione a ciò che studiano gli economisti finanziari o immobiliari e viceversa. Eppure, per prevedere l'arrivo della crisi sarebbe servito qualcuno che conoscesse ognuna di queste aree - esattamente quello che serve a un buon medico generico per riconoscere una malattia esotica. Dal momento che la categoria premia solo un'analisi attenta, solida, ma necessariamente ristretta, pochi economisti cercano di abbracciare i sotto-settori. Anche se lo facessero, si tirerebbero indietro dal predire la crisi. 
Il vantaggio principale degli economisti accademici rispetto a coloro che fanno previsioni per professione potrebbe essere la loro maggiore consapevolezza delle relazioni fondate tra i fattori. Ciò che è più difficile da prevedere, però, sono i punti di svolta - ossia i momenti in cui si spezzano le vecchie relazioni. Esistono alcuni fattori in grado di segnalare i punti di svolta - la corsa al rialzo nella leva finanziaria a breve termine e nei prezzi degli asset, ad esempio, spesso presagisce una bassa congiuntura - ma non sono infallibili nel predire i problemi che verranno. 
Le magre gratifiche professionali, unite all'imprecisione e al rischio reputazionale associati alle previsioni, spingono la maggior parte degli economisti a scostarsi dal mondo reale. Potrebbe anche esserci un altro motivo: gli economisti accademici non hanno molto da dire in merito ai movimenti economici a breve termine, e quindi preferiscono lasciare le previsioni, con tutti gli errori, a coloro che se ne occupano per professione. Il pericolo è che scostarsi dagli eventi a breve termine induca gli economisti accademici a ignorare le tendenze a medio termine di cui potrebbero occuparsi. Se così fosse, la vera ragione per cui gli accademici non hanno previsto la crisi potrebbe non risiedere nei modelli inadeguati, nell'accecamento ideologico o nella corruzione, ma in qualcosa di decisamente banale e preoccupante: molti non ci hanno semplicemente fatto caso! 
(Traduzione di Simona Polverino)© PROJECT SYNDICATE 2011 da - ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-08]]></description><pubDate><![CDATA[09/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il mostro della crisi? Dal sonno degli esperti]]></title><description><![CDATA[Il mostro della crisi? Dal sonno degli esperti 
di Rajan Raghuram 
Questo articolo è stato pubblicato il 09 febbraio 2011 alle ore 07:52.L'ultima modifica è del 09 febbraio 2011 alle ore 06:39. 
Troppi dati e poca vigilanza Luca Paolazzi 
Ufficio studi Confindustria Ci si dimentica che l'economia è scienza sociale e che nelle decisioni individuali entrano elementi d'irrazionalità difficili da cogliere nei modelli. 
Inoltre, la mole d'informazioni e variabili è diventata tale che un solo economista non può essere in grado di valutarle tutte in modo appropriato. Infine, nella crisi del 2008, che è stata la peggiore da ottant'anni in qua, si riteneva che le autorità di vigilanza svolgessero il ruolo loro affidato, mentre per negligenza, mancanza di coordinamento o limiti di giurisdizione sono risultate carenti. Con l'aggravante che i bilanci di alcune istituzioni finanziarie non erano ben conosciuti nemmeno dai loro ad. Sono mancati, cioè, dati cruciali. 
È vero, c'è un eccesso di specializzazioneGianni Toniolo Duke University e università Luiss Un amico immunologo della Columbia University dice che l'eccessiva specializzazione della stessa immunologia allontana la scoperta del vaccino contro l'Aids. Raghuram Rajan ha ragione sia chiamando in causa la specializzazione sia preoccupandosi che gli economisti "non abbiano fatto caso" alla crisi. Questa non ha minimamente influito, per esempio, su ipotesi e metodi dell'econometria finanziaria. Aggiungerei un punto alle sue riflessioni. La prima crisi di cui abbiamo notizia è dell' 86 a.C.: gli storici economici hanno una certa consuetudine con l'argomento. Una maggiore interazione tra teoria e storia aiuterebbe molto. Ma la fertilizzazione incrociata resta difficile. 
Macroeconomia e micro non integratePietro Reichlin Università Luiss di Roma L'inadeguatezza della ricerca economica a prevedere la crisi riguarda soprattutto gli economisti macroeconomici e monetari. In realtà i fenomeni sono comprensibili con i modelli che tengono conto delle imperfezioni dei mercati e delle asimmetrie informative. La disciplina non ha recepito queste analisi per due motivi: da una parte la macroeconomia utilizzata da policymaker e banche centrali ha una forte caratterizzazione quantitativa, il che richiede troppe semplificazioni. Inoltre, non è ancora ben chiaro perché la crisi finanziaria abbia avuto un impatto così devastante su reddito e occupazione. Macro e microeconomia non sono ancora sufficientemente integrate. 
Storia e politica per capire davveroMario Deaglio Università di Torino Sono d'accordo con chi dice che gli economisti sono troppo specializzati. Una soluzione potrebbe essere ripartire dalla formazione universitaria e arricchire gli studi con corsi di sociologia, storia e politica, discipline non modelizzabili ma importanti per capire la realtà. Tuttavia lo scopo degli economisti non è fare previsioni. Il nostro lavoro si pone come obiettivo la comprensione del funzionamento delle strutture economiche per poi, eventualmente, applicare queste informazioni in prospettiva. E se è vero che la bontà di queste previsioni rischia di essere relativamente bassa, è anche vero che nessuno ha dimostrato di saper fare meglio. 
TESTI RACCOLTI DA Luca Davi 
da - ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-02-09]]></description><pubDate><![CDATA[09/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Attenti, inflazione in agguato]]></title><description><![CDATA[Attenti, inflazione in agguato 
Riccardo Sorrentino 
Questo articolo è stato pubblicato il 08 febbraio 2011 alle ore 06:39. 
 No alla discrezionalità, no alla confusione. La politica economica deve avere obiettivi chiari e inseguire regole precise, quelle che oggi invitano a fare attenzione all'inflazione e ai debiti pubblici. John Taylor, economista alla Stanford University, non smette mai di ripeterlo. Anche adesso che l'intervento pubblico cerca di liberarsi dei vincoli, Taylor non ha paura a navigare controcorrente e continua a esporre le sue idee: la crisi è stata provocata da errori di politica monetaria, e la Fed comincia ora a rischiare di sbagliare di nuovo.Taylor è un economista molto diverso dagli altri. Non ama molto l'intervento pubblico, ma parla di regole. E le crea, per giunta. Nella sua visita al Sole 24 Ore, poco prima di tenere il Discorso Bruno Leoni 2011, si è più volte tornati a parlare della sua Taylor rule, che egli difende dalle mille, opportunistiche imitazioni. L'ha inventata per dare una guida a una politica monetaria che fosse indipendente ma controllabile, accountable. Gli è stata anche utile per valutare gli sbagli di Alan Greenspan. 
«Questa crisi, così dura, è stata l'effetto di scelte e d'interventi pubblici», ha spiegato ripercorrendo le tesi espresse nel suo libro Fuori Strada: è sua infatti la dimostrazione formale dell'effetto perverso che hanno generato i tassi d'interesse troppo bassi tra il 2003 e il 2005; ed è quindi a lui che si deve l'irreversibile caduta dell'immagine del suo amico Alan Greenspan. Taylor minimizza, cerca di difendere il "primo" Greenspan, ma non è pentito: «Io credo che le mie idee siano state poi confermate», spiega.Oggi la situazione è però diversa. L'inflazione è più bassa, la disoccupazione è più alta, e i tassi a quota zero - per quanto la cosa possa sorprendere - gli sembrano appropriati: «Non critico la politica monetaria di oggi» dice Taylor che avverte: l'errore è in agguato. «Penso che ci sia un rischio d'inflazione: la politica monetaria della Fed è molto espansiva - aggiunge - e il quantitative easing ha reso i tassi ancora più bassi per un tempo più lungo e questo crea preoccupazione. Abbiamo già visto alcuni segnali di rialzo dei prezzi, per esempio nelle commodities. Penso allora che le banche centrali dovrebbero fare una correzione, al più presto, prima che i rischi aumentino. Attualmente i tassi a zero sono vicini al livello che io stesso suggerirei, ma se dovesse prendere slancio la ripresa bisognerebbe alzarli e non penso che questo strozzerebbe la crescita. Anzi». 
È quindi l'ora di uscire dalle politiche anticrisi. Taylor chiede allora di «smontare, in modo ordinato, senza allarmare i mercati, il quantitative easing», che sta ottenendo risultati contrari al voluto: i rendimenti a lunga scadenza stanno salendo, invece di calare. «Non sta aiutando l'economia Usa», dice. Senza contare che questa è politica fiscale, non monetaria e occorre separare i due ambiti.Taylor è piuttosto preoccupato anche per il debito federale, ma non pessimista. L'ex sottosegretario al Tesoro di George W. Bush trova motivi di speranza nella vittoria dei repubblicani alle elezioni di mid-term di novembre. «Ora c'è l'opportunità, negli Stati Uniti, di fare alcune riforme, fermare gli interventi statali, evitare altri stimoli fiscali e tentare di ridurre il debito, tornando a una sana politica monetaria e fiscale. E non penso che sarà una cosa negativa per l'economia». Anche la politica fiscale, aggiunge, funziona poco: «Il governo federale ha trasferito grandi quantità di moneta agli stati per le infrastrutture, ma non è stato fatto nulla».Non molto diverse sono le sue idee su Eurolandia. Anche la Bce, tra il 2003 e il 2005 aveva tassi troppo bassi, racconta, soprattutto per Irlanda, Grecia e Spagna: un livello medio più alto avrebbe ridotto alcuni degli eccessi che stiamo oggi pagando. Adesso, aggiunge, «le scelte della Bce sono corrette. Ho qualche preoccupazione però per il suo coinvolgimento nell'acquisto dei titoli di stato di alcuni paesi, che la distrae dai suoi compiti di politica monetaria». Taylor individua infatti molte somiglianze tra Stati Uniti ed Eurolandia: la creazione di debito e l'esplosione dei deficit, «che sono un problema». La soluzione allora è analoga. «Il consolidamento dei debiti e l'avvio di una sana politica fiscale sono la cosa più importante: i timori che di tanto in tanto sono sollevati, secondo i quali che l'austerità potrebbe essere dannosa per l'economia non trovano prove nei dati che ho esaminato. La preoccupazione è naturale, ma io credo che gli investimenti più in grado di creare posti di lavoro sia quello privato». 
Il problema di fondo, per Taylor, resta ovunque la confusioni di ruoli e di obiettivi. Il triplo mandato della Fed, che deve assicurare la stabilità dei prezzi, la massima occupazione e un basso livello di tassi d'interesse nel lungo periodo è una delle cause dei mali presenti. «In questo modo la politica monetaria tende a spostarsi da un obiettivo all'altro a seconda della situazione».Le politiche non-convenzionali nascono dall'interpretazione di questo triplo mandato, «ma il modo migliore di ottenere il massimo dell'occupazione è garantire la stabilità dei prezzi», spiega Taylor riproponendo uno dei capisaldi della moderna teoria economica. «Il pericolo nasce da questo cambiamento di obiettivi: la politica monetaria diventa troppo discrezionale e, in più, renderà la situazione dell'occupazione peggiore, in futuro». È già accaduto. «Guardate cosa abbiamo ora: crisi, recessione e disoccupazione», aggiunge Taylor che ripete: la causa è la strategia della Fed del 2003-2005, che inseguiva la massima occupazione. 
A rendere unico l'approccio di Taylor è l'insistenza sull'assenza o la cattiva qualità delle regole, non sulla loro presenza come proponeva la retorica del neoliberalismo. «Nel 2000 il congresso ha abrogato la norma che imponeva alla Fed di rendere esplicito il suo obiettivo per la crescita della quantità di moneta. Penso che sia importante che si ripristini questo obbligo. Rendendolo più moderno, naturalmente». Allo stesso modo non è convinto della riforma Dodd-Franck, perché è insieme troppo e troppo poco. «Penso che non affronti molti problemi, come il finanziamento dell'acquisto di case, il tema delle istituzioni troppo grandi per fallire. Soprattutto – aggiunge – ha creato incertezza nell'applicazione, ha fatto pensare che occorreranno molte più regole». 
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
CHI ÈJohn Brian Taylor è nato a Yonkers (New York) nel 1946. Laureato in economia a Princeton nel '68, ha conseguito nel '73 il dottorato di ricerca (PhD) all'Università di Stanford.Ha insegnato alla Columbia University, poi a Princeton e infine a Stanford. È stato sottosegretario al dipartimento del Tesoro durante il primo mandato di George W. Bush. 
Una regola contro le scelte discrezionaliLa Taylor rule è una formula molto semplice che aiuta a definire il tasso ottimale di politica monetaria, tenendo conto di due obiettivi - l'inflazione e la crescita, in genere quella potenziale, alle quali si può attribuire un peso diverso - e dell'attuale andamento dei prezzi e dell'attività economica. Ha permesso a suo "padre" di dimostrare come la Fed, tra 2003 e 2005, abbia commesso un errore mantenendo il costo del credito a livelli troppo bassi. 
da - ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee]]></description><pubDate><![CDATA[08/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Gli investimenti creano posti di lavoro]]></title><description><![CDATA[L'economista Taylor al Sole 24 Ore: la liquidità crea le bolle, gli investimenti privati i posti di lavoro 
di Vittorio Da Rold 
Questo articolo è stato pubblicato il 07 febbraio 2011 alle ore 18:11. 
 «Il quantitative easing, l'alleggerimento quantitativo messo in atto dalla Federal Reserve di Ben Bernanke per ridurre i tassi di interesse a lungo, è un errore», spiega John Taylor, padre della "Taylor rule", in un forum con la redazione del Sole 24 ore in cui si è discusso di come uscire dalla crisi finanziaria, il rischio inflazione e il ruolo delle banche centrali. 
Taylor vuole riportare il ruolo della Fed a una maggiore «responsabilità» verso il Congresso americano ripristando l'obbligo (oggi abolito) di esprimere in un rapporto annuale i suoi obiettivi. Questo per ripristinare la credibilità della Fed che evidentemente - secondo Taylor – è stata incrinata. Anche la Bce deve restare legata al suo mandato di stabilità dei prezzi evitando di «acquistare bond greci» sul mercato secondario. Taylor ritiene che questi sconfinamenti della Fed e della Bce in settori non convenzionali inquinino la divisione classica di ciò che spetta alla politica monetaria e di ciò che spetta alla politica fiscale. «La Fed oggi ha un mandato multiplo: 1) tenere bassi i tassi a lungo termine, 2) stabiltà dei prezzi; 3) ottenere il tasso migliore di occupazione. Occorre puntare sulal stabilità dei prezzi come priorità», dice Taylor. Altrimenti si finisce come Alan Greenspan, che parte bene ma finisce male il mandato. 
Le Banche centrali devono «guardare all'inflazione che è il rischio maggiore, che a causa della globalizzazione si riflette immediatamente nel resto del mondo», causando disequilibri mondiali. Se la politica monetaria deve tornare all'antico anche la politica fiscale deve ridurre il debito: «Gli Usa devono pensare a mettere i conti in ordine: molti oggi (il segretario al Tesoro, Tim Geithner, in primis) credono che un consolidamento fiscale troppo rapido potrebbe frenare la ripresa in atto», spiega. «In realtà il rischio viene dal fatto che negli ultimi tre anni le spese federali sono incrementate del 21 e poi del 25% rispetto agli anni precedenti», commenta Taylor. 
Per questo i tassi devono cessare di essere troppo bassi («la liquidità è la causa delle bolle immobiliari»), e i pacchetti di stimolo devono coinvolgere di più il business, perché «i posti di lavoro vengono creati dagli investimenti privati». 
Una posizione monetarista classica, favorevole alla scuola di Chigago e anti-keynesiana, che guarda con scetticismo alle posizioni di Raguran Rajan, ex capo economista dell'Fmi, che indica nelle sperequazioni di reddito le cause del declino della classe media in America. 
«La realtà è molto più complessa», chiosa Taylor che invita a mettere i conti in ordine a considerare l'indebitamento eccessivo come il problema principale, seguendo una politica di austerità a Washington. In questo senso indica la maggioranza ai repubblicani nella Camera dei rappresentanti come un'opportunità da non perdere e che farà bene al paese. 
Le banche centrali tornino a forme più austere, facciano ripartire l'exit strategy e si occupino della stabilità dei prezzi. I governi si preoccupino di mettere ordine nei conti pubblici e lascino al business il compito di creare posti di lavoro. Più che un americano, Taylor, sembra un cantore della politica tedesca di Frau Merkel: austerità e no all'aquisto dei bond dei periferici. Forse è solo la consapevolezza che la stagione dei capitali a basso costo, "farewell to cheap capital" è, come ha ricordato il Nobel Michael Spence, davvero al capolinea di qua e di là dell'Atlantico. 
©RIPRODUZIONE RISERVATA 
da - ilsole24ore.com/art/economia]]></description><pubDate><![CDATA[08/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[GLI ANNI DELL'EDONISMO REAGANIANO]]></title><description><![CDATA[6/2/2011 
Gli anni dell'Edonismo Reaganiano 
ROBERTO D'AGOSTINO 
All’inizio, pare soltanto un tormentone di «Quelli della notte», gag priva di senso, battuta demenziale, sandwich di termini, anche astrusi. Invece, sorpresa, l’Edonismo Reaganiano travalica il piccolo schermo e gli addetti alle opinioni di massa dichiarano che non è solo un goliardico scherzo catodico ma il piedino di porco per penetrare nella Weltanschauung degli Anni 80. 
Apre il varco il filosofo Gianni Vattimo, oracolo del nichilismo post-moderno e agit-prop del «pensiero debole», celebrando la nuova etichetta su La Stampa con un editoriale che si intitola proprio Edonismo Reaganiano. Ma i consensi dotti e intellettuali all’uso e abuso dello slogan provengono anche da voci più ortodosse. Dice Giuseppe Vacca, deputato comunista e pensatore di un certo impegno: «Apprezzo molto questa formula. Sono riusciti a nominare “la cosa” con un linguaggio metaforico tutt’altro che banale. Credo che il loro sia il primo contributo di pensiero critico diffuso attraverso i mezzi di comunicazione di massa, particolarmente utile per la percezione dei cambiamenti che stiamo vivendo». Ancora. «Non si capisce di questi Anni 80 se non si prende atto di questi cambiamenti e si continua a ragionare come negli Anni 70», osserva il filosofo Salvatore Veca. 
Che aggiunge (Panorama, 30 giugno 1985): «Anche nell’epoca della felicità privata si può mantenere la capacità di raziocinio, non demonizzare né santificare quel che succede, ma cercare di distinguere». È questa la grande sfida che la sinistra, il Pci di allora, raccoglie nel peggiore dei modi, continuando imperterrita a demonizzare l’essere e il benessere (e il risultato, dieci anni dopo, si chiamerà berlusconismo senza limitismo - e senza il reaganesimo un Berlusconi non sarebbe mai sbucato dallo Stivale). Il giochino di prestigio è riuscito. Il coniglio sbuca dal cappello a cilindro. In precario equilibrio tra l’ironico e il grottesco, spiego, trasmissione dopo trasmissione, quali sono i pensatori che tramano dietro la formuletta edonista, personaggi scelti con cura in base alla struttura del nome ma soprattutto in base ai titoli dei loro libri: «L’insostenibile leggerezza dell’Essere» per Kundera, «Il pensiero debole» per Vattimo, «L’impero dell’Effimero» per Lipovetsky, «L’estetica del brutto» per Rosenkranz, «L’ideologia del traditore» per Bonito Oliva. Ecco, basta mettere in fila indiana i titoli di cui sopra per ottenere la soluzione dell’ambo Edonismo Reaganiano. 
Aggiungere infine il titolo definitivo: Post-politica, e il cerchio si chiude. Siamo al di qua e al di là dei partiti, in un paesaggio che vede l’economia schiacciare la politica (la famigerata reaganomics), in cui sale alla ribalta il leader che si fa partito. Addio scudo crociato, in soffitta falce e martello, benvenuti negli Anni 80. Si è chiuso il ciclo della politicizzazione, del protagonismo collettivo e della ricerca della felicità sociale, secondo l’espressione coniata dal sociologo Albert Hirschmann. Di qui, complice la delusione sui risultati delle battaglie sociali e ideologiche, finite nell'assassinio di Aldo Moro, inizia un nuovo ciclo, quello della felicità individuale, dell’affermazione personale. Mescolare le carte, dunque. Dal sinistrismo al narcisismo, dal Noi all’Io, dalla sommossa delle Bierre alla mossa delle Pierre, da Lotta Continua al successo di breve durata, dai furgoni cellulari al telefonino cellulare, dal significato al significante, dalle fratte ai frattali, dal ciclostile al fax, dalla rivolta a Travolta. È un Pediluvio universale. Impara l’arte e mettila nei party. Peperoncino dall’inizio alla fine. Conciliare l’alto e il basso. L’Est e l’Ovest. La Storia e la scoria. La qualità e la quantità. 
Le Botteghe Oscure e le boutiques lucenti. Del resto, lo scavalcamento dei ruoli, la sapienza combinatoria, il desiderio di sedurre, è ben rappresentato e legittimato dalle culture emergenti degli Anni 80: il Post-moderno nell’architettura, la Transavanguardia nella pittura, il pensiero debole nella filosofia, il miraggio del look nelle tribù giovanili, il computer come memoria istantanea, il video come operazione di smontaggio e rimontaggio della realtà. Se non si può opporre l’avanguardia alla tradizione, né l’avvenire al passato, contro gli opposti estremismi, il doppio-gioco dell’Edonismo Reaganiano è allora un tentativo positivo di mettersi in comunicazione con l’astuzia del tempo e l’ambivalenza del presente. E non è singolare che sia toccato proprio a Umberto Eco di diventare con l’intercontinentale e incontinente trionfo popolare del «Nome della rosa» il garante dello slittamento, della doppia identità. L’Edonismo Reaganiano sbandiera la «democrazia del frivolo», sfacciatamente, portando con sé non solo trash e flash, ma anche i bollori della creatività individuale e del pluralismo, e riconcilia la tecnologia con il gioco, il potere politico con la seduzione, il sesso con il piacere, il divertimento con la vita. 
Dunque, gli Anni 80 di mezzo non sono solo il nostro momento di massimo «orgiasmo», come scrive il sociologo francese Michel Maffesoli ne «L’ombra di Dioniso», ma anche l’apoteosi del Gusto del Cattivo Gusto. Dietro il quale, riassume brutalmente Milan Kundera, «c’è il bisogno di negare e nascondere “la merda”, il bisogno di occultare il lato fecale dell’esistenza». 
http://lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[06/02/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Da assenze a turni, la crociata di Marchionne]]></title><description><![CDATA[Da assenze a turni, la crociata di Marchionne 
Obiettivo aumento produttivita' Mirafiori. Con rsa fiom fuori 
15 gennaio, 17:51 TORINO - Turni, malattia, pause, straordinari: sono questi gli elementi principali della crociata di Sergio Marchionne per l'incremento di produttività di Mirafiori. Diverse le novità del piano, alcune già in vigore a Pomigliano e a Melfi: i sabati lavorativi passano da 40 a 120, il riposo si riduce di 10 minuti a turno e chi vuole potrà fare la settimana cortissima lavorando 10 ore per 4 giorni 
- ASSENZE: nella fabbrica torinese le assenze per malattia sfiorano una media dell'8% e la Fiat punta a regime a scendere al 3%. Dopo sei mesi di rodaggio (nei quali l'obiettivo è portare la media al 6%) l'azienda non pagherà il primo giorno di malattia (a carico dell'Inps è solo dal quarto giorno) nel caso di assenze brevi, ripetute e a ridosso delle feste. 
- TURNI e STRAORDINARI: Quando partirà la joint venture con Chrysler (a metà 2012) la newco potrà lavorare con un sistema di turni che cresceranno a seconda delle esigenze di mercato fino a 18 (tre per 6 giorni la settimana) ma il 18/o (il sabato notte) sarà pagato come permesso oppure si potrà avere una ampia maggiorazione salariale. Le ore di straordinario nel complesso obbligatorie per i dipendenti saranno 120 l'anno (15 sabati lavorativi), 80 in più rispetto alle 40 (5 sabati lavorativi) previste oggi dal contratto. Chi ha problemi può essere sostituito da volontari, ma fino al 20% dell'organico. La cifra di 120 ore è già prevista a Pomigliano. 
- SETTIMANA CORTISSIMA MA CON 10 ORE AL GIORNO: C'é una proposta sperimentale di lavoro su quattro giorni ma con turni di dieci ore. La sperimentazione sarà su base volontaria. 
- PAUSE E MENSA A FINE TURNO: l'azienda ha chiesto ai sindacati di ridurre le pause di 10 minuti nel complesso portandole da due di 20 minuti a tre di dieci su modello di Pomigliano ma anche di Melfi. La diminuzione delle pause (da 40 a 30 minuti al giorno) sarà compensata con 32 euro al terzo livello al mese. L'azienda ha chiesto anche di spostare la pausa mensa a fine turno (é già in vigore a Melfi dal 1992 e a Pomigliano dall'accordo del 15 giugno) ma se ne parlerà nel 2012. 
- CLAUSOLA RESPONSABILITA': qualora i sindacati proclamino uno sciopero o vanifichino l'accordo sottoscritto si attiva la verifica preventiva nella Commissione nazionale paritetica di conciliazione che valuta eventuali provvedimenti a carico delle organizzazioni sindacali, in materia di contributi e permessi. Per i singoli lavoratori, invece, ci saranno contestazioni disciplinari in caso di violazioni contrattuali. 
- RAPPRESENTANZA: si ritorna alle rappresentanze aziendali (Rsa) al posto delle attuali Rsu. Questo implica il fatto che i sindacati che non hanno sottoscritto l'accordo, come la Fiom, vengano esclusi dall'attività sindacale in fabbrica. 
http://www.ansa.it]]></description><pubDate><![CDATA[17/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Artigiani avanti piano]]></title><description><![CDATA[Artigiani avanti piano 
Pesa il rischio credito 
di Franco Sarcina 
Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2011 alle ore 15:08. 
 L'artigianato chiude un 2010 in chiaroscuro e affronta un 2011 che dovrebbe vedere finalmente la ripresa, ma si ritrova ad affrontare un mercato profondamente diverso rispetto a quello "pre-crisi". Come è infatti chiaro dai dati Unioncamere-InfoCamere, nel terzo trimestre del 2010 è tornato largamente positivo il saldo fra le nuove imprese iscritte alle Camere di Commercio e quelle cancellate, (+3.547), che invece era stato molto più basso nello stesso periodo 2009 (1.673). 
Questo segnale positivo viene tuttavia in parte compensato da quello fornito dal Barometro della Cna, secondo cui fatturato, produzione ed ordini hanno registrato una lieve discesa nel terzo trimestre 2010 rispetto al periodo precedente. In particolare, si è verificata una battuta d'arresto delle vendite all'estero.Secondo Giorgio Guerrini, presidente di R.Ete Imprese Italia e di Confartigianato, «se confrontiamo Italia e Germania sui tre parametri pil, occupazione e competitività, ci accorgiamo che siamo paragonabili solo nel dato dell'occupazione. Di fatto, in Italia è stata creata dell'occupazione che non ha creato reale ricchezza. Occorre cominciare –sottolinea Guerrini – a togliere i legami che tuttora esistono: la liberalizzazione dei servizi pubblici locali è una di quelle cose che sono state promesse ma non sono ancora state fatte. Per il 2011 – continua – ci aspettiamo una crescita, seppure molto lenta. Dobbiamo però rimuovere gli ostacoli: burocrazia, lavoro sommerso, mancanza di una normativa sul Made in Italy».Guerrini è comunque ottimista per quanto riguarda alcuni settori: «Mi aspetto buoni risultati dalla "green economy", così come dalla filiera alimentare di qualità. Però, il problema è che non abbiamo uno Stato che sostiene imprenditori ed artigiani bravi». Guerrini conclude con tre speranze per il 2011: «Riuscire ad avere relazioni sindacali con lo sguardo proiettato verso il futuro; sfoltimento della giungla burocratica; maggiore disponibilità di crediti». 
Secondo Ivan Malavasi, presidente della Cna, «l'Italia sconta diverse zavorre: dal costo eccessivo della tassazione ai salari stagnanti, che non consentono una crescita dei consumi e che si traducono, complessivamente, in una modesta competitività del paese. L'effetto positivo di un buon export - continua Malavasi - per le imprese di medie e grandi dimensioni, sulle aziende piccole dell'artigianato non ha portato i medesimi benefici. In pratica, chi è piccolo in Italia soffre maggiormente di una ripresa debole. Tra i vari problemi che occorre affrontare - continua - c'è la presenza di troppi vincoli che non consentono al paese di liberare risorse. La realtà è che l'Italia è meno competitiva rispetto al passato. Si sconta la mancanza di un mercato veramente libero, con famiglie e imprenditori che pagano costi indiretti eccessivamente alti. Servirebbe a questo punto una grande riforma fiscale. La burocrazia - conclude Malavasi - costa alle imprese artigiane 15 miliardi di euro all'anno». 
Giacomo Basso, presidente di Casartigiani, sottolinea che «la crisi non è assolutamente finita. C'è molta prudenza. Il settore produzione, collegato alla grande impresa, è quello che negli ultimi tempi ha avuto maggiori difficoltà, mentre la piccolissima impresa è andata abbastanza bene e i servizi hanno dimostrato un'ottima capacità di adattamento. Restano d'altra parte molti problemi – continua Basso – la pressione fiscale è del 30-40% più alta che all'estero; esistono inoltre problemi di accesso al credito, burocratizzazione, carenza di infrastrutture. Per il 2011 è indispensabile che si trovino facilitazioni per l'accesso al credito: le banche devono rimodellarsi sulla nuova mappa genetica delle imprese italiane ». 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[17/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Non lasciamo sola la «piccola Italia»]]></title><description><![CDATA[Non lasciamo sola la «piccola Italia» 
di Aldo Bonomi 
Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2011 alle ore 15:10. 
Servono i freddi numeri per capire se tiene il tessuto diffuso dell'artigianato e della microimpresa. Che, con i suoi caldi numeri e la sua estensione sociale e territoriale, di questi tempi usiamo un po' come la nostra coperta di Linus. Temo sia necessario sgombrare il campo da queste retoriche. Quella coperta tranquillizzante mostra buchi, crepe e vi si aprono faglie.La prima faglia è quella della dimensione. Le elaborazioni di Unioncamere, in questo senso, non lasciano spazio a fraintendimenti. 
Fatto 100 il fatturato di dieci anni fa delle imprese manifatturiere italiane, le imprese che superano i 50 milioni di fatturato sono oggi a quota 98,9, quelle tra i 5 e i 50 milioni a 95,9. A soffrire di più sono le piccole e le microimprese, che si attestano rispettivamente a 88,2 e 69,1. Performance, queste, che assottigliano pericolosamente il rendimento sul capitale investito, dal 6,9% al 4% per le piccole, dal 6,8% al 3,4% per le microimprese. E che fanno crescere ancora di più l'incidenza del costo del lavoro sul fatturato, che passa dal 16,6% al 18,1% per le piccole e dal 20,9% al 23,5% per le microimprese.L'impatto della crisi è stato differente anche in relazione ai diversi settori economici e della posizione delle imprese lungo la filiera. Soffre tremendamente chi opera su mercati esposti alle oscillazioni dell'economia mondiale. Ed ancor di più chi è inserito nei cicli di subfornitura. È una minoranza l'avanguardia agente del popolo dei piccoli che ha imboccato la strada dell'internazionalizzazione senza l'ombrello protettivo della media impresa committente. Caso esemplare, quello della meccanica. Per la quale i dati elaborati dal Centro Studi della Cna raccontano di una contrazione della produzione del 33,7% e una diminuzione del fatturato del 24,4% fra il 2008 e il 2009. Altri soffrono meno, invece. Chi si rivolge direttamente ai mercati di consumo, ad esempio, che ha mitigato l'impatto del calo degli ordini puntando su produzioni di maggior qualità, sulla terziarizzazione e su elementi immateriali quali il brand e la fascinazione del prodotto. Come il settore calzaturiero, ad esempio. Che a fronte di un crollo della produzione, diminuita del 43,7% negli ultimi cinque anni, ha subito un ben più contenuto calo del fatturato, nell'ordine del 9%. Soffre ancor meno chi, operando nei bacini protetti dei mercati locali, ha potuto beneficiare di politiche pubbliche di sostegno alle economie di territorio. Si pensi, ad esempio, agli impiantisti, trainati dalle nuove normative in materia di risparmio energetico e dalle sovvenzioni che stanno gonfiando come un palloncino - alcuni già parlano di "bolla" - i settori della nostrana green economy. Esperienza, questa, che al di la dei dubbi sulla solvibilità e la celerità dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, rimane un segnale importante che ci fa dire che quando si imboccano strade innovative il popolo dei piccoli è svelto ad imboccarle. 
Non dimentichiamo che a rattoppare molti buchi della coperta del capitalismo molecolare ci ha pensato la cassa integrazione in deroga. Che è ancora necessaria per quel motore immobile delle imprese che non chiudono, ma che non ha ancora assimilato la discontinuità che l'innovazione tende sempre più ad essere una precondizione alla sopravvivenza. È vero i numeri di Unioncamere ci dicono che anche nell'anno appena passato "piccole imprese crescono", 22.000 in più rispetto al 2009. Ma, discutendo con Rete Imprese Italia, ti dicono che tra i loro associati, più che nuovi settori dell'innovazione e player internazionalizzati, si ritrovano spesso servizi dequalificati e concorrenza a basso costo. 
Sono numeri, storie, di una tempesta silenziosa, che non raggiunge le prime pagine dei giornali e i titoli dei tg. Ma che obbliga a riflettere e porsi domande. Non fanno rumore i tanti sussurri di chiusura di piccole imprese. O il tragico togliersi la vita di coloro che nel fallimento dell'impresa vedono il fallimento di un progetto di vita operosa. Ma quel che più mi preoccupa, al di là dei numeri, come sempre sono le tendenze di lungo periodo e lo scavare nell'antropologia e nella cultura del capitalismo molecolare. Non c'è dubbio che rispetto al ciclo lungo che per vent'anni, dal '70 al '90, dentro la crisi del fordismo, aveva dato origine alla proliferazione del postfordismo italico fatto di impresa diffusa, piccola impresa e artigianato, tutti quanti assieme protagonisti dell'Italia dei distretti, oggi, a fronte dei nuovi scenari dati dalla globalizzazione e dalla crisi si è passati da una fase di proliferazione a una di selezione. A cui corrisponde un interrogativo più profondo. Mi pare che siamo di fronte al venir meno della spinta propulsiva di una generazione. Quella che dalla bottega è passata al capannone, dal capannone al capitalismo molecolare, e da questo alla condensa dei distretti produttivi. Sentendo il racconto di molti artigiani e di molti titolari di piccola impresa, riecheggia la stanchezza data dalla perdita di status e di ruolo sociale, soprattutto nei confronti dei figli. Una perdita di ruolo sociale che avevamo già sentito nei racconti dei contadini. Così oggi loro ti raccontano come sia sempre più difficile trattenere i figli o prendere dei giovani nel ciclo dei capannoni. Questione non da poco. Che, se vogliamo dirla fuori dal racconto sociale, rimanda al delicato passaggio che dentro la crisi abbiamo tra l'Italia manifatturiera e l'Italia del terziario che verrà. Non possiamo permetterci di perdere la prima in una fase storica in cui non abbiamo ancora costruito la seconda. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[17/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[E' infatti notizia di oggi che Campofrio Food Group ne ha acquisito il 100%]]></title><description><![CDATA[I salumi Fiorucci parlano da oggi spagnolo 
Di Francesca Gerosa 
I salumi Fiorucci, i grandi sapori d'Italia come recita lo slogan, parlano da oggi spagnolo. 
E' infatti notizia di oggi che Campofrio Food Group ha acquisito il 100% dell'azienda romana per 45 milioni di euro da un veicolo lussemburghese controllato al 65% dal fondo Vestar Capital e al 35% dalla famiglia Fiorucci e dal management. 
L'operazione, seguita da JP Morgan come advisor, ha un valore complessivo di circa 170 milioni di euro tra contanti e assunzione di debito netto segnalati. Il gruppo Cesare Fiorucci ha una posizione finanziaria netta negativa per circa 126 milioni di euro al 31 dicembre 2010 e un fatturato, nell'ultimo esercizio, di 320 milioni di euro. 
Tutto è cominciato nella piccola bottega artigianale aperta a Roma, nel 1850, dal salumiere di Norcia Innocenzo Fiorucci. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il figlio Cesare la trasformò in un'industria istituendo, nel 1950, l'Industria Romana Carni e Affini (IRCA) che poi diventò, passando attraverso l'apertura di controllate in Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti, l'attuale Cesare Fiorucci. 
"Crediamo che questa acquisizione consentirà di creare sinergie dal primo anno", ha commentato Robert A. Sharpe, amministratore delegato di Campofrio Food Group. Questa integrazione "è la chiave per la strategia di crescita della nostra azienda e ci permette di rafforzare la presenza di i nostri prodotti sia in Italia che in altri mercati", ha sottolineato Giuseppe Mangano, amministratore delegato di Fiorucci. 
http://www.milanofinanza.it/news]]></description><pubDate><![CDATA[14/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La nuova frontiera si chiama Quora]]></title><description><![CDATA[Facebook e Twitter? Già superati 
La nuova frontiera si chiama Quora 
di Ivan Fulco 
Si scrive Quora, come un fasullo plurale del latino "quorum", ma per i suoi utenti è una "Wikipedia delle domande e delle risposte". Il progetto è di un gruppo di reduci di Facebook, alla ricerca di un fenomeno nuovo da far esplodere in Rete, ma l'idea in realtà è antica come Internet stessa: creare una comunità di utenti esperti che, attraverso lo scambio di conoscenze, produca un archivio di domande e risposte su qualsiasi argomento dello scibile umano. 
Nel marzo del 2010, quando il progetto Quora.com entrò nel vivo, il suo fondatore, Adam D'Angelo, aveva le idee chiare: "Riteniamo che oltre il 90% delle informazioni che le persone vogliono conoscere non siano ancora disponibili sul web in un formato abbastanza semplice da comprendere per tutti". Oggi, Quora è candidata ai Crunchies Awards 2010, i premi dell'innovazione tecnologica assegnati negli Stati Uniti, in due categorie, come miglior sito e come migliore idea dell'anno, accanto a nomi come Facebook, Twitter o Groupon. 
L'attuale quotazione di mercato del sito è di 86 milioni di dollari. Una cifra fuori parametro per un servizio con circa 320.000 utenti e un archivio di 110.000 domande, ma che, allo stato attuale, non ha ancora completamente aperto i battenti. La registrazione alla comunità di Quora.com è attiva per gli utenti statunitensi solo da pochi mesi. Per chiunque voglia partecipare dall'estero, è ancora previsto un sistema di accesso a inviti. Eppure il popolo di Internet è già entusiasta di questo figlio illegittimo di Facebook. Il punto di forza di Quora, secondo gli utenti, è proprio nella qualità dei contenuti. 
Chiunque può porre la sua domanda sul sito. Chiunque può dare una risposta. Ma diversamente dal più caotico Yahoo Answers, babele digitale ormai ingovernabile e ingovernata, tutti possono correggere le discussioni, domande incluse, esattamente come accade con gli articoli di Wikipedia. L'obiettivo ultimo è quello di creare un archivio di discussioni su singoli argomenti. Nessuna domanda deve avere un doppione. Ciascun tema dev'essere inserito nella corretta categoria. 
Gli ideatori lo definiscono "Inverse blogging", ovvero una forma di wiki-giornalismo divulgativo. Alcuni commentatori, tuttavia, sono perplessi. La qualità dei contenuti, è la domanda, riuscirà a sostenere l'impatto quando il fenomeno Quora.com esploderà a livello globale? La risposta, secondo Adam D'Angelo, è nella sua sconfinata fiducia nel genere umano: la forza della comunità è superiore a qualsiasi contributo negativo. "Se osservi gli ultimi dieci anni della comunicazione – spiega – puoi intravedere un filo conduttore: il desiderio latente delle persone di condividere ciò che conoscono". 
Un sistema di "reputazione", d'altra parte, permette di isolare chiunque tenti di sabotare gli articoli, favorendo gli utenti più costruttivi. Le "Q&A platform", ovvero le comunità di domande e risposte, non sono una novità dell'ultima ora su Internet. Tra i casi storici c'è il già citato Yahoo Answers, un servizio che oggi paga la quantità di contenuti con il crollo della qualità. 
Il principale contendente è invece Facebook Questions: un progetto che, paradossalmente, alcuni membri di Quora hanno contribuito a fondare. Ma tra le startup, ovvero i nuovi concorrenti sul mercato, già si fanno strada nomi come Peerpong, Formspring o Hunch. Senza dimenticare Google, che dopo l'acquisizione del sito Aardvark, promette di sfruttarne il know-how per dare vita a una propria piattaforma di domande e risposte. 
Un progetto che non sorprende, se si pensa che il nuovo fenomeno delle Q&A potrebbe sottrarre utenti proprio ai classici motori di ricerca, offrendo accesso diretto a informazioni già organizzate e più comprensibili. È l'utopia dell'era digitale che ritorna: Internet come il luogo in cui trovare tutte le risposte. Un mito antico come la Rete stessa. 
9 gennaio 2011http://www.unita.it]]></description><pubDate><![CDATA[10/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[È il neoliberismo che ci ha fatto diventare obesi]]></title><description><![CDATA[Altro che fast food. 
È il neoliberismo che ci ha fatto diventare obesi 
di Chiara Beghelli 
Questo articolo è stato pubblicato il 08 gennaio 2011 alle ore 15:54. 
 Non prendetevela con il Texas Triple Whopper Sandwich da 1310 calorie, con il Baconator Triple Burger da 1330, oppure con la sempre famigerata tv. La colpa dell'epidemia di obesità dei ricchi paesi occidentali è della loro stessa fonte di ricchezza. Cioè, dell'economia di mercato. A proporre la nuova funzione sono stati gli antropologi e gli economisti dell'università di Oxford con uno studio pubblicato di recente nella rivista "Economics and Human Biology". 
I ricercatori hanno messo a confronto i tassi di obesità di 11 paesi ricchi, usando i dati di 96 ricerche nazionali fatte nel decennio 1994-2004, e notando per prima cosa che il numero maggiore di obesi si registrava nei paesi anglofoni, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia, che erano anche quelli definiti "market-liberal", cioè di spiccata fede neo-liberista. Al contrario, i cittadini erano più magri e in salute nei paesi dove welfare e presenza dello Stato nell'economia erano più spiccati, cioè Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Spagna e Svezia. Con un ottimo primato per noi, una volta ogni tanto: siamo il paese con meno obesi di tutti, il 17% della popolazione contro il 30% degli Stati Uniti. 
Il teorema degli oxfordiani è semplice: l'economia di mercato ha alimentato la flessibilità contrattuale, il calo delle garanzie sindacali, l'avarizia del welfare. Tutto ciò genera stress e lo stress porta a consumare sempre più "confort food", proprio come fanno anche gli animali selvatici che si ingrassano se stressati. Gli studiosi hanno preso in prestito anche i dati del "Big Mac Index" dell'Economist che dimostrano come i prezzi dei fast food siano più bassi nelle economie di mercato, «a causa dei bassi livelli di tasse e salari che prevalgono in quei sistemi. Il "fast food shock" (cioè l'iperconsumo di cibi pronti e ipercalorici) è più intenso in queste economie».Quindi se il mercato libero genera stress è «perché mette a repentaglio la stabilità personale e la sicurezza», si legge nello studio. Ecco, è soprattutto l'insicurezza a renderci grassi, insicurezza generale che per gli studiosi britannici si compone di quella legata al lavoro, ai disagi della mono-genitorialità, dell'età e delle malattie. Tutte paure che un solido sistema di welfare può contribuire a dissipare. 
A spiegare con chiarezza la nuova teoria è stato il professor Avner Offer, direttore dello studio, docente di storia economica a Oxford e che alla Bbc ha detto: «L'inizio della diffusione e la crescita dell'obesità su larga scala inziò durante gli anni 80, gli stessi del rafforzamento del liberismo nelle nazioni anglofone. Può essere che i benefici economici di un mercato aperto e flessibile siano stati ottenuti pagando in termini di salute personale e pubblica». Chiaramente lo studio dovrà essere approfondito, come gli stessi autori suggeriscono nelle loro conclusioni. Ma la strada per un nuovo approccio al più grave problema sanitario dell'Occidente è stata aperta. Anche se già Leo Longanesi, nei più magri anni 50, aveva capito che «la libertà tende all'obesità». 
©RIPRODUZIONE RISERVATA 
http://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[08/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[IMPIANTO FIAT E PROPOSTE FIOM]]></title><description><![CDATA[IMPIANTO FIAT E PROPOSTE FIOM 
NON RICONOSCIMENTO MALATTIA/MUTUA 
Impianto Fiat: se l’assenteismo non sarà inferiore al 3%, nella Nuova Società ai dipendenti che si assenteranno per più di 2 volte nell’arco di 12 mesi per malattia non superiore a 5 giorni che precedono o seguono le festività, o il riposo settimanale, o le ferie, verrà riconosciuto, per l’intero periodo dell’assenza solo il trattamento economico per malattia in generale previsto dalla legge a carico dell’Inps. 
Commento: questo vuol dire che l’azienda non pagherà ai lavoratori i primi 3 giorni di mutua e per i restanti giorni i lavoratori riceveranno solo la metà della retribuzione. Quindi su 5 giorni di mutua al lavoratore verrà pagato solo 1 giorno. 
Impianto Fiat: verrà istituita una commissione paritetica alla quale verrà demandato il compito di individuare i casi in cui non si applica il non riconoscimento della retribuzione a carico dell’azienda. 
Commento: una commissione valuterà i casi particolari e deciderà a chi eventualmente pagare i giorni di mutua. 
PROPOSTA FIOM:su questo aspetto la Fiom non è disponibile a giungere ad un accordo in quanto viene messo in discussione un diritto del lavoratore sancito dal CCNL. 
Questa “regola” inizierà, in parte, ad essere applicata a partire dal 2011. 
LAVORO STRAORDINARIO OBBLIGATORIO E RECUPERI PRODUTTIVI 
Impianto Fiat: per far fronte alle esigenze produttive di recupero, avviamento e punte di mercato, l’azienda potrà far ricorso a 120 ore di lavoro straordinario obbligatorio pro-capite nella giornata di riposo oltre la domenica. 
Commento: le ore di straordinario obbligatorio al sabato, o nella giornata di riposo, passano da 40 a 120. 
PROPOSTA FIOM:applicazione delle 40 ore di straordinario già previste dal CCNL e le 64 ore di plurisettimanalità previste sempre dal CCNL. Nel caso delle 64 ore, possibilità del lavoratore nel scegliere tra il pagamento in straordinario o il recupero sotto forma di permessi. 
TAGLIO DELLE PAUSE 
Impianto Fiat: la Nuova Società ridurrà le pause da 40 minuti a 30 minuti, in 3 pause da 10 minuti collettive. I 10 minuti saranno monetizzati. 
La riduzione delle pause da 40 minuti a 30 minuti sarà applicata a partire da aprile 2011. 
Commento: c’è il taglio netto delle pause. 
PROPOSTA FIOM:la riduzione delle pause non è accettabile in quanto influirebbe negativamente sulla salute del lavoratore aumentando il rischio di contrarre malattie professionali come gomito del tennista, epicondiliti, tunnel carpale, ecc. 
La Fiom ha proposto di effettuare le pause a scorrimento per garantire al lavoratore il riposo e all’azienda il maggior utilizzo degli impianti. 
MENSA A FINE TURNO 
Impianto Fiat: La mezz’ora di mensa viene strutturalmente spostata a fine turno nella Nuova Società 
PROPOSTA FIOM:lo spostamento della mensa a fine turno non ha nessuna influenza sulla produttività aziendale (e quindi non è giustificabile), ma ha grande influenza sulla salute del lavoratore in quanto la mensa in mezzo al turno permette il riposo del lavoratore e conseguentemente l’abbattimento del rischio di riscontrare malattie professionali. Inoltre la mensa a fine turno non permette al lavoratore di mangiare e quindi di recuperare le forze necessarie al fabbisogno dell’organismo. La Fiom non è quindi d’accordo e ha chiesto di lasciare la mensa in mezzo al turno. 
ABOLIZIONE VOCI RETRIBUTIVE, MAGGIORAZIONI, INDENNITA’ PRESENZA 
Impianto Fiat: paga posto, indennità disagio linea, premio mansioni e premi speciali cancellate e messe nel superminimo individuale equivalente a 0,177 €/ora. 
Sulle maggiorazioni di straordinario, notturno e festivo, nulla cambia. 
Indennità di prestazione, legata alla presenza, per coloro che lavorano in linee a trazione meccanizzata pari a 0,1877 € lordi/ora. 
ORARI ED UTILIZZO DEGLI IMPIANTI 
Impianto Fiat: possibilità di utilizzare tre tipi diversi di articolazione degli orari di lavoro: 
a) Schema classico su 15 turni di 8 ore giornaliere per 5 giorni alla settimana, con la ½ ora di pausa mensa spostata a fine turno. 
b) Schema a 18 turni (con la possibilità di articolarlo anche con settimane flessibili di 48/32 ore), con spostamento della ½ di mensa a fine turno. 
c) Uno schema eventuale e sperimentale di 12 turni a scorrimento su 6 giorni, con turni di 10 ore al giorno per 4 giorni alla settimana e due di riposo (oltre alla domenica) con orari del 1° turno dalle ore 6.00 alle ore 16.00 e del 2° dalle ore 20.00 alle ore 6.00; in questo caso la ½ di mensa rimarrebbe all’interno del turno e la possibilità di straordinario verrebbe richiesta nei giorni di riposo. 
I lavoratori della manutenzione e della centrale vernici faranno i 21 turni. (7giorni su 7) 
Commento: La Fiat vuole passare, in base alle sue esigenze e in modo unilaterale, da un orario all’altro tra questi tre. 
PROPOSTA FIOM:nessuna pregiudiziale ad inserire una turnistica già prevista dal CCNL (15 e 18 turni) per garantire il maggior utilizzo degli impianti. Contrarietà ad effettuare turni da 10 ore al giorno (anche in via sperimentale) in quanto avrebbero effetti negativi sulla salute del lavoratore per i lunghi periodi di lavoro. La Fiom ha proposto una maggiorazione. 
SANZIONI DISCIPLINARI E OBBLIGHI DEL SINGOLO LAVORATORE SANZIONI AL SINDACATO 
Impianto Fiat: le parti del presente accordo integrano la regolamentazione dei contratti individuali di lavoro, sicché la violazione da parte del singolo lavoratore di una di esse costituisce infrazione disciplinare, secondo gradualità, degli articoli contrattuali relativi ai provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti per mancanze e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole. 
Previste sanzioni al sindacato che configurano una limitazione al diritto di sciopero. 
Commento: la Fiat si riserva di sanzionare il lavoratore, che per qualsiasi motivo violi una delle clausole presenti nell’intesa, fino ad arrivare al licenziamento. 
PROPOSTA FIOM:assolutamente inaccettabile, nessuna proposta in merito. 
LAVORATORI CON IDONEITA’ SPECIFICHE / METODO ERGO-UAS 
Impianto Fiat: applicazione da aprile 2011 della metodologia Ergo-Uas che possiede la duplice valenza di prevenire l’insorgenza di patologie, attraverso la corretta definizione del rischio in fase progettuale e preliminare, e supportare una corretta gestione del personale con idoneità specifiche. 
Commento: Fiat applicherà a tutti la metrica Ergo-Uas e si riserva di rivedere il sistema di idoneità al lavoro, quindi anche coloro che hanno delle limitazioni potranno essere ricollocati su altre mansioni rispetto alle attuali. 
PROPOSTA FIOM:per valutare il rischio attualmente c’è OCRA, che funziona bene, quindi non c’è motivo di cambiarlo. Disponibilità a definire procedure di confronto preventivo anche per prevenire le occasioni di conflitto, a partire dall’organizzazione della produzione e dei carichi di lavoro nelle linee di montaggio. 
CASSA INTEGRAZIONE E FORMAZIONE OBBLIGATORIA 
Impianto Fiat: a partire dal 31 gennaio 2011 sarà avviata la Cassa Straordinaria per crisi aziendale per 12 mesi. Saranno inoltre avviati dei corsi di formazione a frequenza obbligatoria senza integrazione al reddito. Il rifiuto immotivato del lavoratore a partecipare ai corsi costituirà comportamento disciplinarmente perseguibile. 
NON APPLICAZIONE DEL CONTRATTO COLLETTIVO DEI METALMECCANICI 
La Fiat ha dichiarato che la Nuova Società non applicherà il Contratto Collettivo dei Metalmeccanici limitandosi ad applicare un contratto specifico che includerà quanto contenuto nell’intesa che è stata esposta alle Organizzazioni Sindacali. 
La Fiom giudica inaccettabile la costituzione di una Nuova Società con lo scopo di superare l’applicazione del CCNL, ed aggirare le normative in materia di trasferimento d’impresa. 
Torino, 9 dicembre 2010FIOM-CGIL 
http://fiom-ivecofptstura.over-blog.it/]]></description><pubDate><![CDATA[08/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Investire in Turchia]]></title><description><![CDATA[La Cina dietro l'angolo... Dieci buoni motivi per investire in Turchia 
di Vittorio Da Rold 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:22. 
 La Cina vicina. Ecco dieci buoni motivi per investire in Turchia. In un contesto di crisi internazionale a favore di Ankara ha giocato una serie di fattori: dalla flessibilità della sua economia alla stabilizzazione dello scenario politico interno, con una solida maggioranza al governo dal 2002. Senza contare l'inizio dei negoziati, sebbene tuttora in corso e in un momento di stallo, per l'ingresso del paese nella Unione europea. Il cosidetto "ancoraggio esterno", prima all'Fmi e poi all'Unione europa, ha funzionato. 
Anche la Borsa di Istanbul sta macinando utili e record senza dimenticare la presenza di un solido panorama macroeconomico che ha permesso ad Ankara di fare a meno, per la prima volta, da decenni del rinnovo del prestito dell'Fmi, proprio in un momento in cui, al contrario, molti paesi hanno dovuto bussare alla porta del Fondo a Washington. Effetti positivi sono arrivati anche dalla stabilizzazione dell'economia nazionale, con un'inflazione ora sotto controllo e tassi d'interesse (6,5%) in forte calo. Clicca in basso per scoprire i dieci motivi per cui conviene scommettere sulla Turchia... 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/dieci-buoni-motivi-investire-100624.shtml?uuid=AYWYh4wC&cmpid=nl_7%2Boggi_sole24ore_com 
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1) Pil in crescita 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:22. 
 Nella "World cup" della ripresa economica la Turchia strappa un incredibile secondo posto nel girone del G-20 collocandosi subito dopo l'inarrestabile Cina. La Turchia ha un'economia a crescita più elevata d'Europa ed è tra le 10 più dinamiche al mondo. Il prodotto interno lordo turco é cresciuto del 11,8%, del 10,2% e del 5,5% rispettivamente nei primi tre trimestri del 2010, che permette di raddoppiare l'obiettivo ufficiale di crescita del Governo Erdogan, che era del 3,5% per il 2010 e ora è previsto al 7,5 per cento. Nel 2009, il Pil in Turchia era diminuito del 4,7% dopo che il paese aveva attraversato una grave recessione. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/crescita-105906.shtml?uuid=AY7fh4wC 
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2) Mercato emergente 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
 La Turchia è il quinto mercato emergente al mondo in termini dimensionali (dopo i 4 Bric) con i suoi 840 miliardi di Pil in dollari. Il paese sta ripartendo velocemente grazie all'azione coordinata a livello governativo e istituzionale e alla forte volontà di ripresa sia industriale che finanziaria. Sebbene non sia parte dei Bric, (Brasile, Russia, India e Cina) viene considerata come un mercato emergente a tutti gli effetti, anzi, oggi, ancora più dinamico degli stessi Bric con la sola eccezione della Cina, che però comincia ad avere problemi di inflazione e incremento dei salari. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/mercato-emergente-110601.shtml 
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3) Fondamentali solidi 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
È l'unico paese d'Europa a non aver speso nemmeno un euro a supporto delle sue banche, che dopo la terribile crisi del 2001, si sono completamente rimesse in ordine e sono oggi un potente strumento di sostegno dell'economia reale. La banca centrale turca ha detto di attendersi un tasso di inflazione del 5,5 e del 5% rispettivamente nel 2011 e 2012. L'inflazione turca ha raggiunto il 6,4% nel 2010, in linea con l'obiettivo del governo che puntava al 6,5%. Il paese ha conosciuto nel 2010 un'espansione spettacolare della sua economia, dopo la grave recessione degli anni precedenti. Se alle prossime elezioni di primavera il premier Erdogan non perderà la maggioranza assoluta, di cui oggi gode in Parlamento, il miracolo economica è destinato a durare a lungo. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/fondamentali-solidi-110814.shtml 
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4) Boom demografico 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
 Il paese della Mezzaluna gode di una demografia molto favorevole rispetto agli standard europei con 72 milioni di abitanti di cui la maggioranza giovani e ben istruiti. Un elemento importante per l'economia del paese della Mezzaluna che infatti è trainata da export e da consumi interni. Proprio il boom demografico è un elemento che allontana la Turchia dall'ingresso nella Ue perché molti europi temono che il paese, in breve tempo, diverrebbe per popolazione il primo dell'Unione modificandone gli equilibri politici. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/boom-demografico-111528.shtml 
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5) Opportunità 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
Ci sono molte opportunità ancora inesplorate in molte aree e settori (qualcosa di simile all'Italia del boom degli anni '60). I consumatori turchi dimostrano molto interesse per il design italiano, la moda in ogni sua manifestazione, l'arredamento, i cibi e la ristorazione. L'Italia, al pari della Germania, è vista spesso come il paese da imitare, sia come modello di imprenditorialità diffusa sia come stile di vita. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/opportunita-112108.shtml 
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6) Private equity 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
 Secondo un recente rapporto redatto da Bcg, Iese e International Finance Corporation (World Bank), la Turchia è, insieme a Brasile e Malaysia, il mercato al momento più attrattivo tra quelli dei paesi emergenti per gli investimenti di private equity.Le cifre parlano chiaro: dal 2004 ad oggi ci sono stati investimenti per 5 miliardi di dollari in Turchia da parte delle società di private equity. Non solo. Secondo la ricerca l'81% degli operatori dichiara che incrementerà l'ammontare degli investimenti diretti alla Turchia nei prossimi 12 mesi. Quali i motivi di questo interesse?«La Turchia ha registrato negli ultimi 5 anni rilevanti afflussi di investimenti (Fdi) provenienti dall'estero, in continua crescita fino 2007 – dice Francesco Pavoni, Partner & Managing Director BCG Turkey – quando si sono toccati i massimi storici con 22 miliardi di dollari, per poi calare nel biennio successivo, anche a causa della crisi globale, ma che già fanno registrare positivi segnali di ripresa nel corso del 2010 (+12% rispetto al 2009)». 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/private-equity-112319.shtml 
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7) Privatizzazioni 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
Molto importante è il rinnovato impegno verso il programma di privatizzazione (austrade, ponti sul Bosforo, energia, lotterie), avviato in questi anni dal governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan.Questo scenario ha dunque favorito l'ingresso nel contesto economico turco dei principali operatori internazionali di private equity con investimenti complessivi che sono passati dalle poche centinaia di milioni di dollari nel biennio 2004-2005 a quasi 2,5 miliardi di dollari nel 2006, per poi stabilizzarsi a oltre 1,5 miliardi di dollari nel 2007 e nel 2008. Ma non solo. Grandi grupppi sono interessati a sviluppare le cosidette energie rinnovabili, in particolare nel settore eolico che sta avendo una forte espansione in Turchia. Il paese vuole entrare anche nel settore dell'energia nucleare civile. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/privatizzazioni-112511.shtml 
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8) Borsa record 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
Facce sorridenti alla borsa di Istanbul dove festeggiano due record: il volume di scambio quotidiano che ha raggiunto 2,9 miliardi di dollari rispetto ai 919 milioni del 2006 e il superamento di quota 70.166 dell'indice Ise-100 che nel 2009 aveva chiuso a 52.825 punti, con una capitalizzazione di 236 miliardi di dollari. Non male per un mercato emergente.Ibrahim Kurban, vice presidente della Borsa, non nasconde la soddisfazione e annuncia un piano per attrarre nuove società. «Nel 2010 ci sono state 25 Ipo – ha detto il presidente della borsa, Huseyin Erkan -. E l'anno prossimo potrebbe arrivare anche la banca pubblica Zirat». Seguita dalla holding Dogus, secondo quanto annunciato dal suo presidente Ferit Sahenk alla tv CNBC e dalla compagnia aerea Pegasus, come anticipato da Ali Sabanci. Istanbul, dopo essere diventato un hub aeroportuale per l'area (22miliaoni di passeggeri all'anno) vuole diventare un hub finanziario, al punto che qualche operatore italiano ha ammesso, in privato, di essersi pentito della scelta della Borsa di Milano di fondersi con la piazza di Londra; sarebbe stato molto meglio allearsi con Istanbul visto che la borsa sul Bosforo attrae capitali da Ue, Russia, Medio Oriente e forse anche Iran (il 67% degli investitori è straniero). 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/borsa-record-113142.shtml 
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9) Investimenti e export 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
Nel 2009 gli investimenti italiani diretti hanno registrato un notevole incremento toccando una quota di 291 mld di dollari (il 4% del totale affluito nel paese) con una crescita del 17% rispetto al 2008. L'Italia è il quarto paese investitore in Turchia dove è presente con 801 imprese.Secondo i dati statistici predisposti dal TUIK e rielaborati da ICE Istanbul, l'Italia si posiziona al quarto posto nella graduatoria dei paesi partner commerciali. La quota di mercato dell'Italia - sul totale importato dalla Turchia dal mondo - è pari al 5,6% in lieve aumento rispetto ai mesi precedenti e soprattutto agli ultimi 2/3 anni. La Germania, ritorna ad essere il primo partner commerciale del paese seguito dalla Russia (export per la quasi totalità di gas naturale e petrolio) e Cina. La Francia che recentemente ha scavalcato gli USA, continua a tallonare l'Italia come quinto paese partner.Recentemente la Turchia per sfuggire alla crisi europea si è orientata verso oriente (dottrina politica ed economica del neottomanesimo), Asia centrale e Paesi del Golfo: ottimo è l'andamento delle esportazioni turche verso: Ukraina (37%), Arabia Saudita (+54,2%), Iran (29,5%), Israele (+48,7%), Siria (+35,7%), Turkmenistan (+62%)e Kuwait (+55%). 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-01-04/investimenti-export-112702.shtml 
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10) Settore bancario 
Questo articolo è stato pubblicato il 04 gennaio 2011 alle ore 12:23. 
Secondo il prestigioso magazine "The Banker" , 15 banche turche sono state inserite nella lista delle piu' importanti 1.000 banche al mondo (Top 1,000 World Bank). Al 103mo posto, prima banca turca, vi è la Is Bank , al 110mo posto in classifica -seconda banca turca- vi è la Ak Bank , al 117mo posto -terzo posto per la Turchia- la Garanti Bank , al 131mo posto -quarto per la Turchia- la Ziraat Bank (la principale banca statale turca), al quinto posto fra le banche turche vi è la Yapi Kredi (al 50% rispettivamente del Gruppo Unicredit e del gruppo Koc), una delle più dinamiche del paese, seguita dalla Vakif Bank (che l'anno scorso ha firmato un accordo con il Gruppo Banca Mondiale per un finanziamento di 500 milioni di dollari a favore delle Pmi), dalla Halk Bank, Finansbank, Denizbank, Fortis Bank, Bank Asya, TEB, Sekerbank Anadolu Bank e Textil Bank. A novembre la banca spagnola Bbva è entrata in partita acquistando dal gigante americano General Electric (Ge) il 21% della banca turca Garanti. Ennesimo esempio di dinamismo del paese sul Bosforo. 
http://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[04/01/2011 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[LA FUGA DA PIAZZA AFFARI]]></title><description><![CDATA[29/12/2010 
La fuga da Piazza Affari 
FRANCESCO MANACORDA 
Ma la Borsa è la vita? O, per essere più precisi, è una parte importante della vita economica e finanziaria di un Paese? Se la risposta è positiva, allora la deludente perfomance di Piazza Affari nel 2010 e più in generale la scarsa attrazione che la Borsa esercita sulle aziende italiane è anche il sintomo di qualche serio problema del sistema di forze, regole e relazioni che è alla base di quel mercato finanziario. 
La grande scottatura finanziaria che nel 2008 ha colpito milioni di risparmiatori in tutto il mondo, sta guarendo velocemente; in alcuni casi, a giudicare dal mini rally di fine anno, forse troppo velocemente. Con i tassi bassi che tengono zavorrati gli interessi dei titoli di Stato - a meno di non voler rischiare sui quei debiti sovrani che offrono di più proprio per la dose di azzardo supplementare che comportano - il ritorno sui mercati borsistici è parso nell’ultimo anno un percorso praticabile, anche se con le dovute cautele, a milioni di risparmiatori. 
Sono risparmiatori che su molte piazze hanno riportato guadagni tutt’altro che disprezzabili. Non in Italia, però, dove nel corso dell’anno il più rappresentativo indice di Borsa ha perso quasi il 12% mentre in parallelo le uscite dal listino hanno battuto, come nel 2009 e nel 2008, l’arrivo di aziende che scelgono la quotazione. 
Le difficoltà del mercato azionario nel nostro Paese non sono certo una novità assoluta. Per quel che riguarda le aziende, la propensione a indebitarsi con le banche è sempre stata superiore a quella di un ricorso al mercato che può punire attraverso le quotazioni chi sfugge alla disciplina finanziaria. Se invece si considerano gli investitori, le dimensioni generalmente medio-piccole delle imprese italiane comportano che sono pochi i campioni nazionali che entrano nei portafogli dei grandi fondi d’investimento. E certo non contribuisce ad attrarre capitali in Italia un sistema finanziario ancora opaco, dove i diritti delle minoranze sono spesso scavalcati senza problemi e le piramidi societarie, che consentono di controllare gruppi interi con un impegno finanziario esiguo da parte degli azionisti cosiddetti di maggioranza, restano diffuse. 
L’aggravante oggi sta però nel tempo trascorso da quel 2007 in cui le banche azioniste di Borsa italiana decisero la fusione con il London Stock Exchange. All’epoca, quell’operazione era stata celebrata come un passo avanti per una Borsa che sfuggiva al controllo di mani italiane ma in compenso diventava più globale in un mondo che di quella dimensione faceva il suo imperativo. 
A tre anni di distanza è facile vedere come la globalizzazione sia avanzata, ma Piazza Affari non l’abbia seguita. 
Se adesso una matricola di gran lusso come Prada dovesse decidere per la quotazione, la scelta di Hong Kong al posto dell’Italia - questa è la scelta più probabile - assumerebbe un valore non solo simbolico. Di fronte a un’azienda che rappresenta e vende in tutto il mondo prodotti che rappresentano l’eccellenza italiana, si specchierebbe l’immagine di un’altra azienda che anche attraverso una fusione tutt’altro che indolore non è evidentemente riuscita a raggiungere un livello di eccellenza. Certo, Prada deve ancora decidere e l’allarme può sembrare prematuro. Ma tale non è. Anche perché già da mesi le banche d’affari prospettano anche a qualche altra azienda italiana con marchi notissimi in tutto il mondo, l’opzione di Borsa asiatica contrapposta a quella tricolore. 
Forse, allora, proprio questa potrebbe essere l’occasione perché le grandi banche italiane - che assieme restano il principale azionista del London Stock Exchange, ma che dal 2007 in poi hanno praticato quello sport nazionale che è la corsa in ordine sparso - uniscano le forze per contare di più. Non certo per impedire a qualsiasi azienda di quotarsi dove ritiene più conveniente, ma almeno perché la Borsa torni a essere - per quanto le compete - un motore di sviluppo. 
http://lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[29/12/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[LA CINA SOSTIENE L'EUROPA (!?)]]></title><description><![CDATA[DEBITO SOVRANO 
Crisi, la Cina tende la mano "Pronti ad aiutare stabilità Ue" 
Moody's ha messo sotto osservazione il rating a lungo termine 'A1' del Portogallo, per un possibile taglio del merito di credito 
PECHINO - La Cina è pronta a sostenere le misure che l'Ue e il Fmi hanno elaborato per assicurare la stabilità finanziaria in Europa. Lo ha detto oggi il vice premier cinese Wang Qishan in apertura dei colloqui bilaterali economici. Wang ha detto che Pechino avrebbe aiutato i paesi membri della Ue a combattere la crisi del debito sovrano. 
Ma intanto Moody's, scrive l'agenzia di stampa Bloomberg, ha messo sotto osservazione il rating a lungo termine 'A1' del Portogallo per un possibile taglio del merito di credito. Il timore di Moody's è che il governo portoghese non riesca a finanziarsi sui mercati a tassi abbordabili. "Non mettiamo in discussione la solvenza del Portogallo - spiega il vice presidente di Moody's, Antohony Thomas in una nota - ma il probabile deterioramento dell'affidabilità del debito a medio termine e le attuali preoccupazioni sulla capacità dell'economia di far fronte al consolidamento di bilancio e di ridurre l'effetto leva dell'indebitamento lascia intendere che l'outlook non può più sostenere un rating A1". Inoltre, Moody's evidenzia le "incertezze sulla vitalità a lungo termine dell'economia, che potrebbe risentire dell'impatto dei piani di austerità". 
Moody's ritiene anche che un'eventuale richiesta di aiuti all'Europa avrebbe un impatto positivo a medio termine, ma rafforzerebbe l'aspettativa di un'incapacità del paese di rivolgersi ai mercati per i finanziamenti. 
(21 dicembre 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/economia/2010/12/21/news/crisi_la_cina_tende_la_mano_pronti_ad_aiutare_stabilit_ue-10440535/]]></description><pubDate><![CDATA[21/12/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Odissea senza Euro]]></title><description><![CDATA[2011 Odissea senza l'euro. 
Orfani della moneta unica Pil in caduta libera e spread alle stelle. I dati 
Vittorio Carlini 
Questo articolo è stato pubblicato il 07 dicembre 2010 alle ore 08:03. 
 L'insostenibile pesantezza del debito, quello pubblico. Tale da far sparire l'euro o, in unmood meno catastrofista, costringere una nazione "periferica" a uscire dall'unione monetaria. Simili suggestioni, un po' di tempo fa, sarebbero state liquiditate come follia. Oggi, dopo gli affaire di Atene e Dublino, non tutti le escludono a priori. Ipotesi irrealistiche (o meno) ciò che le contraddistingue è comunque un fatto: la fantasiosa previsione non indica mai il costo che ne consegue. E sì che in economia i "pasti gratis" non esistono. 
L'inchiestaL'obiezione è nota: difficile quantificare il non quantificabile. E tuttavia Mark Cliffe, capo globale della ricerca sui mercati finanziari di Ing, in un report ha tentato proprio di calcolare il prezzo di un'Europa senza euro. Certo, ricorda lui, «qualsiasi scelta in questo settore è più politica che economica»; i trattati, poi, non prevedono lo spoil system di una nazione; infine, «ogni simulazione inevitabilmente ha ampi margini d'errore». 
Due scenari: in entrambi la ricchezza diminuisceCiò detto però, dare l'indicazione è utile. Sapere quali "forche caudine" vanno affrontate, prima di sfruttare la tanto "agognata" svalutazione competitiva, non è da poco. Così Cliffe ha disegnato due ipotetici scenari. Il primo prevede l'uscita da Eurolandia della sola Grecia; il secondo, il ritorno di tutti i membri dell'unione monetaria alle singole divise nazionali. «In entrambi casi -scrive l'economista- assisteremmo», ovviamente con valori molto differenti, «a una riduzione dell'attività economica». Per quali motivi? Bé, basta pensare ai problemi logistici e legali per la re-introduzione dei vecchi coni; agli sbalzi delle valute, ai "voli" transfrontalieri di capitali e alla nuova pressione sul sistema finanziario. Un coctail che, giocoforza, schiaccerebbe commercio e investimenti. Non solo: il crollo nel business e nella fiducia dei consumatori porterebbe alla riduzione dei prezzi degli asset dentro, e fuori, Eurolandia. Inoltre, i governi potrebbero essere indotti a varare ulteriori manovre fiscali restrittive, schiacciando ancora di più la debole ripresa. 
L'euro non c'è più: nel 2012 il Pil greco crolla del 9%Se queste le considerazioni generali, quali i numeri che balzano fuori dai modelli individuati da Ing? Nello scenario peggiore (break up dell'euro), per il 2011 il Pil scenderebbe del 9,1% in Grecia, del 6,6% in Italia, del 4% in Francia e del 6,5 per cento in Spagna (-5% la media per l'Europa centrale). Anche la Germania, vera locomotiva d'Europa, dovrebbe ingranare la marcia indietro: il Prodotto interno lordo, secondo Cliffe, calerebbe del 3,8 per cento. Insomma, sarebbe recessione: il crollo della domanda interna non viene controbilanciato, per chi è in grado di farlo, dall'aumento dell'export. Il segno meno, peraltro, resiste anche nel 2012: Berlino (-1,8%), Parigi (-2,5%), Roma (-3,7%) e Madrid (-3%) vanterebbero una crescita negativa. 
Balza il rendimento dei bond nella periferia d'EuropaInevitabile, poi, il balzo dei rendimenti dei titoli di stato per i paesi con deficit e debito pubblico più elevato. Il rendimento del bond quinquennale spagnolo, secondo Ing, si spingerebbe al 6,6% nel 2011 (6,8% nel 2012); quello italiano al 5,88% (5,6%). In discesa, invece, il governativo francese (0,5% nel 2011) e, ovviamente, quello tedesco (0,75%). Insomma, com è facile prevedere, negli stati periferici vola il premio al rischio e, con lui, il costo del debito pubblico. 
Il rischio nelle svalutazioniMentre, al contrario, si svaluta la nuova moneta: è del 25% il deprezzamento della lira verso il marco e del 50% quello della peseta spagnola. «La divisa tedesca, insieme al marco svizzero e il franco francese, tornerebbero monete di riferimento del Vecchio continente», dice Gabriele Vedani, managing director di Forex capital market Italia. Una situazione di debolezza delle valute periferiche che, comunque, sosterebbe l'export di quei paesi...«Il meccanismo - sottolinea Vedani - non è così semplice. In questo scenario i paesi più deboli soffrono, tra le altre cose, l'iperinflazione e una forte volatilità dei cambi. Le svalutazioni, se non cooordinate e gestite bene, sono rischiose». Non è un po' un'esagerazione? «Assolutamente no. Ricordo il settembre del '92: fu decisa, in un week end, la svalutazione della lira contro il marco, per una variazione complessiva del 5 per cento. Ebbene, il tetto massimo di oscillazione era fissato a quota 756,4 lire. All'inizio delle contrattazioni del lunedì il cambio balzò a 803,7 per poi, succesiivamente, andare fino a 900 lire. Insomma, la pressione sulla moneta era tale che le banche centrali non erano più in grado di gestirla. Con l'attuale globalizzazione dei mercati questi movimenti sarebbero fin'anche aumentati». 
Se Atene lascia addio all' "irreversibilità" dell'euroFin qui lo scenario più apocalittico. Ma che accade nell' ipotesi dell'abbandono greco? Tutti i numeri, seppur negativi, sono molto meno "pesanti". Tuttavia, secondo Ing, l'aspetto più rilevante sarebbe un altro. Quale? La fiducia dei mercati finanziari sulla sostenibilità dell'Unione sarebbe messa a dura prova. «Ammettendo la possibilità -scrive Cliff -che i componenti dell'euro possono andarsene, il concetto di "irreversibilità" della divisa unica sparisce». Un sentimento che, nel 2011, farebbe scivolare la moneta europea verso quota 0,70/0,75 verso il dollaro. Mentre la nuova dracma di Atene si svaluterebbe fino all'80% verso l'euro. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[06/12/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Due anni impegnativi per Fiat]]></title><description><![CDATA[Fiat potrebbe salire al 51% di Chrysler prima del 2013. 
Salta la trattativa per Mirafiori 
di Andrea Malan 
Questo articolo è stato pubblicato il 03 dicembre 2010 alle ore 15:34. 
 Fiat potrebbe salire al 51% di Chrysler (e successivamente fondersi con l'azienda americana) molto prima di quanto previsto finora. Lo scenario, evocato da un report della Barclays Bank, è reso possibile da una serie di clausole del cosiddetto Operating Agreement di Chrysler Llc, un documento di 168 pagine che governa la gestione della nuova azienda (uscita dal Chapter 11) e i suoi rapporti con Fiat. 
Il punto chiave è quello alla Sezione 3.5b del documento, che prevede per Fiat la possibilità di anticipare l'esercizio delle opzioni per salire al 51% anche prima dell'Ipo di Chrysler, purché quest'ultima abbia restituito tutti i prestiti ricevuti dai governi di Usa e Canada; se l'acquisto delle quote avverrà prima dell'Ipo Fiat pagherà un multiplo dell'Ebitda di Chrysler; multiplo che non potrà in ogni caso essere superiore a quello di Fiat stessa (post scissione) – un'operazione più conveniente, probabilmente, che non acquistare dopo l'Ipo a prezzi di mercato. 
I dettagli dell'operazioneVediamo più in dettaglio come potrebbero andare le cose. In primo luogo, Fiat potrà salire dal 20% al 35% a costo zero al verificarsi di una serie di eventi legati alla collaborazione tra le due aziende;Sergio Marchionne prevede che i tre eventi si verifichino entro la fine del 2011, ma potrebbero andare in porto anche prima (vedi tabella); per ogni evento che non si sia verificato entro il gennaio 2013, peraltro, Fiat potrà comunque acquistare una partecipazione del 5% esercitando un primo diritto di call. 
Parallelamente, il Lingotto ha diritto di acquistare un altro 16% che la porterebbe fino al 51 per cento. Fiat può esercitare queste opzioni call dal gennaio 2013 al giugno 2016, o anche prima a partire dal momento in cui Chrysler avrà rimborsato integralmente i finanziamenti concessi dal governo Usa e del Canada (in ogni caso, prima di quest'ultimo evento Fiat non potrà possedere più del 49% del capitale di Chrysler). 
Nel corso dell'ultima conference call con gli analisti per i risultati del 3° trimestre 2010 di Chrysler, Marchionne ha detto che sta negoziando con le banche per nuovi finanziamenti che consentano di ridurre l'onere degli interessi (che su alcuni prestiti arriva al 20% annuo) e ha spiegato che conta di chiudere i negoziati verso la metà dell'anno. A quella data, quindi, potrebbe essere in condizione di restituire i fondi governativi e avere mano libera. 
Le convenienze del LingottoPerché potrebbe convenire al Lingotto esercitare tutte le opzioni di acquisto e salire al 51% di Chrysler prima dell'Ipo? La spiegazione è nella norma contrattuale che regola il prezzo di acquisto delle azioni: tale prezzo sarà pari, in caso di acquisto prima dello sbarco a Wall Street, a un multiplo dell'Ebitda, più precisamente la media dei multipli di altre aziende automobilistiche, ma in ogni caso non eccedente il multiplo di Fiat. Nel caso in cui al momento dell'esercizio di queste opzioni call Chrysler sia una società quotata, invece, il prezzo sarà pari alla media dell'ultimo periodo di quotazione. 
L'analisi di BarclaysSecondo gli analisti di Barclays, tra la prima ipotesi e la seconda ci sarebbe una differenza di 2 miliardi di euro. Il loro ragionamento parte dall'ipotesi che Fiat spa, dopo lo scorporo di camion e trattori, avrà un multiplo EV/Ebitda (il rapporto tra prezzo di Borsa e Mol) di 1,4, simile a quello di Peugeot, contro un'ipotesi di 4 per Chrysler (con uno sconto di 100 punti base rispetto a Ford). Fiat, ipotizzano gli analisti, potrebbe abbassare ancora in proprio multiplo cedendo la Ferrari. 
Se l'acquisto pre-Ipo è conveniente per la Fiat, è in grado Sergio Marchionne di indirizzare gli eventi in questa direzione? Per accendere nuovi prestiti e rimborsare quelli pubblici Sergio Marchionne, numero uno sia di Fiat che di Chrysler, avrà bisogno dell'approvazione del consiglio d'amministrazione, dove Fiat ha tre membri su nove (che saliranno a quattro una volta raggiunto il 35%); gli serve dunque il vie libera dei sindacati o del Tesoro Usa. Ma il manager italo-canadese ha un'arma a suo vantaggio: se finora il ritorno in Borsa di Chrysler era stato ipotizzato per la fine del 2011, l'Operating Agreement dà a Fiat il diritto di posporre l'Ipo fino al 2013. È quindi perfettamente ipotizzabile un do ut des in cui gli azionisti pubblici acconsentano a una "salita" anticipata del Lingotto in cambio dell'Ipo che consentirebbe loro di cedere rapidamente le quote. 
Due anni impegnativi per FiatIn questo scenario, le cessioni di cui si è parlato nei giorni scorsi (Ipo di Ferrari, possibili vendite di Alfa Romeo e/o Magneti Marelli) sarebbero verosimilmente necessarie a finanziare l'acquisto delle azioni Chrysler addizionali: non dimentichiamo che i prossimi due anni saranno teoricamente i più impegnativi per Fiat dal punto di vista degli investimenti, proprio in un periodo che si annuncia difficile per il mercato dell'auto in Europa. Se questo scenario, per il momento «fanta», andasse in porto, Fiat e Chrysler potrebbero essere pronte per la fusione già nel 2012. Tra un mese Fiat sarà quotata in Borsa da sola: l'andamento delle azioni post-scorporo darà una prima indicazione di come la pensa il mercato. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[06/12/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Silvio finirà con il mettere le mani nelle nostre tasche...]]></title><description><![CDATA[Il debito? Garantiscono le famiglie 
di Marco Fortis 
Questo articolo è stato pubblicato il 20 ottobre 2010 alle ore 08:56.L'ultima modifica è del 20 ottobre 2010 alle ore 12:01. 
 Molti non sembrano ancora aver capito la lezione più importante che ci ha lasciato questa crisi, la più grave dal 1929. E cioè che in una fase di grandi cambiamenti strutturali e di accumulo di enormi squilibri, come quella che stiamo vivendo, non è più possibile usare come indicatori di performance economica solo i flussi (come il Pil) disinteressandosi di ciò che avviene alla maggior parte degli stock macroeconomici (come la ricchezza delle famiglie, i debiti delle imprese o la qualità degli attivi delle banche). L'unico stock a cui guardiamo con attenzione da lungo tempo è quello del debito pubblico, ma a ben vedere non sappiamo nemmeno misurarne correttamente la sostenibilità perché lo rapportiamo per pura abitudine contabile al Pil, che però è un flusso. 
Eppure molti paesi dispongono ormai di sistemi contabili ben costruiti e aggiornati dei conti finanziari nazionali. Tali prospetti esprimono lo stato di salute finanziario dei diversi attori di un sistema economico (imprese non finanziarie, imprese finanziarie, famiglie, pubbliche amministrazioni) oltre che la riconciliazione degli attivi e passivi di ogni paese con il resto del mondo. Continuare a ignorare questi indicatori è un grave errore. Infatti, può portare a diagnosi errate e a formulare ricette sbagliate. 
Facciamo tre esempi. Il primo riguarda la crescita economica e il suo stesso significato. Il secondo il debito pubblico e la sua sostenibilità. Il terzo l'eccesso di indebitamento delle famiglie rispetto al loro stock di ricchezza finanziaria. 
1. La crescita economica. Si continua a valutare la performance economica dei diversi paesi nel decennio prima della crisi e anche la loro capacità di uscire oggi dalla crisi stessa in base alla crescita del Pil. Con ciò ignorando che molta crescita del Pil precedente era stata generata nei paesi più "dinamici" da un accumulo insostenibile di debiti privati e molta della ripresa economica oggi in corso è stata resa possibile solo da un nuovo accumulo di debiti, questa volta pubblici, senza però incidere sugli squilibri di fondo che hanno causato la crisi. 
L'osservazione delle tendenze del Pil e del reddito disponibile delle famiglie prima del settembre 2008 sembrerebbe "condannare" senza appello un paese come l'Italia, che negli ultimi nove anni è cresciuto meno di tutti. Ma anche la Germania, oggi da molti "ammirata" dopo appena un paio di trimestri di forte ripresa del Pil, era cresciuta assai poco dal 2000 al 2007, appena un'incollatura più dell'Italia e solo grazie all'export, risultando la sua domanda interna persino più "stazionaria" di quella italiana. Mentre economie come Stati Uniti e Gran Bretagna (per non parlare dell'Irlanda o della Spagna) venivano invece esaltate per il loro maggiore dinamismo. 
L'analisi comparata della crescita reale della ricchezza delle famiglie (costituita dallo stock di attività finanziarie e reali al netto delle passività finanziarie) fornisce tuttavia un'immagine completamente rovesciata del concetto di performance economica e forse un po' più aderente alla realtà. Infatti, le famiglie americane, nonostante la più forte crescita del loro reddito disponibile, sono oggi più povere di sette anni fa, mentre quelle italiane e tedesche sono di gran lunga più ricche rispetto al 2000. Inoltre, mentre a prezzi costanti la ricchezza delle famiglie italiane e tedesche già nel 2009 è quasi ritornata ai livelli del 2007, quella delle famiglie americane impiegherà molto più tempo a recuperare il terreno perduto, risultando nel 2009 ancora del 17% e del 19% circa inferiore, rispettivamente, ai livelli nominali e reali del 2007. 
Il Pil americano è indubbiamente diminuito meno di quelli tedesco e italiano durante la recessione del 2008-2009 e forse più rapidamente si riporterà ai livelli pre-crisi (grazie a un bel po' di altri debiti, stavolta pubblici, e a una svalutazione del dollaro dagli effetti imprevedibili). Ma quanti anni saranno necessari all'America per riguadagnare la ricchezza delle famiglie e i livelli occupazionali precedenti? 
2. Il debito pubblico. Non si è mai visto un governo "pagare" i propri debiti con il Pil. Il Pil è un flusso annuale che appena prodotto viene quasi totalmente allocato nel corso dell'anno stesso in consumi, investimenti, spesa pubblica ed export (e quindi non può essere utilizzato per rimborsare lo stock del debito statale). Ovviamente il Pil genera anche il risparmio (che però in alcuni paesi è molto basso) e il gettito tributario che è cruciale per far quadrare il bilancio pubblico annuale. Tuttavia, un governo che voglia ridurre il proprio stock di debito non usa il Pil ma ha alcune possibilità tra cui le principali sono: a) fare privatizzazioni, e qui conta molto lo stock di patrimonio pubblico; b) ridurre drasticamente la spesa pubblica e tagliare servizi; c) applicare forti tasse. È chiaro peraltro che le ipotesi b) e c) presuppongono che vi sia alle spalle una società ricca, in grado di subire tagli di servizi pubblici o l'introduzione di nuove tasse senza soffrire molto o senza che si corra il rischio di una rivolta sociale.Per valutare la sostenibilità dello stock del debito pubblico ha dunque molto più senso rapportare tale debito allo stock di ricchezza finanziaria delle famiglie. Infatti, avendo l'aggregato delle imprese strutturalmente dei debiti, accesi per investire in immobilizzazioni reali, è la ricchezza finanziaria delle famiglie l'unico bacino patrimoniale consistente che può "garantire" il debito statale di una nazione.La regola del 60% del nuovo Patto di stabilità, su cui commissione europea e governi lavorano, dovrebbe dunque riguardare non più il rapporto debito/Pil ma il rapporto debito/ricchezza finanziaria netta delle famiglie. Sulla base di tale parametro (che tiene implicitamente conto anche dello stock dei debiti privati) appare evidente che i paesi oggi realmente fuori linea nell'euro-area sono solo la Grecia e l'Irlanda, mentre Italia e Finlandia sono usciti di traiettoria soltanto temporaneamente a causa della crisi. La Spagna invece è un po' più in difficoltà perché le sue famiglie si sono molto indebitate.Per lungo tempo Italia e Belgio sono stati additati in Europa come le "pecore nere" del debito pubblico. E tale debito va ridotto senza indugi per liberare finalmente risorse sane per la crescita. Ma il Belgio e l'Italia hanno una tale ricchezza finanziaria netta delle proprie famiglie da poter sopportare un alto debito pubblico mentre la Grecia e l'Irlanda non possono permetterselo.In base ai dati del 2009, il rapporto debito pubblico/Pil dell'Italia è uguale al 115%, esattamente come quello della Grecia, ma il rapporto debito pubblico/ricchezza delle famiglie in Italia è al 65%, solo un po' più elevato di quelli di Germania e Francia, mentre l'indice della Grecia è al 194 per cento! Proprio perché il suo debito pubblico è ben "coperto" dalla ricchezza privata, l'Italia non ha dunque bisogno di alcuna "patrimoniale" ma necessita solo di tagli e risparmi graduali nel quadro di un rigoroso e credibile piano di riduzione del debito statale. Mentre la Grecia e l'Irlanda, per evitare il tracollo, dovranno invece con grande urgenza tagliare drasticamente la spesa pubblica e aumentare fortemente le tasse: il tutto per valori che andranno ben oltre il maggior differenziale di crescita del Pil che per alcuni anni tali paesi hanno baldanzosamente accumulato verso l'Italia. 
3. Le passività finanziarie delle famiglie. Se poi la Ue desiderasse davvero individuare un indicatore "predittivo" per il nuovo Patto di stabilità, che dia l'allarme in tempo utile circa le possibili crisi finanziarie future delle famiglie e conseguentemente delle banche che abbiano loro concesso prestiti in modo avventato, c'è solo l'imbarazzo della scelta: è sufficiente, ancora una volta, consultare i colpevolmente trascurati conti finanziari delle nazioni. Lì c'era tutto l'occorrente per capire che era in arrivo un grande crack di famiglie e banche. 
A nostro avviso, ad esempio, oltre al vincolo del 3% del deficit pubblico/Pil andrebbe stabilito un vincolo del 3% anche al rapporto tra il valore assoluto della crescita annua delle passività finanziarie delle famiglie e il valore dello stock delle loro attività finanziarie nette dell'anno precedente (Indice Dpf/Afn). Se questo indice fosse stato applicato negli anni scorsi, la commissione europea avrebbe potuto lanciare con largo anticipo dei "warning" e poi minacciare con sanzioni l'eccessiva crescita dell'indebitamento privato che ha portato alla crisi i paesi della "bolla".L'Irlanda, ad esempio, tra il 2002 e il 2008 ha avuto l'indice Dpf/Afn sempre costantemente sopra il 10% con due punte annue oltre il 20% nel 2005-2006. Idem la Lettonia, con punte annue ancor più vertiginose, tra il 65-70%, nel 2006-2008. Anche la Spagna, la Grecia e il Portogallo hanno "sforato" tutti gli anni dal 2002 al 2008 (con Madrid per ben quattro anni consecutivi sempre sopra il 10%); la Gran Bretagna ha "sforato" dal 2002 al 2007, mentre gli Stati Uniti, allargando il nostro giro d'orizzonte al di fuori della Ue, lo hanno fatto dal 2002 al 2006. Per contro, Italia e Germania hanno sempre mantenuto l'indice Dpf/Afn rigorosamente sotto il 3%, salvo uno sporadico 3,6% dell'Italia nel 2002. Ciò dovrebbe pure insegnare qualcosa 
http://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[25/11/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L'Italia di Silvio non prende misure adeguate...]]></title><description><![CDATA[Mercati più volatili: vince chi prende le misure 
di Francesca Barbieri 
Questo articolo è stato pubblicato il 15 novembre 2010 alle ore 06:37. 
 Cambiare in tempi rapidi per rispondere ai mutamenti repentini dei mercati: è questa la chiave del successo per le piccole e medie imprese chiamate a progettare le strategie per il 2011. Le maggiori società di consulenza interpellate dal Sole 24 Ore concordano sul fatto che per competere è necessario riuscire a reinventarsi, tradurre il pensiero in azione in modo veloce, coinvolgendo a 360 gradi l'organizzazione aziendale.«È fondamentale il ruolo della pianificazione strategica - spiega Roberto Giovannini, responsabile per il middle market di Kpmg -, ormai concetrata su orizzonti annuali, che aiuta a capire se le decisioni di investimento sono in grado di creare o distruggere valore per l'imprenditore». Le modalità per mettere a punto i piani aziendali devono dunque essere flessibili, snelle e veloci «per consentire al management - aggiunge Giovannini - di orientarsi in un contesto economico molto volatile». 
Da Ernst&Young arriva un avvertimento sulle strategie di internazionalizzazione. «I paesi emergenti - sottolinea il country managing partner Donato Iacovone - offrono un enorme potenziale di crescita, ma l'aumento della competitività a livello globale imporrà alle aziende di rielaborare i propri programmi. Ottenere profitti nel breve termine non è facile, in primis per una concorrenza sempre più accentuata sui nuovi mercati». Per questo nella situazione attuale «è più probabile individuare aziende - prosegue Iacovone - che si concentrano sui mercati consolidati, dove le opportunità di profitto a breve termine sono maggiori». Dalle previsioni di Ernst&Young - elaborate in base a uno studio condotto su 1.400 senior executive in tutto il mondo - emerge che in Brasile per l'86% delle aziende il mercato sta diventando sempre più volatile, mentre nel Medio Oriente il livello di incertezza è molto più basso (per il 20% delle imprese). Il Giappone e l'India riportano il secondo e il terzo più alto grado di volatilità, rispettivamente al 74% e al 69 per cento. 
«Chi internazionalizza - commenta Massimo Bonacci, partner di Deloitte Consulting - deve mantenere la governance all'interno dell'azienda, definendo chiare regole di partnership e utilizzando al meglio la tecnologia: una strada per ottimizzare i processi è quella di ridurre i flussi cartacei per aumentare il controllo e velocizzare i tempi». 
L'innovazione resta comunque l'ingrediente essenziale per la sopravvivenza. «Sarebbe un errore puntare solo sulla riduzione dei costi - avverte Paolo Zocchi, strategic growth market leader per la sub-area mediterranean di Ernst&Young - bisogna invece scommettere sulla differenziazione della produzione in modo da realizzare prodotti di qualità a prezzi competitivi, tagliando le inefficienze della catena produttiva attraverso un utilizzo a pieno regime degli impianti». La struttura dei costi va resa più flessibile «abbattendo quelli fissi - sottolinea Claudio Campanini, partner di At Kearney - in modo da riuscire ad ammortizzare possibili cali della domanda». Una strada per centrare l'obiettivo può essere l'outsourcing, che «non è la panacea di tutti i mali - puntualizza Campanini -, ma produce effetti positivi se gestito nel contesto di una catena del valore, escludendo le aree che sono la fonte del vantaggio competitivo».Sul fronte della politica commerciale Bonacci suggerisce una strategia mirata, «individuando con attenzione i possibili clienti e offrendo a ciascuno servizi ad hoc per fidelizzarli», mentre per Accenture l'ingrediente fondamentale per essere competitivi «è puntare su una specializzazione fortissima - spiega l'executive partner Marco Salera -: solo così ci si rende riconoscibili in un mercato globale, all'interno del quale ci si può muovere stringendo partnership con altre aziende per sviluppare un modello reticolare che consenta di allargare il business e di abbattere i costi». 
Il cruscotto 2011 degli indicatori italiani 
CRESCITA DEL PILLe previsioni del governo indicano una crescita prevista del prodotto interno lordo italiano nel 2011 pari all'1,3%, che comunque rimane una delle performance più basse in Europa. A giugno 2010 le stime si attestavano al +1,6% 
ANDAMENTO DELLE ESPORTAZIONINel corso del prossimo anno si stima che la domanda estera fornisca un contributo positivo alla crescita del 4,8 per cento. Il disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti (-3,2% in rapporto al Pil) dovrebbe registrare un lieve miglioramento sul 2010 
INVESTIMENTI FISSI LORDISecondo le stime del Pnr elaborato dal governo gli investimenti fissi lordi cresceranno del 2,5 per cento. La media è frutto di una crescita dell'investimento in macchinari e attrezzature pari al 4,1% e di un aumento più contenuto degli investimenti nelle costruzioni (0,8%) 
CONSUMI FINALI NAZIONALII consumi nel 2011 dovrebbero crescere dello 0,6%, influenzati positivamente dalla spesa delle famiglie residenti che salirà dello 0,8%, mentre la spesa della pubblica amministrazione è data in calo dello 0,1% 
PRODUTTIVITÀL'anno prossimo, secondo le stime del governo, la produttività in rapporto al Pil si attesterà allo 0,6 per cento. Un calo deciso rispetto alle previsioni per l'anno in corso, che indicano una produttività pari al 2,7% del Pil 
http://www.ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[25/11/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[VENETO UNA TERRA CHE HA MERITATO D'ESSERE SOLA...]]></title><description><![CDATA[IL REPORTAGE 
Nel Veneto sott'acqua una terra lasciata sola 
L'entusiasmo dei volontari, la rabbia per gli aiuti che non arrivano, la voglia di protesta fiscale. 
Viaggio nel Veneto ancora invaso dal fango. Centinaia di sfollati, migliaia di volontari, aziende in ginocchio. 
Mentre cresce la rabbia per la risposta debole delle istituzioni di Roma. 
"I leghisti si occupano di sagre e dialetto, cose di un'identità inventata". 
E gli imprenditori si preparano allo sciopero fiscale 
di FABRIZIO RAVELLI 
VICENZA - Si dovevano ascoltare i poeti. Come Andrea Zanzotto, quando prevedeva che questa terra palladiana finisse maciullata "sotto i cingoli dei diluvi". Lui, il grande vecchio che tutto vede dalla sua casa di Pieve di Soligo, si sente "asserragliato": "La cosa terrificante è che, per quanto fosse prevedibile qualcosa di spaventoso, non si è mosso un dito per fare quel minimo necessario di prevenzione. Se si ha amore, anche i grandi disastri possono essere arginati". Gli argini, invece, si sono sbriciolati. Il sindaco Achille Variati li indica dal Ponte degli Angeli, vestito con una giacca gialloblu della Protezione civile, mentre marcia a passo di carica. Il Bacchiglione scorre fangoso, ma (quasi) placato: "Una settimana fa l'acqua arrivava a filo del ponte, cioè cinque metri più in alto di adesso". 
Tutto intorno, fra piazza Matteotti e piazza XX settembre, si andava in canotto. Il fiume è sceso, restano sacchetti di sabbia agli angoli delle case, idrovore in funzione a svuotare le cantine, la tenda dei volontari proprio di fronte al Teatro Olimpico che, per poco, non è finito sotto. Variati è un tranquillo esemplare di purissimo democristiano, guida una giunta di centrosinistra, mostra con un accenno di commozione la casa del suo maestro Mariano Rumor. Ma l'emergenza l'ha trasformato. Aveva da affrontare danni immensi, centinaia di sfollati, aziende in ginocchio. La paura e la rabbia dei veneti, che per l'ennesima volta si sentono periferia, e non hanno tutti i torti. Il suo lavoro l'ha fatto con piglio churchilliano: "Vi prometto solo fango!", ha detto in tv ai ragazzi vicentini, chiamando alla mobilitazione. E quelli hanno risposto in 2500: "Un minuto dopo, arrivavano le prime telefonate. Sono stati fantastici". E sono ancora qui: studenti, disoccupati, operai, badanti rumene, neri africani, rom. Stanno sporchi di fango a spalare, da una settimana. 
Dal governo di Roma, dove stanno leghisti e berlusconiani che pure comandano in Veneto, la risposta è stata molto più lenta e debole. Ieri mattina il sindaco ha preso il telefono, ha fatto il numero del Quirinale: "Pronto, sono Achille Variati sindaco di Vicenza, vorrei parlare con il Presidente". Qualche minuto, e Giorgio Napolitano era in linea, a informarsi e promettere una visita per mercoledì. Il governatore veneto Luca Zaia, in una settimana, manco s'è fatto vedere. Variati, sempre marciando per la città quasi del tutto ripulita che pure lo inorgoglisce, mette in guardia: "Ti pare che la città sia tranquilla. Attento, non è così. È quella tranquillità pericolosa che può precedere la protesta civile". La protesta, peraltro, è già cominciata. E, con la destra impastoiata, è toccato agli imprenditori minacciare la protesta fiscale. 
"Non è una provocazione - dice Gaetano Marangoni, vicepresidente della Confindustria locale - È la conseguenza dell'aver verificato una risposta modesta o insignificante dal governo. Le imprese industriali e artigianali sono tramortite, flagellate. E i 20 milioni di euro divisi per quattro regioni dal governo sono praticamente niente. I veneti sono gente che lavora e non protesta, fin che le cose tornano. Se non tornano, se i soldi non saltano fuori da qualche parte, verseremo le nostre imposte su un conto corrente regionale. Non pagare la tasse è un modo per vedere se ci sono decisioni. Il tempo a disposizione è scarso, e questo è un banco di prova: per il governo, per la Regione". Marangoni, oltretutto, è uno del ramo: la sua azienda si occupa di opere idrauliche, le sue ruspe stanno lavorando a rimettere insieme gli argini. Ricorda: "Nel '92 erano state progettate e appaltate opere per mettere in sicurezza la città di Vicenza. Poi tutto si è fermato, i contratti sono stati rescissi, e si sono pagate anche delle penali". 
Il tempo delle minacce e delle recriminazioni è cominciato. Ma non è finito quello dei soccorsi. Qui a Vicenza gli sfregi lasciati dall'alluvione sono ancora freschi. Centinaia di negozi sono chiusi, con i commercianti che spalano liquame. Quaranta imprese hanno subìto danni da 50 mila euro a 2 milioni. Sul muro della Caritas, don Giovanni Sandonà mostra il livello raggiunto dall'onda, quasi un palmo sopra quello del 1966. Lui ci ha rimesso un'auto, e una montagna di vestiti, coperte, confezioni di cibo destinate ai bisognosi. Lo storico Emilio Franzina, che abita poco più in là, di auto ne ha perse due: "Secoli di inondazioni non avevano prodotto effetti così violenti e improvvisi. Questo ambiente è malato, s'è abbandonata ogni cura del territorio che non fosse legata a degli interessi". E anche sul monitoraggio del fiume, ci sarebbe da indagare: "Ecco qui un articolo di giornale, dice che già domenica sera la Provincia di Trento dava l'allarme". In Comune dicono che, alle 10 di sera, si segnalava un modesto pericolo. E che l'allarme è arrivato alle 4 del mattino, via email, quando era tardi. 
Il sindaco fa il conto degli organismi che hanno competenza sulle acque: "Ato, Consorzio di bacino, Magistrato delle acque, Genio civile, Regione, Provincia, Comuni, Gestori degli acquedotti. Ognuno per il suo pezzetto". Variati è nato in un pianoterra: "Di inondazioni ho qualche esperienza". La gente, per le strade, apprezza il fatto che Variati si sia da fare: pacche sulle spalle, ringraziamenti con gli occhi lucidi. In via Divisione Folgore c'è una delle zone ancora piene di fango. La signora Antonia Zanini, titolare della "Azeta astucci", lavora con gli stivali ai piedi in mezzo a un gruppo di volontari: "Se non fossero arrivati loro, avrei chiuso". Uno studente: "Siamo stati anche a Cresole e a Caldogno, ad aiutare, e ci hanno accolto a braccia aperte. Gente eccezionale". Giulio Ballarin, titolare del Red Quill Pub, ancora toglie melma dal locale: "Direi, a occhio, 40-50 mila euro di danni". 
Il famoso territorio, quello in cui bisogna obbligatoriamente radicarsi, è malato. Bepi De Marzi, compositore e organista, personaggio leggendario della cultura veneta, è angosciato e polemico: "Bastavano, come aveva la Serenissima, quattro "savi alle acque", ma adesso abbiamo i savi alle sagre. I leghisti si occupano di sagre e dialetto, delle cose sciocche di un'identità inventata. E si è costruito troppo, dappertutto abbiamo capannoni sfitti. Poi, se versi acqua in un vaso di fiori, l'acqua cola via. Ma se la versi su una tavola, dove finisce?". Già, si potrebbe cogliere l'occasione per pensare anche allo sviluppo selvaggio che ora presenta il conto. D'altra parte, tutto era noto e tutto era stato studiato. Anche i rischi del Bacchiglione, fiume per lo più pacifico e inoffensivo. Un volume della Regione Veneto del 2005 dedicava un capitolo alla "funzionalità fluviale", e i punti a rischio erano esattamente quelli, fra la zona sud di Padova e la città di Vicenza, dove settimana scorsa è successo il disastro. 
Andrea Goltara, direttore del Cirf (centro italiano per la riqualificazione fluviale) di Mestre, dice in sostanza che è inutile discutere di messa in sicurezza di un fiume, quando poi ogni comune costruisce dove gli pare. "Bisogna dire che un territorio dove la difesa è fatta costruendo, è debole. Si dovrebbe avere un federalismo di bacino, con annessa fiscalità, come in Francia. Vuoi costruire ovunque? I danni te li paghi a livello di bacino, non è che ogni volta chiedi poi fondi allo Stato". Ma è quello che sta accadendo. Anche perché il ricco Veneto, locomotiva economica e così via, sente i morsi della crisi. La produzione è scesa del 26 per cento. L'occupazione non tornerà più ai livelli dei tempi d'oro. "Nasce anche qui un bisogno - dice il sindaco Variati - Anche in questa terra ricca. C'è bisogno, dopo questa alluvione, di una risposta dello Stato. E forse questa è, per lo Stato, l'occasione di dire: ci sono, eccomi qua". Vedremo. Il poeta Zanzotto, in questa alluvione, vede solo "noncuranza e disordine che si infiltra. Si sapeva di dover trovare un modus vivendi con il disastro. Ora siamo asserragliati, e tristi". 
(09 novembre 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/cronaca/2010/11/09/news/veneto_sott_acqua-8903031/index.html?ref=search]]></description><pubDate><![CDATA[09/11/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[IMPRESE OLTRE IL DECLINO]]></title><description><![CDATA[Imprese oltre il declino 
Marco Fortis 
Questo articolo è stato pubblicato il 09 novembre 2010 alle ore 06:39. 
 Prima c'è stata la sindrome del declino. Poi il suo quasi-ribaltamento-ravvedimento. 
Infine è arrivata la crisi globale a scompigliare nuovamente le carte . 
Per l'industria manifatturiera italiana pare che non vi siano mai certezze e riaffiorano sempre inquietudini sul suo futuro e sulla sua competitività. 
Il declino evidentemente non c'è stato, anche se dal 1999 al 2004 la nostra industria ha visto letteralmente i sorci verdi a causa dell'irrompere della concorrenza asimmetrica cinese, che alcuni ancora pensano sia stata un'invenzione propagandistica della Lega Nord. In quel quinquennio difficilissimo, il nostro attivo commerciale con l'estero per i manufatti (esclusa la chimica, per rendere omogenei i confronti) è cresciuto solo del 5% mentre quello tedesco aumentava del 96% e quello cinese, in gran parte a nostre spese, cresceva del 148 per cento. A quell'epoca sembrava che la concorrenza cinese e lo yuan sottovalutato danneggiassero solo il made in Italy, che perdeva inesorabilmente quote di mercato nelle calzature, nel tessile-abbigliamento e nei mobili.Ma poi è arrivato il colpo di reni della nostra industria manifatturiera. Tra il 2004 e il 2008 il surplus commerciale italiano per i manufatti (senza chimica) è addirittura cresciuto più di quello tedesco: +35% contro +28 per cento. Mentre la Cina, che ormai non esporta più solo scarpe e abbigliamento ma anche elettronica e tecnologie, è diventata un autentico "tritatutto": +257 per cento. Adesso Pechino fa più paura alle altre economie avanzate che all'Italia. E nel 2010 invocare la rivalutazione dello yuan come fanno tanti paesi e guru del libero mercato non è più considerato "protezionismo", come quando era la sola Italia a lamentarsi.L'Italia, per non soccombere alla Cina, si è specializzata maggiormente nella meccanica-mezzi di trasporto e si è posizionata nei segmenti a più alto valore aggiunto negli altri manufatti. E il surplus italiano con l'estero nelle "4 A" (le tradizionali Alimentari-vini, Abbigliamento-moda e Arredo-casa, supportate dalla sempre più dinamica Automazione-meccanica) ha toccato nel 2008 un massimo storico di ben 113 miliardi di euro: 20 miliardi in più dell'attivo tedesco per i veicoli. Se il made in Italy fosse stato veramente in declino non sarebbe chiaramente riuscito ad esprimere una reazione simile. 
La realtà è che nell'ultimo decennio si è delineata una curiosa forbice tra gli indicatori di competitività dell'Italia: quelli che dovrebbero condizionarla (tipo la produttività, il tasso di cambio reale, eccetera) vanno male, mentre quelli che ne misurano il risultato finale (tipo il surplus manifatturiero, le quote di mercato, eccetera) ci dicono che siamo rimasti forti. È chiaro che non si può tirare troppo la corda e la forbice deve essere chiusa, migliorando sia la competitività delle aziende che quella del sistema-Italia. Ma finora il made in Italy ha sempre smentito le cassandre.Significativo è il fatto che negli ultimi anni l'export italiano in valore ha avuto una dinamica straordinariamente somigliante a quella dell'export della Germania, che secondo il Trade Performance Index dell'Unctad-Wto è il paese più competitivo al mondo quanto a risultati, proprio davanti all'Italia che è seconda.Tuttavia, nella fase di ripresa l'export tedesco sembra mostrare una marcia in più rispetto a quello italiano. Infatti, le esportazioni cumulate in valore della Germania negli ultimi 12 mesi "scorrevoli" dall'agosto del 2009 al luglio del 2010 sono risultate del 3,8% superiori a quelle dei corrispondenti 12 mesi "scorrevoli" precedenti, mentre le esportazioni italiane nello stesso periodo sono rimaste praticamente ferme. Ciò ha riaperto l'eterna diatriba sulla nostra presunta perdita di competitività.In verità, negli ultimi 12 mesi "scorrevoli" l'export della Germania è stato trainato principalmente dalle vendite extra-Ue (+8,1% mentre l'Italia ha registrato solo un modesto +0,1%). E il merito di ciò è stato dei grandi gruppi industriali dell'auto, della chimica e dell'elettromeccanica, cioè di quello che potremmo definire l'effetto "Volkswagen-Audi-Basf-Siemens". Ma poiché l'Italia non possiede né la Volkswagen-Audi né la Basf né la Siemens, è inutile buttare nuovamente la croce sul made in Italy, sulle Pmi e sui distretti industriali. Prova ne è che il resto dell'export verso i paesi extra Ue, depurato di auto, chimica ed elettromeccanica, negli ultimi 12 mesi è andato in maniera abbastanza simile in Germania (+1,8%) e in Italia (-1,6%).E, comunque, nemmeno la Germania può illudersi di poter far correre il proprio Pil soltanto con l'export di auto di lusso in Cina. Infatti, nel 2009 la Cina e gli altri 3 Bric pesavano ancora pochissimo sull'export totale dei maggiori paesi: solo il 9,4% nell'export della Germania, il 7,3% in quello italiano, il 6,8% in quello francese, il 5,8% in quello britannico. Fintanto che i Bric resteranno dei mercati "miraggio" (indubbiamente straordinari per singole imprese dei paesi ricchi, ma marginali per il resto delle loro macroeconomie nazionali) crescere solo con l'export, per quanto si possa essere competitivi, non basterà a nessuno. Anche perché il resto del mondo avanzato è oggi pieno di debiti, non cresce e non compra più come un tempo i beni dei paesi manifatturieri esportatori.Il problema di fondo della bassa crescita a lungo termine dell'Italia e anche della Germania non è certo la competitività delle rispettive industrie manifatturiere e dell'export. È invece quello della debolezza della domanda interna che, secondo gli indici trimestrali destagionalizzati dell'Eurostat, dal 2000 (anno base) al secondo trimestre 2010 in Germania è aumentata in termini reali persino meno che in Italia: +3% contro +4,5.Più in generale, la questione di fondo è: senza più "bolle" e con gli attuali livelli di debiti privati e pubblici, è ancora possibile nei prossimi anni una forte crescita della domanda interna e quindi del Pil nei paesi ricchi? In un simile scenario, sempre più verosimile, conservare una forte industria manifatturiera come stanno facendo l'Italia e la Germania non è una scelta "primitiva", come ha scritto Bill Emmott sulla Stampa di domenica scorsa. È perlomeno una garanzia per non rischiare di diventare più poveri, come sta accadendo a Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Irlanda. 
© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-11-09/imprese-oltre-declino-063925.shtml?uuid=AYLX8DiC]]></description><pubDate><![CDATA[09/11/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Cesare Annibaldi racconta la vertenza che ha cambiato un’epoca]]></title><description><![CDATA[14/10/2010 (7:53) - INTERVISTA 
"Con i Quarantamila è finito il Sessantotto" 
Cesare Annibaldi racconta la vertenza che ha cambiato un’epoca 
CESARE MARTINETTI, MARCO SODANO 
Quattordici ottobre 1980. È una mattina di quasi sole molto autunnale, a Torino. La fabbrica Fiat di Mirafiori è bloccata dal 12 settembre, da quando l’azienda ha comunicato l’intenzione di licenziare 14 mila dipendenti per guadagnare competitività. La risposta del sindacato è immediata: si bloccano Mirafiori, Rivalta, Lingotto e tutti i grandi stabilimenti. Nel giro di pochi giorni si fermano anche i fornitori dell’indotto. La trattativa arriva subito al tavolo del ministro, ma dopo pochi giorni cade il governo guidato da Cossiga. L’azienda, allora, acconsente a cambiare i 14mila 500 licenziamenti in 23 mila cassintegrati. Ma l’ala dura del sindacato non cede. Una sera, un gruppo di capi prova a entrare a Rivalta. Vengono malmenati e respinti. Così, guidati dal capo dei capi Luigi Arisio, con la collaborazione dell’azienda, organizzano una manifestazione al Teatro Nuovo di Torino. L’iniziativa è un successo clamoroso e imprevisto. Dal teatro parte la marcia verso il centro. Un corteo imponente e muto di circa 40 mila dipendenti chiede di poter tornare a lavorare. Il tavolo della trattativa si rovescia. Sfiniti, ai picchetti, anche i duri cedono. Il sindacato firma l’accordo che sembra una resa. 
Dottor Annibaldi, la mattina del 14 ottobre 1980 lei era seduto in una sala dell’hotel Boston di Roma di fronte a Lama, Carniti e Benvenuto. Ricorda cosa accadde?«Benissimo. Uno dei nostri si è avvicinato parlando a voce bassa. Sapevamo della manifestazione, ma nessuno sapeva come stesse andando. Da Torino dicevano che la testa del corteo era in piazza Castello, mentre c’era ancora gente al Teatro Nuovo. Due chilometri e mezzo di strada, una cosa gigantesca, nessuno se lo aspettava. I sindacalisti intuirono che era successo qualcosa di inaspettato anche per loro». 
E come reagirono?«Increduli. Per primo si alzò Benvenuto: tornò confermando che il corteo era enorme. Allora anche Carniti cercò notizie. E confermò: sono tantissimi... ma disse: noi però domenica ne portiamo in piazza il doppio». 
Non è successo. Ma quella marcia l’avevate organizzata voi?«Sì, la storia è questa. Una sera, dopo un mese di blocco, un gruppo di capi aveva tentato di entrare in fabbrica a Rivalta, ma erano stati buttati fuori. Così Arisio e gli altri capi presero l’iniziativa. Volevano trovarsi dentro il Teatro Nuovo. Noi suggerimmo: uscite in strada, fate vedere che siete tanti». 
L’azienda era d’accordo?«Certo. Era importante far sentire che i lavoratori della Fiat non erano solo quelli che facevano i picchetti. Uno degli slogan era: referendum-referendum. Cioè vogliamo essere consultati, ci siamo anche noi». 
Aspettavate 40 mila persone?«No. Ne siamo stati felicemente meravigliati». 
Ed è cambiato tutto?«Sì, fu Lama a dire a Romiti: dateci voi il testo dell’intesa. E noi a quel punto ci comportammo in maniera saggia. Abbiamo tenuto il punto, ma inserito una modifica essenziale». 
Cosa avete cambiato?«Abbiamo aggiunto la clausola dei rientri dopo due anni per i 23 mila cassintegrati. Sapevamo che i sindacalisti dovevano andare in assemblea e far passare l’accordo». 
Facciamo un passo indietro. Come si è arrivati ai 35 giorni?«Fu un concorso di situazioni diverse ma tutte omogenee. Il rinnovo del contratto nazionale nel ‘79 aveva dato luogo a una violenza mai vista. In fabbrica la conflittualità aveva superato ogni limite: cortei che prelevavano i capi e li cacciavano dallo stabilimento, gli “incappucciati”, gruppi che entravano negli uffici - anche nei dintorni di corso Marconi - e costringevano le impiegate ad uscire. A settembre, l’omicidio da parte di Prima Linea di un nostro dirigente, l’ingegner Ghiglieno. La prima risposta fu il licenziamento dei sessantuno. Era il segno che l’azienda riteneva inaccettabile quella situazione». 
Non cercaste di coinvolgere il sindacato nell’isolare i violenti?«Il sindacato non solo non contrastava questa situazione, ma in alcuni settori addirittura la appoggiava. Convocammo i dirigenti del sindacato torinese per coinvolgerli, le risposte furono tutte elusive. Non ci volevano mettere le mani». 
Eppure la consapevolezza della crisi dell’industria era diffusa. Il partito comunista organizzò in quel periodo a Torino una conferenza nazionale sull’auto.«La ricordo bene. Ma la sola proposta fu: lo Stato aiuti la Fiat e in cambio la Fiat si impegni nello sviluppo. Parteciparono anche numerosi economisti, nessuno riconosceva la produttività lavoro o la conflittualità come un problema». 
Allora decideste di prendere l’iniziativa. Quale fu la svolta?«L’intervista di Umberto Agnelli a Peppino Turani. Diceva che per uscire da quella situazione erano necessari i licenziamenti e la svalutazione della lira. L’abbinamento non era felice, questo era e resta il mio parere, ma il dottor Agnelli ne era convinto, non voleva che l’intervista fosse tutta sul sindacato. A noi premeva almeno altrettanto la produttività perduta: i licenziamenti erano il via a un’azione destinata a creare competitività». 
L’intervista ebbe ripercussioni enormi e reazioni molto negative. L’avevate decisa insieme in azienda?«No, l’iniziativa era stata sua. Quando Turani mandò il testo da leggere prima della pubblicazione, eravamo in tre: io, il dottor Agnelli e il capo dell’ufficio stampa Marco Benedetto. Cominciammo a dire: tagliamo qui, tagliamo là. Volevamo fargli togliere l’abbinamento svalutazione-licenziamenti. Ma Umberto Agnelli rispose di no: l’ho detto... ed è rimasto nel testo». 
E si aprì la vertenza. Ma perché parlaste subito di 14 mila licenziamenti, usando una parola che era (ed è) tabù in Italia?«In realtà eravamo partiti parlando di eccedenze. Se il sindacato avesse detto: cassa a zero ore a tempo indeterminato si poteva discutere. Niente: tutto è subito finito sul tavolo del ministro del Lavoro, Franco Foschi. Culturalmente e politicamente Foschi era più vicino al sindacato che all’azienda». 
Un politico della corrente di Donat-Cattin, sinistra sociale della Dc.«Una sinistra molto sociale e molto sentita». 
Allora il presidente del Consiglio era Cossiga. Ci fu un contatto?«Fummo convocati, ma Cossiga non intendeva sconfessare il ministro: anzi, rafforzò la sua posizione. Poi è caduto il governo Cossiga». 
E voi?«Eravamo in un vicolo stretto del quale non si vedeva l’uscita. Per sdrammatizzare, tolta di mezzo la parola licenziamenti e siamo passati alla cassa integrazione. Ma quelli del sindacato che erano per la lotta hanno tenuto la loro posizione. Dicevano: è come prima e peggio di prima». 
Ma non si sentivano i moderati nel sindacato? Lama, per esempio.«No, i confederali non erano ancora parte in causa: lasciavano fare ai metalmeccanici». 
A distanza di tanti anni come giudica questo atteggiamento?«Era il paradigma del ’68. Stava cambiando il mondo, era cambiato il modo di produrre, stavano per arrivare la Tatcher e Reagan, ma nel sindacato italiano non cambiava nulla. La moderazione di Lama si esprimeva sulla politica generale, non sulla situazione nelle fabbriche, che era uno dei tanti punti deboli del Paese». 
Intanto a Torino la fabbrica era bloccata, con i picchetti ai cancelli.«Era un’occupazione che non si chiamava così perché anche in fabbrica solo una minoranza si era espressa per l’occupazione vera e propria. Ma il blocco fu totale e da subito». 
Ve l’aspettavate?«Ci aspettavamo una reazione molto grave sì, non 35 giorni di blocco. Non pensavamo reggessero tanto. E infatti alla fine non ce la facevano più». 
E voi per quanto pensavate di poter resistere?«Eravamo determinati ad andare avanti». 
Come vedeva i sindacati dal tavolo delle trattative?«Anche loro erano sicuri: chi contava di più sull’intervento del governo, chi invece spingeva verso l’occupazione per far pressione sul governo». 
A Mirafiori il segretario del Pci Berlinguer disse che il partito avrebbe appoggiato un’occupazione decisa dall’intero movimento sindacale. Come leggeste quell’intervento?«Come un fortissimo appoggio all’occupazione. Ci furono subito dei tentativi di leggerlo in modo meno impegnativo, ma alla fine passò quel segnale». 
Un segnale pesante?«Dovendo ogni giorno affrontare delle sfide sul mercato, per noi diventava quasi irrilevante. Dovevamo andare avanti. Avremmo apprezzato che si aprissero margini di manovra. Ma non succedeva». 
In questo stallo arrivò la marcia dei 40 mila. Come rilegge la vertenza dei 35 giorni trent’anni dopo?«È stata la deflagrazione di una vicenda in cui le cariche esplosive si erano venute ad accumulare negli anni. Ad ogni vertenza eravamo costretti a fare concessioni che comportavano perdite di produttività. Non era più possibile, sia pure con le spalle larghe della Fiat, sopravvivere». 
Ma Confindustria e Fiat non hanno commesso errori? Soltanto quello di cedere al sindacato? Non c’era anche una crisi industriale, aziendale e di prodotto?«Se anche Fiat avesse avuto prodotti migliori non avrebbe potuto pagare un prezzo così alto sul piano delle perdite di efficienza». 
Si discute molto in questo periodo di Anni Settanta. Lei che li ha vissuti, pensa che possano tornare?«No. Però quando si dibatte di ridare forza al sindacato si ripropone un modello di contrattazione intensa, con poche regole, in cui sembra che si cerchi il consenso del singolo e non quello che nasce da buone relazioni. L’ho detto qualche giorno fa agli amici della Fiom: la vostra responsabilità è convincere la base a consentire su cose indispensabili. Altrimenti il cosiddetto consenso diventa un alibi». 
Fa impressione di questi tempi sentire un uomo Fiat come lei parlare di «amici» della Fiom...«Dopo la vertenza io sono diventato molto amico di Claudio Sabattini, ora scomparso, che era il segretario della Fiom e che di quella vertenza è stato il capro espiatorio. Abbiamo condiviso trattative infinite: una volta non dormimmo tre giorni e tre notti. Ecco, agli amici della Fiom, ho ricordato in una battuta che il consenso si chiede anche per l’eutanasia. Aziendale, in questo caso». 
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201010articoli/59407girata.asp]]></description><pubDate><![CDATA[14/10/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il pecorino sardo - Dietro i romeni due imprenditori isolani]]></title><description><![CDATA[MENTRE PROTESTANO PASTORI E ALLEVATORI 
Il pecorino sardo si fa concorrenza da solo 
Dietro i romeni due imprenditori isolani 
I fratelli Pinna, primi produttori caseari della Sardegna, controllano il 70,5% di Lactitalia. Il resto è della Simest 
Capitale, azionisti, mission: dalla Camera di commercio di Bucarest affiorano tutti gli ingredienti di un business fratricida. Se non nei fermenti lattici (romeni) almeno negli investimenti, il pecorino dell’Est concorrente del Dop è rigorosamente italiano. Mentre pastori e allevatori, schiacciati dalla crisi dei vari comparti, manifestano con sit in e proteste locali (dalla Sardegna alla Sicilia) dai registri di Bucarest, spunta l’identikit della concorrenza. Lactitalia, società «cu raspundere limitata», specializzata in allevamento di bovini da latte, ovini, caprini, prodotti caseari e alimentari vari (ma anche investimenti e amministrazione d’immobili) che esporta latticini romeni con nome cinematografico - «La Dolce Vita» - è un mix inatteso di capitale privato e pubblico. La prima sorpresa la riservano gli investitori privati,ossia la Roinvest srl. 
Se il nome è oscuro, la proprietà è illustre: l’impresa, con sede a Sassari, appartiene infatti ai primi produttori caseari della Sardegna: Andrea e Pierluigi Pinna. Nomi prestigiosi con un ruolo strategico proprio nella difesa del made in Italy. Il primo, Andrea, è vice presidente del Consorzio di Tutela del Pecorino sardo. Suo fratello, Pierluigi è consigliere dell’organismo che certifica il controllo di qualità dello stesso formaggio nostrano. L’uno e l’altro dovrebbero difendere il prodotto dai falsi, come si legge sul sito: «Il consorzio svolge sia nel territorio di produzione che in quello di commercializzazione, funzioni di tutela, promozione, valorizzazione, informazione del consumatore e salvaguardia degli interessi relativi alla denominazione, contro ogni e qualsiasi abuso, atto di concorrenza sleale e contraffazione». Con una quota azionaria pari al 70,5% i Pinna sono i principali azionisti di Lactitalia. Quanto all’altra fetta di azionariato, il 29,5% del capitale residuo, appartiene alla pubblica Simest, controllata dal ministero dello Sviluppo economico. Sul «pecorino di stato» tuona Coldiretti: «Ci auguriamo che il ministero ritiri la quota di partecipazione a un’impresa che imita il made in Italy e fa concorrenza sleale ai nostri imprenditori» dice Sergio Marini, presidente di Coldiretti. Insomma qui non è più la lotta al Chianti californiano, al pesto della Pennsylvania o al pomodoro cinese: il piccolo faro occupazionale rappresentato dallo stabilimento Lactitalia di Recas a 20 chilometri da Timisoara, rappresenta un affronto per pastori, e allevatori che producono a costi sempre più elevati e con margini sempre più incerti. 
A parte la bile per i soci dei consorzi nello scoprire che i propri rappresentanti nominati per tutelarli investono nell’impresa concorrente (beneficiando di sovvenzioni pubbliche, di solito regionali), c’è quell’investimento pubblico in Lactitalia che, secondo i calcoli di Coldiretti, è pari a «862mila euro». Mica poco. Intanto fratelli Pinna, interpellati in proposito, non rispondono. Vuoi per gli impegni aziendali, vuoi per altri locali: «Mi spiace ma non sono in sede, partecipano alla festa patronale della Madonna di Seuni» spiegano con gentilezza dalla direzione. Irritazione per la vicenda Lactitalia filtra anche dal ministero dell’Agricoltura: «Abbiamo istituito un gruppo di lavoro che si occupa di contraffazioni dei prodotti agricoli italiani in genere. Quanto a Lactitalia, la responsabilità non è nostra ma di chi ha gestito e gestisce il ministero dello Sviluppo. Si conferma comunque che abbiamo ragione promuovere la battaglia sull’etichettatura e insistere con l’Europa affinchè vigili sui prodotti di origine controllata e sanzioni in caso di contraffazioni». 
Ilaria Sacchettoni 
12 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_settembre_11/pecorino-industrial-sardi_0a6cf4c2-bdf1-11df-bf84-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[12/09/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Una riforma fiscale contro il mostro deflazione]]></title><description><![CDATA[Una riforma fiscale contro il mostro deflazione 
di Carlo De Benedetti 
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:42.L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:42. 
 
Se vogliamo affidarci alla metafora di Niall Ferguson, storico di professione ed economista per passione, Godzilla è pronto a sconfiggere King Kong. Lo scontro fra i mostri liberati dalla crisi del credito, ovvero la battaglia fra inflazione e deflazione, come ebbe a dire il docente di Harvard, rischia di risolversi verso lo scenario deflattivo. 
La zampata di Godzilla è apparsa minaccia prevalente anche nelle parole, volutamente provocatorie, pronunciate dal presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, il 29 luglio scorso, quando è arrivato ad immaginare uno scenario giapponese per l'economia americana.Sventolare il declino giapponese per i destini americani è, forse, una fuga in avanti: ma la realtà di oggi è molto diversa dalle aspettative di qualche mese fa. La crescita del secondo trimestre su base annua dell'economia statunitense è passata dal 2,4% all'1, il terzo trimestre minaccia di essere piatto e l'ultimo, probabilmente, sarà negativo.Lo scenario del double dip, di una ricaduta nella recessione, si va così consolidando, d'improvviso. Per questo è ora necessario cambiare strada, eliminando le residue incertezze, convincendosi che se Godzilla è più forte di King Kong, vanno adottate armi molto più potenti di quelle fino ad ora utilizzate. Se non altro per la semplice ragione che oggi sappiamo come battere l'inflazione, ma non conosciamo, né sappiamo come somministrare, gli antidoti necessari per guarire un corpo economico malato di deflazione. 
L'emergenza crescita è assolutamente prioritaria. Credo che i passaggi per riportare gli Usa sulla via dello sviluppo siano sostanzialmente tre: la Fed deve attrezzarsi contro la deflazione promuovendo l'erogazione di finanziamenti sia alle attività d'impresa, sia alle famiglie. 
Il Congresso deve ispirarsi alla riforma fiscale del 1986 abbattendo l'aliquota marginale e allargando la base imponibile; il Paese deve ritornare verso logiche di deregulation, abbandonando la tentazione di porre lacci e lacciuoli a settori-chiave dell'economia, come quello finanziario.Restiamo ai due primi passaggi, i più importanti nell'emergenza che si va defilando. La politica monetaria ha portato gli Usa a interessi a zero e al quantitative easing - allentamento quantitativo - di 1.200 miliardi di dollari provocando una crescita dell'M2 debole e aumentando la tendenza al risparmio di cittadini intimoriti dalla fragilità del contesto economico. Uno scenario che accelera il rischio di una caduta dei prezzi. 
La Fed lo ha intuito, ma non s'è ancora risolta ad adottare misure radicali, divenute ormai urgenti e indispensabili. Dovranno andare nella direzione già adottata, ma con più determinazione di prima. Lo strumento monetario va rilanciato, avviando un'altra ondata di quantitative easing per almeno altri mille miliardi di dollari: danari messi sul mercato per l'acquisto di titoli di stato a lungo termine. 
Ogni idea di stretta economica, di exit strategy dallo stimolo espansivo, va abbandonata perché la storia della Grande Depressione, e quella più recente del Giappone, rischiano di ripetersi, oggi, in America. «Coloro che non imparano dalle lezioni della storia tendono a ripeterla», sosteneva il filosofo George Santayana, con un concetto tanto ovvio quanto, spesso, sfuggente alla mente della politica. Il ripetersi della "storia di allora" sarebbe devastante perché il ruolo trainante degli Usa sull'economia planetaria resta forte abbastanza per innescare il ripetersi di una crisi globale, capace di travolgere i mercati maturi. Per questo la leva monetaria non basta. Dovrà essere accompagnata da una nuova politica impositiva che potrà apparire impopolare, ma che è, in realtà, l'abc di ogni economista specializzato in finanza pubblica. Il principio è noto. Una bassa aliquota marginale accompagnata dall'ampliamento della base impositiva, attraverso l'eliminazione di esenzioni specifiche, è la via migliore per aumentare il gettito. 
Anche in Italia, per inciso, sarebbe prioritaria una riforma fiscale, che spostasse l'onere delle imposte dal lavoro e dalle imprese ai patrimoni, ma l'ambizioso progetto del ministro Tremonti sembra per il momento accantonato.Torniamo al mondo. La storia ci aiuta una volta di più. La lezione del 1986, infatti, suggerisce proprio un piano fiscale di quel tipo. Purtroppo l'amministrazione di Barack Obama promette di muoversi nella direzione opposta, aumentando l'aliquota marginale dal gennaio 2011. Una mossa dal sicuro impatto politico, ma lontana dalle esigenze di un'economia in bilico fra debole ripresa e rischio di violenta ricaduta. Impopolare apparirà anche l'idea di dare un colpo di freno alle smanie iper-regolatrici del settore finanziario, ma anche questo è necessario per dare vigore a una spinta che non c'è più. 
I rimedi qui suggeriti non sono novità nella dottrina economica. Non c'è nessuna intuizione geniale dietro una ricetta che è solo il prodotto di uno scenario ora sgravato dalle nebbie dei mesi passati. L'immagine che emerge oggi, con una nettezza mai vista prima, traccia il rischio di un ritorno in recessione e impone l' esigenza di evitarlo utilizzando, fin d'ora, tutte le medicine possibili. Politica monetaria, fiscale e delle regole, da distribuire subito e nella dose giusta. Il momento è questo, la quantità dovrà essere massiccia. Altrimenti basterà tornare alle cronache della Grande Depressione per leggere scenari di un destino ancora possibile. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-26/riforma-fiscale-contro-mostro-084131.shtml?uuid=AYbLKuJC]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro]]></title><description><![CDATA[La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro 
di Giuseppe Berta 
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:36.L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:04. 
IL GIOCO ONLINEQuale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire? 
Per i sindacati dell'industria dei paesi sviluppati occidentali la crisi rappresenta un passaggio delicatissimo, un momento di trasformazione che ne scuote in profondità le radici fino a metterne in discussione le prospettive. Si disegna un assetto dell'economia globale che rischia di esautorare il ruolo del sindacato nelle aree del mondo dove la produzione industriale riduce il proprio radicamento sociale. Negli Stati Uniti questa minaccia è avvertita come la più incombente, al punto di suscitare un ripensamento radicale del modo d'essere e di operare della rappresentanza sindacale. 
Ne ha parlato il 2 agosto scorso al Center for automotive research Bob King, il nuovo presidente della Union of automobile workers of America (Uaw), un tempo il più grande e forte sindacato industriale del mondo, in un discorso che sta provocando una catena di reazioni e commenti. King ha annunciato che la Uaw del XXI secolo differirà in maniera fondamentale da quella che è stata nel Novecento. Alla crisi di Detroit i lavoratori americani dell'auto hanno pagato un prezzo durissimo: hanno perso 200mila posti di lavoro e accettato decurtazioni salariali che vanno da 7mila a 30mila dollari all'anno. Il loro sindacato ne è uscito drasticamente ridimensionato: nel 1979 la Uaw contava un 1,5 milioni di iscritti; oggi sono meno di 400mila. Per questo, ha sostenuto King, la missione sindacale deve essere ripensata dalle basi. L'organizzazione dei lavoratori deve assimilare gli obiettivi di flessibilità, qualità e produttività delle imprese e smetterla di considerare il management come un avversario e un nemico e tendere invece a costruire con esso delle relazioni di partnership. 
Col suo intervento King ha voluto sottolineare una discontinuità nella storia del sindacato Usa. La cura con cui è stata preparata quest'uscita la sottrae alla logica della quotidianità spicciola perché il presidente della Uaw sapeva di indurre, con quelle parole, un'ondata di reazioni - positive soprattutto negli ambienti del partito democratico, come testimonia il sostegno della governatrice del Michigan - ma anche di segno opposto, come rivelano i blog in cui si deplora lo smarrimento dello spirito sindacale originario e l'accettazione di condizioni giudicate lesive della dignità sociale degli operai. 
Consapevole della delicatezza del messaggio che ha voluto lanciare, King, proprio nel momento in cui annunciava la svolta sindacale, si è rifatto alla lezione dell'uomo-simbolo della storia della Uaw, Walter Reuther, il suo presidente più famoso e influente, di sicuro il sindacalista che ha contato di più nell'esperienza americana e ha assicurato al mondo del lavoro la più alta visibilità pubblica. 
Ricordare Reuther, nel contesto della difficile transizione del sindacato d'oggi, non è soltanto un esercizio retorico, perché la sua leadership avvenne all'insegna di un cambiamento completo degli orizzonti del sindacato e delle sue personali inclinazioni politiche. Quella di Reuther costituisce infatti una figura eccezionale nella storia del sindacalismo perché ne incarna, nelle varie epoche, le diverse componenti, dall'anima militante e radicale delle origini alla capacità negoziale, senza però perdere di vista la cornice politica della società. 
Figlio di un immigrato tedesco che si era stabilito in Virginia, il giovane Walter arrivò a Detroit neppure ventenne (era nato nel 1907), attratto dall'industria dell'auto che era il traguardo naturale per un operaio di alto valore professionale. Walter era padrone dei suoi utensili di lavoro, che adoperava con rara maestria. Venne assunto alla Ford, allora all'apice della potenza industriale, dove potè migliorare la propria istruzione. Avrebbe potuto far carriera, avvalendosi della professionalità e anche dei legami con la massoneria (che contava parecchio nelle fabbriche di quel tempo), ma nel clima della depressione degli anni Trenta preferì invece diventare un organizzatore sociale, attirato dai princìpi del socialismo. Fu per quegli ideali che Walter, col fratello Victor, suo fedele compagno di lotte, decise di andare in Urss, ad addestrare i lavoratori russi che stavano edificando l'ordine socialista. I fratelli Reuther vi rimasero due anni, prima di rientrare in America nel 1935, in tempo per vivere la fase più intensa delle lotte sociali. 
A Detroit, il sindacato dell'automobile era agli esordi. La Uaw era gremita di militanti radicali, non discriminava gli operai di colore (che ne divennero presto una colonna portante) e organizzava scioperi e agitazioni senza temere lo scontro con le case produttrici d'auto, dove il sindacato non era mai entrato. Walter divenne presto segretario di una local, cioè di una sezione della Uaw, e visse la stagione di entusiasmo collettivo che portò a istituire la contrattazione collettiva alla General Motors nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, le fermate sul posto di lavoro. 
Se aveva ceduto la Gm, sembrò allora che si potesse piegare anche l'osso più duro, quell'Henry Ford che, oltre a essere il mito dell'industria mondiale, era il più risoluto ostacolo alla sindacalizzazione. Così, un giorno della fine di maggio del 1937, un gruppo di organizzatori della Uaw, fra cui Reuther, si presentò all'uscita di una fabbrica Ford per distribuire volantini agli operai e convincerli a iscriversi al sindacato. Con loro c'era un manipolo di cronisti e reporter, pronti a immortalare una giornata che poteva diventare storica. E in effetti lo divenne, ma solo perché era stata sottovalutata la determinazione di Ford. I sindacalisti furono aggrediti all'improvviso dai vigilantes di Harry Bennett (il picchiatore che era stato reclutato personalmente da Ford e da lui posto in cima alla gerarchia aziendale), i quali, armati di mazze da baseball, diedero il via a un furibondo pestaggio. Insanguinati e coi volti devastati dalle percosse, gli uomini della Uaw non subirono tuttavia una sconfitta. Quelle immagini divennero subito famose e sono rimaste nella memoria storica del movimento sindacale americano. 
Alla fine, nel 1941, alla vigilia dell'entrata in guerra dell'America, anche Ford cedette al sindacato e al presidente Roosevelt, accettando il contratto collettivo di lavoro nei suoi stabilimenti. A quel punto, le Big Three di Detroit erano sindacalizzate e l'ascesa della Uaw era indubitabile. Essa era destinata a proseguire durante le fasi belliche, quando il sindacato divenne importante per far funzionare al meglio le fabbriche. Reuther, dimostrando la sua abilità di organizzatore, mise a punto un piano per migliorare la produzione di aerei militari. 
La grande stagione di Walter fu però il dopoguerra. Che incominciò per lui, questa volta sì, con una sconfitta. Nell'inverno fra il 1945 e il 1946, la Uaw promosse un lungo sciopero (oltre 100 giorni) per ottenere un forte miglioramento salariale, pretendendo però che le case automobilistiche non aumentassero i prezzi finali dei loro prodotti. Era un modo per imporre una sorta di controllo sindacale sulle imprese. Ma il sindacato non la spuntò e Reuther cambiò definitivamente strada. Si convinse che, se il controllo operaio sulle fabbriche non era possibile, c'era un altro sentiero da percorrere: negoziare con le Big Three, che stavano per giungere al massimo della loro espansione, aumenti salariali continui, al passo con lo sviluppo della produzione. Non solo: oltre ai salari, si poteva ottenere dalle imprese quel welfare che lo stato americano non dispensava, cioè pensioni elevate e buona assistenza sanitaria. Il celebre "contratto di Detroit", che Reuther (divenuto presidente della Uaw) stipulò nel 1950 con le case automobilistiche, si ergeva su questi fondamenti. Ad esso si deve se, da allora in poi, gli operai Usa si sono sentiti middle class, partecipi a pieno titolo dell'onda lunga della crescita e della mobilità sociale. 
Naturalmente, questo cambiamento si rifletteva nella posizione politica di Reuther, che aveva abbandonato il radicalismo politico giovanile. Il fatto che il fronte dei suoi nemici fosse vasto e che essi non arretrassero dinanzi alla violenza più estrema (fu ripetutamente vittima di attentati e nel 1948 gravemente ferito in casa propria, al punto di subire una lesione permanente a un braccio) non modificò i suoi nuovi orientamenti. Durante la guerra era diventato anticomunista e si battè per allontanare i filosovietici dalla Uaw. Negli anni 50 e 60, fu un esponente della sinistra sociale del partito democratico, nel tentativo di dare luogo a una versione americana della socialdemocrazia (come dimostrano i suoi contatti con Willy Brandt e il premier svedese Tage Erlander). Per questo, assecondò il programma di welfare del presidente Johnson, mentre partecipò alle marce dei diritti civili a fianco di Martin Luther King. 
La morte colse Walter Reuther all'improvviso, in piena attività, nel 1970, quando cadde l'aereo in cui viaggiava con l'amico architetto Oscar Stonorov. 
Ora la crisi ha dissolto le conquiste sociali su cui Reuther aveva poggiato l'autorità della Uaw. Ma nel percorso così atipico (e, nello stesso tempo, così americano) di questo operaio di mestiere dalla Ford alla Russia di Stalin, dalle lotte operaie di Detroit alle stanze del potere di Washington, c'è una lezione ancora significativa per il sindacato. Che deve possedere la capacità di cambiare e di adattarsi alle trasformazioni dell'economia e del lavoro, riuscendo tuttavia nel contempo a elaborare e a diffondere una propria visione sociale. 
Il profilo 
LA VITAWalter Reuther nasce a Wheeling nel West Virginia l'1 settembre 1907. Suo padre, un socialista che lavora in un birrificio, è emigrato dalla Germania. In tutta la sua carriera lavorativa, Walter è sempre affiancato dai suoi due fratelli, Victor e Roy. Muore il 9 maggio 1970 in un incidente aereo, che vede coinvolti anche la moglie May, il suo amico architetto Oscar Stonorov, una guardia del corpo, il pilota e il copilota. L'aereo, partito da Detroit, stava per atterrare in una giornata di pioggia e nebbia allo scalo di Pellston di Black Lake, nel Michigan. Già un anno e mezzo prima, nell'ottobre 1968, Walter e suo fratello Victor avevano rischiato la vita mentre, su di un aereo privato, si stavano avvicinando all'aeroporto di Dulles. In entrambi gli incidenti l'altimetro ha dimostrato un cattivo funzionamento. Victor, in un'intervista successiva alla morte del fratello, ha affermato: «Io e altri membri della mia famiglia siamo convinti che il disastro che ha causato la morte di Walter e quello che stava per succedere nel 1968 non sono stati accidentali». 
LA CARRIERA NELLA UNIONReuther è assunto alla Ford a Detroit, ma a causa della Depressione lascia il posto di lavoro e con i fratelli va a lavorare in Urss, dove addestra i russi in una fabbrica di auto a Gorky. Rientra in America nel 1935. A Detroit il sindacato è agli esordi. Nel 1936 Walter diventa segretario di una sezione locale della Union of automobile workers (Uaw). Nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, alla General Motors si istituisce la contrattazione collettiva. Che viene accettata alla fine del 1941 anche dalla Ford, dopo aspre lotte con il sindacato, non esenti anche da aggressioni fisiche. Tra queste la famosa "battaglia del cavalcavia" che vede coinvolto anche Walter con i picchiatori assoldati dalla Ford (Reuther fu oggetto di attentati più volte . A questo punto l'ascesa della Uaw è spianata. 
IL CONTRATTO DI DETROITTra i successi di Reuther, la negoziazione (da presidente Uaw) nel 1950 del contratto di Detroit con i big dell'auto, con cui l'Union inizia una nuova strategia. Se il controllo delle fabbriche non era più possibile, allora bisognava puntare sulla contrattazione dei salari legandoli ai successi aziendali. Negli anni 50 e 60 Reuther è esponente della sinistra sociale del partito democratico. La morte, nell'incidente aereo del 1970, che segue un analogo incidente di un anno prima, lo coglie in piena attività. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-26/economia-globale-sindacato-locale-080436.shtml?uuid=AY04ntJC]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Biblioteca sociale elettronica]]></title><description><![CDATA[26/8/2010 
Biblioteca sociale elettronica 
«I lettori di ebook», scrive il Wall Street Journal, «passano più tempo con il naso tra le pagine». 
La ricerca citata nell'articolo è preliminare, e forse è ancora troppo presto per costruire generalizzazioni. Tuttavia, a quanto pare, un 40% di lettori (tra quelli intervistati) dichiara di leggere di più da quando è passato al libro elettronico.«Questo dato coincide con la mia esperienza personale», racconta un blogger dell'Economist. «Da felice possessore di un iPad, mi capita spesso di avere tempo in treno o mentre sono in coda per il caffè. E ne approfitto per immergermi in un romanzo, in una detective story o in un libro di management. Piuttosto che sostituire i libri tradizionali, l'iPad è un supplemento ideale». 
Luca de Biase, invece, solleva un problema importante. «Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico», scrive. E sottolinea come sia facile vedere i vantaggi di questa tecnologia: un dispositvo di lettura sempre connesso, con funzioni di ricerca nel testo e in più l'accesso a un negozio quasi illimitato. «Dunque non è difficile immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi. »Ma se il Kindle è la Biblioteca della Mente, si chiede Luca, alla fine é «un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri. La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?» 
Non è certo una domanda che prevede risposte facili. A me capita spesso di pensarci, quando guardo la pila di libri fisici sul comodino o i tanti volumi sugli scaffali. Danno in qualche modo la sicurezza di essere lì, di poterci rimanere, di costruire un insieme ordinato. I file ci sembrano fragili, basta poco a cancellarli, perderli, dimenticarli in qualche recondito anfratto di qualche cartellina periferica.Ma se superiamo l'affezione, l'abitudine ad un comportamento anche rituale, ci rendiamo subito conto che anche per i libri sta accadendo quello che succede con i nostri dati personali, con gli appunti, con piccole o grandi porzioni della nostra memoria. Oggi molti di noi conservano queste «fette» di vita nella nuvola del cloud computing: le mail, le foto, la musica, i file sono tutti custoditi da una serie di servizi che non possediamo più, ma che ci garantiscono l'accesso da qualsiasi dispositivo e/o da qualsiasi punto del mondo. I libri non faranno eccezione: non ne avremo più il possesso fisico, ma godremo dell'accesso. E' già accaduto con tanti altri pezzi della nostra sfera vitale e lo abbiamo accettato senza troppo dispiacere. La trasformazione che stiamo vivendo intorno al libro è solo una parte di una trasformazione più grande, quella in cui stamo ridisegnando il modo di governare la conoscenza umana. 
La carta non morirà, nè saremo costretti a separarcene se non vogliamo. Ma la nostra biblioteca personale dei prossimi anni, forse, sarà molto diversa da quella fatta di volumi di carta affiancati e disposti ordinatamente su dei mobili. Magari sarà sempre più sociale, magari assomiglierà a Goodreads, sarà un posto in cui abbiamo contemporaneamente accesso ai nostri libri letti, alle letture degli altri e ai libri ancora da leggere. O magari sarà qualcosa che oggi ancora non possiamo immaginare, come solo pochi anni fa non immaginavamo YouTube.E' un passaggio che abbiamo già consumato altre volte, ad esempio con le fotografie (che custodivamo gelosamente nei cassetti e negli album e che oggi sono nella nuvola di Flickr, di Facebook o del nostro social network preferito). Queste transizioni diventano normali solo se un numero sufficiente di persone le trova vantaggiose. E anche se -come è ovvio- ogni nuova soluzione porta con sè nuovi problemi, forse vale la pena di guardare al futuro come a un'altra bella avventura ricca di stimoli per chi ama la lettura. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=285&ID_articolo=34&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Si rischia una ricaduta in recessione?]]></title><description><![CDATA[Evans e Stiglitz a confronto, si rischia ricaduta in recessione? 
Di Francesca Gerosa 
Evans e Stiglitz a confronto. Si rischia o no la ricaduta in una seconda recessione? Per il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, no, perlomeno negli Usa. Per il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, sì. A chi credere? Per il primo appare "improbabile" la ricaduta in una seconda recessione anche se i rischi sono più alti oggi di quanto non lo fossero sei mesi fa. 
Per il secondo l'Europa rischia di rientrare in recessione, un rischio dettato semplicemente dal fatto che i Governi tagliano le spese per ridurre il deficit. Il professore della Columbia University di New York ha sottolineato che "tagliare a casaccio gli investimenti ad alto rendimento solo per fare in modo che il quadro del deficit appaia migliore è veramente insensato". 
Il premio Nobel ha puntato il dito contro l'obiettivo di tenere il deficit al di sotto del 3% del Pil. "L'Europa rischia una seconda recessione (double-dip) perché molti in Europa si stanno concentrando sul numero artificiale del 3%, che non è reale e guarda solo a un lato dei bilanci", ha spiegato Stiglitz. 
Per Evans l'economia Usa è in una fase di recupero "estremamente modesta", tuttavia, si intravedono dei segnali "incoraggianti" e per questo una seconda recessione non è la possibilità "più probabile". C'è qualche indizio di stabilizzazione dei prezzi delle case e qualche segnale incoraggiante di una ripresa generale dell'economia anche se ancora "certamente non siamo fuori dal tunnel". 
Per Stiglitz il problema è che l'Europa sta uscendo da questa crisi molto velocemente "e quello che stiamo facendo è metterci in una condizione di malessere in stile giapponese a lungo termine caratterizzata da crescita debole per un certo periodo di tempo". 
Ed è altrettanto inquietante che le persone parlino di questo "come di una nuova normalità", soprattutto alla luce del fatto che una disoccupazione al 10% "sarebbe devastante". Facendo riferimento al mercato del lavoro Usa, anche Evans ha notato come sia in una condizione "molto impegnativa" e ha stimato che il tasso di disoccupazione si attesterà intorno all'8% nel 2011, quando in una economia sana dovrebbe essere al 5%. 
Affrontando poi la questione del sistema bancario, riferendosi in particolare alla situazione di Irlanda e Stati Uniti, Stiglitz ha detto di ritenere che facendo una corretta valutazione di mercato di alcuni asset "le banche avrebbero bisogno di aumentare di più il capitale e alcune potrebbero rischiare la bancarotta". 
Per il presidente della Federal Reserve di Chicago troppe regole per i mutui potrebbero limitare il credito disponibile e danneggiare chi ha bisogno di ricevere un prestito. In questa fase dell'economia, ha continuato Evans, bisogna intensificare lo sforzo per una "alfabetizzazione" finanziaria dei potenziali acquirenti di casa piuttosto che varare regole più severe. 
Evans ha rilevato che le misure del governo per eliminare i prodotti sui mutui che non incontrano determinati standard se da una parte possono evitare la sottoscrizione di prestiti rischiosi, dall'altra diminuiscono il ventaglio di opzioni a disposizione. "Prodotti specializzati (ad alto rischio) possono in effetti essere appropriati per certe categorie di persone, dunque", ha osservato, "questa politica potrebbe avere dei costi". Una ricetta che dovrebbe prevenire un'altra crisi del settore e un'ondata di pignoramenti. 
http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?chkAgenzie=TMFI&id=201008241555594308]]></description><pubDate><![CDATA[25/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Google]]></title><description><![CDATA[21/8/2010 
Google tra mito e realtà MARCO PANCINI* 
Google nasce come azienda tecnologica impegnata a creare soluzioni per il reperimento rapido delle informazioni sul Web. La tecnologia è anche ciò che ci consente di garantire agli utenti il massimo controllo sulle informazioni che ci forniscono. Privacy e tecnologia per Google sono due aspetti strettamente connessi. A questo proposito, crediamo sia oggi più che mai opportuno distinguere tra mito e realtà. 
Mito. Google sa chi sono e sa tutto di me Realtà. Google ha l’obiettivo di creare servizi di valore, non di identificare i propri utenti. Le informazioni che raccogliamo hanno unicamente questo scopo. Ad esempio, nel momento in cui eseguite una ricerca senza avere effettuato login con un account Google, le informazioni che conserviamo nei nostri file di log (come l’indirizzo IP, browser e sistema operativo del vostro computer, ricerca compiuta, data e ora della ricerca, cookie id) non permettono di identificarvi personalmente ma servono per capire se i risultati forniti sono stati utili. 
Per tutelare ulteriormente la privacy, cancelliamo una parte degli indirizzi IP dopo 9 mesi e anonimizziamo i cookies dopo 18 mesi. Solo chi ha un account Google è associato ad un nome, ma è il nome che l’utente ha deciso di attribuirgli. Ogni utente registrato ai servizi di Google può accedere a tutte le informazioni collegate al proprio account attraverso Google Dashboard (google.com/dashboard), una soluzione tecnologica che è anche la prova concreta della trasparenza verso tutti i nostri utenti. 
Mito. Google ci scheda per fini pubblicitari Verità. Il modello di business di Google è basato sulla pubblicità, che ci permette di offrire molti dei nostri servizi gratuitamente. Anche in questo caso abbiamo un obiettivo chiaro: dare accesso ad informazioni sempre più rilevanti e utili ed esserne ripagati con un clic. Dal 2009 abbiamo introdotto anche un nuovo servizio: la pubblicità basata sugli interessi. Quest’ultima non effettua alcuna profilazione degli utenti ma si occupa di mostrare pubblicità basate sugli interessi di navigazione espressi tramite browser (che non identifica personalmente alcun individuo, anche perché lo stesso browser può essere usato da più persone e la stessa persona può usare più browser). 
La pubblicità basata sugli interessi non può creare degli identikit perché non è associata ad un nome e neppure alle ricerche effettuate dagli utenti sul nostro motore. Non consente di mostrare annunci pubblicitari associati a categorie di natura sensibile, come preferenze politiche, religiose, sessuali o informazioni di natura sanitaria. Le categorie sono determinate solo dalla navigazione su alcuni siti, quelli che mostrano le nostre pubblicità attraverso il programma AdSense. 
Prima di lanciare questo servizio abbiamo voluto progettare delle soluzioni tecnologiche che garantissero la trasparenza e la libertà di scelta dei nostri utenti. La risposta è data oggi dal pannello di controllo che permette di gestire le preferenze degli annunci associati al proprio browser (google.com/ads/preferences), aggiungere o rimuovere categorie ed effettuare, se lo si desidera, opt-out definitivo dal servizio. Questo pannello è raggiungibile anche mediante il link al nostro Centro Privacy posto sulla home page del motore. Mito. E’ difficile tornare in possesso delle informazioni date a Google Realtà. Il valore competitivo per aziende come la nostra è dato dalla fiducia degli utenti, che per Google non significa incatenarli ai propri servizi ma lasciarli in controllo dei propri dati. Iniziative come Data Liberation Front (www.dataliberation.org ) sostengono il diritto degli utenti di controllare le informazioni conservate nei diversi prodotti e servizi Google. Questo consente, ad esempio, di chiudere un account Gmail e trasferire i propri contatti su un altro provider di posta elettronica. Crediamo che la concorrenza stimoli l’innovazione e vogliamo che chi sceglie i nostri servizi lo faccia perché rispondono a dei bisogni. Mito. Google vende i dati dei propri utenti alle aziende e li comunica ai governi Realtà. Non cederemo mai a nessuna azienda le informazioni personali che possono identificare i nostri utenti, senza il loro consenso esplicito. Sulla home page del nostro motore è disponibile un link privacy attraverso il quale si può accedere a tutte le informazioni relative alla tutela dei dati personali e leggere che Google collabora con le istituzioni nella repressione del crimine informatico, rispondendo alle richieste di informazioni che sono formulate nel rispetto della legge. 
Anche in questo caso la nostra è stata una scelta di trasparenza che si è concretizzata in un sito (google.com/governmentrequest) attraverso il quale è possibile avere informazione relativi alle richieste formulate a Google dai Governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli dell’importanza assunta oggi dal tema della privacy nel mondo online ed è per questo che manteniamo un dialogo aperto con tutti voi e con le autorità predisposte a tutelare questo diritto. Riteniamo che dialogo e tecnologia siano le risposte per proteggere la privacy online e permettere di avere pieno controllo sulle informazioni personali quando utilizzate i nostri servizi. *European Senior Policy Counsel di Google 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7731&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[21/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La Cina sopra di noi...]]></title><description><![CDATA[17/8/2010 
Un primato nascosto dal mini-yuan STEFANO LEPRI 
Dal punto di vista dell’Occidente, anzi di tutto il resto del mondo, sarebbe stato meglio che questo sorpasso avvenisse prima. Il conteggio che dà il Pil cinese avanti a quello del Giappone è fatto con lo yuan al cambio di mercato. Ossia quel cambio attentamente pilotato dalle autorità cinesi che gli Stati Uniti per alcune ragioni, l’Europa per altre, i paesi asiatici concorrenti della Cina per altre ancora, il Fondo monetario internazionale per tutte quante, vorrebbero vedere assai più forte degli 8,69 per euro e 6,79 per dollaro di ieri. 
Addirittura al primo posto la Cina da tempo si trova già per produzione dell’industria manifatturiera: è la «fabbrica del mondo» da cui esce il 21,5% di tutte le merci (cinque volte e mezzo la quota italiana, secondo calcoli della Confindustria). Altri primati connessi a questo erano stati già registrati: primo consumatore mondiale di energia, di cemento, di svariate altre materie prime. Ed è ormai un capitalismo anche azionario: al momento, tra le 10 società mondiali con maggiore capitalizzazione di Borsa, 4 sono cinesi. 
Se il prodotto interno lordo della Cina si contasse in yuan più forti, i mutamenti non riguarderebbero soltanto queste classifiche un po’ oziose. La Cina venderebbe un po’ di meno, causa prezzi più alti, e comprerebbe di più, perché avrebbe un maggiore potere d’acquisto. E’ un’altra per noi la notizia migliore arrivata da Pechino questa estate, come ha rilevato The Economist dandogli la copertina due settimane fa: gli aumenti salariali di recente concessi in molte industrie cinesi aiuteranno a recuperare posti di lavoro in tutto il mondo. 
Dove la Cina non fa record, infatti, è nel tenore di vita della sua popolazione, rimasto indietro rispetto al travolgente successo delle sue imprese manifatturiere. Certo, grandi cifre si trovano anche lì, ma solo perché i cinesi sono tanti: il maggior numero di telefonini (785 milioni) il maggior numero di auto vendute e così via. Non è abbastanza: nel decennio del miracolo cinese, 1995-2005, la produttività è quintuplicata, i salari si sono soltanto triplicati. Forse ora comincia il recupero. 
Soltanto con una crescita dei consumi interni diventerebbe stabile il forte contributo alla ripresa dell’economia mondiale che il colosso dell’Oriente ha dato nell’ultima annata. Invece in queste settimane guardiamo verso Pechino con il timore che la spinta si affievolisca. E’ probabile che la Cina vi sia costretta, perché troppo della rapida uscita dalla crisi si deve a investimenti pubblici e credito facile; non si può continuare all’infinito ad aprire nuove fabbriche se il pianeta resta quello che è, e i prezzi delle case sono troppo alti. Proprio perché la Cina rallentava il Giappone si è quasi fermato. Se rallentasse ancora, ce ne accorgeremmo anche in Europa. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7718&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[17/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Governo di manigoldi e di incapaci]]></title><description><![CDATA[17/8/2010 
La politica dimentica l'economia 
MARIO DEAGLIO 
Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito - se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi - che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica. 
Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese. 
Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni. 
Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale. 
L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci. 
Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio - tra i quali il varo della recente manovra - che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi. 
Chi li acquisterà? Una parte rilevante - si può stimare un po’ più della metà - sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se - e a che prezzo - acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante. 
Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia. 
Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi. 
mario.deaglio@unito.it http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7716&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[17/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Cina da record tenta il sorpasso]]></title><description><![CDATA[16/8/2010 (7:32) 
Economia giapponese in frenata 
Cina da record tenta il sorpasso 
Mentre in Giappone desta qualche preoccupazione il rallentamento della crescita finanziaria, Pechino in corsa per la promozione al top dell'economia mondialela si appresta al sorpasso per diventare ufficialmente la seconda superpotenza entro la fine 2010 . Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che l'evento rappresenterebbe un fatto storico senza precedenti per un Paese considerato «emergente». Per il momento il colosso nipponico mantiene la posizione almeno nel primo semestre dell'anno in termini di prodotto interno lordo (Pil) nominale, come emerso dai dati diffusi dal governo, ma incalza dopo la florida crescita dei cugini asiatici nel periodo aprile-giugno. 
Nel secondo trimestre il Pil giapponese è risultato pari a 1.288 miliardi di dollari, meno dei 1.339 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo dall'indicatore cinese e il fatto che il sorpasso accada nel secondo trimestre indica che ci sono buone chance per la Cina di battere il Sol Levante anche su base annuale. «Si tratterebbe di un risultato storico, una pietra miliare: è impressionante il fatto che la Cina sia riuscita a mantenere elevati tassi di crescita anche quando molti paesi si trovavano ad affrontare tempi duri», osserva Bruce Kasman, capo economista di JPMorgan Chase. Una volta che i dati definitivi per il 2010 saranno diffusi, «molti economisti si attendono che la Cina sorpassi il Giappone come seconda economia al mondo. Il gap fra i 5.000 miliardi di dollari dell’economia cinese e i quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana resta ampio, e anche mantenendo gli attuali tassi di crescita - spiega il Wall Street Journal - ci vorranno almeno dieci anni o più per Pechino per raggiungere gli Stati Uniti». Circa 10 anni fa la Cina era la settima economia al mondo: poi ha superato la Germania e nel 2007 Pechino ha conquistato il terzo posto. Per il 2010 gli analisti si attendono per la Germania il quarto posto, il quinto per la Francia, il sesto per il Regno Unito. Al settimo posto l’Italia seguita all’ottavo dal Brasile. 
Dai calcoli ufficiali, il Pil nominale del Giappone per il primo semestre dell’anno ammonta a 2.578,1 miliardi di dollari, contro i 2.532,5 miliardi di dollari di quello cinese. Tuttavia, il governo di Tokyo ha riconosciuto che il Pil nominale della Cina ha superato quello del Giappone nel corso del secondo trimestre (da aprile a giugno). Il Pil nominale cinese in questo periodo ammonta infatti a 1.336,9 miliardi di dollari, mentre quello giapponese ammonta a 1.288,3 miliardi di dollari. 
Il governo giapponese ha fornito queste cifre annunciando che il proprio Prodotto interno lordo (Pil), espresso in termini reali, è cresciuto appena dello 0,1% nel secondo trimestre del 2010, molto al di sotto delle aspettative. Si tratta di un netto rallentamento della crescita del paese nipponico, in comparazione a quella registrata nei due trimestri precedenti. 
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57643girata.asp]]></description><pubDate><![CDATA[16/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[C'era una volta il lavoro...]]></title><description><![CDATA[Chi ha paura del lavoro 
di ILVO DIAMANTI 
C'ERA una volta il lavoro... Garanzia di reddito, riconoscimento, posizione e mobilità sociale. Dava senso e speranza nel futuro. Principio istituzionale e costituzionale su cui si fonda la Repubblica, ha fornito lo statuto della nostra identità pubblica e privata. Il lavoro. Bisognerà ripensarci e ripensarlo, perché oggi non è più in grado di assolvere a questi fini. Non solo perché ormai è volatile e globalizzato come l'economia. Spostare la produzione - e l'occupazione - in Serbia, Romania, Cina o Tunisia è questione di costi e benefici. E non da oggi. La delocalizzazione non l'ha certo inventata la Fiat di Marchionne. È che si è creato un divario troppo largo fra il significato e la realtà. 
Fra il ruolo attribuito al lavoro nell'organizzazione e nell'etica - sociale e personale. E ciò che sta diventando ed è divenuto. Nei fatti. Possiamo insistere sulle virtù - e sulla ragionevole esigenza - della flessibilità. Tuttavia, genitori e figli, giovani e adulti continuano a preferire il posto fisso. Per il 60% degli italiani: uno dei due requisiti privilegiati nella ricerca del lavoro (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2009). Peraltro, il 47% delle persone (Demos per Unipolis, Osservatorio sulla sicurezza, Maggio 2010) oggi considera la disoccupazione - cioè: la perdita oppure l'assenza di lavoro - la prima preoccupazione. Nel 2007 questo problema era ritenuto prioritario da poco più del 20% dei cittadini (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2007). 
Non si tratta di una paura localizzata, che tocca le aree più vulnerabili del Mezzogiorno. La disoccupazione, infatti, è in testa anche alle preoccupazioni della popolazione di Vicenza. Mitico cuore del mitico Nordest. Dove si rilevano da decenni i minimi indici di disoccupazione. Ebbene, nel Vicentino, 1 persona su 2 (per la precisione: il 49,2 %) considera la disoccupazione la prima emergenza da affrontare (Demos per Associazione Industriali e Fondazione Palazzo Festari, 1300 interviste, Maggio 2010). Nel 2003: 13,2%. Nel 2001: 8,1%. La paura di perdere il lavoro, cioè, fra i vicentini è aumentata del 600% in meno di dieci anni. Il che, ovviamente, si giustifica, in parte, con la "disabitudine" a un problema, in precedenza, irrilevante. Tuttavia, anche per questo, il lavoro appare indebolito nella gerarchia dei valori personali. D'altronde, non gratifica più come una volta. Si dice, infatti, soddisfatto del lavoro il 56,8% dei vicentini. Dieci anni fa era l'80,8%. E se ciò succede a Vicenza, una società totalmente coinvolta nel lavoro, figurarsi altrove. 
Anche in questo modo si spiega lo slittamento verso il basso della posizione sociale ed economica percepita dalla popolazione. Oggi, infatti, il 49% degli italiani dichiara di appartenere ai ceti popolari oppure alla classe operaia. Sì, proprio alla "classe operaia". Così si definisce ancora il 37% degli italiani. Anche se gli operai, notoriamente, non esistono più. Sono scomparsi insieme al lavoro. E per dimostrare la propria esistenza debbono ricorrere a proteste clamorose. Fino ad allestire un'Isola dei Cassintegrati all'Asinara. Rischiando di passare per giapponesi che continuano la guerra. Senza sapere che la guerra è finita. Da tempo. 
Tuttavia, un italiano su due oggi si sente classe operaia o popolare: 10 punti percentuali più rispetto al 2006. Mentre il 44% si colloca fra i ceti medi. (Era il 53% solo 4 anni fa, quando la società italiana era davvero "media".) Il residuo 5-6% (costante nel tempo) si sente e si dichiara "borghesia, classe dirigente". Lo ripetiamo: c'è uno squilibrio ampio tra il significato e la realtà del lavoro. Il lavoro continua ad avere un ruolo prevalente nel definire non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le aspettative e gli orientamenti delle persone. Lo stesso Berlusconi utilizza la propria biografia "professionale" come esemplare. La prova che "tutti ce la possono fare". Partire dal nulla e arrivare in cima al mondo (o, almeno, fino ad ora: all'Italia). 
Eppure l'italian dream, che egli interpreta ed esibisce, oggi non funziona più. Se il lavoro genera solo - o prevalentemente - preoccupazione. Se, invece che un "ascensore sociale", diventa uno "scivolo". Che spinge quote crescenti di popolazione nella "classe operaia". Cioè: nell'oblio, visto che la classe operaia è stata cancellata. Mentre gli attori che ne rappresentano gli interessi appaiono sempre più periferici. Gli stessi sindacati godono (si fa per dire...) della fiducia di circa un quarto della popolazione. E di poco più del 20% tra i lavoratori. D'altra parte, la loro base di iscritti è in maggioranza composta da pensionati. 
Intanto, quasi 2 italiani su 3 ritengono che negli ultimi 5 anni la loro posizione sociale sia peggiorata. Un destino che interessa il 72% di coloro che si sentono classe operaia. Difficile, dunque, non porsi qualche dubbio sul nostro futuro, se il fondamento della nostra carta costituzionale, cioè il Lavoro: a) non offre certezze durature e tanto meno stabilità, al Sud, al Centro, al Nord e perfino nel Nordest; b) diventa il principale fattore di preoccupazione sociale e familiare; c) non genera mobilità sociale, se non verso il basso; se, ancora, d) metà della popolazione si sente classe operaia (e popolare) ma si insiste a negarne l'esistenza. 
Se tutto ciò è vero e riguarda tutte le fasce di popolazione (ma soprattutto i più giovani) allora resta da capire se vi sia una soluzione o, almeno, un rimedio. Per affrontare, o almeno, sopportare il declino del lavoro. E di tutto ciò che rappresenta, sotto il profilo fattuale e simbolico, materiale e normativo. L'unico riferimento possibile è, sicuramente, la "famiglia". Considerata, insieme all'arte di arrangiarsi, il marchio specifico dell'identità italiana dagli italiani stessi. Le vicende del nostro tempo non possono che accreditare questa idea. Vista l'importanza assunta dai legami familiari nelle attività economiche, nelle carriere professionali. E - in questi tempi - nelle vicende politiche. Tuttavia, a maggior ragione, temiamo il declino (l'eclissi?) del lavoro. Temiamo coloro che non lo temono. Ne temiamo gli effetti economici ma anche - e anzitutto - "ideologici". Ebbene sì: il ritorno trionfale del "familismo" ci spaventa. 
(15 agosto 2010) © Riproduzione riservatahttp://www.repubblica.it/politica/2010/08/15/news/mappe_diamanti-6297736/]]></description><pubDate><![CDATA[16/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La storia della FIAT continua...]]></title><description><![CDATA[Lavoce.info 
TUTTE LE BANDIERE DELL'AUTO ITALIANA 
di Matteo Ferrazzi e Andrea Goldstein 02.08.2010 
La storia della Fiat è intrecciata con quella dell'industria italiana. Per questo non dovrebbero sorprendere le recenti decisioni del gruppo torinese di trasferire gli stabilimenti produttivi in paesi emergenti. In un contesto internazionale dove la produzione mondiale di veicoli è crollata, le grandi imprese -la Fiat più di altre- cercano di produrre in paesi a più basso costo con inevitabili riflessi sul nostro sistema di relazioni industriali. Iniziare il dibattito sul tema già due anni fa avrebbe aiutato a gestire meglio il problema. 
Che la storia dell’industria italiana negli ultimi cento anni sia stata indissolubilmente legata al Gruppo Fiat è un fatto. Non soltanto perché l’impresa torinese di autoveicoli e, per gran parte del XX secolo, di molte altre cose ha dominato in termini dimensionali il panorama nazionale e si è ritagliata una posizione internazionale quasi unica per il capitalismo italiano. Ma anche perché è nelle fabbriche, negli uffici e nei laboratori della Fiat che sono maturate molte delle condizioni che hanno permesso all’Italia di cogliere le opportunità storiche che si sono presentate per partecipare alle dinamiche dell’economia internazionale. Si pensi al fordismo, alla divisionalizzazione, alla formalizzazione della ricerca e sviluppo come funzione aziendale. Senza peraltro dimenticare che decenni di politiche di intervento pubblico a favore del “campione nazionale” non sono state sempre sufficienti per sanare alle debolezze intrinseche del sistema industriale italiano. 
DA MIRAFIORI ALLA SERBIA 
Se allora la Fiat è così importante, le trasformazioni che l’azienda sta vivendo e che sono destinate ad una brusca accelerazione con la scissione tra Fiat e Fiat Industrial e la realizzazione del progetto Fabbrica Italia meritano una riflessione approfondita. Sorprende invece che la prima reazione allo spostamento di una parte importante della produzione da Mirafiori alla Serbia sia di considerare la decisione … sorprendente! 
Eppure non era affatto difficile capire che la Serbia sarebbe divenuta una delle più importanti basi produttive europee della Fiat, e che questo sarebbe accaduto a scapito dell’Italia. Si poteva capire già due anni fa. Perché? Perché è la Fiat stessa che ha più volte spiegato, da due anni a questa parte, le implicazioni della joint venture con il governo serbo, finalizzata a produrre a Kragujevac intorno alle 200 mila unità (che avrebbero potuto diventare 300 mila a regime). I giornali serbi hanno spesso rilanciato il tema: non poteva essere altrimenti, visto che la produzione Fiat è destinata a rappresentare un quarto di tutto l’export. 
In un contesto di sovracapacità produttiva mai così elevata a livello internazionale, era chiaro che tra Pomigliano, Mirafiori e Kragujevac e Tychy sarebbero state le fabbriche italiane a subire le conseguenze peggiori. Non certo Tychy, che è tra le più efficienti e moderne fabbriche d’Europa: ha prodotto, già nel 2008, altrettante auto a marchio Fiat (escludendo Lancia, Alfa, ecc.) di quante ne siano state prodotte in Italia, ha continuato a produrre a piena capacità produttiva anche nel bel mezzo della crisi e non caso vi furono inviati rapidamente i tecnici della Chrysler per vedere come si produce la Cinquecento. 
Certo è legittimo discutere del metodo e della tempistica in cui la decisione è stata assunta, e dell’opportunità di accusare il sindacato, ma non del diritto della Fiat di rinunciare a lottare con la gestione di certificati medici falsi e assenteismo a Pomigliano per concentrarsi sulla costruzione di una nuova fabbrica. Inoltre, è bene ricordare che la decisione di produrre il monovolume LO in Serbia è una decisione tutto sommato coerente con le trasformazioni in atto nella geografia globale della produzione automobilistica, che si muove sempre più verso i paesi emergenti. 
LA PRODUZIONE DI VETTURE NEL MONDO 
Secondo l’OICA, la produzione mondiale è crollata da 70,5 milioni di veicoli nel 2008 a 61 milioni nel 2009 ed il commercio mondiale di auto è calato di oltre 180 miliardi di dollari. I paesi emergenti hanno prodotto nel 2009 – ed è la prima volta nella storia - più autoveicoli che Europa Occidentale, Nord America e Giappone. Nel 2009, la Cina è divenuto il primo produttore al mondo, scavalcando il Giappone. Il Giappone produceva un decennio fa il 60% dei veicoli prodotti in Asia, oggi solo il 25%; gli Usa producevano il 70% dei veicoli prodotti nel continente americano, oggi il 45%. In ambito europeo, sono i paesi dell’Europa dell’Est a fare la parte del leone: un veicolo europeo su quattro è prodotto all’Est (era meno del 10% un decennio addietro). 
Nel corso dell’ultimo decennio, invece, la produzione di veicoli in Italia si è più che dimezzata. Nel 2009 in tutte le fabbriche automobilistiche italiane sono stati prodotti 843 mila veicoli, includendo sia le auto che i veicoli commerciali. Nel 2008, ultimo anno per cui questi dati sono disponibili, la Fiat era uno dei costruttori che meno produceva nel proprio paese – poco più di un terzo delle proprie vetture, mentre per esempio più della metà delle Toyota sono prodotte in Giappone e percentuali ancora più alte si osservano per Hyunday, Chrysler e Daimler: i maggiori produttori producono infatti il 40 per cento delle vetture nel paese di origine (il 38% nel caso dei produttori europei). Altro dato interessante è che solo per la Suzuki l’area Bric (cioè Brasile, Russia, India e Cina) è più importante rispetto a quanto non lo sia per la Fiat. 
Perché la sostituzione produttiva Est-Ovest è proseguita a pieno regime durante la crisi? Nel caso del Gruppo Fiat, la scelta di avere un “interesse strategico” verso la Serbia è stata resa possibile da una serie di passi del governo serbo verso l’UE, fin dalla firma del Patto di Stabilizzazione e Associazione nell’aprile 2008. I salari dei lavoratori serbi, inoltre, sono circa il 55-60% di quelli dei lavoratori polacchi o cechi, il 65% di quelli ungheresi e slovacchi, un terzo dei salari sloveni. Hanno giocato poi la tassazione vantaggiosa (solo del 10% per le imprese), il basso costo dei terreni, e la competenza e tradizione nella produzione di auto. Anche la città di Kragujevac ha concesso esenzioni e agevolazioni fiscali. L’industria serba dell’auto già conta circa 85 imprese (un terzo sono straniere come ad esempio Michelin, Dräxlmaier, Delphi e la cinese DongFeng) e occupa 150 mila lavoratori. 
UNA VICENDA STRATEGICA. PER IL PAESE 
Tutto ciò è destinato a ridisegnare i rapporti commerciali tra l’Italia e la Serbia, e più in generale con i Balcani. Già oggi l’import italiano di vetture si rivolge in maniera crescente verso la Polonia e gli altri paesi dell’Est Europa. In compenso Polonia, Brasile e Turchia hanno assorbito nel 2008 un quarto delle esportazioni piemontesi di componenti auto, mentre dal 1999 ad oggi le vendite in Argentina sono raddoppiate e quelle in India sono triplicate.Insomma, le vicende attuali della Fiat sono abbastanza strategiche per il paese da meritare un dibattito serio su una serie di questioni fondamentali – per sviluppare il settore auto in tutte le sue componenti, dalla progettazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla produzione dei componenti, è necessario che la Fiat (dato che nessun altro produttore mondiale lo ha mai fatto) produca in Italia? Se sì, cosa bisogna cambiare nell’architettura della politica industriale, nel sistema delle relazioni industriali, nell’articolazione dei rapporti tra università, ricerca e imprese? C’è spazio per misure focalizzate di attrazione degli investimenti esteri, magari nel Mezzogiorno? Sfortunatamente il tema è stato tabù per due anni, un periodo in cui invece non sono mancati gli elogi verso Torino per la conquista della Chrysler. Una coincidenza che lascia il sospetto che dietro ci sia non solo un problema industriale ma anche un grande problema mediatico (1), con i principali media italiani molto distratti sulle tematiche industriali e su tutte le tematiche che riguardano i paesi esteri. Il dibattito sul tema doveva iniziare parecchi mesi fa (forse due anni fa), e probabilmente questo avrebbe aiutato a gestire meglio il problema. Ora l’affollarsi di medici (politica in primis) intorno al paziente appare alquanto tardiva. 
(1)A titolo di esempio, uno dei principali quotidiani italiani ha dedicato negli due ultimi anni (dalla primavera del 2008, quando l’investimento è stato annunciato, ai primi di luglio 2010) un numero di articoli sul tema Fiat/Serbia pari a quelli dedicati allo stesso tema in una sola settimana, quella dal 20 al 27 luglio 2010. Al contrario sia i media serbi che i principali business providers hanno mantenuto viva l’attenzione sul piano Fiat in Serbia per parecchi mesi. 
* le opinioni espresse sono quelle degli autori e non possono in alcuna misura essere assimilate a quelle delle istituzioni di appartenenza. 
 http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001855.html]]></description><pubDate><![CDATA[15/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT & MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA]]></title><description><![CDATA[MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA 
di Carlo Scarpa 27.07.2010 
La Fiat è stata al centro di tanti avvenimenti negli ultimi mesi. Mettere ordine in questa storia fa emergere una tendenza ad una internazionalizzazione sempre più spinta. Il ruolo dell'Italia nei piani di Fiat sarà sempre più limitato. Tanto che non si capisce se i progetti Fabbrica Italia erano solo fumo negli occhi, o il tentativo di far passare delle scelte (legittime) ormai compiute come colpe del sindacato. 
Da diversi mesi Fiat è protagonista di una serie di azioni e annunci, sui quali potrebbe essere utile mettere ordine. Dopo l’acquisizione di una quota significativa in Chrysler e il tentativo di acquisire Opel (tentativo fallito anche perché alla fine Opel non è stata venduta), in aprile è stato lanciato il programma Fabbrica Italia, un piano ambizioso fatto di ampliamenti della capacità produttiva, della chiusura di Termini Imerese, del potenziamento di Pomigliano (riportando in Italia produzioni oggi effettuate in Polonia). L’inizio dell’attuazione di questo piano – la diatriba su Pomigliano, il referendum ecc. – ha già avuto luogo, sollevando i problemi che conosciamo. Poi, l’annuncio della creazione e quotazione separata di due imprese (da una parte l’auto, dall’altra il resto) e infine l’annuncio dello spostamento di produzioni da Mirafiori alla Serbia.La sola elencazione degli avvenimenti verificatisi in questi pochi mesi è così lunga da lasciare perplessi. Che esista una strategia volta all’espansione è evidente e comprensibile. Ma le forme che questa strategia assume in Europa lasciano perplessi. E l’attuazione di questa strategia, ancora di più. 
FABBRICA ITALIA: COSA C’È OLTRE GLI ANNUNCI? 
In particolare si fatica a ravvisare una coerenza nei progetti attorno all’etichetta Fabbrica Italia. Fin dall’inizio aveva destato dubbi l’idea di espandere la capacità produttiva in un settore nel quale da parecchi anni si denuncia l’eccesso di capacità produttiva, almeno in Europa. Acquisire Opel poteva avere un senso, creare nuovi impianti, soprattutto in Italia, meno.Riguardo all’Italia gli elementi di dubbio erano ancora maggiori. Chiudere Termini forse è inevitabile. La posizione dell’impianto è infelice. L’impianto è probabilmente troppo piccolo per potere conseguire economie di scala rilevanti. Nonostante sforzi di decenni, attorno a Termini Imerese resta una specie di deserto nel quale le industrie locali non sono fiorite come si sperava. Espandere Pomigliano è parsa invece da subito una scelta molto coraggiosa. Tanto coraggiosa da sembrare quasi velleitaria.Se proprio vogliamo espandere la capacità produttiva, perché farlo in Italia quando esistono in giro per il continente diverse alternative caratterizzate da costi del lavoro minori, possibilità di sviluppo infrastrutturale più favorevoli, maggiori capacità dei governi locali di incentivare gli investimenti? Sembrava un gesto di vera responsabilità sociale rispetto all’Italia, paese che aveva dato tanto alla Fiat (ma, ricordiamo, al quale comunque la stessa Fiat aveva dato tanto: difficile fare i conti in modo preciso).Ma Fiat ha veramente intenzione di effettuare questo investimento? Visto come ha gestito la partita, i dubbi credo siano legittimi. Le proposte ai sindacati come contropartita erano tutto sommato ragionevoli (condividiamo le opinioni già espresse da Pietro Ichino) ma la mancanza di un accordo ha aperto scenari complessi. Anche il referendum non era uno strumento molto utile. Perché il problema di Fiat non era la maggioranza, ma convincere la quasi totalità dei lavoratori a seguirla. Solo a queste condizioni avrebbe avuto una speranza di dire basta all’assenteismo. Non una certezza, ma almeno una speranza.La Fiom ha detto di no al contratto, e molti dipendenti con lei. Ha detto di no ai principi del contratto, e a questo punto l’unica speranza della Fiat sarebbe stata – una volta subito il no di principio – di cercare invece l’accordo con Fiom sulle cose concrete. Da lì a poco, si sono invece avuti alcuni comportamenti di insolita durezza proprio contro sindacalisti Fiom in altri impianti: la cosa giusta da fare se si voleva rompere con Fiom e essere “costretti” a rinunciare al progetto di Pomigliano, non certo se il fine era invece l’accordo. Sarò lieto di essere sorpreso nel futuro, ma a oggi le probabilità che il rilancio di Pomgliano avvenga non sono molte, a meno che non intervengano masse di denaro pubblico.È poi difficile da inquadrare in Fabbrica Italia anche l’idea di spostare produzioni dal Piemonte alla Serbia. Ma se mettiamo questo insieme alla chiusura di Termini Imerese e al probabile fallimento di Pomigliano, cosa resta dell’intero progetto? Parrebbe nulla. Era una finzione? Fatichiamo a crederlo, ma le spiegazioni alternative non sono tante. 
 FIAT AUTO SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE. ABITUIAMOCI. 
In parallelo, lo spin off di Fiat auto, che da qui a pochi mesi acquisirà lo status di impresa separata e indipendente. Il senso finanziario della cosa è evidente: le imprese troppo complesse non piacciono ai mercati, che le vedono come dei “portafogli” di titoli. Ma ogni investitore preferisce decidere lui stesso cosa mettere nel suo portafoglio; quindi, di norma meglio avere titoli più identificabili. Ma dal punto di vista industriale?Sotto questo profilo la separazione può servire o per consentire alla famiglia Agnelli di uscire dall’auto, o per attirare nuovi partner interessati all’auto (ma non al resto). Dopo lo sforzo e la scommessa su Chrysler, la prima opzione sembra poco logica, mentre la seconda lo è di più. Ma, attenzione, questo ragionevolmente significa un baricentro dell’impresa sempre più lontano dall’Italia. Sia come produzioni (i mercati in maggiore espansione non sono certo quelli nostrani) sia come centro di comando (a meno che i nuovi partner siano italiani, ma non si vede chi).In questa chiave, il progetto Fabbrica Italia ha sempre meno significato. Investire su Pomigliano è difficile da giustificare. L’investimento in Serbia, con tanto denaro pubblico che l’Italia non può mettere sul tavolo, ha invece molto più senso. Questa chiave di lettura avvalora il sospetto che il progetto di ampliare le produzioni in Italia (e la sua gestione) fossero solo un modo per poter dire “ci abbiamo provato, ma i sindacati non ci hanno voluto”.Non sarebbe un finale che fa bene all’Italia. Ma ci dobbiamo abituare all’idea che se vogliamo che un’impresa (anche se legalmente italiana) investa in Italia e non altrove occorre che questa impresa trovi qui le condizioni più favorevoli. Aiuti di stato, faremo sempre più fatica a darne sia perché in cassa lo Stato ha poco, sia perché l’Europa è sempre più esigente a riguardo. Se le condizioni infrastrutturali, le pastoie burocratiche e le relazioni industriali restassero quelle che sono, forse non sarebbe così strano se Fiat se ne andasse. Ma non sarebbe meglio se lo dicesse chiaramente, invece di investire in costosi spot sul futuro dell’Italia? 
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001846.html]]></description><pubDate><![CDATA[15/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Rischi per Internet]]></title><description><![CDATA[12/8/2010 
Un futuro pieno di rischi per Internet JUAN CARLOS DE MARTIN* 
A parte gli addetti ai lavori, finora poche persone - soprattutto in Italia - hanno colto uno degli aspetti più importanti di Internet, ovvero la sua relazione con l’innovazione. Tutti sono testimoni - quando non beneficiari diretti - dello straordinario flusso di innovazioni prodotto grazie alla Rete in questi anni. Ma relativamente pochi hanno finora colto le ragioni di fondo che hanno reso possibile tale esuberanza. 
Ragioni che non sono legate ad un’improvvisa maggior ingegnosità di informatici e imprenditori, ma piuttosto al fatto che per la prima volta gli innovatori avevano a disposizione una rete di telecomunicazione strutturalmente - potremmo dire: costituzionalmente - diversa dalle reti precedenti. La costituzione della Rete è caratterizzata, per esplicita volontà dei suoi inventori, da due aspetti essenziali: semplicità e apertura. Semplicità perché Internet, a differenza delle reti di telecomunicazione che l’hanno preceduta, è una rete «stupida», ovvero l’«intelligenza» - ciò che rende possibile i vari servizi online - è ai margini della rete stessa, nei nostri computer, non dentro la rete medesima, che si limita a smistare i bit il più velocemente possibile. Per introdurre un nuovo servizio, quindi, non è necessario aggiornare tutta l’infrastruttura di rete (come invece occorre fare nella telefonia), basta pubblicare un software. 
Apertura perché non occorre chiedere il permesso a nessuno per innovare su Internet: una ragazza con una buona idea, un computer e una connessione a Internet ha tutto ciò che le serve per realizzare e poi lanciare la sua idea al mondo. Basta che il suo software parli la lingua di Internet, ovvero, il cosiddetto «Internet Protocol», liberamente e gratuitamente utilizzabile da chiunque. Inoltre, apertura perché la Rete, per il principio della cosiddetta «neutralità della rete» (o di «non discriminazione»), tratta tutti i bit (che siano un documento o un file MP3) e tutte le applicazioni (che sia posta elettronica o video streaming) allo stesso modo, indipendentemente da mittente e destinatario. In linea di principio, quindi, i bit della ragazza e quelli di una multinazionale viaggeranno in rete allo stesso modo, senza discriminazioni. 
Questa rete strutturalmente aperta, senza guardie ai cancelli, ha reso possibile una stagione di innovazione senza precedenti, permettendo sia ad aziende affermate di evolvere, sia a brillanti innovatori di creare dal nulla applicazioni di grande successo, quando non addirittura nuovi mercati. 
L’innovazione, però, è uno di quei concetti a cui tutti tributano grandi omaggi a parole, salvo poi risentirsi molto se l’innovazione altrui perturba interessi consolidati da tempo. Da questo punto di vista, da oltre un decennio registriamo il fastidio - quando non il furore - con cui settori industriali consolidati, spesso a bassissimo tasso di innovazione, hanno accolto l’innovatività dal basso, non controllabile, di Internet e dei suoi utenti. 
Da un paio d’anni, però, diversi segnali suggeriscono che il confronto stia passando di livello, ovvero, non più battaglie di retroguardia da parte di attori incapaci di gestire il cambiamento, ma anche tentativi di apportare modifiche strutturali alla Rete da parte di alcuni grandi attori della Rete stessa. In particolare, da anni alcuni fornitori di servizio Internet vorrebbero essere autorizzati a far pagare un sovrapprezzo ai fornitori di contenuti o servizi (per esempio, YouTube o il sito di un quotidiano), che quindi si troverebbero a pagare più volte per gli stessi bit: una volta per accedere alla Rete tramite il fornitore A (come è normale) e poi di nuovo per raggiungere i clienti del fornitore B, quelli del fornitore C, e così via. 
Lunedì, però, c’è stato un fatto oggettivamente nuovo: una delle aziende che rappresentano con maggior evidenza l’innovazione legata alla rete, Google (fondata nel 1998), ha emesso un comunicato congiunto con una delle aziende eredi dello storico monopolio telefonico americano, Verizon (fino al 2000 nota come Bell Atlantic). Comunicato reso ancora più visibile da un editoriale apparso martedì 10 agosto sul «Washington Post» a firma congiunta Eric Schmidt e Ivan Seidenberg, gli amministratori delegati delle due aziende. 
In sostanza, con un documento molto conciso Google e Verizon chiedono al legislatore e al pubblico di includere in qualsiasi iniziativa normativa relativa a Internet nove punti a loro avviso ritenuti essenziali. Mentre la maggior parte di tali punti è in linea con l’ideale di una rete Internet aperta e non discriminatoria, due punti in particolare stanno invece sollevando pesanti interrogativi e critiche. Il primo punto riguarda l’esenzione dai vincoli di non discriminazione per l’accesso a Internet senza fili, richiesta giustificata con poco evidenti caratteristiche di «unicità» dell’accesso senza fili, nonché con la «dinamicità» di tali servizi. Se si considera che è proprio tramite l’accesso senza fili che si sta concentrando il maggior tasso di sviluppo di Internet, dall’accesso in mobilità da parte degli utenti alla cosiddetta «Internet delle cose», ci si rende conto che ciò che Google e Verizon stanno chiedendo di esentare dal rispetto del principio di non discriminazione è buona parte del futuro stesso di Internet. 
Il secondo punto, almeno altrettanto problematico, riguarda la possibilità di offrire «servizi online aggiuntivi». In pratica, a quel che è possibile capire, la creazione di un Internet-premium che si affiancherebbe, con modalità tutte da definire, a Internet tradizionale per offrire - ovviamente a pagamento – servizi per i quali non varrebbe il principio di non discriminazione. Gli interrogativi che solleva un tale scenario, se confermato, sono molti, ma ci si concentri sui potenziali effetti sull’innovazione. Se oggi la barriera all’ingresso per innovare in rete è, come abbiamo descritto, bassissima, l’innovatore del futuro potrebbe invece dover affrontare una giungla contrattuale causata dal dover negoziare, con ogni fornitore d’accesso Internet, come e a che prezzo raggiungere i suoi utenti sulla rete «premium». Avendo come unica alternativa quella di rimanere sulla vecchia Internet, quindi, di offrire la propria innovazione con minori prestazioni rispetto ai concorrenti, che magari saranno multinazionali nate quanto Internet era davvero neutrale. 
Google e Verizon avranno modo nelle prossime settimane di chiarire, se lo vorranno, l’effettivo significato delle parti più controverse del loro documento. Più in generale, però, è chiaro che per la Rete si sta per chiudere una prima fase della sua storia, caratterizzata dalle lungimiranti decisioni prese quarant’anni fa dai suoi inventori. Nei prossimi mesi starà a noi decidere se continuare a preservare con forza l’apertura di Internet anche per le prossime generazioni di innovatori. 
* Docente al Politecnico di Torinohttp://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7701&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[12/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Profitti delle aziende oggi...]]></title><description><![CDATA[I profitti delle aziende non finanziarie tornano ai livelli del 2007, ma sui listini resta uno sconto del 30% 
di Maximilian Cellino 
Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2010 alle ore 08:04. 
 Nell'immaginario collettivo, il 2008 resterà per molto tempo come una sorta di anno zero per il mondo economico e finanziario. La crisi innescata dai mutui subprime prima e amplificata dall'inaspettato, per certi versi, crack Lehman ha radicalmente mutato lo scenario per i mercati. «Niente sarà più come prima» è stato il motivetto ricorrente fra gli investitori. 
Niente, o quasi. Perché a guardare bene i risultati di bilancio trimestrali che le aziende europee e degli Stati Uniti stanno diffondendo proprio in questi giorni non sono certo poche le società che hanno fatto il pieno di utili. Molte di esse hanno addirittura raggiunto livelli da primato, superando anche quel 2007 che pareva destinato rimanere ineguagliato a lungo.Ma c'è di più. In Europa, quando ben 295 società componenti lo Stoxx600 (pari al 64% della capitalizzazione dell'intero listino) hanno già presentato i risultati dei primi sei mesi, cioè quelli più significativi in termini di peso nell'anno solare, si può azzardare una previsione: se nella restante parte dell'anno non si verificheranno «catastrofi» finanziarie – simili a quelle dell'autunno 2008, tanto per intendersi – il livello generale dei profitti aziendali potrebbe raggiungere in questo 2010 quello realizzato proprio nel 2007 dei record. Naturalmente il discorso vale per le società non finanziarie, perché le banche – pur in ripresa – restano ancora piuttosto lontane dai quei picchi. 
La forza della delocalizzazione. Tracciare l'identikit delle società che hanno bruciato i record in questo trimestre è per certi versi semplice. «Si tratta – spiega Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr – in generale di gruppi o conglomerati che hanno sfruttato la crisi per operare profonde ristrutturazioni, che hanno approfittato per mettere a segno importanti acquisizioni e per diversificare i ricavi anche al di fuori dell'Europa, in particolare nei paesi emergenti». Il miglioramento dei bilanci, insomma, è il risultato del ricorso alla delocalizzazione e dell'incremento del peso di nuovi mercati di sbocco, Asia in primis, ma anche sudamerica.I campioni del profitto sono società come la tedesca Linde, oppure come Bmw, Lvmh e Burberry, marchi ben noti che hanno sfruttato al massimo la propria capacità di penetrazione in Oriente. Oppure gruppi attivi nel settore del retail food quali Carrefour, Casino e Tesco. E se è vero che chi ha nel frattempo effettuato acquisizione ha una ragione in più per battere i livelli del 2007, è anche vero che nei confronti dell'anno d'oro dei profitti queste società sono riuscite a migliorare i margini, a testimonianza del loro ottimo stato di salute. 
C'è da chiedersi quanti di questi risultati siano stati ottenuti grazie alla compressione dei costi e quanti invece grazie a un'effettiva espansione del giro d'affari, ma anche sotto questo aspetto si nota qualche indicazione favorevole: «Se fino a tutto il 2009 fa era stato il controllo ferreo delle spese a propiziare il recupero sugli utili – suggerisce Capeccia – con le ultime trimestrali si è assistito anche a una sensibile crescita dei ricavi». 
Borse tartarughe. Considerazioni sulla reale qualità degli utili a parte, stupisce, ma forse fino a un certo punto, vedere come a questi risultati non corrisponda un movimento altrettanto significativo delle Borse, che non sembrano ancora essersi del tutto riprese dallo shock del 2008. A ben vedere, infatti, l'indice paneuropeo Stoxx 600 si trova ancora ben al di sotto dei livelli di fine 2007, un gap di quasi il 30% che è abbastanza improbabile, per non dire impossibile, possa essere recuperato da qui a fine anno. Quand'anche si consideri in questo valore la performance di borsa dei titoli finanziari (sotto del 44% rispetto a 3 anni fa), il ritardo dei mercati azionari resta significativo e nasconde motivazioni differenti.La prima ragione è legata ai timori degli investitori, che non hanno certo dimenticato le pesanti punizioni subite nell'annus horribilis, così come le incertezze degli ultimi mesi, e che di conseguenza hanno drasticamente ridotto la propria propensione al rischio. Vista sotto questo aspetto, l'eccessiva prudenza degli operatori nasconderebbe un potenziale di apprezzamento dei mercati del 30% circa. L'altra faccia della medaglia è invece decisamente meno incoraggiante: rispetto al 2007, quando si riteneva (a torto) che l'età dell'oro potesse protrarsi a tempo pressoché indefinito, adesso il futuro sembra essere meno definito, anzi piuttosto nebuloso anche a sentire le stesse previsioni delle società che oggi stupiscono con i loro ricavi o utili da favola. Lo spettro di una maggior volatilità negli anni a venire rende quindi più avveduti gli investitori. E questo potrebbe non essere un male. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-12/borsa-utili-velocita-europee-080409.shtml?uuid=AYK2o7FC]]></description><pubDate><![CDATA[12/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010]]></title><description><![CDATA[A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010 
Antonella Olivieri 
Per i 40 big industriali di Piazza Affari il 2009 nel complesso è stato ancora un anno no. La fotografia scattata da R&s-Mediobanca vede per l'aggregato ricavi in calo del 12%, il margine operativo netto giù di oltre il 21%, l'utile netto addirittura in caduta del 43%. Per fortuna il primo trimestre di quest'anno ha segnato un'inversione di rotta, dato che il fatturato complessivo è cresciuto del 7,6%, il margine operativo netto del 19%, il risultato corrente del 26%, l'utile del 9%. Meglio il comparto pubblico del privato quanto a ricavi (+8,6% contro +6,4%) e margini industriali (+21,3% contro +14,1%), il contrario per risultato corrente (+56,8% i privati e +36,3% i pubblici) e profitti netti (+23,6% contro -1% i pubblici, principalmente per i minori proventi straordinari iscritti dall'Enel). 
Per l'intero 2009, a voler distinguere, si scopre che anche l'anno scorso ha confermato il miglior andamento dei gruppi pubblici. Intendiamoci, sempre di calo si tratta, ma la flessione del fatturato è stata del 10% rispetto al -14,7% dei privati, con una diminuzione dei profitti netti del 30,8% contro il -66% degli altri. 
Tuttavia, le vendite all'estero sono andate relativamente meglio: -9% rispetto al -18% del mercato domestico. Ma in casa hanno giocato meglio i privati che hanno visto i ricavi flettere del 9% mentre i gruppi pubblici hanno accusato una debacle del 26%. Tutti quanti però dipendono più dai mercati d'oltreconfine, dal momento che per le imprese private il fatturato estero rappresenta il 57,6% del totale, per le pubbliche il 59,6 per cento. 
Nel complesso i big quotati hanno ridotto l'occupazione del 2%, ma anche qui c'è da distinguere tra i gruppi pubblici che hanno aumentato dell'1,6% il numero dei dipendenti e quelli privati che li hanno ridotti del 3,8%. Non sorprende che il conto sia stato più salato per l'Italia (-3,7%) che per l'estero (-1%), ma forse non è noto che le grandi imprese della penisola hanno più personale oltrefrontiera (il 52,7% del totale) che entro i confini domestici. Gruppi come Buzzi, Pirelli e Parmalat hanno addirittura oltre l'80% degli addetti all'estero, e anche Fiat è sopra la media con il 57,7 per cento. 
I tagli comunque hanno riguardato anche gli investimenti, scesi del 5,4% nel 2009, salvo che i gruppi pubblici li hanno incrementati dello 0,6% a 22,7 miliardi, i privati li hanno ridotti del 15,5% a 11,2 miliardi (il Lingotto del 37%). 
Sul lato della struttura finanziaria i maggiori gruppi industriali di Piazza Affari hanno aumentato il debito del 9%, però hanno lavorato sulla sua composizione, spingendo sull'allungamento delle scadenze e facendo maggior ricorso al mercato. Infatti, mentre l'indebitamento a breve è cresciuto del 2,5%, quello a lungo termine ha registrato un balzo dell'11%. E, soprattutto, le obbligazioni sono aumentate del 32%, mentre le altre fonti di finanziamento, principalmente prestiti bancari, si sono ridimensionate del 7,2%. Grazie anche a questa politica la liquidità delle imprese è esplosa del 32% con 43 miliardi di mezzi a disposizione, ad appannaggio soprattutto dei gruppi privati che hanno incrementato le munizioni del 54%, mentre i pubblici le hanno ridotte del 7 per cento. 
Allargando l'orizzonte, rispetto a cinque anni fa – e comprendendo tutti i 51 gruppi censiti, incluse banche e assicurazioni – la crème di Piazza Affari appare piuttosto in affanno. Il risultato netto del drappello di punta del listino ha macinato nel 2009 il 52% in meno degli utili del 2005, anche se la Borsa ne ha ridimensionato le quotazioni "solo" del 29,5%. Solo 12 gruppi su 51 non sfiguarano al confronto. Ma soprattutto sono andate male le compagnie d'assicurazione, che hanno asciugato i profitti del 74%, mentre banche (-51%) e società industriali (-50%) sono andate di pari passo. In Borsa però le polizze hanno perso meno del credito: -26% contro -42%. 
Nell'industria pubblica, escludendo l'Eni che è stata penalizzata dall'andamento del petrolio, il confronto a cinque anni avrebbe evidenziato utili in aumento del 7%: il dato complessivo è invece -27% rispetto al -79,8% dei privati. Peggio è andata per le utilities locali (-72%) rispetto ai gruppi a controllo statale (-23%). 
Meno utili, ma su un giro d'affari allargato: in cinque anni la crescita è stata del 23% (+41% i gruppi pubblici, +6,6% i privati). Quanto ai debiti (+46%) sono cresciuti più dei mezzi propri (+29%) e di conseguenza il rapporto debt/equity è passato da 0,94 a 1,06. L'effetto Enel-Endesa è stato sensibile sull'aggregato pubblico che ha peggiorato il rapporto da 0,56 a 0,95. Più indebitato comunque il comparto privato nonostante il rapporto debt/equity sia sceso da 1,29 a 1,21. 
Una "curiosità" riguarda la differente ripartizione del valore aggiunto nei diversi assetti proprietari: nel 2009 il costo del lavoro ha assorbito il 61,4% del valore aggiunto dei gruppi privati e solo il 35,8% dei pubblici. Eppure, rispetto a cinque anni fa, il costo del lavoro è aumentato più nel pubblico (+3,8%) che nel privato (+2,1%). Come si spiega? Se si guarda al valore aggiunto pro-capite, che è una misura della produttività, si vede che nel comparto pubblico è aumentato del 4,5%, in quello privato è calato del 15 per cento.Se ci si sofferma in particolare sui dati Fiat, si scopre che il costo del lavoro assorbe il 65% del valore aggiunto prodotto, sebbene lo stipendio medio al Lingotto sia appena di 36mila euro all'anno, ben sotto la media di 49mila euro dell'industria e i 54mila euro del comparto pubblico. 
© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-30/piazza-affari-crisi-finisce-080510.shtml?uuid=AYs6DVCC 
Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2010 alle ore 08:05.]]></description><pubDate><![CDATA[31/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[unilever vende carletto]]></title><description><![CDATA[ECONOMIA IN CUCINA 
Unilever vende "Carletto" 
Ceduti a «Bird's Eye Iglo» per 805 milioni anche 4 Salti in Padella, Sofficini e Capitan Findus 
MILANO - Unilever ha annunciato di aver siglato un accordo vincolante per la cessione della controllata italiana a una società che fa riferirimento a Bird's Eye Iglo. La transazione, per 805 milioni di euro, soggetta all'approvazione delle autorità antitrust europee, comprende la vendita dei marchi e dei business Findus, 4 Salti in Padella, Sofficini, Capitan Findus e That's Amore, e dello stabilimento di Cisterna di Latina dove lavora la maggior parte dei circa 650 dipendenti coinvolti dalla vendita. Il fatturato di Findus nel 2009 è stato di circa 462 milioni di euro. «Findus - ha dichiarato James Hill, presidente di Unilever Italia - è il fulcro di un attrattivo e profittevole business dei surgelati e sono convinto che questo marchio prospererà con le risorse e la gestione mirata che la nuova proprietà saprà dedicargli. Con questo accordo - ha aggiunto - Unilever si trova in una posizione più forte per focalizzarsi sulle altre categorie al di fuori dei surgelati e per ambire ad una crescita nel mercato italiano nel lungo termine». Bird's Eye Iglo è stata assistita e finanziata da un pool di banche composto da Mediobanca, Credit Suisse, Nomura e Tamburi. 
TUTELARE L'OCCUPAZIONE - Un confronto con la nuova proprietà è chiesto dalle forze sindacali rispetto al futuro dei 650 dipendenti. «La vendita di Findus al gruppo Permira mette fine a una lunga fase di incertezza - sottolinea Giampiero Sambucini, segretario nazionale Uila (Unione Italiana Lavoratori Agroalimentari) il sindacato laico e riformista nato dalla fusione del settori agricolo e industria dell' industria alimentare della Uil. In questa fase «lo stabilimento di Cisterna di Latina è rimasto l'unico stabilimento produttivo della Unilever in Europa, quasi un corpo estraneo nella struttura della multinazionale. È molto importante che ad acquisire marchio e stabilimento sia un gruppo che non è solo finanziario, ma che ha anche attività industriali molto rilevanti, alle quali sicuramente lo stabilimento di Cisterna di Latina potrà contribuire anche più di quanto già oggi contribuisce. Cisterna, infatti, è uno stabilimento con grandi potenzialità, manodopera qualificata e tanta professionalità e quindi ha tutte le carte in regola per essere uno stabilimento di primo piano nel nuovo gruppo». E ha aggiunto: «Ci attendiamo, il prima possibile, di avere con la nuova proprietà un confronto diretto per convenire assieme programmi e progetti che possano consolidare la struttura produttiva e occupazionale e garantire uno sviluppo alla fabbrica». 
La Cgil chiede che venga coinvolto il ministero dello Sviluppo economico. «Per evitare che l’operazione di cessione del marchio Findus da parte della multinazionale Unilever alla Bird’s Eye Iglo abbia ripercussioni negative sui livelli occupazionali e sulla tenuta complessiva del gruppo», ha detto il segretario nazionale della Flai-Cgil, Antonio Mattioli. «La nuova proprietà dovrà, pertanto, garantire la tutela dell’occupazione e confermare gli investimenti da destinare alle produzioni. Chiediamo, inoltre, che il confronto sindacale sia avviato prima che si attivi ufficialmente la procedura di cessione». 
Redazione Online19 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_luglio_19/unilevere-findus_c0e8f6c2-9319-11df-a33b-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[20/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[D'Annunzio sedotto dai trabocchi]]></title><description><![CDATA[I luoghi / Litorale. COSTA ADRIATICA 
I colossali ragni di legno che ispirarono D’Annunzio 
Una volta erano anche casa per i più poveri Ora rischiano di scomparire 
Il Fai sta studiando un percorso per salvarli. 
Il poeta sedotto dai trabocchi, macchine da pesca nate tra Abruzzo e Gargano 
Oggi è giornata di mare mosso e Antonio Verì non cala le reti. Con il trabocco è così, c’è bisogno di acque calme. Se il vento è buono, fa scendere la grossa rete a ombrello che si va ad appoggiare sul fondo: «I pesci non la vedono e ci vanno dentro». E quando si fa risalire, tirata su con le corde fissate all’argano, restano imprigionati. Poi arriva la voleche - il retino - a catturarli, e non c’è scampo. È un meccanismo semplice: una passerella di legno che va verso il piano - la piattaforma fatta di assi accostate -, l’argano al centro e le antenne, i lunghi bastoni che guardano verso il mare aperto, da cui pendono le reti. A sostenerlo, i pali levigati da anni di acqua salata, nelle fessure tra gli scogli: una palafitta da pesca. Un groviglio di funi, legno e ferri vecchi che a Gabriele d’Annunzio, quando lo vide, sembrò «simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano». 
Di questi «ragni colossali» (altro copyright dannunziano) che movimentano l’Adriatico dall’Abruzzo al Gargano la concentrazione più fitta è nel tratto di costa tra Ortona e Vasto. Cinquanta chilometri - la Costa dei Trabocchi - in cui quasi ogni punta ha la sua «macchina pescatoria». Nel comune di San Vito Chietino ce ne sono sette: uno è quello di Punta Fornaci, dove lavora Antonio Verì. La sua è una delle più vecchie famiglie di traboccanti della zona: costruiscono trabocchi dall’Ottocento. Uno anche a Castiglion della Pescaia, tirato su da un Verì emigrato in Toscana. Punta Fornaci se l’era portato via una mareggiata, Antonio lo ha rimesso in sesto. Ora, chissà, vorrebbe farci un ristorante, seconda vita di tanti trabocchi: se la pesca rende meno ci si reinventa cuochi. E ogni anno, a luglio, torna il festival Cala Lenta, voluto da Slow Food. Intanto Antonio pesca, e tiene sotto controllo il trabocco: «Il mare in inverno arriva anche a forza otto e i venti da nord non perdonano». Ogni aprile, la manutenzione: «Se si tiene bene, un trabocco può durare molto a lungo». Per tirarne su uno ex novo (c’è chi preferisce risistemarne uno di quelli antichi, protetti da una legge regionale, di proprietà del demanio e dati in concessione ai privati) ci vogliono tre mesi: «Se si lavora in tre, quattro persone, 24 ore al giorno ». Il mare ripaga: «Cefali, spigolette e pesce azzurro, ideale per la frittura. Una volta ci si viveva». E il trabocco era anche la casa: «Le famiglie più povere ci abitavano sopra, nella casetta montata sul piano, non avendo altro». 
Pescatori, ma non solo. Qui un tempo c’era la fornace dei mattoni, e si commerciava con i dirimpettai della Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik: i trabaccoli (le barche) partivano carichi di mattoni e tornavano indietro portando i cavallini dalmati, razza da fatica buona per le campagne. Terra e mare, legati da sempre: il trabocco - che prolunga la costa oltre i confini naturali - è il tentativo dei contadini di conquistare l’acqua. Fin dal nome: «Per qualcuno è il trabocchetto che si tende al pesce o la tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, "tra buchi" - spiega Antonio Iarlori, assessore alla Cultura del Comune di San Vito - ma l’ipotesi che mi convince di più è quella che rimanda alla campagna: l’argano ricorda il meccanismo del frantoio, il trabiccolo usato per la spremitura delle olive». 
La storia del territorio si impasta tra corde e pali, con uno spartiacque: «Il 1863, quando arriva la ferrovia: da allora bulloni, pezzi di traversine, fili di ferro entrano nella struttura del trabocco», racconta Pietro Cupido, autore del libro Trabocchi, traboccanti e briganti (Edizioni Menabò) e sostenitore dell’ipotesi secondo cui a ideare queste macchine da pesca sarebbero stati, a metà del Seicento, gli ebrei riparati in Abruzzo dalla Francia. La ferrovia porta anche altro: «La robinia, o acacia spinosa, venuta dall’Australia: attecchiva in fretta e si usava per trattenere la terra intorno ai binari». Ma la «spinosa» ha altre qualità e i traboccanti lo scoprono presto: «È tenace, dura da lavorare ma quando secca resiste a intemperie e salsedine». 
È la ferrovia - oggi dismessa - a portare qui, l’estate del 1889, d’Annunzio e la sua donna, Barbara Leoni: tre mesi in una casa di campagna che, poi, diventerà lo sfondo del Trionfo della morte. Antonio Verì, classe 1938, ricorda suo nonno raccontare del poeta che, matita e foglio di carta stretti tra il naso e il labbro, andava a nuoto sugli scogli, a scrivere. Dalla casa d’Annunzio vedeva un trabocco, l’unico oggi gestito direttamente dal Comune: è lì dal 1871, il proprietario di allora, Luigi di Cintio detto Turchino (perché era «nere accom’è nu turche»), è il pescatore del Trionfo della morte. Una sua discendente, Maria Laura di Cintio, vive ancora qui: suo marito, Fernando De Rosa, ha dato vita all’associazione «Eremo dannunziano». L’anno scorso è riuscito a far traslare qui, dal cimitero romano del Verano, i resti di Barbara Leoni. 
Ma da quest’inverno la spiaggia del Turchino è diventata la metà, mangiata dalle mareggiate, ed è difficile accedervi dalla strada. Per proteggerla, spiega l’assessore Iarlori, servirebbero i frangiflutti a pennello, perpendicolari alla costa: «Costano tremila euro al metro, e ne servono almeno 600 metri». Sui media locali qualcuno ipotizza che all’origine del danno ci sia il prolungamento del molo di Ortona, che avrebbe modificato le correnti. Un rischio ambientale che da queste parti - quest’anno sono state sei le spiagge della Provincia di Chieti premiate con la Bandiera blu, tra cui San Vito - non si possono permettere. La minaccia più temuta si chiama petrolio ma si nasconde sotto il nome innocuo di un pesce - «Ombrina mare» - preso in prestito per battezzare l’impianto di estrazione che la società inglese Medoilgas intende cominciare a sfruttare dal 2013. Petrolio e gas naturale che poi verrebbero raffinati nel Centro Oli di Ortona. Sindaci e ambientalisti stanno dando battaglia. Poi c’è il cemento: il promontorio sotto l’Eremo - dove perdono la vita gli amanti del Trionfo della morte - ha rischiato di finire seppellito sotto una colata di calce sostituita all’ultimo momento da un prato e da una staccionata di legno. 
Resta da capire quale sarà il futuro della ex ferrovia: esiste un progetto, per ora senza fondi, di farne una pista ciclabile. Il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) ha un’idea diversa: «La linea dei binari - dice Massimo Lucà Dazio, presidente regionale Fai per l’Abruzzo e il Molise - potrebbe tornare ad essere come gli antichi tratturi, è ideale per un percorso ciclo-pedonale che, diversamente da una ciclabile, eviterebbe di cantierizzare la costa per anni: il sentiero esiste già, si tratta solo di sistemarlo e mantenerlo in ordine, dunque anche i costi sarebbero più contenuti. E potrebbe essere usato per passeggiate a piedi, in bici, a cavallo». Una seconda vita che non riguarderebbe solo il tracciato delle rotaie: «Le vecchie stazioni, i caselli potrebbero diventare luoghi di ristoro, così come i vagoni dismessi della ferrovia Sangritana». Quest’anno il Fai abruzzese ha scelto la Costa dei Trabocchi come portabandiera regionale nel censimento dei Luoghi del cuore: entro il 30 settembre si può votare sul sito del Fai per sensibilizzare su queste macchine antiche, ma fragili, oramai un tutt’uno con la terra che le ospita. Lo sa chi è nato qui, come la scrittrice Giulia Alberico che ricorda di aver assistito, ragazzina, al rito della pesca: «I traboccanti con le maglie di lana anche d’estate, le grosse maniche rimboccate, per assorbire il sudore. E la passerella dove ci avventuravamo per tuffarci o pescare le cozze tra gli scogli appuntiti, sfidando i timori delle nostre madri. Il trabocco, per noi, aveva qualcosa di proibito». 
Giulia Ziino 
28 giugno 2010(ultima modifica: 29 giugno 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/ziino-ragni-legno-d-annunzio_53c18fb4-8289-11df-9406-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare]]></title><description><![CDATA[Modernità. 
IL MOVIMENTO PORTA SOLO FRUSTRAZIONE E NOIA? 
Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare 
L’ossessione di riempire tutti gli spazi delle nostre giornate ha molte facce: Internet, i blog, lo zapping alla tv. Invece i «tempi morti» diventano una fatica insopportabile che porta alla depressione: il contrario dell’otium classico, sinonimo di pienezza vitale. 
Non siamo più capaci di oziare. Nel senso buono, nel senso latino del termine: la vita solitaria e contemplativa non fa per noi. Anche il tempo libero finisce per essere un tempo finalizzato a qualcosa. Nel suo primo romanzo in lingua francese, La lentezza, Milan Kundera ricordava un bel proverbio ceco: «Gli oziosi contemplano le finestre del buon Dio». E aggiungeva: «Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca». Per Kundera l’ozio è la sapienza della lentezza, il «conoscere a meraviglia la tecnica del rallentando» e si oppone alla velocità, che è «la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo». L’ozio è una declinazione del tempo. Con il Basso Medioevo, racconta lo storico Jacques Le Goff in un saggio memorabile, al tempo della Chiesa, che segnava con il ritocco delle campane le varie tappe della giornata, si è aggiunto il tempo del mercante: quello scandito dal commercio, lo spazio temporale che divide la promessa di pagamento dal saldo. Al tempo di Dio, dopo il primo millennio, si è aggiunto il tempo dell’uomo. Con la postmodernità fluida, è quest’ultimo il solo tempo che ci è rimasto. 
Nella tradizione filosofico-letteraria cristiana, l’ozio aveva connotazioni diverse. Da una parte astenersi da ogni occupazione utile (il lavoro e la preghiera) era sinonimo di pigrizia, uno stato patologico vicino alla malinconia depressiva: ora et labora era il motto della regola benedettina che dovette aver presente Dante quando, nel VII dell’Inferno, condannò gli accidiosi (quelli «co la mente alienata», scrive Jacopone da Todi) a rimanere eternamente immersi nelle acque nere e ribollenti della palude Stigia. Ma soprattutto quando, nel XVIII del Purgatorio, costrinse, per contrappasso, le anime dei pigri a muoversi in continuazione e a correre urlando esempi di sollecitudine. Dante, probabilmente, avrebbe riservato lo stesso destino al buon Oblomov, il trentenne protagonista eponimo di Goncarov, che le prova tutte prima di rassegnarsi a vivere una vita apatica nella sua casa di Pietroburgo, mentre il mondo intorno a lui si agita frenetico. 
D’altra parte, invece, c’è l’otium, l’opposto degli affari pubblici, il tempo da dedicare alla meditazione, allo studio, alla cura della mente e dello spirito, quello amato dagli stoici, da Cicerone, da Orazio e da Seneca, che vi scrisse sopra ben due trattatelli: De otio e De tranquillitate animi. Anche Petrarca la pensa così e il suo De vita solitaria è un’esaltazione del tempo liberato dalle occupazioni civili e politiche, purché non diventi inerzia e disimpegno. Un filone che avrà fortuna tra gli illuministi, prima che l’ozio diventi lo spleen dei romantici, mal di vivere da flâneur, e poi nausea esistenzialista e noia moraviana. Ma sarà la rivoluzione industriale a recuperare l’orgoglio della vacanza in senso etimologico, del vuoto creativo, con una serie di pamphlet che vanno dal Diritto all’ozio di Paul Laforgue (1880) all’Elogio dell’ozio di Bertrand Russell (1932), con declinazioni successive in chiave umoristica, come nel pamphlet di Jerome K. Jerome I pensieri oziosi di un ozioso il cui succo è riassunto da questa breve parabola: «Conobbi un uomo che all’ora della sveglia balzava subito dal letto e faceva un bagno freddo. Ma questo eroismo non serviva a nulla perché, dopo il bagno, doveva saltare di nuovo dentro al letto per scaldarsi». In sostanza: «È impossibile godere a fondo dell’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare». Oppure quello stesso orgoglio può assumere un’accezione mistico-ascetica, come nel libretto di Hermann Hesse, L’arte dell’ozio. 
Che cosa è rimasto del piacere dell’ozio umanistico nell’era multitasking? Niente o quasi. Perché una delle qualità essenziali del dolce far niente è la gratuità come scelta deliberata e la gratuità, nella nostra epoca, è rara. Tutto deve essere funzionale a qualcosa. Pensate ai bambini e agli adolescenti: il loro tempo libero viene occupato, per lo più, da attività organizzate, programmate da genitori-manager. Così, alla fatica necessaria (quella della scuola) si aggiunge la fatica del tempo liberato, corsi di inglese, corsi di musica, lezioni di ginnastica e di danza, sedute sportive. I ragazzi hanno l’obbligo di scegliere come occupare le proprie ore libere, purché rientrino in uno schema istituzionale e in una socialità regolata e perciò rassicurante (per la famiglia). Quanti genitori rovesciano nei figli la propria ansia di prestazione e/o la propria paura del vuoto? 
Non avete mai visto quelle madri e quei padri che nel pomeriggio si trascinano dietro per un braccio i loro figli per caricarli in auto e consegnarli puntuali in palestra o in piscina? Oppure aspettare il week end per abbandonarli qualche ora dalla maestra di pianoforte o al corso di karate? Che noia, anzi che stress! Magari fosse noia: quel bel momento di solitudine in cui si sbuffa, non si sa che cosa inventarsi e magari per inventarselo bisogna lavorare di fantasia e aguzzare l’ingegno. Invece no, è il proseguimento della routine quotidiana, anzi dello stress scolastico: la noia, per certi genitori, va evitata come il diavolo perché la nostra società ci insegna a essere attivi ed efficienti 24 ore su 24. Altro che il vivere al 5 per cento di montaliana memoria: bisogna vivere al centodieci per cento, e se possibile anche di più, ed è meglio che i ragazzi lo sappiano subito. E il gioco? Il gioco spontaneo, come rottura e capovolgimento di quella routine, divertimento puro, rovesciamento carnevalesco, ne viene fatalmente sacrificato. 
Del resto, come fa notare Fabio Massimo Lo Verde, nel suo recente saggio Sociologia del tempo libero: «È attorno al lavoro e alla sua etica che si è organizzata la modernità e dunque il suo contrario ha assunto soprattutto un significato residuale». È così che il leisure facendosi fenomeno di consumo di massa ha prodotto un vero e proprio business, un settore merceologico ad hoc, per giovani, per adulti e per anziani, in costante crescita fino a configurare una colossale industria dell’entertainment capace di assicurare felicità, benessere, divertimento a orari fissi da segnarsi bene sull’agenda. 
C’è un’apparente contraddizione di cui bisogna tener conto e che si può riassumere in una domanda: lo sviluppo riduce o fa aumentare il tempo libero? Ci sono i pessimisti e gli ottimisti. Chi considera il leisure come uno spazio confinato tra le attività di consumo, una specie di libertà obbligatoria, per usare le parole di una celebre canzone di Giorgio Gaber («si può occuparsi di spiritismo / si può far dibattiti sull’orgasmo / si può far politica alternativa / si può siamo pieni di iniziativa / si può...») dove tutto viene ironicamente ridotto a hobby per nevrotici e frustrati. Una specie di scarico nervoso indispensabile al dopo lavoro, come se l’organizzazione produttiva finisse per invadere anche il tempo dello svago. D’altra parte, mentre in passato i paletti tra lavoro fisico e «tempo perso » erano più netti, oggi la crescita del lavoro immateriale, nelle sue varie forme, rende quasi inavvertibile lo sconfinamento nell’ozio fino a farne un tempo apparentemente senza limiti imposti. 
Bisogna vedere, insomma, se questo sconfinamento è davvero riposo o coazione dissipativa: a cominciare dalla ossessione compulsiva di occupare gli spazi interstiziali della propria giornata navigando in Internet, consultando i blog di riferimento, concedendosi allo zapping sincopato della tv. Senza dire che l’epoca della flessibilità e del precariato rischia di dilatare ad libitum i tempi morti, rendendo paradossalmente il «dolce far nulla» una fatica insopportabile, frustrante e alla fine depressiva. Perché, ha ragione il già citato Jerome K. Jerome, non c’è vero ozio senza lavoro. Comunque lo si veda - quale prolungamento dell’abitudine al consumo, spazio organizzato per finalità didattiche o pseudoformative, forma di intrattenimento dei tempi morti, sfogo o decompressione del lavoro immateriale, unica alternativa al vuoto di una quasi disoccupazione - l’ozio, nella dimensione umanistica di una rilassata e rilassante gratuità, sembrerebbe incompatibile con la nostra epoca, dove risulterebbe ridicolo fondare un’Accademia degli Oziosi, come avvenne a Napoli nel 1611. 
Semmai, nell’era della velocità, dell’iperattività realizzativa e dei risultati da esibire al cospetto della società, anche il minimo vuoto può essere causa di immotivati sensi di colpa. Senza sapere che è solo il tempo vuoto a scongiurare l’oblio. Lo dice magnificamente Kundera nel libro citato: «C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio». È più omeno ciò che pensa Virginia Woolf quando afferma che «nell’ozio la verità sommersa viene qualche volta a galla». Ha ragione, Virginia Woolf. Intanto perché - lo dice Domenico De Masi in un libro intervista con Paria Serena Palieri, l’«ozio creativo» è un girare apparentemente a vuoto, in attesa dell’idea, dell’estro, della voglia, della cosiddetta ispirazione che può produrre capolavori. «Oziare - aggiunge De Masi - non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non avere l’assillo del cronometro, non seguire i percorsi angusti della razionalità, tutte quelle cose che Taylor e Ford si erano inventati per imbrigliare il lavoro esecutivo e renderlo efficiente». 
Nella letteratura del Novecento è spesso la flânerie a far emergere la verità sommersa: il principe di Salina, nel Gattopardo, si dedicava all’astronomia. Ma l’ozio, nelle sue varie coloriture che vanno dall’accidia all’inerzia, dalla pigrizia colpevole alla fannulloneria deliberata, non è più solo prerogativa aristocratica. In una giornata di giugno l’agente pubblicitario Leopold Bloom vagabonda per le strade, per le librerie, per i locali e per i bordelli di Dublino costruendo via via la propria identità. L’inattività è molto più produttiva dell’azione. Basti pensare a Ulrich, l’uomo senza qualità (e inconcludente) di Musil, agli inetti di Svevo (autore di pagine, intitolate Il mio ozio, che dovevano appartenere a un romanzo rimasto incompiuto) perennemente a passeggio per la città, ai tempi perduti e ritrovati di Proust: dove la memoria, il sapore della vita e della morte emergono nel momento massimo del relax, inzuppando una madeleine in una tazza di tè. Per non dire di quel che affiora nell’ozio più paradossale, angoscioso e assurdo della letteratura, quello di Vladimiro ed Estragone, in Aspettando Godot. 
Il tempo della vita viene annullato e la verità la si cerca altrove. Quando l’ozio aveva un valore esistenziale, anche i narratori ne tenevano conto e condivano i loro romanzi di dilatazioni, rallentamenti, digressioni e descrizioni, al punto che nel secolo scorso queste hanno preso il sopravvento fino a diventare il cuore della narrazione. Le cose importanti accadevano nei tempi morti anche in letteratura. Ma la fretta incalzante delle nostre «vite di corsa» (titolo di un libretto del sociologo Zygmunt Bauman) ha prodotto, negli ultimi anni, romanzi di corsa: il trionfo della trama non è altro che il riflesso (automatico?) narrativo di un mondo che si regge sulla velocità-tutta-cose, sull’iperattività (una sindrome di cui, non a caso, sempre più soffrono i nostri figli sin dall’infanzia). Non è ammesso ozio neanche nei romanzi: il genere - giallo, noir, eccetera - va subito al sodo, è il trionfo del ritmo, dell’azione senza tanti giri, senza perdite di tempo. È probabile che un nuovo Proust oggi scriverebbe «Alla ricerca del tempo perso perduto». Sì, il tempo perso perduto. 
Paolo Di Stefano 
L’autorePaolo Di Stefano (Avola 1956) è inviato del «Corriere della Sera» e scrittore. Tra i suoi romanzi: «Baci da non ripetere» (Feltrinelli 1994), «Tutti contenti» (Feltrinelli 2003), «Nel cuore che ti cerca» (Rizzoli 2008). Un mese fa ha pubblicato «Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori» (Rizzoli) 
28 giugno 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010)http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/di-stefano-ozio-addio_820c233a-8283-11df-9406-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Liberalizzare...]]></title><description><![CDATA[LIBERALIZZARE: NON BASTA DIRLO 
Il pregiudizio verso le aziende 
Il primo ministro conservatore inglese, David Cameron, annuncia forti tagli alla spesa pubblica, ma esclude un ritorno al thatcherismo. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, propone la sospensione delle procedure burocratiche che fanno salire i costi per l’imprenditoria, ma rimane «anti-mercatista ». Forte è, ancora e ovunque, la cortina ostile alla libera concorrenza alzata dai nostalgici del dirigismo dopo la crisi finanziaria. Fa tutta la differenza fra deregolamentazioni — il dimagrimento dello Stato, necessario, utile, ma non ancora sufficiente a rilanciare l’economia—e liberalizzazioni, l’abbandono della convinzione che spetti (solo) allo Stato produrre beni e servizi pubblici che, invece, potrebbero essere prodotti (anche) da privati. 
Tremonti associa la sospensione dell’eccesso di regolamentazione alla revisione dell’articolo 41 della Costituzione: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Che i «fini sociali » siano la maschera dello Stato burocratico è già un bel riconoscimento delle ragioni dei liberali. A sua volta, Eugenio Scalfari, che è contrario anche alla deregolamentazione, scrive: «Mi domando quanti saranno, in un Paese come il nostro, gli imprenditori fasulli che, dopo aver autocertificato in proprio favore e aver ottenuto il necessario credito bancario, scompariranno dopo qualche mese, lasciando un paio di capannoni abbandonati e portandosi via la polpa del credito» (la Repubblica di domenica). Che il pontefice dei liberal nazionali sia un conservatore non sarebbe né sorprendente, né scandaloso, se non pretendesse di essere (anche) progressista. Occorre dire subito, però, che, ad aumentare la confusione, ha concorso anche una malintesa cultura liberale. Che, da un lato, distingue fra liberalismo politico (la libertà al singolare) e liberalismo economico (il liberismo), prendendo le distanze da quest’ultimo; dall’altro, attribuisce al liberismo un ruolo fondante dello stesso liberalismo politico. Prioritario (l’«a priori»), nel liberalismo, non è il mercato, bensì l’Individuo (la logica della sua libera azione). 
Sul mercato, le azioni dei giocatori ubbidiscono alle regole del gioco; il mercato non consiste nella distruzione di uno dei giocatori, ma nella realizzazione di una situazione in cui vincitori e vinti — dopo aver giocato — si stringono le mani e tornano alle realtà della loro vita sociale. Ma poiché l’acquisto di un bene riduce il potere di disporre di altri, la cultura pauperista (e socialista) induce chi compra a vedere nel venditore non chi gli consente di soddisfare un bisogno, ma chi gli impedisce di soddisfarne altri. La parola «speculazione » — che, in una economia di mercato, connota la capacità di anticipare le future domande dei consumatori per soddisfarle e trarne un profitto — non compare neppure negli scritti di autori socialisti, che la usano, invece, per demonizzare l’imprenditore (Ludwig von Mises: The Ultimate Foundation of Economic Science). Ma la libera concorrenza non ubbidisce solo a una logica utilitaristica; è anche «un ordine morale»— senza il quale non sussisterebbe —che induce gli uomini a cooperare fra loro (Bernard de Mandeville, Adam Smith, Friedrich von Hayek, Luigi Einaudi). 
Piero Ostellino 
08 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_08/ostellino-pregiudizio-aziende_56bd2904-72bb-11df-80b7-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[08/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[CRIMINALITA' E APPALTI]]></title><description><![CDATA[CRIMINALITA' E APPALTI 
Le mani della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria, 52 arresti 
Cinquantadue arresti tra gli affiliati alla cosche che, tra gli anni '80 e '90, hanno insanguinato Palmi. Erano riusciti a infiltrarsi negli appalti per i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3. Devono rispondere di associazione mafiosa, omicidio ed estorsione 
Associazione mafiosa, omicidio, estorsioni e infiltrazioni negli appalti dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. La squadra mobile della questura di Reggio Calabria sta eseguendo 52 ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di altrettante persone ritenute affiliate alle famiglie Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano e Bruzzise-Parrello. 
Gli affiliati alle cosche della 'ndrangheta, tra gli anni Ottanta e Novanta, sono stati protagonisti di una faida che ha insanguinato Palmi e il suo comprensorio ed erano riuscite a infiltrarsi negli appalti per i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3, relativamente agli interventi in corso nella tratta tra Gioia Tauro e Palmi. 
Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, omicidi ed estorsione. Le cosche, secondo quanto si è appreso, operano nel settore degli appalti attraverso alcune imprese collegate agli affiliati. 
(08 giugno 2010) © Riproduzione riservatahttp://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/06/08/news/le_mani_della_ndrangheta_sulla_salerno-reggio_calabria-4657284/?ref=HREC1-1]]></description><pubDate><![CDATA[08/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Intervista a Roubini: «Euro verso la parità con il dollaro nel 2011.]]></title><description><![CDATA[Intervista a Roubini: «Euro verso la parità con il dollaro nel 2011. Vedo rischi di una nuova recessione globale» 
dall'inviato Giuseppe Chiellino 5 giugno 2010 
 
TRENTO - «Nel corso del prossimo anno l'euro andrà verso la parità nei confronti del dollaro, se non ancora più in basso. I fondamentali delle due economie giustificano questa debolezza. Se questo processo avverrà in maniera graduale non è una cosa di cui preoccuparsi, anzi sarà un beneficio per l'economia della zona euro» 
La previsione è di Nouriel Roubini, l'economista della New York University, tra i primi ad aver previsto la grande crisi del 2008-2009. Roubini parlerà domenica al Festival dell'Economia di Trento proprio di come si evolverà la crisi economica mondiale, ma oggi in un incontro con alcuni giornalisti ha affrontato gli aspetti più caldi dell'attuale fase economica, dalla debolezza dell'euro alle politiche necessarie per rilanciare la crescita. 
C'è chi ritiene che se i paesi della zona euro non riusciranno a fare un salto di qualità nell'integrazione politica, anche l'unione monetaria è destinata a fallire. Lei cosa pensa?«L'euro potrà sopravvivere se le istituizoni comunitarie e gli stati membri saranno in grado non solo di ridurre deficit ormai insostenibili, ma anche di far ripartire la crescita. L'austerità è solo uno degli strumenti per affrontare la crisi. La vera sfida è la crescita. Se non c'è crescita economica non si evita la recessione e non si evita il disastro economico e finanziario. Quindi non basta discutere di austerità fiscale ma occorre parlare delle misure per rilanciare l'economia reale. Questa è la sfida. Se queste cose, per quanto difficili, saranno realizzate l'unione monetaria potrà sopravvivere, se non saranno fatte l'unione monetaria può saltare». 
Come si può stimolare la crescita?«Serve una politica monetaria della Bce non rigida; serve un euro debole; la Germania dovrà stimolare la domanda interna con stimoli fiscali che aumentino il reddito disponibile; al contrario i paesi che non hanno i conti pubblici in equilibrio, parlo della Grecia, del Portogallo, della Spagna, dell'Italia, dell'Irlanda ma anche la Francia ha un deficit che diventa sempre più ampio, dovranno attuare una politica di austerità per ridurre i deficit pubblici o, nel caso dell'Italia, riportare il debito che oggi supera il 115% del Pil, a livelli sostenibili». 
E la Grecia?«La Grecia deve ristrutturare il proprio debito e attuare politiche opposte a quelle tedesche, riducendo i salari e aumentando la competitività». 
Anche per l'Italia potrebbe porsi il problema della ristrutturazione del debito?«No. Non ora. L'Italia deve attuare una politica di austerità con i tagli fiscali e riforme strutturali che rendano più flessibile l'economia per stimolare la crescita». 
Torniamo all'euro. È in mezzo al guado. Cosa serve alla zona euro?«In Europa c'è bisogno di un maggiore coordinamento nelle politiche, ma non può essere la Germania che impone agli altri Paesi l'austerità fiscale. L'austerità è necessaria, in Paesi dove ci sono difficoltà di deficit e debito, ma dall'altra parte sono necessarie politiche che stimolino la crescita per evitare recessione e deflazione. La Germania, dove il rapporto tra deficit e Pil l'anno scorso è stato solo del 3%, ha dei margini per aumentare la spesa e sostenere la domanda nell'eurozona. Con l'euro che cade, l'industria tedesca che era già competitiva è ora ancora più competitiva, e con l'euro debole lo sarà ancora di più. Quindi la Germania può permettersi un leggero aumento dei salari, per stimolare non solo l'export, ma anche la domanda interna di beni tedeschi e di beni dell'Eurozona. Berlino deve lanciare un piano di stimolo fiscale, incrementare i salari netti e la Bce non deve preoccuparsi dell'inflazione - perché il rischio è semmai di una deflazione – e allentare la politica monetaria, sia intervenendo sui tassi, sia con metodi non convenzionali, per stimolare la crescita, accompagnare il calo dell'euro. Ogni attore nell'area euro deve svolgere il suo ruolo, il che implica un maggiore coordinamento, ma non il fatto che tutti diventino come la Germania. Ogni Paese, con le sue specificità, con i suoi problemi specifici, con le sue politiche, deve fare la sua parte». 
E a livello globale?«Questo deve avvenire anche a livello globale: i Paesi che spendono di più, sia a livello pubblico sia a livello privato, come Stati Uniti, Gran Bretagna o alcune nazioni d'Europa, devono spendere di meno; quelli che finora hanno risparmiato, come la Germania, il Giappone, Cina, debbono spendere di più. Tutto va coordinato a livello europeo e di G 20».È ipotizzabile un euro a doppia velocità, una moneta unica soft per i paesi del Sud e una più forte per i paesi del nord Europa?«Non credo che sia un'ipotesi praticabile dal punto di vista economico né dal punto di vista politico. Ciò che serve all'eurozona è ridurre gli squilibri al proprio interno, quindi la Grecia deve sanare i conti e ridurre gli stipendi, mentre la Germania che ha i conti a posto, deve stimolare la domanda interna aumentando le retribizioni. Gli altri devono sanare i deficit». 
Secondo lei a che punto siamo della crisi? Sta finendo o vede altri rischi?«C'è una crescita anemica, guidata dall'export più che dai consumi. E' il momento per l'Italia, come per gli altri membri dell'eurozona, di aumentare la produttività, di rendere l'economia più competitiva, più flessibile. Perché vedo in Europa un rischio di ricaduta, sono preoccupato per la situazione di bilancio di alcuni Paesi, come Portogallo e Grecia, vedo il rischio di un allargamento del contagio finanziario, vedo il rischio di una doppia W, ossia di una nuova recessione. E anche il quadro globale non è buono: la crescita è debole anche negli Stati Uniti e i dati sulla disoccupazione di venerdì sono pessimi; il Giappone cresce poco ed è in deflazione; ci sono anche indicazioni che la Cina stia rallentando. Così ognuno deve fare la sua parte per evitare una nuova recessione globale. Ci sono molte sfide di politica economica e fiscale da affrontare». 
©RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description><pubDate><![CDATA[06/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[ECCO PERCHE' LA SPECULAZIONE ATTACCA GLI STATI]]></title><description><![CDATA[Ecco perché la speculazione attacca gli stati 
di Morya Longo 05 giugno 2010 
 «Le grandi banche internazionali hanno ormai l'imperativo categorico di non comprare titoli di stato del Sud Europa. E questa non è una decisione dei singoli operatori, ma dei gestori dei rischi delle banche». Il trader di un istituto internazionale, anonimamente, sembra quasi giustificarsi: non posso più aumentare la mia esposizione sui titoli di stato spagnoli, greci, portoghesi e italiani – dice in sostanza –, perché non me lo permettono i risk manager. Dalla sua postazione di trading, tre computer davanti agli occhi e telefono sempre attivo, è un testimone oculare di quello che accade sul mercato. «Vedo vendite sui titoli di stato del Sud Europa in arrivo dalla Cina», afferma. «E vedo pochi compratori», aggiunge. «Ormai il mercato è così ingessato, che ad acquistare titoli italiani sono solo le banche italiane», conclude. 
Sul mercato di tutta Europa (non solo in Italia) c'è la bufera. Ieri i BTp sono arrivati a offrire tassi d'interesse di 1,70 punti percentuali più alti rispetto ai Bund tedeschi. Questo significa che il Tesoro italiano, per trovare investitori disposti a comprare il suo debito, deve pagare tassi d'interesse quasi due punti percentuali più alti del Tesoro tedesco. Non si era mai visto dai tempi della vecchia lira. Ma cosa sta succedendo? Chi sta colpendo l'Europa? Se si pone questa domanda agli esperti, si ricevono decine di risposte diverse. Probabilmente c'è una tale concomitanza di fattori, che le spiegazioni di questa bufera sono tante. Per capirle, però, bisogna partire dalla causa: quello che accade ora è diretta conseguenza di una "bolla" che nessuno ha mai notato mentre si gonfiava. Quella dei titoli di stato. 
Lo chiamavano rischio zero 
I titoli di stato europei sono sempre stati considerati a zero rischio. Almeno dopo la nascita dell'euro. E così le banche li hanno sempre comprati a piene mani. Le stesse regole di «Basilea 2» hanno sempre incentivato gli acquisti, dato che i titoli di stato non comportano alcun sacrificio di capitale regolamentare. Insomma: se prestare soldi a imprese o famiglie per le banche è sempre stato un costo in termini di capitale, prestare soldi agli stati non lo è mai stato. Praticamente non ci sono mai stati limiti. 
Nel 2009 gli acquisti hanno raggiunto l'apoteosi. Dato che la Bce prestava loro tutta la liquidità possibile e immaginabile al tasso fisso dell'1%, le banche hanno pensato bene di guadagnarci sopra. Come? Comprando titoli che avessero rendimenti più elevati dell'1% e che avessero "bassi" rischi: cioè i titoli di stato. Il giochino, chiamato carry trade, era semplice: prendevano in prestito soldi alla Bce pagando l'1% e li investivano in titoli con rendimenti maggiori. E per guadagnarci ancora di più, compravano a piene mani soprattutto i bond dei Paesi che allora offrivano rendimenti «interessanti» e che oggi – ironia delle sorte – le stesse banche chiamano Pigs. Maiali. 
Se la pancia è troppo piena 
Così hanno fatto indigestione. Secondo i calcoli di Rbs, oggi gli investitori internazionali hanno in portafoglio 1.418 miliardi di titoli di Stato di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia. Il problema è nato quando la crisi della Grecia ha magicamente trasformato questa montagna di «rischio zero» in qualcosa di potenzialmente rischioso. E i motivi, effettivamente, ci sono. La Grecia, secondo i calcoli del Fondo monetario, passerà per esempio da un rapporto tra debito e Pil del 115% nel 2009 a una percentuale quasi del 150% nel 2013. Ovvio che gli investitori non ripongano grande fiducia nel suo salvataggio: come potrà la Grecia tornare a finanziarsi sul mercato nei prossimi anni, se la sua situazione sarà addirittura peggiorata? «Il mercato – spiega l'economista di Rbs Silvio Peruzzo – crede che nei prossimi anni il rischio di default sarà maggiore». Dalla Grecia, gli occhi si sono poi spostati sugli altri Paesi ritenuti più deboli. Facendo, nel panico, di tutta l'erba un fascio. Prima viene l'Irlanda. Poi il Portogallo. Poi la Spagna. E poi? Sebbene sia da tutti ritenuta più forte, nella lista c'è anche l'Italia. La sfiducia si autoalimenta col panico. 
La fuga 
Appena si è iniziato a capire che il vento sui titoli di stato europei stava cambiando, ovviamente la speculazione ha cambiato verso: prima era di moda comprare, poi è diventato di moda vendere. E il gioco in questi casi è come nel West: il pistolero più veloce è quello che vince. È così iniziata la corsa ad alleggerire le posizioni sui titoli di stato. Chi per specularci, chi per prudenza, chi per coprirsi dai rischi. Chi per precise strategie d'investimento. «Io credo che sia partita prima la speculazione – spiega l'ex numero uno europeo di Lehman Riccardo Banchetti, oggi capo di Pactum Advisers –: sono stati gli hedge fund a rendersi conto per primi che c'era l'opportunità di far pagare agli stati gli errori del passato. Poi sono iniziate le vendite per motivi di copertura dei rischi». 
Il resto è cronaca attuale. 
I risk manager delle banche internazionali hanno bloccato gli acquisti di titoli di stato e hanno ordinato la copertura dei rischi sul mercato dei credit default swap: ecco perché le quotazioni di queste polizze sono più allarmistiche di quelle dei bond. Gli investitori esteri (come i cinesi) hanno iniziato a vendere, anche per alleggerire le loro posizioni sull'euro. Tante banche retail li hanno seguiti, per prudenza. E la crisi si avvita. Così il mercato è diventato illiquido: le vendite sono ora forse minori, ma la volatilità è alle stelle. Basta una voce o una qualunque indiscrezione per far aumentare la bufera. Sarà un complotto, sarà panico, sarà speculazione: sta di fatto che i nodi di una bolla che nessuno voleva vedere stanno venendo al pettine. 
m.longo@ilsole24ore.com 
http://www.ilsole24ore.com/art/editrice/2010-06-05/ecco-perche-speculazione-attacca-080500.shtml?uuid=AYzPFBwB]]></description><pubDate><![CDATA[06/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L’Italia può superare la crisi]]></title><description><![CDATA[La relazione del governatore di bankitalia e le condizioni per la ripresa 
L’Italia può superare la crisi 
C’è la preoccupazione di uno squilibrio persistente sulla domanda globale. E quello di una crescita che in Europa e in Italia è ancora molto debole soprattutto rispetto al resto del mondo. Ma c’è anche la nota positiva di un mondo, di un G20 che ha saputo reagire e che mostra di potere tenere testa a una crisi che rischiava di essere ancora più profonda. L’agenda delle nuove regole che il mondo si è dato per non rischiare nuove crisi è ancora più necessaria. E’ composta di quattro filoni: banche che devono rafforzare il patrimonio e controllare il rischio liquidità, i controlli sugli intermediari finanziari; la riduzione della rilevanza dei giudizi delle agenzie di rating e infine una maggiore trasparenza sui prodotti finanziari più complessi. 
Un’agenda composta dal Financial stability board, guidato proprio da Mario Draghi che con la sua relazione nelle vesti di Governatore della Banca d’Italia ha fornito un quadro che fotografa una situazione economica preoccupante a livello mondiale ma ancora di più europeo e italiano. Anche se in alcuni accenti si mostra persino ottimista rispetto al fatto che l’Europa e il nostro Paese possano tornare a marciare a un ritmo se non paragonabile a quello delle economie emergenti perlomeno soddisfacente. E questo grazie a un rafforzamento del governo economico dell’Unione e un ancor più stringente Patto di stabilità. Che per l’Italia significa completare le riforme strutturali, ma anche ritornare allo spirito che in altre occasioni ci permise di uscire da crisi profonde, come quella del ’92. 
E’ chiaro però che la situazione resta tutt’altro che facile. A fronte di un primo trimestre che sembrava fornire più luci che ombre, la crisi della Grecia ha gettato una pesante ipoteca sulla seconda parte dell’anno. Che risulta ancora più pesante per l’Italia nonostante i livelli di indebitamento privato e di risparmio sempre privato mostrino un quadro sicuramente positivo. Il problema come è noto è nelle finanze pubbliche. Ci sono quelle manchevolezze strutturali pesanti dovute a una evasione fiscale notevole, come pure alla corruzione e a una criminalità sempre meno sostenibile. Senza contare quella disoccupazione giovanile che resta uno degli ostacoli principali alla crescita che si inserisce in una situazione occupazionale dove le persone oltre i 55 anni tendono a decrescere con uno squilibrio evidente nel mondo del lavoro. Che pone la necessità di completare la riforma delle pensioni. 
I provvedimenti intrapresi dal governo sono necessari. Obiettivi come il federalismo fiscale, che andranno inserito in un quadro di vincoli di bilancio, dovranno essere accompagnato anche da un uso efficiente delle risorse se si vuole che divengano efficienti strumenti anche di crescita. Ci sarà bisogno però – ha detto Draghi - di un forte impegno contro l’evasione fiscale, la corruzione e la criminalità organizzata. Una lotta per la legalità che nel caso dell’evasione deve avere come obiettivo anche la riduzione delle aliquote fiscali, taglio fondamentale per lo sviluppo. Al sistema finanziario e alle banche il compito di accompagnare lo sviluppo grazie a un rafforzato patrimonio e un maggior controllo del rischio. Ma anche grazie a una vigilanza che sarà ancora più stringente arrivando anche a usare i poteri di rimozione del management nel caso di non rispondenza ai requisiti e alle regole. 
Daniele Manca 
31 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_maggio_31/commento_bankitalia_manca_8999ae00-6c9f-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[31/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Affari sulla via della seta...]]></title><description><![CDATA[Il rapporto della Fondazione che vuole favorire i rapporti commerciali con Pechino 
«Imprese, prendete la via della Cina» 
Cesare Romiti: aziende troppo timorose. 
Grandi potenzialità nel lusso, nell’abbigliamento, nel design 
La grande crisi economica ha definitivamente consacrato la Cina come superpotenza del terzo millennio. Eppure il colosso asiatico non è ancora tra i nostri grandi partner industriali. È la conseguenza di incapacità strutturali delle imprese italiane oppure di oggettive difficoltà di inserimento che presenta quel Paese? La Fondazione Italia-Cina ha appena pubblicato il rapporto annuale «La Cina nel 2010: scenari e prospettive per le imprese» che, in merito, offre molte spiegazioni. «La presenza italiana è inferiore al potenziale — dice Cesare Romiti, presidente della Fondazione —. Ci sono circa 2.000 imprese, forse più, considerando il ruolo che giocano ancora le triangolazioni di capitali nelle operazioni estere. Insomma, molti investimenti non sono colti e registrati come italiani ma in realtà lo sono. Oltre alla presenza, occorre poi vedere il posizionamento ed i risultati economici ed il quadro non è negativo come spesso viene descritto ». 
Perché gli italiani temono l’avventura nel Celeste Impero?«La Cina è un Paese difficile e la struttura economica del nostro Paese — costituita da piccole e medie imprese manifatturiere — ci pone in una posizione competitiva. Le imprese scontano poi problemi di dimensione, scala di produzione, e ridotta conoscenza dei mercati internazionali. Le nostre imprese devono affidarsi ad esperti e conoscitori del mercato e sfruttare tutti gli strumenti per l'internazionalizzazione che sono offerti da istituzioni pubbliche e da soggetti privati, penso alle banche». 
Sviluppando rapporti che possano anche aprire le porte dell’Italia al capitale cinese?«Imprese e fondi cinesi possono entrare nel capitale o rilevare società italiane e contribuire poi all'ingresso o a un migliore posizionamento in Cina delle nostre aziende. Cioè gli accordi che si fanno in Italia possono poi concretizzarsi nell'apertura di varchi nel paese asiatico. Questo tema è anche evidenziato nel nostro rapporto» . 
Nello studio si indicano i mercati di fascia alta come quelli più adatti allo «sbarco » delle imprese italiane. Quali sono i canali di intermediazione (oltre a Ice, Sace e Confindustria) a cui le imprese potrebbero rivolgersi?«Simest sicuramente è un'altra organizzazione da citare; oltre ad offrire servizi di consulenza sottoscrive, dopo un'approfondita valutazione dei progetti, fino al 25 per cento del capitale di rischio di società estere partecipate da imprese italiane. In un momento di difficile accesso al credito questo è da tenere in considerazione ». 
In tal senso qual è il ruolo della Fondazione Italia Cina?«Proporre un'assistenza completa alle imprese socie: dalla formazione, all'informazione, alla consulenza fino alla gestione di progetti complessi. Occorre evidenziare che l'Italia gode di molto appeal per i settori tradizionali, il lusso, l'abbigliamento ed il design, ma questo non significa che questi prodotti si vendano da soli, occorrono competenze, programmazione ed investimenti. Bisogna anche investire in comunicazione: abbiamo eccellenze tecnologiche che a volte non sono conosciute. L'Expo di Shanghai può aiutare in questo senso». 
Nel rapporto si fa riferimento anche alla possibilità di attrarre investimenti, studenti e turisti cinesi nei prossimi anni in Italia. Quali sono i progetti della Fondazione in tal senso?«Siamo impegnati su tutti e tre i fronti. Abbiamo già raggiunto importanti risultati per l'attrazioni di studenti cinesi tramite il nostro progetto Uni-Italia, promosso e gestito dalla Fondazione Italia Cina e cofinanziato dalla Fondazione Cariplo: il numero di studenti è decuplicato rispetto al 2006: stiamo parlando di circa 6.000 studenti. La Fondazione, in raccordo con il sistema universitario italiano, ha aperto a Pechino il centro Uni-Italia con l'intento di promuovere le eccellenze del nostro sistema universitario, migliorare i processi di selezione ed incrementare la conoscenza della lingua italiana». 
E per quanto riguarda il turismo?«Stiamo collaborando con le principali regioni per incrementare e consolidare i flussi di turisti cinesi di alto profilo che conoscono solo parzialmente il "prodotto Italia": si tratta di organizzare eventi ed azioni promozionali per promuovere in maniera costante le eccellenze del nostro Paese. Inoltre, l'Associazione delle imprese cinesi in Italia, che raggruppa le più grandi realtà del Celeste Impero che hanno investito in Italia, è rappresentata nel nostro consiglio. E' chiaro che l'attrazione degli investimenti comporta anche la necessità di riformare il nostro sistema per renderlo più ricettivo ed attrattivo per gli investitori cinesi: anche il settore pubblico, quindi, deve fare la sua parte». 
Isidoro Trovato 
31 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_maggio_31/sfide_imprese_prendete_la_via_della_cina_isidoro_trovato_3d391a7a-6cbb-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[31/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ecco le aziende più stimate nel mondo]]></title><description><![CDATA[Barilla prima in Italia per reputazione 
Ecco le aziende più stimate nel mondo 
Ai primi posti, secondo una ricerca del Reputation institute di New York pubblicata dalla rivista Forbes, Google Sony e Walt Disney. 
Nel settore alimentare la leadership è del gruppo parmigiano: "Risultato del legame emotivo che ha costruito con i suoi prodotti, la comunicazione e il coinvolgimento delle persone" 
Secondo una ricerca del Reputation institute di New York pubblicata dalla rivista americana Forbes, condotta tra le 600 aziende più importanti al mondo, classificate per fatturato, Barilla si aggiudica la diciannovesima posizione tra quelle con la migliore reputazione, prima tra le italiane e prima in assoluto nel settore alimentare. I risultati della ricerca sono stati ottenuti attraverso la consultazione diretta dei consumatori in 24 paesi nei diversi continenti. Le valutazioni sono state espresse su una serie di indicatori come l’offerta di prodotti e servizi, livello di innovazione, qualità del posto di lavoro, governance, performance finanziarie e leadership di mercato. 
LA CLASSIFICA - Al primo posto della classifica Google, seguito da Sony, Walt Disney, Bmw, Mercedes Benz, Apple, Nokia, Ikea, Volkswagen, Intel, Microsoft, Johnson & Jonhnson, Panasonic, Singapore airlines, Philips electronics. E ancora Nestlè , Oreal, Hp ed Ibm. Insomma, massiccia la presenza delle aziende tecnologiche, elettroniche e di auto. Barilla assieme a Nestlè è l'unica del settore Food. 
“La reputazione è un fattore decisivo per la competitività di un’azienda, soprattutto in un mercato che è sempre più globale”, sostiene Massimo Potenza, amministratore delegato del Gruppo Barilla. “Siamo quindi molto soddisfatti della posizione assegnataci, con un primato che dimostra il valore dell’eccellenza italiana nel mondo e il successo di scelte strategiche di lungo periodo in grado di assicurare un’ottima reputazione con tutti i nostri pubblici di riferimento”. 
Kasper Nielsen, managing partner del Reputation institute, spiega: “Nel momento in cui le aziende leader a livello mondiale cercano di crescere e guadagnare quote fuori dai loro mercati domestici, diventa di vitale importanza assicurarsi fiducia e rispetto da parte dei consumatori in tutto il mondo. Barilla ha costruito nel tempo un’eccellente reputazione con le famiglie italiane e, come si evince dal Global Reputation Pulse 2010, gode anche di un forte legame emotivo con le famiglie nei mercati più sviluppati. Con un Reputation Pulse Score di 72,45 Barilla è al diciannovesimo posto nella lista delle aziende con la migliore reputazione al mondo. Questo è il risultato del legame emotivo che Barilla ha saputo costruire attraverso i sui prodotti, la comunicazione e il coinvolgimento delle persone. 
Barilla è nella posizione di poter rafforzare ulteriormente questo legame con i consumatori a livello globale facendo leva sulla sua storia, che gli è valsa la miglior reputazione tra le aziende italiane. Riuscire ad avere la stessa reputazione nei mercati che crescono potrebbe garantirgli una solida piattaforma di crescita e successo. I risultati del nostro studio, condotto in 24 paesi, suggeriscono che Barilla ha una base molto forte sulla quale costruire”. 
Il GRUPPO BARILLA -Nata a Parma nel 1877 da una bottega che produceva pane e pasta, Barilla è oggi tra i primi Gruppi alimentari italiani, leader mondiale nel mercato della pasta, dei sughi pronti in Europa continentale, dei prodotti da forno in Italia e dei pani croccanti nei Paesi scandinavi. Attualmente il Gruppo Barilla possiede 52 unità produttive (13 in Italia e 39 all’estero) ed esporta in più di 125 Paesi. Dagli stabilimenti escono ogni anno più di 2.700.000 tonnellate di prodotti alimentari, che vengono consumati sulle tavole di tutto il mondo, con i marchi: Barilla, Mulino Bianco, Voiello, Pavesi, Wasa, Harry’s (Francia, Spagna e Russia), Lieken Urkorn, Golden Toast e Kamps (Germania), Alixir, Academia Barilla, Misko (Grecia), Filiz (Turchia), Yemina e Vesta (Messico). Ai marchi di prodotto si affiancano i marchi Number 1, società del Gruppo specializzata in servizi logistici, e First per i servizi di vendita al dettaglio. La coerenza con principi e valori antichi ma sempre attuali, la gestione delle risorse umane come patrimonio fondamentale e i sistemi di produzione all’avanguardia fanno di Barilla una delle aziende alimentari più considerate nel mondo come espressione del “saper fare” italiano. (francesco nani) 
(25 maggio 2010) © Riproduzione riservata http://parma.repubblica.it/cronaca/2010/05/25/news/barilla_prima_in_italia_per_reputazione_lo_rivela_una_ricerca_usa-4317710/?ref=HREC2-3]]></description><pubDate><![CDATA[25/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Allergie alimentari, boom tra più piccoli]]></title><description><![CDATA[Shock anafilattici da cibo aumentati di 7 volte in 10 anni, soprattutto a scuola 
08 maggio, 14:27 
(di Maria Emilia Bonaccorso) 
Crescono le allergie alimentari, soprattutto fra i più piccoli, e le crisi anafilattiche una volta su tre esplodono fra i banchi di scuola dove solo raramente il personale è addestrato a gestire l'emergenza. Sono oltre mezzo milione gli under 18 allergici ai cibi e 270mila i bimbi fra zero e cinque anni che soffrono di allergia a uno o più alimenti: cinquantamila non tollerano noci, nocciole e arachidi, circa ottantamila le uova, centomila sono allergici al latte vaccino. Il problema è in continua crescita, come segnalano gli esperti in occasione della Settimana Mondiale dell'Allergia Alimentare, dal 9 al 15 maggio. Negli ultimi dieci anni il numero dei bambini allergici è cresciuto del 20 per cento, mentre i ricoveri per shock anafilattico nella fascia fra 0 e 14 anni sono aumentati di sette volte e le visite ambulatoriali pediatriche per allergie alimentari sono triplicate. Il cibo è un pericolo per sempre più bambini e ragazzi. Circa 5000 bambini con meno di 5 anni sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro la vita, se vengono accidentalmente in contatto con gli alimenti proibiti; si stima che ogni anno nel nostro Paese siano circa 40 i morti per anafilassi, molti dei quali non riconosciuti come allergici. 
"L'allergia alimentare, in particolare verso latte, uova e nocciole è la causa più frequente di shock anafilattico e spesso segna l'inizio dell'evoluzione verso altre malattie allergiche quali la rinite e l'asma - spiega Maria Antonella Muraro, responsabile del Centro dedicato allo Studio e alla Cura delle Allergie e delle Intolleranze Alimentari dell'Università di Padova (www.centroallergiealimentari.eu ) - Sono in corso nel mondo sperimentazioni di possibili cure che vanno dalla desensibilizzazione per via orale o sublinguale ai preparati contenenti estratti derivati dalle erbe cinesi, fino alla realizzazione di veri e propri vaccini". L'allergia più frequente è quella al latte vaccino: non lo tollerano oltre 100mila bimbi fra zero e cinque anni, costretti a ricorrere a latti speciali molto costosi, spiega ancora Muraro. 
Un grosso problema, perché se i piccoli non introducono un adeguato sostituto del latte vaccino possono andare incontro a gravi squilibri nutrizionali con una compromissione della crescita e vera e propria malnutrizione e un barattolo da 400 grammi di latte speciale per bambini allergici alle proteine del latte vaccino costa dai 20 ai 48 euro, informa Marcia Podestà, presidente di Food Allergy Italia (www.foodallergyitalia.org ), che fa parte di una rete internazionale di 15 Associazioni di pazienti con allergie alimentari. La spesa mensile si aggira così in media sui 500 euro e per i primi due anni di vita, in cui tali latti sono indispensabili, le famiglie italiane spendono complessivamente oltre 50 milioni di euro ogni anno. in Italia solo Lombardia, Friuli e Sardegna coprono i costi dei latti speciali, che altrove sono totalmente a carico della famiglia". Pochissimi infine i ragazzi allergici che portano con se la penna salvavita con adrenalina: gratuita per i pazienti dal 2005, è tuttora impiegata poco o male in molte Regioni, soprattutto al Sud. 
DA LATTE A NOCCIOLE, A QUANTI IL CIBO FA MALE - Latte prima di tutto, poi uova, noci e nocciole. Sono i cibi che provocano più allergie. Questi i numeri in Italia del fenomeno sempre più in crescita diffusi in occasione della settimana mondiale dell'Allergia Alimentare che parte domani. 
- 40. Si stima che siano tanti ogni anno (200 negli Stati Uniti) i morti per crisi anafilattiche molti dei quali non riconosciuti come allergici. - 40.000. Sono i piccoli che non tollerano grano, pomodoro, soia, crostacei, frutta e verdura - 50.000.I bambini che non tollerano noci e arachidi. - 80.000. Sono i bimbi allergici alle uova. - 270mila. Sono i bimbi con meno di 5 anni che soffrono di allergie alimentari, 5000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro anche la vita. - 100.000. Sono così in tanti a soffrire di allergia al latte vaccino, la piu0' frequente. Non lo tollerano oltre 100mila bimbi al di sotto dei 5 anni, costretti a ricorrere a latti speciali con una spesa complessiva per le famiglie di oltre 50 milioni di euro all'anno. - 570.000. Sono gli under 18 soffrono di allergie alimentari: 270mila i bimbi tra 0 e 5 anni; 150mila i bimbi tra 5 e 10 anni e circa 150mila tra 10 e 18 anni. - 1,5 milioni. Sono gli adulti allergici ad alimenti, pari al 3-4% della popolazione generale. 
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/05/08/visualizza_new.html_1790249961.html]]></description><pubDate><![CDATA[09/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Sicurezza alimentare: Coop e Crai schedano oltre 900 componenti]]></title><description><![CDATA[ALLERGIE 
Bollino blu al supermercato lista delle sostanze a rischio 
Torino, per prima, si adegua alle norme Ue . 
Sicurezza alimentare: Coop e Crai schedano oltre 900 componenti 
di VERA SCHIAVAZZI 
TORINO - Un passo avanti verso la "democrazia alimentare", per aiutare i malati di allergie a entrare al supermercato e a leggere etichette davvero trasparenti e sicure. È la prima tappa del progetto che la Scuola di sicurezza alimentare di Torino (che fa parte della Fondazione per le Biotecnologie), insieme alla Rete di Allergologia piemontese e a due grandi imprese di distribuzione, Coop e Crai, presenterà nei prossimi giorni: oltre 400 prodotti "a marchio" per un totale di 940 componenti schedati e resi evidenti anche quando sono presenti in piccolissime quantità. 
Dal codice a barre sarà così possibile risalire, attraverso lettori-totem nei negozi ma anche dal computer di casa e tra breve sul telefonino (la Themis sta lavorando per creare una nuova applicazione disponibile anche sui telefoni a basso costo) a tutti, ma proprio a tutti, gli ingredienti di un certo alimento, confrontandoli con la propria allergia e ottenendo risposte certe. Non bastano infatti i generici annunci ormai presenti su molti pacchetti di dolci o di pasta, come "senza glutine" o "senza latte", occorre essere certi che nel prodotto non siano rimaste neppure "tracce" delle sostanze che - negli allergici gravi - potrebbero comunque provocare conseguenze. È sufficiente infatti che uno stabilimento cambi linea di produzione, inserendo merendine o altri prodotti da forno privi di latte sugli stessi impianti che in precedenza hanno lavorato alimenti che lo contenevano, per creare una "contaminazione" e dunque le potenziali reazioni dei malati. 
In un futuro non troppo lontano, parole ancora ambigue tuttora presenti nelle etichette, come "può contenere tracce di..." dovranno sparire: la Commissione europea sta lavorando per un regolamento generale che tuteli i consumatori non soltanto dai potenziali rischi per la salute ma anche da frodi o omissioni che danneggiano prima di tutto il portafoglio. Nel frattempo però chi è davvero allergico - fino al 6 per cento dei piccoli tra 0 e 10 anni, il 3 per cento circa di adulti e ragazzi - ha bisogno di qualche sicurezza in più, e di poter fare la spesa al di fuori dei circuiti specializzati. "L'esperimento che parte da Torino è importantissimo - dice Marco Bordoli, amministratore delegato di Crai - perché ci consentirà tra l'altro di misurare le risposte del consumatore a iniziative di trasparenza che richiedono la sua partecipazione. Siamo già all'avanguardia sul fronte della celiachia, presto speriamo di essere pronti su tutti i diversi temi nutrizionali: è giusto e moderno che ogni cittadino trovi vicino a casa un negozio dove può comprare tutto ciò che gli serve tutelando nello stesso momento la sua salute". 
Maurizio Galimberti, medico e responsabile delle rete allergologica piemontese, aggiunge: "Spesso le etichette contengono il vero elenco degli ingredienti, ma utilizzano termini che non tutti sono in grado di comprendere, come frutta a guscio, oppure codici che riguardano addensanti e coloranti. Alcune quantità molto basse sono tollerate dal 95 per cento degli allergici ma non da tutti, ecco perché è importante rendere davvero accessibili le informazioni". 
(07 maggio 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/scienze/2010/05/07/news/allergie_bollino-3876142/]]></description><pubDate><![CDATA[09/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Exor, avanti su Fiat e altri dossier]]></title><description><![CDATA[30/4/2010 (7:47) 
Exor, avanti su Fiat e altri dossier 
L'assemblea dei soci approva il bilancio 2009. 
John Elkann: più valore con lo scorporo dell'auto, adesso nuovi investimenti 
LUCA FORNOVOTORINO 
Exor, la società d’investimenti della famiglia Agnelli, è pronta a beneficiare dello scorporo Fiat e a fare nuovi investimenti in un 2010 «iniziato bene». Nessuna intenzione da parte della famiglia di sciogliere l’accomandita Giovanni Agnelli e C., di cui John Elkann diventerà presidente il 14 maggio, né di ridurre le categorie di azioni della holding del gruppo. Anzi, «quello di cui si parla - ha detto Elkann - è la possibilità di un’accomandita in cui ci saranno dei rappresentanti della famiglia che devono essere di tutti i rami». 
Tra i temi dell’assemblea dei soci, a cui hanno assistito numerosi studenti del Politecnico di Torino, delle Facoltà di Economia e Legge e anche molti studenti del master della Scuola di alta formazione al management, c’è stato il futuro della Juventus, dopo la decisione di affidare la presidenza ad Andrea Agnelli per voltare pagina dopo un deludente campionato. Ma ha tenuto banco anche Fiat dopo la separazione delle attività industriali da quelle dell’auto. «Manterremo il nostro interesse azionario - spiega Elkann - sia in Fiat sia in Fiat Industrial. È un investimento importante perché siamo convinti delle prospettive e del valore delle due società. Vogliamo assicurare, tramite cariche sociali e la presenza di uomini designati da Exor in entrambi i cda, il buon andamento e il raggiungimento di obiettivi che consideriamo coraggiosi ma realisti». Insomma, «appoggio pieno dell’azionista», dice Elkann e definisce il piano presentato il 21 aprile «ambizioso ma credibile, che fa chiarezza all’orizzonte per i prossimi 5 anni». 
Ricorda anche «l’impegno forte sulle sue radici, visto che molto di quello che la Fiat farà nei prossimi cinque anni sarà determinato dall’Italia». «L’Auto - afferma Elkann - non ha bisogno di soci. C’è una collaborazione forte con Chrysler ed è quella su cui stiamo lavorando». Il presidente di Exor e Fiat ribadisce la disponibilità a diluire la quota di controllo perché è meglio «essere azionisti di una grande Fiat o di una Fiat più grande piuttosto che impedire che questo avvenga». «Il ritorno degli Agnelli è un buon punto per me di chiusura e per John Elkann di partenza» ha detto poi il presidente dell’accomandita Giovani Agnelli e C. e presidente d’onore di Exor, Gianluigi Gabetti, commentando i nuovi assetti del gruppo, che vedono John Elkann alla presidenza della Fiat e fra qualche giorno assumere anche quella dell’accomandita e Andrea Agnelli ai vertici della Juve. 
Exor vuole poi continuare a investire in nuove attività. Elkann precisa che preferisce non parlare di asset strategici e non ma di investimenti capaci di soddisfare i requisiti di Exor. «Riteniamo che nel corso dell’anno - dice Elkann - si presenteranno opportunità per investire, in particolare in Europa e Usa». L’interesse è anche per i Paesi emergenti, Russia, India e Cina, ma è chiaro che «se si presenteranno opportunità in Italia siamo interessati e sapremo coglierle». Resta aperto il dossier Kbl, la private bank belga: «È un settore che ci piace - spiega l’ad di Exor, Carlo Sant’Albano - Kbl è interessante ma ci devono essere le condizioni giuste per investire». Sant’Albano ha aggiunto, poi, di essere soddisfatto dei buoni risultati di Alpitour, la società del gruppo leader nel turismo. 
Il 2010 per Exor è iniziato bene. Basti pensare che nei primi 4 mesi il valore del Nav (Net asset value) è cresciuto dell’8%. Al netto del valore di Fiat è cresciuto del 16%. «Ci sono tanti progetti in corso - sottolinea Elkann - e quest’anno la maggior parte delle nostre società sarà in grado di distribuire dividendi. In un contesto molto difficile, nessuna società del gruppo ha richiesto capitali». L’assemblea dei soci Exor ha dato poi l’ok al bilancio 2009 chiuso con un utile netto di 88,8 milioni (49,1 milioni nel 2008) e deliberato la distribuzione di un dividendo di 0,27 euro per ogni azione ordinaria, di 0,3217 per ogni azione privilegiata e di 0,3481 per ogni azione di risparmio, per un totale di 67,9 milioni. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[01/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ora si scopre che il default sarebbe servito]]></title><description><![CDATA[Ora si scopre che il default sarebbe servito 
di Daniele Bellasio 
L'asticella dei miliardi di euro necessari per salvare con un piano triennale la Grecia ha raggiunto quota 120 e punta verso 130. «Uno spreco di risorse», ha detto ieri al Sole 24 Ore Nouriel Roubini, l'economista che aveva previsto lo scoppio della bolla immobiliare. Il tempo è denaro, e passa. Questi sono i giorni delle rassicurazioni (sì agli aiuti, dicono in Europa; sì alle riforme, dicono in Grecia), poi di solito seguono i giorni delle trattative. Intanto i debiti crescono. Ancora ieri il Financial Times ricordava ai leader europei la scelta da fare: o tirate fuori subito i soldi per la Grecia o decidete che il paese è in default e agite di conseguenza. 
Tutto ciò accade sette mesi dopo l'annuncio dell'enorme debito di Atene da parte del premier greco. Ma allora non aveva ragione Otmar Issing? L'ex capo economista della Bundesbank e della Bce aveva detto al Sole 24 Ore dell'11 febbraio 2010: «La verità è che aiutando la Grecia l'Europa entrerebbe in negoziato permanente e difficile con Atene sul futuro della sua politica economica, rendendo l'idea di Europa sempre più impopolare, specie in quegli stati che saranno costretti ad aumentare le tasse per pagare gli aiuti». 
In sostanza: la Grecia andava fatta andare in default subito. Così la speculazione non avrebbe potuto scommettere sulla debolezza di una politica incapace di imporre riforme a Bruxelles come a Berlino e ad Atene. I mercati avrebbero subìto tensioni per meno tempo e avrebbero apprezzato il decisionismo di leadership consapevoli dei propri limiti. Tutti avrebbero recepito quale soluzione si profila per chi non tiene in ordine i conti. Ora i mercati, di fronte a vertici o decisioni che affidano la sorte alla data delle elezioni qui e là nel Vecchio continente, iniziano a fidarsi sempre meno». 
L'indecisione tra salvataggio e default ha prodotto effetti negativi e rischia di produrne ancora. Con il default e una sorta di amministrazione controllata, i creditori della Grecia avrebbero avuto la certezza di rivedere almeno una parte dei loro soldi, sebbene con un debito greco ristrutturato. Atene sarebbe stata costretta ad avviare un processo di riforme non solo a ripianare i debiti pregressi ma a non eccedere nei debiti futuri. La leadership greca avrebbe potuto meglio spiegare le riforme ai suoi elettori, dando “la colpa”, che poi è in realtà “un merito”, all'Fmi o all'Europa, a seconda di chi si fosse preso in carico il ruolo di giudice fallimentare. L'euro avrebbe dimostrato la sua forza facendo rispettare le regole. I paesi europei avrebbero poi potuto aiutare con accordi bilaterali la Grecia, magari come fosse un'area depressa dell'Europa in cui sono concesse alcune forme di aiuto di stato. 
Tutto ciò finora non è stato fatto. Così è facile per noi fare la storia con i se e per David Marsh, chairman di Scco International e autore di The Euro – The Politics of the New Global Currency, criticare sul Financial Times lo stesso Issing riportando due sue frasi. Nel 2006 Issing aveva detto che l'unione monetaria «può funzionare e sopravvivere» anche senza una completa unione politica. Mentre oggi lo stesso Issing dice che «negli anni 90 molti economisti – e io tra questi – avevano avvertito che avviare l'unione monetaria senza aver stabilito un'unione politica significava mettere il carro davanti ai buoi». Forse il problema sta tutto qui. Delle due l'una: o è forte l'unione politica che decide, e allora le ferree regole dell'unione monetaria possono diventare meno ferree senza mettere a rischio l'euro, o è meglio preservare la forza dell'unione monetaria sperando che presto si rafforzi anche quella politica. 
Venerdí 30 Aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[30/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Bufera greca, 5 consigli per non perderci]]></title><description><![CDATA[LA CRISI DI ATENE 
Bufera greca, 5 consigli per non perderci 
Risparmio, investimenti e rischi 
Cosa fare con i titoli di Stato della Grecia?Dopo il declassamento deciso da Standard & Poor's il rendimento dei titoli di Stato greci si è impennato, arrivando ieri vicino al 20% per le scadenze a due anni, mentre il decennale, che solitamente ha un rendimento superiore alle scadenze a breve e medio termine, è salito all'11%. Tenerli o vendere? Certamente non comprare, è il consiglio degli esperti, a meno di non voler incrementare notevolmente il profilo di rischio dei propri investimenti. Se la convinzione è che Atene farà crac nei prossimi mesi allora meglio chiudere subito le posizioni e quindi vendere. Se invece si è convinti che l'operazione di salvataggio della Grecia riuscirà è meglio mantenere la posizione e, in caso di ristrutturazione del debito, prepararsi però a un possibile allungamento delle scadenze. 
Bot e Btp, su quali emissioni puntare?I timori per il default greco hanno contagiato soprattutto i Paesi dell'Europa meridionale come Spagna e Portogallo finiti nel mirino di Standard & Poor's. L’Italia, pur facendo parte di questa macroarea, per deficit e disavanzo primario è invece accomunata ai Paesi più virtuosi come Francia o Germania e quindi il risparmiatore potrebbe avere qualche beneficio. In un momento comunque di incertezza meglio rivolgere l'attenzione ai titoli di Stato con scadenze di medio termine in vista di un rialzo dei rendimenti che, seppur lieve, c'è già stato: l'asta di ieri ha visto il rendimento lordo dei Bot salire allo 0,81% dallo 0,56% di un mese fa. Oggi il Tesoro collocherà fino a 8 miliardi tra Btp a 3 e 10 anni e Cct e l'attesa è per un ulteriore ritocco verso l'alto della cedola e una forte richiesta. 
L’euro debole farà salire l’inflazione?Con il rafforzamento del dollaro il rischio maggiore è proprio la ripresa dell’inflazione in Europa. Se infatti da un lato l’euro debole può dare una forte spinta all’export, dall’altro la necessità di importare materie prime denominate in dollari, petrolio in particolare, può provocare un aumento dei costi di produzione che finirebbe per scaricarsi sui prezzi finali dei prodotti. Tanto più in quei Paesi europei dove la ripresa è già in atto e i consumi in crescita. Gli operatori ritengono che se il greggio salirà oltre i 100 dollari al barile (ieri era a 84 dollari) è quasi certo che in Europa l’inflazione inizierà a crescere. 
Come proteggersi dal rischio contagio?Il rischio default per la Grecia e i timori su Spagna e Portogallo hanno scatenato una corsa all’oro. Tuttavia lo scenario non è così nero da giustificare una corsa al bene rifugio per eccellenza, che infatti ieri si è fermata. Chi ha liquidità da investire, e non vuole assumere rischi, i Bund tedeschi offrono rendimenti superiori al 3%. Per sfruttare invece l’effetto dollaro una buona opportunità potrebbe arrivare dai corporate bond Usa con rating elevato. Anche le emissioni in dollari di aziende italiane vanno bene: per esempio Telecom Italia scadenza 2019 rende il 6% mentre Enel Finance il 5,26%, più di quanto rendono i bond degli stessi emittenti in euro. 
Dove andare in vacanza con l’euro debole?Chi aveva in programma un viaggio negli Stati Uniti forse dovrebbe ripensarci o almeno rinviarlo. Il vantaggio del dollaro basso, che negli ultimi due anni ha reso molto conveniente il turismo e lo shopping negli Usa e nei Paesi agganciati al dollaro, è diminuito e, secondo gli esperti, potrebbe ridursi ulteriormente. Biglietti aerei, soggiorni in albergo e gli acquisti in genere sono quindi meno convenienti con il biglietto verde a 1,31 contro l'euro. Per le vacanze meglio Grecia o Spagna, verrebbe da dire, sebbene al momento nelle principali località turistiche dei due Paesi l'elevato numero di prenotazioni non ha intaccato più di tanto prezzi e tariffe. 
Federico De Rosa 
29 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[30/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Maastricht: Regole più severe]]></title><description><![CDATA[IL PIANO 
Il Trattato di Maastricht sarà rivisto entro l'anno una task force Ue-Bce 
Regole più severe: obbligo di surplus per chi è superindebitato. 
La riforma potrà dare maggiori garanzie a chi, come Berlino, chiede più rigore 
dal nostro inviato ELENA POLIDORI 
WASHINGTON - Ci vuole più rigore. E così, di fronte all'entità della crisi greca e alle resistenze tedesche, tra i top official di Eurolandia, si comincia a parlare di una revisione del Trattato di Maastricht e quindi del Patto di stabilità. Entro l'anno, in seno alla Commissione europea, verrà costituita una apposita task- force, formata dagli esperti di ciascun paese, della Ue e della stessa Bce, per studiare come rendere più restrittivi i criteri di rigore che già vincolano tra loro i bilanci dei paesi Ue, ovvero il rapporto di deficit e debito col Pil. L'obiettivo, in ultima analisi, è un surplus per chi è ha un superdebito. Al tempo stesso gli europei intendono dotarsi di un meccanismo di risoluzione delle crisi, oggi inesistente. E per finire vogliono che Eurostat, l'organismo statistico della Ue, sia in grado di poter effettuare "audit" veri e diretti per meglio verificare il quadro contabile dei paesi, così da evitare brutte sorprese come è accaduto nel caso di Atene. 
Secondo quel che si apprende, per fare tutto questo occorre appunto riprendere in mano il Trattato di Maastricht del 1992 e quindi il Patto di Stabilità. In quel patto ci sono due parametri che i paesi dell'euro sono chiamati a rispettare. Il primo stabilisce che il rapporto deficit-Pil deve essere del 3%: chi sfora, è colpito da una procedura d'infrazione e deve rientrare. 
Il secondo parametro riguarda il rapporto debito-Pil che deve "tendere" - e su quest'espressione ci fu nelle discussioni preparatorie dell'epoca una dura battaglia del ministro Guido Carli - al livello del 60%, con un ritmo adeguato. Ebbene, in questi anni, Eurolandia ha guardato soprattutto al primo dei due parametri, lasciando più in disparte il secondo. Ora che la crisi finanziaria ha fatto dilatare il debito di tutti e che il caso greco costringe i partner a mettere sul piatto un fiume di miliardi, s'è deciso che questa "voce" deve avere in futuro più peso. Già all'ultimo vertice Ecofin di Madrid era filtrato questo messaggio, che per un paese indebitato come l'Italia significa in prospettiva grandi sacrifici. Adesso però, proprio per via della vicenda greca, si vogliono stringere i tempi. Di nuovo ieri la Germania, attraverso il ministro degli esteri Westerwelle, ha fatto sapere che il suo paese "non farà alcun assegno in bianco alla Grecia". E la collega francese Lagarde, che pure pagherà per il salvataggio, ha ribadito che Atene "non ha mantenuto i suoi impegni in seno alla zona euro", presentando "dei conti sbagliati". 
Ed ecco il punto: tutelarsi da chi ha i bilanci in disordine e presenta conti fasulli. Naturalmente la task force sa benissimo che non si riduce il moloch del debito con la bacchetta magica e che un'operazione del genere richiede anni di rigore. E dunque, secondo gli orientamenti allo studio, l'idea è di rendere ancora più stringente il primo dei due parametri. Volendo riassumere, il motto del domani suona così: più alto è il debito, più basso deve essere il deficit o addirittura ci deve essere un surplus di bilancio. Sul piano più tecnico, questa colossale operazione di risanamento potrebbe passare attraverso un aggiustamento del bilancio primario, al netto degli interessi e del ciclo: qualche esercizio è già stato fatto dallo studioso dell'Fmi, Carlo Cottarelli ed è finito nella tabellina che il ministro Giulio Tremonti ha mostrato l'altro giorno in tv. 
Ma la lezione greca dice anche che, per fare piani di austerity credibili, ci vogliono statistiche sicure, non più basate solo su quello che i governi riferiscono. Di qui il rafforzamento di Eurostat. E poiché se i conti saltano, bisogna salvare chi è in difficoltà, meglio se con le sole forze europee, ecco che Eurolandia punta a dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi, capace di affrontare l'emergenza ma anche di accompagnare il paese in crisi verso la normalità. 
(26 aprile 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[26/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ecco il piano di Marchionne per cambiare il gruppo]]></title><description><![CDATA[E' nata un'altra Fiat 
di Maurizio Maggi e Luca Piana 
Settore auto diviso dal resto. Integrazione con Chrysler. 
Produzione raddoppiata in Italia. E l'obiettivo di 6 milioni di vetture vendute. 
Ecco il piano di Marchionne per cambiare il gruppo 
Sboccia a primavera, la Nuova Fiat. Al Lingotto di Torino, nelle giornate del 20 e del 21 aprile, Sergio Marchionne consolida il ruolo di plenipotenziario e promette di vendere 6 milioni di vetture nel 2014, mentre il giovane John Elkann, 35 anni da compiere, si siede sulla poltrona che fu del nonno Gianni e dello zio Umberto e che, dal 2004 a oggi, è stata occupata da Luca Cordero di Montezemolo. Prima con l'improvvisa conferenza stampa di martedì, con l'annuncio dell'addio alla presidenza di Montezemolo, e il giorno dopo al cospetto di analisti e giornalisti di mezzo mondo convocati per conoscere le strategie del gruppo da qui al 2014, la Fiat ha annunciato di voler essere sempre meno italo-brasiliana e sempre più globale. Anche se l'Italia resta importante: anche se Termini Imerese chiuderà, 26 dei circa 40 miliardi di investimenti previsti nel periodo sono destinati all'Italia. Dove la produzione tricolore dovrà passare dai 650 mila pezzi del 2009 a 1,4 milioni nel 2014. Il 65 per cento delle auto realizzate qui saranno destinate all'export e 350 mila voleranno negli Usa. In Europa, l'aumento di vendite in budget per il 2014 (1,25 milioni di veicoli) è del 64 per cento, con l'Alfa che dovrà sudare per salire a 350 mila unità. Ora cominceranno i tira-e-molla col sindacato per un modello da costruire qui, un turno da aggiungere o togliere là; i calcoli sui vantaggi e gli svantaggi della separazione tra il Fiat Group e i camion e i trattori (lo scorporo sarà concluso entro l'anno); illazioni e rumors sulle future alleanze industriali e forse azionarie. Ma la scommessa è lanciata: un esponente della famiglia Agnelli torna al vertice e il tandem Marchionne- Elkann alza l'asticella. Nel puzzle disegnato col “piano quinquennale” - così, in stile sovietico, è stato scherzosamente definito da Montezemolo durante il passo d'addio - le tessere che lo compongono dovranno essere un po' più simili, in quanto a dimensioni, di quanto non lo siano ora. 
Per raggiungere quota 6 milioni - un clamoroso salto del 50 per cento rispetto al 2009 - la Fiat e l'alleata americana dovranno aumentare la propria presenza in paesi ad alta potenzialità di crescita (Cina, Russia, India). L'accordo con la Chrysler, ha detto Marchionne, "ci permette di raggiungere un'adeguata massa critica per ottenere grandi economie di scala, di aumentare i volumi associati alle singole piattaforme, di sfruttare ogni possibile sinergia e di estendere la nostra presenza geografica. Tutto ciò è la più chiara testimonianza che al pessimismo della ragione, che avrebbe indotto molti a rinunciare all'impresa, la Fiat ha messo avanti l'ottimismo della volontà". Una citazione gramsciana che forse ha fatto sorridere i duri della Fiom. Ai quali, invece, non avrà fatto piacere scoprire una nuova sigla, Bcc. Sta per Best cost countries e vuol dire che una delle linee guida si basa sulla volontà di accrescere la percentuale di componenti realizzati nei paesi dove costano meno. Due uffici Bcc sono stati aperti a Shanghai e in India. Nel periodo 2010- 2014, il gruppo prevede di risparmiare 2,9 miliardi, sul fronte degli acquisti, e oltre un miliardo di risparmi sarà ottenuto grazie alle sinergie con la Chrysler. Il piano industriale svelato al Lingotto dice che entro il 2014 saranno lanciati ben 34 modelli nuovi e ne saranno rinnovati 17: due terzi proverranno dai marchi Fiat, il resto dai brand americani. Lancia e Chrysler saranno totalmente integrate e su ogni singola piattaforma del gruppo saranno costruiti molti più modelli. Ogni architettura, così la chiamano i tecnici, nel 2014 avrà 7,6 modelli e ciascuna dovrà viaggiare al ritmo di 800 mila pezzi l'anno. Marchionne vuole che il gruppo conti di più nel segmento C, quello della Bravo, la cui nuova versione sarà pronta nel 2013, come la nuova citycar, che si collocherà sotto la Panda. I monovolume a 5 e 7 posti debutteranno prima, nel 2012. Festa carioca, lacrime asiatiche Il Brasile si è confermata la roccaforte del gruppo, che nel 2009 ha venduto 737 mila vetture su un mercato di oltre 3 milioni di auto. 
da espresso.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[25/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L’allarme causato dall’eruzione del vulcano islandese...]]></title><description><![CDATA[22/4/2010 
Il tradimento del dio computer 
VITTORIO SABADIN 
L’allarme causato dall’eruzione del vulcano islandese, che ha avuto come conseguenza il blocco dei voli su quasi tutta l’Europa, è stato ampiamente esagerato da modelli matematici imprecisi e da computer che hanno elaborato dati non supportati da alcuna prova scientifica. Passata l’emergenza che ha causato gravi disagi a milioni di persone e 1,7 miliardi di euro di danni (li pagheremo con le nostre tasse, sotto forma di rimborsi statali alle compagnie aeree), gli esperti ricominciano a ragionare con maggiore calma. E non tutti sono convinti che la decisione di chiudere gli scali sia stata quella giusta. 
La confusione che ha regnato per una settimana nei centri di controllo era tale che i computer di Eurocontrol (l’agenzia che gestisce il traffico aereo europeo) segnalavano la presenza di cenere vulcanica solo in due ampie zone dell’Oceano Atlantico, mentre quelli del servizio meteo inglese e del centro di controllo Nats, che coordina migliaia di voli intorno alla Gran Bretagna, affermavano che la nube nera aveva invece coperto ampie zone dell’Europa. 
Anche i possibili danni ai motori, causati dall’impatto con ceneri già ampiamente disperse nell’atmosfera, è stato esagerato dai modelli matematici: alcune compagnie, come Klm e British Airways, hanno effettuato test in volo, senza riscontrare danni ai propulsori. Secondo Aage Duenhaupt, portavoce di Lufthansa, «quello che i nostri piloti hanno verificato in quota non corrispondeva per nulla a quello che ci avevano detto i computer». 
Se le inchieste in corso confermeranno quanto sta emergendo, dovremo concludere che non è stata la natura selvaggia a piegare il nostro mondo tecnologico. E’ stata anzi l’eccessiva fiducia che riponiamo nella tecnologia a causarci gravi danni. Non sarebbe la prima volta. Molti sospettano ad esempio che la grande crisi economica che stiamo attraversando sia stata favorita lo scorso anno dalla perdita di controllo sugli algoritmi che ormai governano quasi tutte le operazioni finanziarie. 
Banalmente, gli algoritmi sono un elenco di passi da compiere in un determinato ordine per ottenere il risultato che si desidera. Anche una ricetta di cucina o il libretto di istruzioni del telefonino sono a loro modo algoritmi. Al London Stock Exchange quasi il 50% degli scambi è ormai gestito da supercomputer che eseguono i passi necessari per ottenere il risultato da sempre più desiderato: fare molti soldi. Negli equity markets americani l’80 per cento delle operazioni non vede più coinvolti esseri umani, se non i «quantities analysts», brillanti laureati in Fisica o in Matematica che i gestori si contendono per progettare algoritmi sempre più intricati. 
George Dyson, figlio del fisico quantistico Freeman, ha scritto un saggio per cercare di spiegare da un punto di vista matematico l’ultima crisi economica. E’ arrivato alla conclusione che «i mercati non sono mai stati tanto automatizzati: siamo in balìa di un sistema finanziario basato su operazioni così complesse da poter essere eseguite unicamente da macchine». 
La dipendenza dai computer non riguarda però solo i grandi sistemi, ma caratterizza ormai le più semplici azioni della nostra vita quotidiana. Il «Financial Times» ha dedicato giorni fa una pagina a come le applicazioni della Apple per l’iPhone o per l’iPad stiano cambiando il mondo e il nostro modo di vivere: ce ne sarà una per ogni necessità che riusciamo a immaginare e il nostro piccolo computer portatile ci darà tutte le risposte che vogliamo. Questo facile accesso alla conoscenza sta facendo in modo che la conoscenza stessa non sia più indispensabile al singolo individuo, sia che si tratti di giudicare gli effetti di una eruzione vulcanica che di movimentare miliardi di dollari in Borsa. Persino gli studenti stanno scoprendo che non vale la pena di fare tanta fatica per imparare a memoria quando è morto Napoleone: se mai un giorno avranno necessità di saperlo, lo chiederanno con il telefonino a Wikipedia. 
Molti studiosi ritengono che i computer non facciano alle persone tutto il bene che si pensava. Alcuni, come Howard Rheingold, autore del libro «The Virtual Community», sospettano che stiano dando origine a una nuova specie umana, dotata di sistemi neuronali diversi e totalmente dipendente dalla tecnologia. Lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov pose al primo punto delle sue leggi sulla robotica l’imperativo che una macchina intelligente non possa recar danno a un essere umano. Forse è necessaria una legge analoga anche per i computer. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[23/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Fiat Industrial]]></title><description><![CDATA[Marchionne: spin off entro 6 mesi 
Marchionne: bisogna accettare il piano, già pronta l'ipotesi B ma non è bella 
22 aprile, 07:41 TORINO - Il gruppo Fiat scorporera' le attivita' di Iveco, Cnh e parte di Powertrain in una societa' che chiamera' Fiat Industrial. Lo ha annunciato l'amministratore delegato SergioMarchionne durante l'incontro con gli analisti finanziari. Lo scorporo delle attivita' auto di Fiat avverra' ''nel giro sei mesi'', ha detto l'ad sottolineando che ''iniziera' una nuova storia della Fiat, con due aziende dotate di massima autonomia per svilupparsi''. 
Bisogna accettare il piano, perché "é già pronto un piano B che non è molto bello". E' il monito a governo e sindacati lanciato da Sergio Marchionne rispondendo agli analisti finanziari. "Mi sono avvicinato a questo progetto - ha detto Marchionne - con le migliori intenzioni, anche se tante sere sono tornato a casa disgustato da alcune cose che ho visto nelle relazioni industriali. Non è questo il modo per creare una grande azienda". Ci sono "storie orrende che girano in Europa sui sindacati americani - ha poi sottolineato - ma vi posso dire che quando ho trattato con loro, una volta risolte le questioni e concordato un piano, non ho mai avuto obiezione su ciò che si è fatto per far progredire l'azienda. La volontà - ha concluso - e la mente aperta sono fondamentali e spero sia così anche qui". "Non è un piano di sacrifici, io parlo di impegno", ha detto l'amministratore delegato, sostenendo che "non ci sarà alcun taglio, ma anzi incremento degli organici". Marchionne ha parlato nel corso della conferenza stampa dopo la presentazione del nuovo piano industriale. 
MARCHIONNE, RADDOPPIA PRODUZIONE AUTO ITALIA 2014 - Con il progetto 'Fabbrica Italia', il gruppo Fiat prevede di raddoppiare la produzione di auto in Italia, portandola dalle 650.000 unità del 2009 a 1,4 milioni di auto nel 2014. Lo ha detto l'a.d. Sergio Marchionne presentando il piano agli analisti finanziari. 
10 NUOVI MODELLI E 6 RESTYLING ENTRO 2014 La Fiat prevede entro il 2014 il lancio di dieci nuovi modelli e sei restyling. Una nuova city car sarà presentata nel 2013 e un modello ingresso B arriverà nel 2012. Nel 2013 toccherà ai restyling di Croma, Multipla e Ulisse. Lo ha detto l'amministratore delegato, Sergio Marchionne, durante la presentazione del piano agli analisti finanziari. Per l'Alfa Romeo sono previsti 7 nuovi modelli e 2 restyling. 
BRILLANTE IN BORSA (+1,7%) SU ANNUNCIO SCORPORO Chiusura brillante per Fiat in Piazza Affari. Il titolo del Lingotto ha segnato un rialzo finale dell'1,73% a 10,6 euro. Brillanti gli scambi, per oltre 138 milioni di pezzi, pari al 12,66% del capitale, nel giorno in cui oltre ai dati trimestrali e al piano industriale fino al 2014, è stato annunciato lo scorporo di Iveco, Cnh (movimento terra) e parte della divisione Power Train (cambi e motori). 
STANDING OVATION PER JOHN ELKANN AL LINGOTTO Standing ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari, presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo, Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann é stato preso d'assolto dai flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne. 
MARCHIONNE, INDISPENSABILE FLESSIBILITA' LAVORO - Il successo del piano industriale della Fiat è legato alla flessibilità della forza lavoro e dei dirigenti. Lo ha sottolineato l'amministratore delegato Sergio Marchionne durante la presentazione del piano. "E' un elemento indispensabile - ha sottolineato - perché gli stabilimenti possono funzionare solo se lavorano a piena capacità". 
Le radici della Fiat Auto "sono e resteranno in Italia", dove il gruppo prevede di produrre, nel 2014, 1,4 milioni di vetture l'anno, il 65% per le esportazioni a fronte del 40% del 2009, ha detto Marchionne che ha confermato che a Termini Imerese la produzione cesserà entro la fine del prossimo anno. A Mirafiori i volumi aumenteranno da da 100.000 a 170.000 unità, a Cassino saranno prodotte entro il 2014 oltre 400.000 vetture. "Il piano rappresenta un'opportunità unica per chiudere con il passato e aprire una pagina nuova. Dobbiamo discutere con i sindacati, è un'occasione di quelle che arrivano una sola volta nella vita", ha detto Marchionne. 
Il consiglio di amministrazione della Fiat ha nominato John Elkann presidente. Il cda, riunito al Lingotto, "ha preso atto, con rammarico - dice una nota - delle dimissioni di Luca Cordero di Montezemolo dalla carica di presidente e lo ha ringraziato per l'opera svolta a favore del gruppo in un periodo particolarmente delicato per la vita dell'azienda". 
Standing ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari, presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo, Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann é stato preso d'assolto dai flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne. "Con Elkann e Gabetti, che continua a essere mio grandissimo amico - ha detto Marchionne - abbiamo navigato in acque molto difficili. Io e John siamo entrambi cresciuti, ora ha raggiunto la maturità giusta per fare il presidente. Abbiamo anche voluto dimostrare con questa scelta la fiducia che abbiamo negli uomini e donne della Fiat". Marchionne ha poi ringraziato Luca Cordero di Montezemolo: "Se siamo qui oggi è perché siamo riusciti a superare un periodo buio. Lo ringrazio personalmente per il sostegno che mi ha dato in questi anni, in cui siamo diventati amici anche a livello personale". 
UTILE GESTIONE ORDINARIA 352 MLN - L'utile della gestione ordinaria del gruppo Fiat ha raggiunto nel primo trimestre i 352 milioni di euro rispetto alla perdita di 48 milioni di euro dello stesso periodo 2009, con oltre la metà del risultato determinato dai business delle Automobili. 
Fiat Group Automobiles ha registrato un utile della gestione ordinaria di 153 milioni di euro a fronte della perdita di 30 milioni di euro del primo trimestre 2009, "per effetto - spiega la nota della casa torinese - di volumi significativamente più elevati e di un miglior mix delle vendite, grazie al maggior contributo dei veicoli commerciali leggeri". Cnh ha registrato un utile della gestione ordinaria di 127 milioni di euro (49 milioni di euro nel primo trimestre 2009), Iveco di 3 milioni di euro (perdita di 12 milioni di euro nel primo trimestre 2009). 
RISULTATO NETTO VICINO AL PAREGGIO - Il gruppo Fiat ha chiuso il primo trimestre 2010 con un risultato netto vicino al pareggio. La perdita è infatti di 21 milioni di euro rispetto a quella di 411 milioni di euro dello stesso periodo 2009. 
GRUPPO CONFERMA OBIETTIVI 2010 - Il gruppo Fiat conferma gli obiettivi del 2010 di un utile della gestione ordinaria superiore a 1,1 miliardi di euro e di un indebitamento netto industriale di oltre 5 miliardi di euro. 
La Fiat conferma anche per il 2010, considerato "un anno di transizione e di stabilizzazione", gli obiettivi di ricavi superiori a 50 miliardi di euro e di un risultato netto vicino al break even. Il Gruppo si attende per tutti i Settori una performance migliore rispetto all'anno scorso, con l'eccezione del business delle Automobili, la cui performance risentirà negli ultimi tre trimestri dell'anno della riduzione o dell'eliminazione dei programmi di eco-incentivi a sostegno della domanda in Europa Occidentale. La Fiat "disporrà comunque di risorse più che adeguate per una transizione a quello che ci si aspetta essere un contesto di mercato normalizzato nel 2011 e negli anni successivi". Per raggiungere gli obiettivi il gruppo continuerà a sviluppare la strategia di alleanze mirate. 
MARCHIONNE, DAL 2004 RAGGIUNTI TUTTI GLI OBIETTIVI - "Dal 2004 alla prima metà del 2008 abbiamo raggiunto passo dopo passo, se non superato, tutti gli obiettivi che ci eravamo posti". Lo ha sottolineato l'ad del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, nel suo discorso introduttivo agli analisti finanziari. Questo successo, secondo il manager del Lingotto, è stato raggiunto "grazie a due fattori chiave": "un team - ha detto - il cui coraggio è diventato uno stile di vita, una cultura della responsabilità in cui la visione di un futuro migliore non è un sogno, ma un compito da realizzare. Queste - ha continuato - sono le forze che hanno consentito alla Fiat di rompere con il passato per segnare l'inizio di una nuova era". Marchionne ha ricordato la presentazione, nel 2004, del piano per il turnaround della Fiat, "quello che ci avrebbe permesso - ha detto - di strapparla ad un destino cui sembrava predestinata". "Molti di quelli che ascoltarono e analizzarono i nostri piani li definirono ambiziosi, addirittura irrealizzabili - ha continuato il manager del Lingotto - ma tutti, alla fine, hanno dovuto prendere atto che ogni singolo target è stato raggiunto, quando non superato, fino a quando abbiamo potuto lavorare in un mondo normale". L'esplosione della crisi globale, che secondo Marchionne "ha riportato l'orologio dei mercati al Medioevo", ha "bruscamente interrotto" il percorso di sviluppo pianificato. La reazione dell'azienda, però, "é stata forte e rapida": "Abbiamo ripensato i nostri piani - ha detto l'ad - cercando ogni mezzo per rafforzare il Gruppo e per ristabilire punti certi in un mercato stravolto dall'incertezza". Tutto questo "é la più chiara testimonianza che, di fronte al pessimismo della ragione che avrebbe indotto molti a rinunciare all'impresa - ha concluso Marchionne - la Fiat ha messo avanti l'ottimismo della volontà. Gli shock, per un'azienda, servono anche a innescare le energie migliori, le più sane, esattamente come succede in periodo di ricostruzione dopo una guerra". 
MARCEGAGLIA, ELKANN HA CAPACITA' PER GESTIRE SFIDE - "A John Elkann vanno i nostri migliori auguri di buon lavoro". Questo il messaggio della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, al neopresidente Fiat, nominato oggi dal consiglio di amministrazione del gruppo automobilistico di Torino. "John Elkann ha tutte le capacità necessarie per gestire le nuove sfide che l'azienda dovrà affrontare per rimanere competitiva nel contesto mondiale nel quale opera. A Luca Cordero di Montezemolo va il nostro riconoscimento per il difficile e delicato lavoro svolto in questi anni al vertice della Fiat" sottolinea ancora la presidente di Confindustria. 
JOHN ELKANN AL TIMONE, DEBUTTA CON PIANO(di Amalia Angotti) TORINO - John Elkann avrà già da qualche ora il timone della Fiat, quando Sergio Marchionne illustrerà agli analisti finanziari il piano strategico del gruppo fino al 2014. Sarà il più giovane presidente della casa torinese e, con lui, la famiglia riprenderà in modo diretto le redini della società dopo la scomparsa dell'Avvocato e poi del fratello Umberto. Non è probabilmente un caso che il nuovo ruolo del rampollo di casa Agnelli venga sancito nello stesso giorno in cui potrebbe essere varata l'operazione di spin off, con lo scorporo dell'auto dal gruppo e la sua quotazione. Un'ipotesi ben considerata dai mercati e che in prospettiva potrebbe portare cambiamenti anche nella partecipazione azionaria della famiglia. Proprio Elkann non ha mai nascosto la possibilità che un giorno gli Agnelli possano rinunciare al controllo, purché questo significhi avere un'azienda più sana e solida. Luca Cordero di Montezemolo lascia la presidenza dopo sei anni e, come lui stesso ha detto, dopo averla traghettata in un periodo molto difficile, quando il futuro sembrava piuttosto buio. Insieme all'amministratore delegato Marchionne ha guidato la Fiat dal 2004, quando "la famiglia non aveva ancora un leader" e "l'azienda era vicina alla bancarotta", ma il piano "apre una pagina nuova". 
E sia Montezemolo sia Gianluigi Gabetti, numero dell'accomandita di famiglia, sono convinti che John Elkann, di cui hanno seguito la crescita in questi anni, sia pronto. Tra Montezemolo e Marchionne si è parlato di dissapori che non hanno però trovato conferme in una giornata caratterizzata da sorrisi e scambi di parole affettuose. "Sono stati sei anni d'intensa collaborazione e si sono create le condizioni per una grandissima relazione tra me e Luca, rimaniamo amici", dice l'amministratore delegato. E Montezemolo gli fa un plauso per il grande lavoro svolto per il risanamento dell'azienda. D'altra parte il suo non è un addio al gruppo, dal momento che mantiene la carica di consigliere della Fiat e di presidente della Ferrari. "Io, Sergio e John - dice Montezemolo - resteremo una squadra, come è stato in questi anni". Marchionne non entrerà nella Giovanni Agnelli e C., la cassaforte di famiglia, ipotesi ventilata da Maria Sole, la sorella dell'Avvocato. "La tendenza - spiega Elkann - è avere nell'accomandita sempre più persone della famiglia". 
MONTEZEMOLO, SALUTO A NAPOLITANO E A PREMIER: NO POLITICA (di Paolo Rubino)"Non scendo in politica", ribadisce Luca Cordero di Montezemolo, nel giorno in cui lascia la presidenza di Fiat, e gli occhi sono puntati sui suoi prossimi passi. Prima dell'annuncio ufficiale la visita al Quirinale, dove è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Poi a Palazzo Chigi, dal sottosegretario Gianni Letta. Mentre con Silvio Berlusconi, impegnato in un vertice internazionale, c'é stato, "un lungo, cordiale, affettuoso, colloquio telefonico - spiega la Presidenza del Consiglio - ". Quindi al Lingotto, per la conferenza stampa. "Ora finalmente potrò fare un mestiere solo, e potrò tornare a occuparmi di più della Ferrari". Chi conosce bene Montezemolo racconta che è difficile seguirlo nel ritmo delle sue giornate, una agenda impossibile per dare sempre una forte impronta personale. Così negli affari, così nell'impegno civile. 
"L'Italia è un paese bloccato. Muoviamoci!": promuovere l'associazione Italia Futura è per Montezemolo l'occasione per dare continuità all'impegno per il Paese portato avanti come presidente di Confindustria. Un continuo pungolo, un occhiolino alla politica, deludendo puntualmente le attese dei tanti che negli ultimi anni hanno più volte previsto una imminente discesa in campo. "Io in politica? Se rinascerò, in un'altra vita"... ribadisce ancora Montezemolo, ammettendo di aver resistito a "pressioni importanti" a lasciarsi arruolare, quando era il leader degli industriali. La voglia di impegnarsi prende quindi altre strade. Come la presidenza di Telethon, ereditando anni di impegno di Susanna Agnelli. Ricerca e formazione sono tra i cavalli di battaglia, impegno concretizzato come presidente della Luiss, incarico che probabilmente lascerà presto a Emma Marcegaglia come consuetudine per l'Università confindustriale. Poi il manager, e l'imprenditore. "Ho una grandissima passione nel mestiere che faccio" e "nella vita ognuno deve cercare di fare il suo mestiere", dice. 
Ancora in Ferrari, quindi. Ed in "una grande avventura imprenditoriale che mi affascina molto". Il treno ".italo", livrea rosso Ferrari, nome che ammicca all'italianità ed all'era di internet, lancerà nel 2011 la sfida del primo privato sui binari ad alta velocità: la società, Ntv, è stata creata nel 2006 da Montezemolo con Diego Della Valle, Gianni Punzo e Giuseppe Sciarrone. Poi si sono aggiunti altri soci. Innovazione e forza del made in Italy, parole d'ordine ripetute all'infinito alla guida di Confindustria, sono anche alla base degli investimenti nel lusso, creando Charme, che acquista Poltrona Frau e ne fa il fulcro di un polo del design di prestigio: Cassina, Cappellini, Gebruder Thonet Vienna, Gufram, Alias. E l'eccellenza del cachemire scozzese Ballantyne che, in un progetto con Alfredo Canessa, sposa la moda italiana: sede a Milano, cuore della produzione e direzione creativa in Umbria, boutique che riapre nella londinese Bond Street. 
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Mario Bellini: "La creatività non conosce la crisi" 
Milano: «E' un unico organismo con cuore e cervello, funziona tutto o niente» 
ALAIN ELKANN 
Mario Bellini, dopo tanti successi con il design e otto Compassi d’oro lei è tornato a occuparsi di architettura.«Sì, ma l’ho fatto già alla fine degli anni Ottanta: a Milano ho realizzato i tre edifici del Portello e sul lago di Como nel parco della Villa Erba Visconti a Cernobbio ho disegnato un complesso e- spositivo congressuale. Poi negli Anni Novanta in Giappone ho disegnato il Tokyo Design Center». 
Adesso cosa sta facendo?«Prima di tutto al Louvre ho progettato la copertura della Cour Visconti, una specie di velo dorato che scende nel cortile senza posarsi sul suolo e racchiude uno spazio irreale. Qui all’inizio del 2012 verrà inaugurato il nuovo museo islamico». 
Quali sono i suoi progetti a Torino?«Ho vinto il concorso per la più grande biblioteca pubblica mai fatta, dovrebbe contenere oltre un milione di documenti e si trova sulla Spina 2. I progetti esecutivi sono completati, adesso aspettiamo di cominciare i lavori, che però per il momento sono ancora fermi». 
Cosa ne dice il sindaco Chiamparino?«Il progetto gli piace molto, so che Torino ci tiene tantissimo e la Fondazione San Paolo dovrebbe mettere i finanziamenti. Ma dopo le Olimpiadi ci sono stati dei momenti un po’ difficili e quindi una sospensione dei lavori. Spero possano cominciare tra un anno». 
Altri progetti?«A Verona Sud parte un progetto di uffici, alberghi e parchi commerciali. Sarà finito entro il 2010». 
C’è anche un altro progetto a Francoforte?«Sì. La nuova sede centrale della Deutsche Bank, un edificio ecocompatibile, lo hanno chiamato Green Building». 
Ma a Milano, la sua città, dove vive e lavora, non fa nulla?«Sto trasformando uno dei tre edifici del Portello che diventerà il più grande centro congressi d’Europa con 18 mila posti complessivi». 
Insomma per lei, architetto, sembra davvero che non ci sia crisi.«Per adesso no, sto anche progettando a Genova il Parco Scientifico Tecnologico, un complesso di 450 mila metri quadrati che guarda sopra l'aeroporto, comprende un campus per le facoltà di ingegneria, uffici ad alta tecnologia e abitazioni private». 
E il design, che è stata una delle sue grandi passioni?«Lo continuo come un piacere, con il gusto colto di frequentare la pittura dell’abitare che trova in Italia una grande tradizione. Fare l’architetto e disegnare gli arredi del resto è comune a molti altri, penso per esempio a Le Corbusier». 
Lei per chi disegna questi mobili?«Per Cassina, Kartell, Flou». 
Che tipo di oggetti realizza?«Poltrone, vassoi, divani, sedie e molto altro». 
Quando è stato il momento magico del design?«Con la Olivetti, con Cassina e con B&B, all’inizio degli Anni Sessanta e tra gli Anni Settanta e Ottanta. Un periodo irripetibile di creatività di cui ho avuto la fortuna di essere trai i protagonisti. Venticinque mie opere che sono nella collezione permanente nel Museo d’Arte Moderna (Moma) di New York che nel 1987 mi ha dedicato una personale». 
Alla Olivetti ha lavorato tanto?«Si, per trent’anni. Ho creato il Divisumma, una macchina da calcolo gialla di gomma con i tasti integrati e le prime macchine da scrivere elettroniche». 
E adesso?«Sono concentrato sul design italiano, che però oggi è diverso in quanto è concepito da creativi di tutto il mondo ma sempre per aziende e imprenditori italiani per il 95 per cento. Si capisce così come l’imprenditore sia importante nel progetto creativo del design, come una specie di mecenate del mondo di oggi». 
Che ne pensa dei saloni come quello del mobile di Milano in corso in questi giorni?«Sono un’ottima idea, tutto il mondo si dà appuntamento: designer, fotografi, giornalisti, venditori, uomini di cultura, stilisti della moda. È un grandissimo avvenimento. Nella vecchia città ci si è resi conto del successo anche solo guardando il traffico e poi anche soprattutto per il fatto che tutta la regione è immersa in questo show, non è semplicemente concentrata in un solo polo ma ovunque». 
Milano è cambiata?«E’ una strana città, molto creativa e allo stesso tempo una capitale imprenditoriale. Alterna momenti di sonno e di attesa a grandi manifestazioni legate a moda e design. È monocentrica, a differenza di Tokyo, Parigi, New York e della stessa Roma che sono policentriche. È come un unico organismo con cuore, polmoni e cervello che quando funziona, funziona tutto e quando non funziona, non funziona niente». 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[18/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Armando Testa con la sua inseparabile matita]]></title><description><![CDATA[18/4/2010 (7:53) - IN UNA MOSTRA A MILANO LE OPERE PRIVATE 
La Testa che giocava col mondo 
Armando Testa con la sua inseparabile matita 
Quadri astratti, mobili, sculture: il genio artistico del grande pubblicitario 
BRUNO VENTAVOLIMILANO 
S’annoiava ad una conferenza, e da tutte le parole in libertà che sentiva strizzò appena due lettere, le disegnò su un dépliant a mo’ di sedia. La A di Armando per sedile, la T di Testa come ampio schienale per consentire a tutti solenni dormite. La «Sedia AT» è diventata poi oggetto concreto, non per pisolare ai simposi, ma per farne un’installazione artistica. Perché l’ironia, la vita quotidiana, il genio s’amalgamarono ininterrottamente nella lunga carriera di Armando Testa. Al Pac di Milano «Povero ma moderno» una gioiosa mostra curata da Gemma De Angelis Testa e Giorgio Verzotti (aperta fino al 13 giugno), presenta la sua produzione inedita, meno nota, più personale. 
Per raccontare Testa non si può naturalmente prescindere dalla pubblicità, di cui fu il geniale sovvertitore. E così spicca il nero, con al centro l’origami giallo, bianco, rosso del suo primo manifesto, per l’Industria italiana colori. Era il 1937, e Testa, appena ventenne, era povero in tasca, ma modernissimo nelle idee. Fin da bambino aveva lavorato umilmente. Gli piaceva ballare, gareggiare in bicicletta, sfogare idee, e capì che poteva dare un’anima artistica ai consigli per gli acquisti. Prendeva Seurat, Sironi, bestie fantastiche di Bosch, Mondrian, lampadine, limoni, elefanti, e ne faceva affreschi della modernità consumista. Per propagandare «Costumi Beatrix», mise sul corpo nudo di una bellissima modella una pecetta nera sopra i seni. I manifesti per strada venivano strappati, come se il viandante infoiato cercasse di svellere la molesta censura. Testa si compiaceva dei piccoli vandalismi erotici. Significava che la «comunicazione» funzionava. 
«La pubblicità mi ha imposto le leggi del marketing e l’obbligo di comunicare in modo semplice e piacevole per riuscire a parcheggiare nella memoria di tutti i consumatori», diceva. Faceva caroselli e slogan che diventavano modi di dire e di pensare. Eppure, come i grandi demiurghi, non s’accontentava della fama, delle medaglie, degli onori per quel che aveva fatto nelle comunicazioni di massa. In privato, Testa produceva dipinti, sculture, fotografie, giocando con le stesse forme e gli stessi colori dell’advertising. Ma in piena libertà, committente solo del proprio estro. 
In serigrafie su seta si divertiva a creare bestiari fantastici, il «Topo rapanello», il «Ritratto di giovane porco», il «Cane randagio», raffigurato come un tubo che esala una lingua rossa liquida. Con segni semplici diceva un mondo. Ma dipingeva anche astratto. Colate di rosso, fustigate dal nero, spezzate dal blu. «Castelli», «Angolo erotico». E un divertito omaggio al «Brainstorming», la liturgia talvolta geniale, talaltre inconcludente (dipende dai cervelli effettivamente presenti), che si recita nelle sale delle aziende moderne. 
Il cibo che il Testa professionista doveva esaltare tra posate preziose e labbra avide, nel Testa privato è personaggio. La mortadella è una busta postale, l’asparago, un mostro che divora la sedotta sprovveduta, una noce, un inquietante bestiaccia. La sedia, su cui trascorreva ore a lavorare e creare, ispira sculture a metà tra l’arte sogghignante e il design masochistico come la «Sedia con matita»; la «Sedia antropomorfa», appoggiata su un piano di cristallo, ha gambe che sembrano arti umani furbescamente accavallati. 
La scultura «Il tempo» è quasi ignota. Rappresenta una mano gigante che gemma a catena nuove mani dalle dita. Altre sculture son fatte di mani giunte, tese, innervosite, tutte in ceramica, con colori meravigliosamente pop. Mentre dita, «magnifiche protagoniste della vita umana», compaiono in decine di disegni, intente a dialogare, amoreggiare, battibeccare, fiorire. La mano e le sue parti erano un’ossessione estetica per Testa, forse esistenziale. Le aveva usate tanto per lavorare da giovane, per fare la pubblicità, per tradurre idee in materia. Le sue mani non stavano mai ferme. Mentre parlava, ascoltava, pensava, disegnava compulsivamente. Prendeva appunti visivi con guazze, tempere, carboncini su fogli A4. Poi li ritagliava. Li ricomponeva. Li consegnava ad altri per sviluppare idee. La maggior parte li buttava via con ironica generosità, costringendo la moglie Gemma a recuperare nei cestini quanto poteva. 
Artista totale, Artesta sulfureo, era anche design. Progettava biro, orologi, mobili. In mostra ci sono due magnifici armadi neri, con le lettere X e Y sulle ante. Testa li aveva concepiti per la sua casa al mare. Aveva in mente di realizzarne uno per ogni lettera dell’alfabeto, in modo che si potessero combinare in infinite parole. Come da giovane: per guadagnarsi il pane aveva lavorato in tipografia, e lì, componendo i caratteri mobili, aveva capito che avrebbe potuto rimontare il mondo con la fantasia. I mobili restarono due. Anche perché le case di Testa erano vuote al limite dello zen. Avrebbe voluto con un sistema di carrucole far scomparire persino i pochi tavoli e le poche sedie domestici. Il nomade della genialità sapeva che per esplorare nuove steppe bisogna essere liberi da fardelli. «Nel meno c’è il più», diceva come Mies van der Rohe, cercando la concisione, l’essenzialità. La casa, come la vita, doveva essere un foglio bianco. Da riempire sempre di nuove idee. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[18/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Accordo alla Zf. "Più felici e produttivi".]]></title><description><![CDATA[Accordo alla Zf. "Più felici e produttivi". 
L'arco d'impiego si adatta alla vita familiare via gli straordinari, ogni addetto presenta un piano e un software lo combina con i bisogni aziendali 
Padova, la fabbrica senza orari l'operaio sceglie quanto lavorare 
dal nostro inviato CINZIA SASSO 
PADOVA - La fabbrica dove non esiste l'orario di lavoro è un rettangolo bianco che compare in fondo a una strada bianca. Si chiama Zf, è un'azienda metalmeccanica, con gli operai in pantaloni blu e maglietta bianca con il logo aziendale che armeggiano in mezzo a un frastuono infernale. 
Si trova a Caselle di Selvazzano, alle porte di Padova, è il terminale italiano di una multinazionale tedesca e produce soprattutto ingranaggi per motori marini. Solo che gli operai, 200 su 360 dipendenti, non ci vanno tutti dalle 8 alle 17: la produzione è continua, ma l'orario di ognuno è a sua scelta. L'hanno chiamato "orario a menù" ed è un miracolo che perfino il Politecnico di Milano ha studiato, la realizzazione concreta di un sogno che sembrava irrealizzabile: conciliare il tempo del lavoro con il tempo della vita. 
Per non continuare ad affrontare i picchi di lavoro con lo straordinario, azienda e sindacati si sono messi a un tavolo e hanno inventato una soluzione che una ricerca europea indica come esempio da seguire: ogni due mesi i lavoratori compilano una richiesta con le loro preferenze sui tempi di lavoro mentre l'impresa presenta il piano sulle necessità produttive. Un software apposito incrocia le diverse esigenze. Quello che ne esce è l'orario di ognuno. Si può avere un "orario di carico", che significa lavorare di più. Ma si può scegliere anche quello di "scarico", per avere più tempo libero. Il bilancio delle ore si fa a fine anno, tenuto conto che in ogni settimana si dovrebbe lavorare 40 ore. Nella sala del consiglio di fabbrica, sotto un manifesto ormai ingiallito di Luciano Lama, Luca Bettio, delle Rsu, racconta: "Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l'abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco". 
Così c'è chi, come Daniele Olivieri, 30 anni, addetto al montaggio, riesce a gestire un'associazione di volontariato, la Zattera Urbana, che si occupa di integrazione. E chi, come Daniele Agostini, al mattino può accudire i figli, mentre la moglie è al lavoro. Renzo Soranzo, occupato alle "isole di montaggio", racconta di un collega che nel tempo liberato si è laureato in ingegneria. E Gianluca Badoer spiega: "La fabbrica era una gabbia rigidissima, come nella Manchester dell'800, noi siamo riusciti a rompere quel meccanismo e a gestire la flessibilità in modo collettivo e con vantaggio reciproco". L'assenteismo è diminuito, aumentata la puntualità nella consegna, così come i margini di redditività. Marina Piazza, sociologa, sottolinea un altro aspetto virtuoso della rivoluzione Zf: per rendere possibile l'orario a menù, tutti hanno dovuto imparare a fare di tutto, aumentando la professionalità di ciascuno. "È la prova - dice - che non bisogna avere paura a cercare orizzonti più ampi, importante in un periodo in cui si deve immaginare una nuova mappa del welfare". Non è solo l'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro a suggerire l'urgenza di immaginare un nuovo equilibrio tra vita e lavoro. Eurofound, l'agenzia della Ue per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, conclude nel suo rapporto del 2009 che la flessibilità è uno degli strumenti per rispondere meglio alla crisi. I Paesi più dinamici e competitivi sono quelli che sanno innovare. Iniziando dagli orari di lavoro. 
© Riproduzione riservata (14 aprile 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[14/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Atene e la Ue vittime di se stesse]]></title><description><![CDATA[Atene e la Ue vittime di se stesse

di Alessandro Plateroti
	

«Opacity on public policy means no public policy». Per il gestore di un importante hedge fund americano, il vero problema della Grecia e soprattutto dell'eurozona si può riassumere così: l'opacità sulle politiche di intervento pubblico nasconde l'assenza di vere politiche di intervento pubblico. Si tratta di una battuta, ma il messaggio dei mercati è chiarissimo: l'impennata dei tassi sui titoli di stato della Grecia, la paura di un crollo dell'intero sistema bancario ellenico e la caduta costante dell'euro sui mercati valutari sono il risultato inevitabile di una gestione europea della crisi assai poco convincente. A due settimane dall'annuncio dell'accordo Europa-Fmi per salvare la Grecia non si è ancora visto un piano concreto di aiuti, nessuno ha spiegato come si dovrebbe concretizzare l'intervento, quali paesi dovrebbero intervenire a fianco del Fondo monetario e in quale misura.

In questa situazione, neppure l'ipotesi che la Grecia emetta un bond in dollari è bastata per placare la tensione: la percezione diffusa nella comunità finanziaria internazionale è che l'opacità del piano di salvataggio e le divergenze politiche dell'eurozona possano ostacolare una rapida erogazione degli aiuti ad Atene, a danno della Grecia e della credibilità dell'Unione monetaria.
Che cosa vuole, dunque, il mercato? La risposta più semplice è che cali il sipario sulla commedia del piano di salvataggio: se davvero c'è un accordo sugli aiuti, che la Grecia lo chiami subito, dissipando così l'impressione di un grande «bluff» ai danni del mercato. Contare sulla benevolenza degli investitori è ormai un'illusione: il balzo dei tassi sui titoli decennali greci fino al 7,49% toccato ieri (un livello che non si vedeva dal 1998) dice chiaramente che i costi di indebitamento di Atene sono e resteranno proibitivi, aumentando le possibilità di un default. Ieri il Governatore della Bce Trichet ha escluso una tale eventualità, contribuendo così a limitare il crollo della Borse e la caduta di Atene dalla rupe dei mercati, ma per gli investitori - e soprattutto per i grandi speculatori internazionali - domani è sempre un altro giorno: o la Grecia chiede subito gli aiuti - e le condizioni proibitive dei mercati le danno la possibilità di farlo - o la tempesta finanziaria diventerà sempre più forte e contagiosa.

I segnali che la Grecia sia a fine corsa, del resto, hanno passato ormai il livello di guardia e il mercato del debito sovrano è chiaramente in mano alla grande speculazione internazionale: ciò che dovrebbe preoccupare di più, infatti, non è la corsa dei tassi a lungo termine, ma quella dei rendimenti dei titoli di stato a breve (sei mesi e due anni) e soprattutto la volatilità dei prezzi. I bond greci a due anni sono saliti di oltre due punti percentuali in appena due giorni fino al 7,68%, cioè il 6,78% in più rispetto al debito tedesco. Non solo. Già mercoledì, i titoli di Stato con scadenza equivalente a circa sei mesi sono saliti fino a 6,4%, secondo le stime della Rbs Research, arrivando a un rendimento pari al doppio della mattina precedente e a 6 punti percentuali in più sull'equivalente tedesco. Ieri, il titolo di Stato greco con scadenza ottobre 2010 è addirittura passato al 6,4% dal 5,6% di mercoledì, un andamento che conferma l'estrema volatilità nella «short-end» del mercato del debito pubblico greco. È ovvio che si tratta di rendimenti insostenibili per il debito pubblico a breve, specialmente nell'eurozona. Ma soprattutto, si tratta di tassi che indicano due sbocchi contrapposti della crisi: da un lato, implicano un imminente default della Grecia; dall'altro, un'occasione di acquisto da non perdere per gli speculatori internazionali. È noto infatti che quando la curva dei rendimenti si appiattisce, con i tassi a breve che si allineano a quelli dei t-bond a lungo termine, la prospettiva di default è altissima. Ebbene, anche se Trichet ha escluso che l'Europa permetta alla Grecia di fallire, i rendimenti dei tassi a lunga continuano a riflettere questa possibilità, che per quanto teorica resta oggetto di dibattito.

Ma se la speculazione prende il controllo del mercato, l'effetto più immediato è proprio l'impennata dei tassi a breve: da titoli relativamente sicuri, i titoli a breve scadenza diventano così estremamente rischiosi, i loro tassi volano e i prezzi, che si muovono in direzione opposta dei rendimenti, crollano. Poichè è chiaro a tutti che un default della Grecia avrebbe effetti devastanti sull'intera eurozona, più che di scommesse su un default di Atene quelle degli speculatori sono vere e proprie scommesse sul fatto che Atene sarà costretta a chiedere il più presto possibile l'aiuto della Ue e del Fondo Monetario. E proprio qui scatterebbe il guadagno miliardario di chi sta accentuando la crisi greca sui mercati finanziari: non appena la Grecia riceve i prestiti internazionali, i prezzi dei titoli di Stato a breve tornano a salire e i rendimenti a scendere, generando fortissimi guadagni per chi ha speculato nella crisi acquistando i t-bond a prezzi di realizzo.

Insomma, mentre tutti i fari sono stati puntati - spesso ingiustamente - sugli effetti distorsivi dei Credit default swap (le polizze assicurative sul rischio di insolvenza dei bond), la grande speculazione internazionale sembra aver manovrato del tutto indisturbata direttamente sul mercato dei titoli di Stato a breve termine. Per la politica c'è abbastanza materia per riflettere. Aver invocato per mesi misure straordinarie per colpire gli speculatori che manipolavano il mercato dei Cds sul debito sovrano senza aver poi varato alcuna riforma o misura correttiva, non ha fatto altro che esacerbare gli animi e indirizzare la speculazione laddove nessuno si era spinto finora in Europa.

alessandro.plateroti@ilsole24ore.com

09 Aprile 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[09/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[E Marchionne evoca lo spettro cinese]]></title><description><![CDATA[L'Ad Fiat: "Pechino una minaccia per il nostro prodotto interno lordo"

Ma sulle condizioni per competere battibecco con il leader Cgil

Occupazione, scontro con Epifani

E Marchionne evoca lo spettro cinese

di RAFFAELE CASTAGNO


PARMA - Lo spettro che incombe sulle economie occidentali arriva dall'Oriente. È grande un miliardo e rotti di persone. Cresce a un ritmo del 9,5% e per la fine dell'anno potrebbe diventare la seconoda economia planetaria, dietro solo agli Stati Uniti. Il fantasma si chiama Cina e si è materializzato al convegno di Confindustria "Libertà e benessere: l'Italia al Futuro" ospitato alle Fiere di Parma.

A evocare la paura del grande drago, nel primo giorno del meeting, è stato l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che ha parlato del gigante orientale con frasi che lasciano poco spazio ai dubbi e alle interpretazioni: "La Cina è una minaccia per le economie del mondo occidentale, il 10% di quello che producono è sufficiente a distruggere il nostro prodotto interno lordo".

Marchionne è intervenuto alla tavola rotonda, moderata dal direttore del Corriere della Sera Ferrucio De Bortoli, che ha registrato anche gli interventi di Roberto Colaninno (presidente della Piaggio), Antonio Tajani (vice presidente della Commissione euoropea per l'industria) e Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, protagonista di un vivace battibecco con l'ad Fiat che ha richiamato, tra gli applausi della platea, le sigle sindacali a fare la loro parte: "'L'industria ha l'obbligo di cercare tutte le condizioni per competere - afferma - ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene - qui l'ovazione dei presenti - devono diventare parte della soluzione".

La replica di Epifani non si è fatta attendere: "Se la Fiat resta l'unico produttore di auto, se il destino dell'auto in Italia è il destino di un'azienda la cosa non funziona''. La diatriba si è quindi spostata sulla Cina con il leader della Cgil che di fronte al suggerimento di Marchionne di guardare a Pechino, ha fatto notare, accompagnato comunque da applausi, la grave condizione dei lavoratori cinesi "che non hanno la libertà di formare un sindacato, la libertà è anche questa, altrimenti si importa un modello che comprime libertà e diritti". "Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina", ha ironizzato Marchionne che ha ribadito l'importanza di puntare sulla competitività.

Epifani ha fatto presente la necessità di investire nel Paese se "si crede all'Italia", suscitando ancora la replica dell'ad Fiat: "Su 8 miliardi di investimenti, 2 sono in Italia, di più non possiamo fare". E non sembrano esserci spiragli sul futuro di Termini Imerese: "Il 31 dicembre 2011 sarà l'ultimo giorno di produzione, la gente di Termini Imerese deve essere messa in condizione di guardare al futuro dal giorno dopo". A chiudere il match, suscitando le risate della sala, ha pensato Colannino, con una battuta sulle esportazioni: "In Cina dovremo esportare Epifani".

Ma il gigante giallo suscita un sentimento misto di timore e curiosità. Lo dicono anche i numeri snocciolati da Li-Gang Liu, direttore economico di Anz Banking Group: "Quest'anno avremo una crescita del 9,5%, e la Cina dovrebbe sostituire il Giappone, diventando la seconda economia del mondo" ha spiegato alla platea. E il futuro parlerà mandarino: "L'economia della Cina dovrà trasformarsi, puntando più sulla domanda interna, ma il nostro Paese esporterà molti capitali, la riserva estera in dollari ammonta a 2,4 trillioni". Nei piani dell'impero di mezzo sembra esserci anche l'Italia: "Nei prossimi anni aumenteremo gli investimenti".

E Marchionne non sembra avere dubbi. A De Bortoli che gli domandava se non si fosse aspettato troppo ad andare in Cina, ha risposto: "Il problema non è andarci, è che arrivano loro".

© Riproduzione riservata (09 aprile 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[09/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Consob è alla vigilia di un rinnovo al vertice.]]></title><description><![CDATA[CONSOB: PER NON PERDERE ALTRI SETTE ANNI

07.04.2010 


Con il presidente Lamberto Cardia in scadenza (dopo 13 anni in Commissione, di cui sette come numero uno) e un commissario appena dimesso, la Consob è alla vigilia di un rinnovo al vertice.

In questi ultimi anni si è affermata come crocevia notarile nelle grandi operazioni finanziarie, non come paladino degli investitori. Importante che la scelta cada su persone in grado di garantire all'autorità del mercato mobiliare una vera indipendenza dalla politica e dagli interessi di parte.

Entro poche settimane scadrà il mandato di Lamberto Cardia, nominato commissario Consob nella primavera del 1997, ben 13 anni fa, e presidente dal 2003. Inoltre, dovrà essere nominato un altro commissario, al posto di Paolo Di Benedetto (il commissario più anonimo e silente della storia dell’istituzione: dei 93 interventi di presidente e commissari riportati sul sito, solo uno – del 27 febbraio 2006 – lo vede protagonista). Nominando il nuovo presidente e un commissario meno inconsistente dell’attuale, il Governo può segnare fortemente il futuro dell’autorità di regolazione dei mercati. Ma quali sono i problemi da risolvere e quali gli obiettivi da perseguire?

BILANCIO DI UN LUNGO COMANDO

Il primo passo da fare è di redigere il bilancio degli ultimi anni, dunque quelli della presidenza Cardia, che è stato al timone dell’autorità per più anni di qualsiasi altro suo predecessore nella storia dell’istituzione, nata nel 1974. Non c’è dubbio che Cardia lascia una Consob che ha visto ulteriormente crescere i suoi compiti e le sue responsabilità, rispetto a quelli già considerevoli introdotti dal Testo unico della finanza del 1998. Contemporaneamente, sono cresciuti la dotazione di personale e il costo complessivo. Quest’ultimo però oggi non grava più sul bilancio statale, neanche in minima parte, ma è totalmente posto a carico dei soggetti vigilati e del mercato, come si può vedere nei grafici qui sotto. Le spese per il personale sono aumentate sia sotto la gestione Spaventa sia sotto quella Cardia senza che questo abbia permesso alla Consob di prevenire episodi come Cirio e Parmalat.

UN’AUTORITÀ NOTARILE

Sono cresciute in modo almeno proporzionale l’efficacia degli interventi della Consob e la sua autorevolezza? Difficile dare una risposta affermativa. Se una costante si può trovare nelle vicende degli ultimi anni è stata quella di agire con grande prudenza, dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di legge (nelle storie di Cirio e Parmalat l’autorità, e Cardia in particolare, misureranno sempre la loro azione in termini di numero di “atti di vigilanza”, come un generale che valutasse la battaglia in termini di colpi sparati), ma si fa fatica a rintracciare nella storia recente un momento in cui la Consob abbia voluto o saputo svolgere il ruolo di investors’ advocate (paladino degli investitori) come recita il motto della Sec, l’autorità americana. Nella primavera-estate del 2005, in occasione delle controverse scalate bancarie, la Consob per la verità intervenne con una decisione clamorosa, rilevando che il banchiere Gianpiero Fiorani della Popolare Italiana aveva agito di concerto con altri soggetti (i famosi “furbetti”) e bloccando l’Opa sull’Antonveneta. Peccato che nel processo di Milano, Fiorani abbia dichiarato di aver presentato molto tempo prima il progetto al presidente della Consob: si tratta di una dichiarazione di parte, ovviamente, che dovrà essere ulteriormente approfondita in sede dibattimentale e probabilmente anche altrove, ma che quanto meno impone di sospendere il giudizio su una delle vittorie più limpide.
Il fatto è che la Consob, soprattutto nella presidenza Cardia, si è preoccupata prevalentemente di essere uno dei crocevia di alcuni passaggi fondamentali del capitalismo italiano. Non proprio un arbitro al di sopra delle parti (e caso mai con un occhio di riguardo per gli inconsapevoli investitori), ma uno dei soggetti da cui dipendono vicende fondamentali delle società quotate italiane e del sistema finanziario. Sempre con un rapporto preferenziale con il Governo: non a caso Cardia (che ha regnato sia con Prodi che Berlusconi) si vanta sempre della sua esperienza come sottosegretario Palazzo Chigi (e con delega ai servizi segreti, aggiunge sempre misteriosamente). Un’interpretazione non nuova nella storia dell’istituto, perché si riallaccia idealmente alla figura di un altro importante presidente della Consob, Franco Piga. Peccato che quella fase coincida con uno dei momenti più difficili della storia dell’istituzione, in cui la sua indipendenza dal potere politico ha toccato i minimi.

L’INVADENZA DELLA POLITICA

La deriva verso il potere politico è visibile in altre autorità amministrative. Le telefonate fra Berlusconi e altri politici ai componenti dell’Agcom sono la dimostrazione più evidente che ormai la lottizzazione è entrata a pieno titolo almeno in quell’organismo. La spudoratezza con cui presidente e componenti hanno reagito, affermando a chiare lettere di essere perfettamente legittimati ad avere un canale preferenziale con la maggioranza che li ha nominati, sono prove più che sufficienti per dimostrare che ormai certe istituzioni ragionano solo con il manuale Cencelli alla mano. Non diversamente da quanto accade alla Rai e non certo da oggi, con la rilevante differenza che queste dovrebbero essere “autorità amministrative indipendenti”. In realtà, non meritano il nome di autorità e soprattutto non mostrano più parvenza di indipendenza.
Rischia la stessa sorte anche la Consob? Non bisogna essere troppo pessimisti, perché l’istituzione di via Martini ha due punti di forza importanti. Primo: la direzione deve essere collegiale e dunque il presidente deve guadagnarsi il consenso di almeno due commissari (e non a caso un goffo tentativo di Cardia di mettere in difficoltà i suoi commissari con dimissioni motivate proprio dal loro dissenso su questioni fondamentali si è rivelato controproducente). Secondo: la Consob ha un personale di alto livello, in grado di operare con il rigore professionale che è la prima condizione di indipendenza.

LA SCELTA DEL SUCCESSORE

Ma tutto dipende dall’identikit del futuro commissario e del futuro presidente. La legge impone requisiti molto stringenti nella scelta dei componenti della Commissione: “scelti tra persone di specifica e comprovata competenza ed esperienza e di indiscussa moralità e indipendenza”. Donne e uomini dotati di questi requisiti ci sono in tutte le categorie professionali. Ma anche persone degnissime possono trovare limiti alla loro indipendenza nei ruoli che hanno ricoperto in precedenza. È doveroso segnalare che vi sono alcuni rischi da evitare con attenzione.
Il primo è che attingere tra le competenze della alta amministrazione statale comporti un controllo implicito della politica sulle scelte delle autorità. In altri paesi si stigmatizza, e giustamente, l’esistenza di revolving doors tra mercato e autorità di controllo. Ma se le porte girevoli immettono direttamente nel Governo e nei palazzi adiacenti, non sembra affatto meglio.
Il secondo è che negli organismi di controllo risulti eccessivo il peso di persone che siano troppo direttamente portatori di interessi del mercato. Il fatto che oggi la Consob sia totalmente a carico dei soggetti vigilati non è da considerare con favore e comunque non è una ragione per cui questi siano rappresentati direttamente nella commissione. È bene che i commissari abbiano esperienze operative, ma è anche opportuno che, una volta indossata la nuova divisa, essi si dimentichino totalmente degli interessi che rappresentavano fino a quel momento.
Purtroppo in passato il governo Berlusconi ha calpestato i corretti criteri di scelta dei componenti delle autorità: basti ricordare la nomina all’Antitrust nel 2005 di persone che non disponevano neppure di adeguata formazione professionale. Le candidature alla Consob di cui si parla oggi non si discostano dal copione seguito allora e per la verità l’opposizione non sembra capace di porre il problema con la dovuta forza. Il triste risultato è che si rendono le autorità di controllo sempre più amministrative e meno indipendenti.

 ... vedi grafici su www.lavoce.info


 da lavoce.info]]></description><pubDate><![CDATA[07/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ocse: rallenta la ripresa]]></title><description><![CDATA[La ripresa fragile deve «rendere cauti nel rimuovere le misure di sostegno all'economia»

Ocse: rallenta la ripresa, il Pil italiano aumenterà dello 0,5% nel 2° trimestre

Fino a marzo ipotizzata invece una crescita dell'1,2%. Francia e Germania crescono più velocemente


MILANO - La ripresa sarà più lenta del previsto. Almeno per l'Ocse, che stima ora una crescita del Pil italiano dell'1,2% nel primo trimestre 2010 (dato annualizzato, rispetto al trimestre precedente), e dello 0,5% nel secondo trimestre dell'anno. Nella sua ultima previsione, che risale al novembre del 2009, l'istituto parigino prevedeva per l'Italia una crescita di 1,1% nel 2010 e di 1,5% nel 2011.

CRESCITA RALLENTATA - La dinamica di crescita delineata per l'Italia si discosta dalla media delle prime tre economie dell'area euro (oltre al nostro Paese anche Germania e Francia) influenzata quest'ultima dalle attese per la Germania dove invece, secondo l'Ocse, la crescita resterà ancora negativa nel primo quarto dell'anno (-0,4% annualizzato) per poi balzare al 2,8% nei successivi tre mesi. Per la cronaca per l'Ocse la media dei primi tre paesi dell'euro sarà di 0,9% per gennaio-marzo e di 1,9% per aprile-giugno. La crescita attesa in Francia ha un andamento simile a quello italiano, con una prevista decelerazione nel secondo trimestre, ma viaggia su ritmi più robusti con un 2,3% annualizzato nel primo trimestre e un 1,7% nel secondo. Il Pil Usa invece crescerà più in fretta di quello delle prime tre economie dell'area euro: +2,4% nel primo trimestre e +2,3% nel secondo. In Giappone sarà di +1,1% e +2,3%. Per il complesso dei paesi G7 le stime trimestrali annualizzate sono di 1,9% e 2,3%, rispettivamente, per i primi due trimestri dell'anno.

LIQUIDITA' - L'Ocse vede quindi una ripresa per l'economia mondiale ma prevede un rallentamento della crescita nelle prima metà del 2010. Secondo l'Ocse la ripresa fragile e la debolezza del mercato del lavoro devono «rendere cauti nel rimuovere le misure di sostegno all'economia». Le banche centrali hanno già iniziato a mettere le briglie all'eccezionale stimolo di liquidità iniettato durante la recessione, nota l'Ocse, indicando che «ulteriori iniziative in questo ambito dovranno essere guidate dalle condizioni finanziarie». Quanto alla politica dei tassi di interesse, la «normalizzazione dovrebbe essere effettuata a un ritmo che dipenderà dalla forza della ripresa nei singoli Paesi e dalle prospettive di inflazione oltre l'orizzonte delle proiezioni di medio termine». Sul fronte della politica fiscale l'Organizzazione annota che il forte aumento del debito pubblico nell'area Ocse durante la recessione richiede «ambiziosi e ben comunicati programmi di risanamento nel medio termine in molti Paesi», ma il consolidamento dovrebbe iniziare nel 2011, salvo eccezioni, «per non ostacolare la ripresa».

Redazione online
07 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[07/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L'Fmi rivede al rialzo le stime]]></title><description><![CDATA[3/4/2010 (11:39) - IL DATO

"L'economia mondiale riparte"

L'Fmi rivede al rialzo le stime

L'Ue lenta, rischio debito e contagio con la Grecia. Il Pil italiano a +0,8%

ROMA

L’economia mondiale è ripartita e lo ha fatto in modo migliore di quanto si potesse prevedere, spingendo il Fondo Monetario Internazionale a rimetter mano alle previsioni di crescita rivedendole generalmente al rialzo.

La ripresa in corso, tuttavia, mostra un andamento a due velocità, con l’Asia che traina il ben più lento vagone delle economie avanzate sul quale pesa soprattutto il rischio dovuto a bilanci pubblici fragili e a un debito pubblico sempre più elevato. L’Europa, in particolare, sta sperimentando una crescita debole e non è indenne dal rischio di contagio da parte della Grecia. E tra i partner di Eurolandia, se si escludono Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, l’Italia sarà il paese con la performance di crescita più debole.

La descrizione della scena economica mondiale è contenuta nell’ultima bozza del World Economic Outlook, la cui versione definitiva sarà pubblicata alle riunioni di primavera di Fmi e Banca Mondiale che si terranno a Washington il 24 e 25 aprile. La crescita mondiale, per il Fondo, quest’anno si attesterà al 4,1%, con un rialzo di ben un punto percentuale rispetto alle previsioni dell’ottobre scorso. Nel 2011 poi il mondo avanzerà del 4,3%. Le economie che stanno sperimentando un avvio forte con ogni probabilità continueranno a trainare la ripresa, mentre la crescita nelle altre è frenata dai danni che la crisi ha causato al settore finanziario e ai bilanci familiari.

«L’attività - dice il Fmi - continua a dipendere da politiche accomodanti ed è soggetta a rischi al ribasso» a causa soprattutto delle fragilità dei bilanci pubblici. Il Fondo chiede dunque che le politiche fiscali e monetarie continuino nel 2010 a sostenere crescita e occupazione. E in Europa, in particolare, la Bce dovrà mantenere ancora i tassi di interesse fermi agli attuali minimi storici. Passando in rassegna le diverse aree, il Fmi osserva che nella maggior parte dei paesi avanzati la ripresa sarà fiacca, con una performance migliore negli Stati Uniti che in Europa e in Giappone. Il Pil Usa salirà del 3% quest’anno (+0,3 punti rispetto alle stime di gennaio) e del 2,4% nel 2011, quello di Eurolandia di appena lo 0,8% nel 2010 (-0,1) e dell’1,5% nel 2011, mentre quello giapponese segnerà rispettivamente un +1,7 e +2,1%. A guidare la ripresa globale sono i paesi dell’Asia, con Cina e India in testa che quest’anno e il prossimo avranno un ritmo di crescita attorno al 10% la prima, e vicino all’8% la seconda.

Si sta consolidando poi la crescita anche in America Latina, mentre continua ad essere rallentata la congiuntura in molti paesi dell’Europa emergente. Per l’Italia, le stime del Fmi vedono una crescita dello 0,8% nel 2010 e dell’1,1% nel 2011: per il dato di quest’anno si tratta di una revisione al ribasso di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio, ma al rialzo di 0,6 punti a confronto con l’Outlook di ottobre. Le previsioni del 2010 sono tuttavia inferiori a quelle del governo che si attende un rialzo del Pil dell’1,1%. Peggio dell’Italia quest’anno faranno Grecia (-2%), Irlanda (-1,5%), Spagna (-0,4%) e Portogallo (+0,3%). Molti governi dei paesi più avanzati, avverte ancora il Fmi, dovranno adottare «urgentemente» strategie credibili di medio periodo per contenere il debito pubblico e poi riportarlo su livelli prudenti. Un’altra priorità «massima» è poi quella di riformare e risanare il settore finanziario. Soffermandosi infine sulla situazione europea, il Fmi osserva che il maggior rischio per tutti i paesi dell’area è rappresentato dai timori dei mercati per la solvibilità della Grecia e per un eventuale contagio. 

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[04/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Pmi, 9 miliardi di debiti "congelati"]]></title><description><![CDATA[A febbraio le richieste sono cresciute del 13% malgrado l'intesa sia in vigore da 6 mesi

L'accordo Abi-imprese prevede la sospensione delle rate di quota capitale per un anno

Pmi, 9 miliardi di debiti "congelati" boom di domande per la moratoria


ROMA - Nove miliardi di debiti "congelati" e domande che continuano a crescere. E' questo il dato principale, alla fine di febbraio, della moratoria sui debiti delle piccole e medie imprese. L'intesa tra Abi e associazioni degli imprenditori, sottoscritta al ministero delle Finanze alla fine dell'estate scorsa per lasciare ossigeno all'economia in un momento di crisi straordinaria, prevede in primo luogo la sospensione per 12 mesi del pagamento della quota capitale dei mutui e delle operazioni di leasing immobiliare (6 mesi per quello mobiliare).

Alla fine di febbraio, 153mila imprenditori avevano presentato domanda per la moratoria, il 13% in più rispetto a gennaio. Proprio questo incremento ha sorpreso il ministero dell'Economia e Finanze (Mef), dal momento che l'avviso comune per la sospensione dei debiti è in vigore da quasi sei mesi. Delle 153.468 domande presentate, quasi 23.000 (22.886) sono ancora in corso d'esame, mentre quelle non accolte sono 3.314 (2,2%). Le domande accolte al 28 febbraio sono state quasi 114.000 (113.682) per circa 9 miliardi di mutui e leasing sospesi. "9 miliardi lasciati nella disponibilità delle imprese", come ha voluto rimarcare Corrado Faissola, presidente dell'Abi.
L'Avviso comune sulla moratoria inoltre, si legge in una nota del Mef, "ha recentemente incluso alcune fattispecie di operazioni di particolare interesse per il settore agricolo nonché è stata ampliata anche ai mutui con agevolazione pubblica, se esplicitamente deliberato dall'Ente erogante".

Oltre al sistema bancario, all'Avviso comune hanno aderito numerose Camere di commercio e le Regioni Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria. Per presentare domanda c'è tempo fino al prossimo 30 giugno. L'obiettivo dell'intesa è principalmente quello di garantire la continuità aziendale a quelle imprese che hanno bisogno di pronta liquidità di cassa per superare il periodo di difficoltà dovuto alla crisi.

Rispetto ai settori di provenienza delle domande, spiccano in particolare industria, commercio/alberghiero e servizi. Se si guarda alla provenienza geografica (per sede legale dell'impresa), il 54,1% delle domande viene dal Nord Italia; il resto dal centro e dal sud. 

Al 25 marzo, le banche e intermediari finanziari che hanno aderito sono 584, pari a 33.555 sportelli (il 98,3% del totale sportelli presenti in Italia).

(29 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[30/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[VOLVO AI CINESI...]]></title><description><![CDATA[Meglio comprare che copiare: Volvo ai cinesi
	
MARCO SODANO

La Quantità s’è comprata la Qualità. Una Volvo cinese? Fino a pochi anni fa non poteva che essere una copia a prezzo stracciato dell’auto svedese sinonimo di sicurezza e affidabilità. Sedili in cotone, particolari in plastica, autoradio travestita da computer di bordo. E invece da ieri le Volvo - quelle originali, radiche e selleria in pelle comprese - sono cinesi e basta, hanno cambiato residenza. Da Göteborg alla provincia di Zhejiang, nel Sud-Est del Paese del Dragone. Arriveranno le fabbriche cinesi, arriveranno i rivenditori cinesi, ma il senso dell’affare è un altro. Li Shofu - il miliardario che ha comprato con la sua Geely il marchio da Ford spendendo 1,8 miliardi di dollari - non l’ha fatto per cinesizzare la Volvo ma per volvizzare la sua cinesissima industria.

Primi al mondo nelle produzioni di quantità, gli industriali cinesi non intendono aspettare che i loro ingegneri siano abbastanza bravi per progettare una Volvo. Hanno fretta di imparare a fare auto buone come quelle europee e americane per venderle agli europei e agli americani, e - già che ci sono - vogliono una testa di ponte in Occidente. Più che un produttore di auto Li Shofu ha comperato una scatola di idee e una vetrina nel salotto buono delle quattro ruote: disegni, capacità e prodotti che in Cina non ci sono ancora. Ora potrà smontarli, copiarli e rimontarli a suo piacimento. La Volvo resterà la Volvo. Cambieranno, e in fretta, le fabbriche cinesi. 

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[29/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Marchionne accusa politici e sindacati]]></title><description><![CDATA[La relazione agli azionisti: «il mercato europeo dell'auto in calo del 15% nel 2010»

Marchionne accusa politici e sindacati «Contro di noi un tiro al bersaglio»

Poi l'amministratore delegato di Fiat rassicura: «Il baricentro di Fiat resta in Italia»


MILANO -«Fiat non è andata all’estero per capriccio e dimenticando l’Italia, ma l’ha fatto per crescere, senza spostare il nostro baricentro che rimane italiano, abbiamo solo allargato la base operativa». Rassicura gli azionisti l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne parlando all'assemblea. Ma poi avverte: «Oggi stiamo vivendo un altro gioco pericoloso, un nuovo tiro al bersaglio contro la nostra azienda». «Mi riferiscono - ha precisato Marchionne - non solo a quello che scrivono i giornali, che nella maggior parte dei casi fanno il loro lavoro e riportano dichiarazioni, penso piuttosto alle dichiarazioni di alcuni esponenti del mondo politico, sindacale e a volte imprenditoriale. La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti, ci piacerebbe vedere un po' di equilibrio».

CREDIAMO NEL FUTURO DEL PAESE - «Nessuno può dire che viviamo alle spalle dello Stato o che vogliamo abbandonare il Paese» sottolinea ancora Marchionne. «Crediamo nel futuro italiano del Paese - ha aggiunto Marchionne - quello che va bene per l'Italia va bene anche per noi, ma non esistono rapporti a senso unico». Per questo motivo, Marchionne ha chiesto «rispetto per la Fiat, che fa delle gran belle macchine», e ha ricordato che le va riconosciuta «libertà di agire nel contesto mondiale». «Ogni azienda - ha detto al riguardo - ha il diritto e il dovere di fare le proprie scelte».

TERMINI IMERESE - «Fiat intende assumersi le sue responsabilità per Termini. Stiamo facendo la nostra parte perchè il passaggio avvenga nel modo meno brusco possibile» ha poi aggiunto l'amministratore delegato del Lingotto. Da parte nostra, ha ribadito Marchionne, «c'è il massimo spirito di collaborazione con il governo. Siamo totalmente disponibili a valutare il tipo di supporto che Fiat può dare e pronti a mettere a disposizione lo stabilimento». «Sappiamo - ha aggiunto - che i sindacati tra le varie iniziative privilegiano quelle con vocazione automobilistica. Voglio ribadire che la collaborazione di Fiat ci sarà anche in questo caso». Per gli investimenti nell'impianto di Termini Imerese, ma anche per la gestione della cassa integrazione negli ultimi dieci anni la Fiat ha dato più di quanto ricevuto dalla Stato ha poi rimarcato Tremonti.

POLITICI E SINDACATI - «A volte ho l’impressione che il mondo politico e i sindacati non si rendano conto delle dimensioni della crisi che ha investito il nostro Paese, che riguarda solo in parte il settore dell’auto» ha detto ancora Marchionne. Alcuni esponenti sindacali sembrano «vivere in un altro mondo» ha sottolineato Marchionne, durante l'assemblea. «Neanche di fronte al crollo del mercato abbiamo ceduto a soluzioni radicali - ha detto - nel 2009 abbiamo fatto 30 milioni di ore di Cassa integrazione per evitare i licenziamenti. I toni e i comportamenti di alcuni esponenti sindacali invece mi danno l'idea che queste cose non siano state capite o apprezzate volutamente. Chiedere soluzioni incompatibili con la crisi significa vivere in un altro mondo».

«ENTRO 24 MESI AL 35% DI CHRYSLER» - «Nei prossimi 24 mesi al massimo dovremmo arrivare al 35% di Chrysler», ha poi detto Marchionne. Il manager ha precisato: «Dal 20% attuale al 35% ci sono tre step del 5 per cento. La prima porzione verrà presa a fine anno quando sarà lanciata la 500 elettrica, il resto è legato ad altri due impegni industriali, uno dei quali legato alla distribuzione Chrysler al di fuori degli Stati Uniti: quest'anno abbiamo annunciato l'integrazione della rete commerciale in Europa, stiamo lavorando a una soluzione per l'America Latina e questo dovrebbe darci la possibilità di arrivare all'altro 5%. Sono cose che esistono come diritti della Fiat, non scadono. Arriveranno quando arriveranno, non sono in dubbio. La cosa più importante - ha aggiunto - è che la Chrysler sta procedendo sul piano di risanamento, i risultati sono buoni».

MERCATO - Il mercato europeo dell'auto scenderà nel 2010 del 15% ha affermato ancora Marchionne, durante l'assemblea. «Siamo arrivati a livelli così bassi che non si vedevano dal '94 - ha detto - nel giro di tre anni si è perso un quarto dei volumi precedenti».

DATI DI BILANCIO - Il fatturato del Gruppo Fiat, pari a 50,1 miliardi di euro, e diminuito del 16% rispetto ai livelli record del 2008 ha successivamente rimarcato Marchionne, precisando che il calo è stato più marcato nella prima parte dell’anno e si è progressivamente ridotto nei mesi successivi». «L’ultimo trimestre infatti - sottolinea Marchionne - ha registrato un aumento del ricavi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008».

MONTEZEMOLO - «La fase peggiore e più drammatica l'abbiamo lasciata alle spalle e iniziamo a intravedere una ripresa che sarà lunga e lente. Il gruppo Fiat è in buone condizioni» aveva affermato in precedenza il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, sempre all'assemblea degli azionisti. «Anche per la Fiat - ha detto Montezemolo - il 2009 è stato un anno complicato, in tutti i settori, in particolare per i veicoli industriali e le macchine movimento terra. L'azienda ha saputo reagire con velocità raggiungendo e addirittura superando gli obiettivi che c'eravamo prefissati. La nostra storia, le nostre radici e il nostro cuore sono e saranno in Italia».

Redazione online
26 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[28/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il gruppo Fiat si trova "in buone condizioni"...]]></title><description><![CDATA[L'Italia nel cuore di Fiat, Fidelity sale al 4,61%

26/03/2010


Il gruppo Fiat si trova "in buone condizioni", le controllate Iveco e Cnh "sono ben posizionate" in caso di recupero dei mercati, l'Italia rimane al centro delle iniziative del gruppo. E' il quadro delineato dal presidente Luca Cordero di Montezemolo agli azionisti riuniti oggi in assemblea.

Tra questi risulta un aumento della partecipazione di Fidelity Management Research (Fmr Llc) al 4,61% dal 2,18% rilevata nel sito Consob. Sono stabili Exor, presente con il 30,42% del capitale, Capital Research al 4,77%, Blackrock Inc al 2,74%.

''Abbiamo dovuto necessariamente rivedere", ha aggiunto Montezemolo, "molti dei piani previsti, tra cui anche i lanci dei nuovi modelli. Ciò nonostante, abbiamo presentato alcune importanti novità di prodotto, tra cui mi sembra importante segnalare la Punto Evo''. E' la dimostrazione, secondo Montezemolo, che ''Fiat è un'azienda che, per quanto difficile sia il contesto in cui si muove, continua a investire nel proprio futuro''.

Il Lingotto nel 2009 ha risparmiato 500 milioni su acquisti di materiali e su questo fronte ci sarà un ulteriore miglioramento nel 2010. Mentre l'integrazione con Chrysler procede secondo i piani, per Iveco, da quanto risulta dall'andamento dei primi mesi di quest'anno, l'Ad Paolo Monferino ha previsto che le vendite nei veicoli leggeri saliranno al 10-15% nel 2010, rispetto alle previsioni del 7-8% fatte alla fine dell'anno scorso. Il mercato dei camion pesanti è invece stato definito "piatto".

In Europa le vendite di veicoli commerciali europei sono calate del 3,1% su anno a febbraio con il mercato che si è stabilizzato, ma ha evidenziato segnali insufficienti di ripresa. Produttori come i tedeschi Daimler e Man se, gli svedesi Volvo e Scania e Iveco hanno subito il più forte calo del mercato da decenni dopo la crisi iniziata a fine 2008.

Mentre i mezzi pesanti hanno segnato un ribasso del 32% su anno in Europa, che include gli stati membri dell'Unione europea più le nazioni dell'EFTA, escluse Cipro e Malta, mentre i veicoli leggeri hanno segnato un aumento dell'1,8%. In borsa al momento il titolo scende dello 0,75% a 9,89 euro.

Ieri la controllata CNH a Wall Street è salita del 7% a 31,6 dollari, nuovi massimi da settembre 2008, in scia alle speculazioni in merito al possibile spin-off della società all'interno del reshuffle di portafoglio che verrà annunciato nella presentazione del business plan al 2013.

"Francamente non riteniamo sia uno scenario probabile; piuttosto, una volta deciso lo spin-off dell'Auto e qualora Fiat Spa avesse le risorse finanziarie, avrebbe senso un buy-out delle minorities che oggi valgono 0,6 miliardi di euro", commentano gli analistio di Equita sim.

"Poichè nella nostra somma delle parti includiamo Cnh a prezzo di mercato, per il semplice aggiornamento del prezzo e tenendo conto della rivalutazione del dollaro a parità di tutte le altre condizioni il nostro target price a 12,4 euro (buy, ndr) salirebbe oltre 13 euro per azione", precisano alla sim.

Intanto, come prevedibile, riparte la cassa integrazione per una settimana per 5mila dipendenti di Fiat Auto. Il gruppo ha annunciato un nuovo pacchetto di cassa integrazione nel mese di aprile per lo stabilimento torinese di Mirafiori. Nei giorni 22 e 23 aprile andranno in cassa integrazione gli addetti alla linea Punto-Musa-Idea.

Ma proprio a Mirafiori potrebbe essere prodotto il monovolume a motore ibrido. Lo ha annunciato Mercedes Bresso, presidente della Regione e candidata del centrosinistra, stamani davanti ai cancelli della fabbrica, in compagnia del segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani.

La stessa Bresso ha svelato di aver incontrato, con l'assessore regionale alla Ricerca, Andrea Bairati, l'Ad del Lingotto Marchionne. ''Non solo", ha detto la presidente della Regione, "ci ha dato la rassicurazione che Mirafiori per Fiat resta essenziale, il cuore progettuale dell'azienda, ma ci ha dato anche la disponibilità a collaborare sul piano della ricerca e dell'innovazione, per la realizzazione dell'auto del futuro proprio a Torino''.

Il 21 aprile l'azienda presenterà il piano, ''ci stanno lavorando", ha aggiunto Bairati. "Marchionne ci ha assicurato che non prevede alcun effetto negativo per Mirafiori e ci ha dato la sua disponibilità a collaborare per fare a Torino la prima auto a motore ibrido, termico-elettrico. L'ibrido a Mirafiori può essere una vera integrazione con quanto si sta facendo negli Usa con la 500 elettrica''.

Francesca Gerosa


---

MF Online

Fiat si vede vicino a breakeven nel 2010 e non dimentica l'Italia

26/03/2010

L'Italia rimane centrale per il gruppo Fiat nonostante la prossima chiusura di Termini Imerese e l'espansione all'estero per fronteggiare la crisi. Respingendo gli attacchi sulla strategia della società, l'Ad Sergio Marchionne oggi nel corso dell'assemblea degli azionisti (Fidelity Management Research è salita dal 2,18% al 4,61% del capitale) ha difeso le scelte di Fiat dicendo che, se ci fossero state alternative, non avrebbe deciso di chiudere l'impianto siciliano.

Marchionne ha poi replicato a chi parla di "disattenzione" del gruppo per l'Italia, ricordando che il piano presentato a dicembre 2009 prevede di passare in tre anni da 650.000 a 900.000 vetture prodotte nel Paese. "Fiat non è andata all'estero per capriccio e di sicuro non ha dimenticato l'Italia", ha sottolineato Marchionne.

"A volte ho l'impressione che politica e sindacati non abbiano compreso gli sforzi che Fiat ha fatto per gestire una situazione così critica", ha spiegato, ricordando gli effetti della crisi finanziaria sui livelli produttivi. Fiat ha detto più volte che intende chiudere Termini Imerese, che occupa 1.500 persone a inizio 2011. Nei giorni scorsi indiscrezioni di stampa hanno però parlato di 5.000 esuberi, 2.500 in più rispetto al piano. Torino e i sindacati hanno subito smentito.

Rumors a parte, il gruppo è "in buone condizioni", parola del presidente Montezemolo, e prevede vendite di auto in calo del 15% sui livelli del 1994. Ci vorranno quindi quattro anni per tornare ai volumi pre-crisi. Il gruppo dovrebbe altresì portarsi vicino al breakeven quest'anno e, dopo aver risparmiato 500 milioni su acquisti di materiali, si aspetta su questo fronte un ulteriore miglioramento.

Infine, a chi ha criticato la scelta di Torino di distribuire il dividendo Marchionne ha risposto che hanno dimenticato che lo scorso anno "gli azionisti non hanno avuto neanche un centesimo. Se il 2008 per Fiat ha segnato il trading profit più alto della sua storia gli azionisti non hanno avuto dividendi". C'era allora una situazione di forte incertezza sul futuro e si preferì privilegiare la liquidità.

"Adesso non c'è più quella incertezza e pagare i dividendi è un atto dovuto. Alla luce dei risultati e anche sulla base di prospettive più certe per il futuro", ha concluso l'Ad, non vedendo invece le condizioni per portare Comau in Borsa dove oggi il titolo Fiat cede il 2,31% a 9,74 euro, dopo aver toccato però un massimo a 10,04 euro, livello che non vedeva da inizio febbraio 2010.

Invece a Wall Street sale ancora il titolo della controllata Cnh (+0,60% a 31,83 dollari) aggiornando i massimi da settembre 2008 a 32,35 dollari, in scia alle speculazioni in merito al possibile spin-off della società all'interno del reshuffle di portafoglio che verrà annunciato nella presentazione del business plan al 2013.

"Francamente non riteniamo sia uno scenario probabile; piuttosto, una volta deciso lo spin-off dell'Auto e qualora Fiat Spa avesse le risorse finanziarie, avrebbe senso un buy-out delle minorities che oggi valgono 0,6 miliardi di euro", commentano gli analisti di Equita sim.

"Poichè nella nostra somma delle parti includiamo Cnh a prezzo di mercato, per il semplice aggiornamento del prezzo e tenendo conto della rivalutazione del dollaro a parità di tutte le altre condizioni il nostro target price a 12,4 euro (buy, ndr) salirebbe oltre 13 euro per azione", precisano alla sim.

Appuntamento quindi al 21 aprile prossimo, un'ulteriore occasione per il management di Fiat per fare chiarezza innanzitutto sul taglio costi (probabile anche in Italia, malgrado le smentite) oltre che sulle condizioni per uno spin off dell'auto che comunque non sarà nell'immediato.

Francesca Gerosa
da milanofinanza.it]]></description><pubDate><![CDATA[28/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Sempre più in Polonia la produzione di utilitarie]]></title><description><![CDATA[IL DOSSIER. 

750 milioni per la rivoluzione di Pomigliano

Sempre più in Polonia la produzione di utilitarie

Fabbriche più piccole e 8 modelli Prepensionamenti per attutire il colpo

di PAOLO GRISERI


TORINO - In gergo si chiama "operazione downsize" ed è il trattamento che gli ingegneri Fiat riservano in laboratorio ai motori tradizionali per ridurne la cilindrata e aumentarne contemporaneamente la potenza. Una cosa simile accadrà nei prossimi cinque anni agli stabilimenti italiani del gruppo: fabbriche più piccole, con meno addetti ma con maggiore produzione. Nel dettaglio, le indiscrezioni sul piano parlano di una Fiat profondamente modificata sia negli stabilimenti di assemblaggio finale (le classiche linee di montaggio) sia nella produzione di motori e cambi.

L'assemblaggio finale si farà in quattro dei cinque stabilimenti oggi in produzione perché il piano confermerà la chiusura di Termini Imerese. Alle Carrozzerie di Mirafiori dei 5 modelli oggi in produzione (Idea, Musa, Punto, Multipla e Mito) si salverà solo la Mito. Si aggiungerà invece un nuovo prodotto (oggi noto con il nome in codice "L1"), una monovolume di grandi dimensioni che potrà avere 5 o 7 posti. Le tre attuali linee di montaggio verranno ridotte a una che produrrà contemporaneamente MiTo e L1. Questo significa che, senza l'aggiunta di altre produzioni, i 5.000 addetti al montaggio finale potrebbero ridursi anche della metà, a 2.500. Un taglio considerevole anche se l'età media degli addetti di Mirafiori è abbastanza alta da consentire un sistema di prepensionamenti entro i prossimi cinque anni che attutisca l'effetto sociale della riduzione d'organico. Non ci dovrebbero essere particolari problemi invece a Melfi dove si continuerà a produrre la Punto anche se difficilmente nei prossimi anni si raggiungerà il record di 290.000 auto prodotte nel 2009 grazie agli incentivi: gran parte dei paesi europei infatti hanno chiuso il rubinetto.

A Cassino, stabilimento dedicato al segmento C, cambieranno i modelli e l'occupazione sarà ridotta di 500 persone rispetto ai 4.600 addetti di oggi. Si tratterà di uscite volontarie verso la pensione, come prevede un accordo sindacale. La Bravo verrà sostituita da un'altra media del marchio Fiat mentre la Croma cesserà la produzione. Oltre alla nuova Bravo arriveranno un crossover e l'Alfa Giulietta (già in produzione in queste settimane). Confermata la produzione della Lancia Delta.

La rivoluzione più profonda sarà a Pomigliano dove la Panda comincerà la produzione delle preserie nell'autunno del 2011. Il Lingotto pensa di spendere 750 milioni nella riconversione della fabbrica che cesserà di produrre le Alfa per passare all'utilitaria. Le due linee oggi in funzione (quella della 147 e quella della 159 e Gt) saranno sostituite da almeno due linee di Panda destinate a realizzare 250 mila auto all'anno. Ma nessuno riesce a prevedere quali effetti avrà questa rivoluzione sull'indotto, tutto calibrato sui modelli di fascia medio-alta del Biscione. I sindacati temono che anche tra i dipendenti diretti si avrà una riduzione di 500 persone sugli attuali 5.100 addetti.

A questi stabilimenti si aggiungerà il prossimo anno la carrozzeria Bertone di Grugliasco (To) dove le indiscrezioni già circolate in autunno prevedono la produzione di tre modelli Chrysler: la 300C, il Grand Voyager e la Jeep Grand Cherokee. Sono i tre modelli attualmente realizzati a Graz dalla Magna. Alcuni hanno visto nella scelta la vendetta di Fiat verso i concorrenti vincitori nella battaglia Opel (poi persa da tutti perché Gm decise di non vendere la sua costola europea).

Il futuro dei due principali stabilimenti di produzione dei motori è incerto. A Pratola Serra (Av) la Fma che produce cilindrate medio alte (da 1.600 cc in su) ha subìto gli effetti della crisi passando dai 500 mila motori del 2006 ai 170 mila dello scorso anno. A Termoli invece il boom delle utilitarie dovuto agli incentivi ha fatto lievitare la produzione dei piccoli motori fino a 900 mila pezzi all'anno. Il futuro è incerto perché la Fiat avrebbe intenzione di realizzare in Polonia, a Bielsko Biala, tutti i nuovi motori bicilindrici destinati a sostituire il quattro tempi nelle piccole e medie vetture (sono previste versioni del due tempi fino a 105 cavalli).

Alcune indiscrezioni cominciano a circolare anche sulla produzione negli Usa dove i marchi del Lingotto dovrebbero essere rappresentati da sette modelli: un restyling Lancia della 300C e del Voyager, tre modelli Alfa (Giulietta, l'ammiraglia 169 e uno sportover) e una versione del Turney con marchio Fiat. Questi sei modelli dovrebbero garantire una produzione annua di 250 mila auto alle quali aggiungere le 100 mila previste per la 500.

(24 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[24/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[E' pronto il piano Marchionne]]></title><description><![CDATA[Aumenterà del 50 per cento la produzione nazionale

Ma ci saranno tagli anche a Mirafiori: si parla di -2.500

E' pronto il piano Marchionne

La Fiat con 5mila posti in meno


TORINO - Quasi cinquemila dipendenti in meno, riduzione di un quarto del numero dei modelli prodotti (da 12 a 8) e aumento del 50 per cento dell'attuale produzione italiana ( da 600 a 900 mila auto, soprattutto grazie all'arrivo della Panda a Pomigliano). Il piano strategico 2010-2014 che Marchionne presenterà il 21 aprile comincia a prendere forma nelle analisi e nelle indiscrezioni che circolano nei cinque stabilimenti di assemblaggio finale e nei tre dedicati alla produzione dei motori e dei cambi. Queste indiscrezioni parlano anche di sette modelli con marchio Fiat, Alfa e Lancia realizzati negli Usa per il mercato d'Oltreoceano, per una produzione complessiva che dovrebbe superare le 350 mila unità sull'altra sponda dell'Atlantico. Particolarmente critica, in base ai programmi, la situazione della produzione motoristica in Italia.

Il piano prevederebbe dunque il taglio del 15 per cento degli organici degli addetti al montaggio finale, quei 30.000 operai di linea che nei mesi scorsi sono rimasti fermi per due settimane quando ha cominciato a farsi sentire l'effetto dello stop agli incentivi. Nel calcolo sono compresi i 1.500 dipendenti diretti di Fiat a Termini Imerese (come è noto lo stabilimento siciliano chiuderà il 31 dicembre del 2011) e i 500 dipendenti che andranno in mobilità volontaria a Cassino sulla base di un accordo sindacale firmato nei mesi scorsi. Sono una novità invece i 2.000-2.500 addetti in meno alle Carrozzerie di Mirafiori e le 500 tute blu che il sindacato stima possano perdere il posto a Pomigliano in seguito al passaggio dalle produzioni Alfa alla Panda.

Dopo la presentazione del piano, il 21 aprile, toccherà ai sindacati discutere, stabilimento per stabilimento, come raggiungere la saturazione degli impianti senza ridurre gli organici. È anche probabile che nelle prossime settimane dal Lingotto giungano ancora aggiustamenti. A preoccupare le organizzazioni dei lavoratori non è solo il futuro di coloro che perderanno il posto (molti, nell'arco dei prossimi quattro anni, matureranno i requisiti per la pensione) ma anche la riduzione secca degli organici nel futuro: "Dobbiamo considerare chiusa la fase in cui si identificava la Fiat con la produzione di auto in Italia", dice Enzo Masini, responsabile nazionale auto della Fiom-Cgil. E aggiunge: "Dovremo incalzare l'azienda perché aumenti il numero dei modelli rispetto alle indiscrezioni di questi giorni. Dovremo anche chiedere al Lingotto di portare in Italia produzioni di qualità e di dare un futuro agli stabilimenti italiani di produzione dei motori". Il futuro degli impianti motoristici sarà discusso il 30 marzo prossimo al ministero dello sviluppo economico. Quanto a Termini, se ne parlerà il 13 aprile: "In quella sede - chiede Masini - sarà necessario avere un quadro completo delle proposte in campo".

(p. g.)

(24 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[24/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Addio a Emanuele Pirella]]></title><description><![CDATA[EDITORIA

Addio a Emanuele Pirella

Una vita tra satira e pubblicità

Fu autore di celebri campagne, dal "10 e Lode" della banana Chiquita a "Nuovo? No! Lavato con Perlana". Insieme a Tullio Pericoli, ideò "Tutti da Fulvia il sabato sera", la strip de La Repubblica del sabato. Fondò una scuola per giovani talenti


ROMA - E' morto a Milano Emanuele Pirella, veterano della pubblicità italiana e guru della creatività, fondatore e presidente dell'agenzia pubblicitaria Lowe Pirella Fronzoni e della "Scuola di Emanuele Pirella". Originario di Reggio Emilia, dove nacque nel 1940, Pirella era malato da oltre un anno. E' stato grande pubblicitario, giornalista e autore di satira, in coppia con il disegnatore Tullio Pericoli. 
In campo pubblicitario fu autore di celebri campagne, come quella per la banana Chiquita il cui slogan, "Dieci e lode", entrò nella storia della pubblicità italiana. Suo anche il lancio del quotidiano La Repubblica, per il quale creò, sempre insieme a Pericoli, la strip del sabato: "Tutti da Fulvia sabato sera".

I suoi progetti per il 2010, dedicarsi completamente alla "sua" scuola: non semplicemente un'agenzia, ma anche un laboratorio-incubatrice di nuovi talenti. Il suo, di talento, non ci mise molto a venir fuori. Dopo aver studiato alla facoltà di Lettere Moderne a Bologna, ancora giovanissimo Pirella si trasferì a Milano con la speranza di intrufolarsi in una casa editrice o in un'agenzia di pubblicità. 
E così avvenne: nel 1965 entrò nell'agenzia CPV, poi fu la volta della Young&Rubicam.

E la sua scuola ora gli rende omaggio con un lungo e commosso ricordo. "Per chi l'ha conosciuto, per chi ci ha lavorato a stretto contatto per anni o anche solo per un breve periodo della sua vita, Emanuele Pirella resterà un punto fermo. Come il famoso 'punto Pirella', che doveva chiudere per forza anche il più breve dei titoli creati dall'agenzia. Altrimenti, raramente, si arrabbiava. Ciao, Emanuele".


"La parola 'pubblicitario' - si legge nel ricordo della Scuola - è qualcosa di estremamente riduttivo per definire Emanuele Pirella: lui ha certamente creato campagne di successo, diventate veri e propri fenomeni di costume. Il suo tratto più evidente è stato però quello di aver saputo mescolare in modo originale professione e cultura, portando nella pubblicità uno sguardo ironico e intelligente e rendendo così questo mestiere più amato e anche molto più rispettato da tutti".

'''Vado a lavorare da Pirella è stata negli anni una frase che giovani pubblicitari - continua la lettera-ricordo - hanno più volte detto con orgoglio ai propri colleghi, come il rivendicare il privilegio di far parte di un gruppo scelto. Questi giovani, diventati con il tempo un pò meno giovani, hanno poi portato in altre agenzie uno stile riconoscibile, asciutto e insieme sorridente come era Emanuele".

Come direttore creativo dell'Agenzia Italia/BBDO, fondata nel 1971 con Michele Göttsche e Gianni Muccini, Pirella ideò alcune delle campagne più note e aggressive degli anni Settanta, dai "Jesus Jeans" ("Non avrai altro jeans all'infuori di me. Chi mi ama mi segua") al tormentone di "Nuovo? No! Lavato con Perlana". Nel 1981 fondò, sempre con Michele Göttsche, la Pirella Göttsche, diventata poi Lowe Pirella Fronzoni. Si devono a lui, tra le molte idee, il celebre slogan "O così o Pomì" e campagne innovative come quella con il veterinario dell'amaro Montenegro e dei tortellini sponsorizzati da Giovanni Rana in persona: il padrone dell'azienda che diventa protagonista dello spot veicolando con il suo volto un forte messaggio di fiducia e vicinanza al marchio.

Con la sua agenzia ha ricevuto numerosi "Leoni" al Festival di Cannes: di Bronzo nel 1997, d'Oro nel 1998, poi Bronzo nel 1999, Argento nel 2000 e ancora Bronzo nel 2002. Come autore di satira, in collaborazione con Tullio Pericoli, ha lavorato, oltre che per La Repubblica, per L'Espresso, Linus e il Corriere della sera. Si occupò anche di una campagna per Panorama: un'idea che lui stesso definì "open", in cui si lasciava che i viaggiatori completassero dei manifesti affissi in metropolitana. Per L'Espresso, ha curato la rubrica di recensioni televisive vincendo nel 2000 il Premio Flaiano.

(23 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[26/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il male oscuro del capitalismo italiano...]]></title><description><![CDATA[Oggi cambia la composizione dell'Ftse/Mib, l'indice delle 40 maggiori società quotate

Esce la Mondadori: azienda Italia spa, ecco come in 15 anni siamo rimasti indietro 

Piazza Affari e il male oscuro del capitalismo italiano

di ALESSANDRO PENATI

Oggi cambia la composizione dell'indice Ftse/Mib: il paniere delle 40 maggiori società quotate, che meglio rappresenta Piazza Affari. Esce Mondadori, un'icona della nostra industria, ed entra Azimut, risparmio gestito. Il cambiamento della composizione di un indice di Borsa è un fatto marginale sia per il mercato azionario, sia per le società coinvolte; e irrilevante per l'economia nel suo complesso. Ma ha una valenza simbolica. Ed è un buon pretesto per fotografare il nostro capitalismo, e confrontarlo con quello degli altri, dopo i postumi della crisi e a 15 anni dall'avvio del processo di risanamento economico, privatizzazioni, liberalizzazioni, regolamentazioni, sfociato nella costituzione dell'Eurozona.

L'immagine del capitalismo italiano che si riflette nello specchio dell'indice Ftse/Mib sembra una fotografia ingiallita di 15 anni fa. La cosa dovrebbe farci riflettere perché rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro benessere. Invece, sembra provocare solo scarso interesse, se non paradossali sussulti d'orgoglio per una ipotetica "via italiana" al capitalismo che, come l'isola di Peter Pan, non c'è, ma è un mito troppo bello per essere sfatato.

La Borsa italiana oggi è fatta da pochissime grandi imprese. Le 40 del Ftse/Mib rappresentano l'87% della capitalizzazione totale (valore di mercato di tutte le imprese quotate). Dei primi 150 titoli del listino, la metà ha una capitalizzazione inferiore ai 696 milioni. Il numero delle società quotate è limitato, non molto distante da quello di 25 anni fa. L'intero mercato azionario italiano vale, ai prezzi attuali, solo il 30% del Pil 2009. Non è neppure pensabile un confronto con gli Stati Uniti: basti ricordare che negli USA, anche dopo la crisi, il rapporto tra valore della Borsa e Pil è al 103%, e nelle prime 150 società, la metà vale più di 25 miliardi euro. Ma siamo il fanalino di coda anche dell'Europa Continentale: il nostro rapporto borsa/Pil è meno della metà di quello francese (74%), ed è inferiore anche a quello tedesco (40%), anche se in Germania, tradizionalmente le imprese si sono sviluppate al di fuori del mercato azionario; ma dove, tra le prime 150 società, la mediana è grande il triplo della nostra.

Questa non è l'inevitabile conseguenza del nostro capitalismo, familiare e manifatturiero. Anche in Francia e Germania molte imprese sono controllate da un gruppo spesso ricollegabile al fondatore, ma il peso delle grandi imprese nei settori dei beni di consumo e industriali è il doppio del nostro: tra le principali 40 società quotate francesi e tedesche ci sono colossi in settori come moda, beni per la persona, alimentare (Luis Vuitton, Adidas, Danone, Beiersdorf, Hermes, ...) anche cinque, dieci volte più grandi delle nostre medie imprese d'eccellenza. Per non parlare della meccanica. I vantaggi delle economie di scala ci sono, e notevoli, anche nel settore manifatturiero tradizionale, specie se la fonte di crescita dell'economia mondiale è sempre più lontana dall'Europa. Vantaggi non solo per le aziende, ma pure per il Paese, visto che i grandi gruppi necessitano di figure più qualificate sotto il profilo professionale, richiedono mediamente maggiori competenze e pagano quindi remunerazioni più elevate. La quotazione è poi indispensabile per permettere l'espansione all'estero tramite acquisizioni, come dimostrano anche i rari casi italiani presenti nel Ftse/Mib: Luxottica, Lottomatica, Mediaset, Autogrill, Campari.

Ma è la composizione settoriale delle maggiori società quotate che ci distacca maggiormente dal resto dell'Eurozona, per non parlare degli Stati Uniti. Da noi, anche dopo la crisi, il 35% dell'indice è costituito da banche e servizi finanziari: quasi il doppio di Francia e Germania. Negli Usa, dove la bulimia del settore finanziario aveva innescato la crisi, banche e finanza pesano oggi la metà che in Italia. Un ridimensionamento drastico quanto salutare.

Il resto di Piazza Affari è fatto di servizi di pubblica utilità ed Eni: insieme alle banche, fanno quasi l'80%. È il retaggio del peso dominante nella nostra economia dello Stato imprenditore. Un peso però ancora presente, dato che il 41% delle aziende nel Ftse/Mib ha un'azionista di riferimento pubblico, Stato o Ente locale (tra le banche ho considerato il solo Monte Paschi). Se a queste aggiungiamo le società interamente cedute dallo Stato ai privati (come Autostrade, Sme, Telecom o le genco dell'Enel), si arriva all'assurdo che il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica. Inevitabile in un capitalismo storicamente senza capitali? No. È vero che 20 anni fa, senza mobilità internazionale dei capitali, il risparmio degli italiani doveva necessariamente finanziare il deficit pubblico. E in mancanza di un mercato finanziario, tutto passava per le banche. Ma l'Euro, le liberalizzazioni, lo sviluppo e l'integrazione dei mercati, avrebbero dovuto liberare i nostri capitalisti dallo storico vincolo della carenza di capitali.

Invece, il mercato dei corporate bond è stato ucciso sul nascere da Cirio e Parmalat. Possono emettere un bond solo le poche aziende private che hanno accesso ai mercati esteri. E la crisi ha affossato anche quel poco di cartolarizzazioni non bancarie che c'erano in Italia. La Borsa è servita soprattutto allo Stato per vendere e far cassa; a molti gruppi privati di vecchio lignaggio, per compiere operazioni ad alta leva finanziaria; e a troppi imprenditori per sfruttare le ricorrenti ondate di facili entusiasmi per collocare a caro prezzo quote di minoranza (investendo altrove il ricavato): la triste scia di perdite causate dalle matricole è li a rammentarcelo. Negli Usa la bolla delle dot. com ha provocato tanti disastri, ma l'euforia per gli investimenti azionari ha anche reso possibile la nascita di giganti, come Google, Amazon, Qualcomm, o Cisco. Da noi, invece, l'unica realtà di successo sopravvissuta al Nuovo Mercato è Fastweb: non esattamente un caso da indicare a esempio.

Con il pretesto di difendere l'italianità si è sbarrato la strada ai capitali esteri. Così, i flussi finanziari in Italia sono tornati a passare obbligatoriamente per il sistema bancario nazionale. Come vent'anni fa. Solo che ora il numero delle banche si è ridotto e l'influenza della politica è meno trasparente (ma forse non meno efficace). Da un capitalismo senza capitali, siamo passati a un capitalismo senza capitalisti: gestire relazioni e rapporti col settore pubblico è altro che creare imperi economici.

L'ultimo elemento della fotografia che dovrebbe far riflettere è la totale assenza in Italia di grandi imprese nei settori a maggior crescita della produttività: non solo tecnologia, informatica e farmaceutica (39% negli Stati Uniti) ma anche settori tradizionali che incorporano innovazione tecnologica e manageriale come i beni di largo consumo per il tempo libero e la grande distribuzione. In questo, anche il resto dell'Europa non tiene il passo degli Usa, e non sembra capace di sfruttare la crisi per cambiare il modello produttivo. In Italia il gap sembra incolmabile. Ma, purtroppo, il reddito delle generazioni future dipende proprio dalla capacità di spostare le risorse nei settori a maggior crescita della produttività.

© Riproduzione riservata (22 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[22/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Una scuola sulla spiaggia in Senegal]]></title><description><![CDATA[Passaparola / 

Il romanzo di Emiliano Sbaraglia inizia con una lettera aperta al ministro Gelmini poi racconta l'entusiasmo di insegnare ritrovato con quei bambini in cerca di una speranza

Una scuola sulla spiaggia in Senegal

L'esperienza di un precario italiano

di SILVANA MAZZOCCHI


Stanco di aspettare che tra la posta ci sia finalmente la convocazione per l'ennesima supplenza che invece non arriva mai, un giovane insegnante precario da sempre (e per sempre?) decide di lasciare l'Italia. Parte per il Senegal e, in un villaggio di pescatori, con l'aiuto di due maestri, Pierre e Baba - cattolico il primo, musulmano il secondo - manda avanti una scuola sulla spiaggia. Va a cercare nelle case i bambini da istruire, convince i padri a privarsi del loro aiuto sulle barche perché i figli possano sperare in un futuro migliore e, in una zona dove l'alfabetizzazione è ancora una sfida, ritrova finalmente le ragioni per le quali aveva scelto l'insegnamento.

Questa sua esperienza Emiliano Sbaraglia l'ha trasformata in un romanzo, Il bambino della spiaggia (Fanucci). In linea con i tempi l'incipit: in una lettera aperta al ministro dell'Istruzione che, con la sua riforma, ha appena tagliato una buona fetta di cattedre, Sbaraglia espone l'amarezza per la sua condizione di precario senza futuro. "Sono stanco", scrive e allega un lungo elenco dei perché del suo sconforto, ben noti agli innumerevoli precari d'Italia. In aereo incontra Fatima, una donna senegalese che confeziona vestiti nel suo paese e che fa la spola con Roma dove smista e vende la sua merce. Prologo curioso (almeno per quanto smentisce certi triti luoghi comuni) il dialogo tra loro, in cui il giovane uomo italiano gioca il ruolo dell'emigrante e Fatima quello della piccola imprenditrice che lavora con l'Italia, ma che nel Senegal vive.

Arrivato al villaggio, il maestro di strada comincia il suo lavoro. Le difficoltà sono enormi, ma vengono superate e metabolizzate grazie al desiderio di imparare dei ragazzi. E lui ritrova quell'entusiasmo e quel buon umore che il suo paese gli aveva sottratto. Mentre la sua attività non si esaurisce nell'insegnare il francese, e continua nella vita quotidiana dei ragazzi restituendo, finalmente, piena dignità a una professione in Italia troppo spesso umiliata.

Il bambino della spiaggia è un libro fresco e coinvolgente che, nei nostri tempi bui, accende almeno un barlume speranza.

Lei è un insegnante precario, uno dei moltissimi in Italia. Come è nata l'idea di andare in Africa?
L'idea nasce dopo un reportage fatto in Senegal insieme a un mio amico fotoreporter freelance, Stefano Dottorini, nell'estate del 2009. Siamo rimasti per circa due settimane, e lì abbiamo conosciuto i responsabili del centro di accoglienza "Giovanni Quadroni", che si trova nella comunità dei villaggi di pescatori a sud di Dakar. Sono stati loro, nell'ottobre scorso, a contattarmi via mail per chiedermi se conoscevo qualcuno disposto ad affrontare l'esperienza di coordinatore didattico nei villaggi. Così, dato che le convocazioni per le supplenze nelle scuole pubbliche tardavano ad arrivare, mi sono detto "perché no?". Ho fatto il bagaglio e in due giorni sono partito. E non vedo l'ora di tornare... I bambini mi mancano molto, soprattutto alcuni di loro con i quali ho legato particolarmente dopo averli lavati, curati, sfamati, dopo aver giocato con loro a calcio sulla spiaggia, dopo aver dato una mano nei corsi di alfabetizzazione agli insegnanti senegalesi del centro di accoglienza. Dopo tutto questo è difficile tornare indietro, tornare alla vita che siamo abituati quotidianamente a sostenere qui. E tengo a precisare che non si tratta di "mal d'Africa", ma del fatto di sentirsi utili e legati ad altre persone in un modo che nel nostro mondo è sempre più difficile creare.

Essere un insegnante di strada in Senegal. Descriva una sua giornata...
La mattina ci si alza piuttosto presto, verso le sette, e si fa colazione tutti insieme nella cucina del centro di accoglienza. Poi con i due insegnanti senegalesi, l'uno musulmano, l'altro cattolico, andiamo in spiaggia per cercare i bambini o parlare con i loro genitori, chiedendo il motivo per cui i loro figli non frequentano le scuole pubbliche. Fatto questo spesso mi intrufolo proprio nelle classi delle scuole pubbliche, seguo le lezioni tra i banchi insieme agli alunni, per comprendere i metodi e il livello didattico dell'istruzione pubblica del luogo. Si incontrano i professori, si chiacchiera, si scambiano opinioni. Il pomeriggio mi dedico ai corsi che si tengono nel centro d'accoglienza, aiutando i due insegnanti come posso, dal temperare i colori al tenere alta la concentrazione dei bimbi. La sera si va a fare un bagno o magari una partita di calcio tutti insieme, poi si mangia quello che c'è, si guardano le stelle, si ascolta il mare. E domani è un altro giorno...

Che cosa le ha lasciato dentro l'esperienza della scuola sulla spiaggia?
Da un punto di vista strettamente didattico questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia importante il ruolo di insegnante, non soltanto a sud di Dakar, ma in qualsiasi parte del mondo. E la differenza che intercorre tra l'esercitare questa professione in un paese come l'Italia, dove insegnare in pratica è diventato un lavoro di ripiego mal pagato e poco considerato, e il farlo in paesi come il Senegal, dove studiare, o più semplicemente imparare a scrivere e a parlare nella lingua nazionale, spesso significa aggrapparsi a una prospettiva di vita, o meglio di sopravvivenza, che ti consenta di sognare, ancor prima che costruire un futuro diverso da quello che altrimenti inevitabilmente si profila all'orizzonte. L'altra cosa che mi ha lasciato dentro è che in ogni caso, se si gode di buona salute, malgrado i tagli alla scuola pubblica, la crisi economica italiana e internazionale, e chi più ne ha più ne metta, si può comunque continuare a essere artefici del proprio destino. Basta sapere ciò che si vuole e ciò che si sente. A me piace insegnare, credo sia la cosa che sappia fare meglio. E se secondo il ministro Gelmini sono un esubero, ho pensato che nel resto del mondo forse potevo trovare qualcuno di diverso avviso....

Emiliano Sbaraglia
Il bambino della spiaggia
Fanucci
Pag 165, euro 13.]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Occorre evolvere le teste di zucca... parola di Coach]]></title><description><![CDATA[16/03/2010

Se le Piccole Imprese "adottano" un professionista 

di Dario Di Vico
Scritto alle 09:14


Negli Usa le aziende adottano le highway, le strade, da noi le piccole e medie potrebbero adottare ciascuna un professionista. Un`operazione tutt`altro che disinteressata perché le prime a giovarsene sarebbero proprio le imprese con pochi dipendenti.

Il professor Enzo Rullani sostiene con forza questa sinergia e fa un esempio concreto: «Mettiamo che io sia un avvocato e voglia specializzarmi nella conoscenza del mercato russo. Ci vorranno almeno due anni di studi e frequentazioni e se non ho clienti è praticamente impossibile iniziare. Mentre se faccio un accordo, con un`azienda e poi con altre interessate a svilupparsi su quel mercato, il mio progetto diventa praticabile».

Di esempi così se ne possono far mille, la morale è che nelle piccole imprese oggi oggettivamente non c`è stretta_di_mano.jpg spazio per i ruoli che Rullani chiama di «intelligenza manageriale», perché con soltanto il proprio giro d`affari un`azienda artigiana non riesce ad assumere e pagare un mago della finanza, del marketing o della logistica. Meglio, dunque, utilizzarlo dall`esterno. Le Pmi sono culturalmente orientate alla produzione, sottolinea Giuseppe Bruni presidente di Cna InProprio di Bologna, l`associazione che vuole rappresentare i professionisti, «e quindi è difficile che possano avere al loro interno luoghi di riflessione.

Hanno bisogno, di conseguenza, di sintonizzarsi con qualcuno che dica loro come cambia il mondo e come adeguarsi». Le piccole imprese sono nate spesso sulla base di competenze tecniche che magari il fondatore ha appreso nell`azienda dove lavorava come dipendente.

Ed è scontato che proseguendo il cammino il neoimprenditore sia portato in primo luogo a seguire l`evoluzione tecnologica del suo settore e a sottovalutare altre culture che non sono prettamente tecniche. «Penso al marketing e alla presenza sui mercati emergenti» aggiunge Bruni. Cristina Mariani è, per l`appunto, un`esperta di marketing che ha pubblicato un libro e aperto un blog destinato alle piccole aziende.

Sostiene che il marketing insegnato nelle università e in gran parte dei corsi di formazione è destinato «alle grandi aziende multinazionali con budget a sei zeri» e per di più viene somministrato in termini gergali o inglesi che fanno sentire i non addetti ai lavori degli competenti assoluti.

Ora è vero che i Piccoli sono talmente occupati con mille altre cose che la comunicazione commerciale è l`ultima delle loro preoccupazioni «ma è una cosa sbagliatissima» dice Mariani, perché nei mercati globali è necessario comunicare e farlo nel modo giusto. Oltre al marketing le competenze da recuperare riguardano finanza e logistica e in giro per l`Italia sono sorte o stanno sorgendo diverse iniziative che vanno nella direzione marketing.jpg di favorire «le adozioni di professionisti».

A Padova, per esempio, opera Apri, un`associazione per il risanamento delle imprese, che offre competenze di finanza, diritto e più in generale di turnaround aziendale. Viste dall`altra parte della barricata le adozioni rappresentano un toccasana in epoca di Grande Crisi. Secondo i numeri forniti da Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, il 70%o dei professionisti ha toccato con mano la crisi economica con cali di fatturato vicini al 40%.

Ci vogliono dunque politiche di rilancio e il rapporto con i Piccoli può equivalere ad entrare in un mercato quasi del tutto aperto. Del resto una conferma della necessità «strategica» di far dialogare competenze e Pmi viene dall`intervista rilasciata da Arrigo Sadun del Fimi al «Sole 24 Ore». Il direttore esecutivo per l`Italia, alla vigilia del giro di audizioni che gli economisti del Fondo terranno a Roma, ha invitato i piccoli «a continuare a giocare sul loro terreno tradizionale, specializzandosi ancora di più ed elevando la qualità e il valore aggiunto dei prodotto».

Ps. Ma, riconosciuto il valore delle Pmi, perché gli uomini del Fmi incontrano tutti e non le associazioni delle piccole imprese?

Dario Di Vico ddivico@rcs.it

da generazionepropro.corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[INTERNET TRASPARENZA E FIDUCIA]]></title><description><![CDATA[16/3/2010

Internet la trasparenza aiuta la fiducia

	
LAWRENCE LESSIG*

Ho avuto l’onore di tenere una lezione al Parlamento italiano, all’interno di una serie di dibattiti sul futuro di Internet voluti dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Al Congresso degli Stati Uniti nessuno ha mai tenuto dibattiti del genere, né ricevuto la stessa attenzione. E’ stato bello vedere membri di una delle democrazie chiave in Europa impegnarsi per capire il funzionamento della più importante piattaforma per la crescita economica nel mondo.

I relatori sono stati introdotti dal presidente della Camera, che ha sottolineato l’importanza critica della Rete per i giovani e la necessità di difenderla da leggi protezionistiche irrazionali. L’Italia sta promuovendo la candidatura di Internet al Nobel per la Pace e molti parlamentari hanno firmato la petizione.

La mia lectio magistralis enfatizzava il bisogno dei governi di resistere agli opposti estremismi che stanno segnando sempre di più il dibattito sul web. I fan e gli oppositori di Internet fanno poco per capire le verità nel campo dell’avversario. Nonostante la rete abbia ispirato tanta creatività, gli artisti hanno ragione a lamentarsi che lo scambio illegale di brani li danneggia. E anche se l’esplosione di notizie gratis o quasi ci ha dato un accesso senza precedenti all’informazione di tutto il mondo, i giornalisti hanno ragione a preoccuparsi per i rischi che corre la carta stampata. E nonostante i nuovi standard di trasparenza dei governi, spinti specialmente dall’amministrazione Obama, abbiano reso disponibile a tutti una quantità e varietà di dati governativi senza precedenti, i critici hanno ragione a preoccuparsi che questa trasparenza indebolisca, anziché rafforzare, la fiducia nei governi. In ciascuno di questi contesti, dobbiamo riconoscere che Internet resterà e che dovremmo celebrarne il valore, ma bisogna trovare una via per ridurre i danni che potrebbe creare.

Alla fine del mio discorso sono rimasto sorpreso dal vice-ministro Paolo Romani che mi ha criticato perché non avevo offerto «soluzioni specifiche» al problema della regolamentazione politica. Gli americani spesso sono troppo diretti ed io nel tentativo di compensare sono stato troppo evasivo. Ma in ogni area critiche che ho toccato, ho descritto specifiche raccomandazioni per le regole politiche che ogni governo democratico dovrebbe adottare.

1) Il copyright. I governi devono riconoscere che la guerra che facciamo contro i nostri figli per fermare lo scambio illegale di file non si può vincere e che bisogna trovare un modo perché gli artisti siano compensati senza criminalizzare una generazione. 2) Il giornalismo. Servono maggiori protezioni per i giornalisti indipendenti, per assicurare un controllo significativo sull’operato del governo e dei poteri forti.

3) La fiducia. I governi devono essere sensibili ai tipi di conflitti che indeboliscono la fiducia nella democrazia.

Ognuna di queste tre aree è direttamente rilevante per il caso del cosiddetto «decreto Romani», che equipara i siti video come YouTube alle aziende televisive. Io ho criticato questo approccio, e alla luce delle tre aree di regole politiche che avevo delineato, non è difficile capire come mai. Rispetto al copyright, il decreto equipara per meglio proteggere gli autori. Ma non c’è equivalenza rilevante tra una trasmissione da uno a tanti curata da una singola azienda, rispetto a una piattaforma da tanti a tanti, che rende disponibili per chiunque i contenuti non selezionati che sono stati caricati sul Web. Costringere entrambe le tipologie di piattaforme a vivere sotto le stesse regole significa costringere tutti gli YouTube del mondo ad adottare regole che bloccano un mondo di contenuti creati in modo amatoriale che non può permettersi i costi delle liberatorie che si possono permettere i proprietari di contenuti professionali. Un «trattamento uguale» significa favorire l’attuale sistema televisivo.

Lo stesso vale per la difesa dell’idea secondo cui piattaforme come YouTube dovrebbero avere responsabilità equivalenti per linguaggi offensivi o che danneggiano, come l’orribile video dei teenager che insultano un adolescente con disabilità mentali. Così come non esiste un algoritmo per filtrare il porno su YouTube, così non ne esiste uno per bloccare le offese. Il porno su YouTube è proibito, ma la sua eliminazione si basa sull’autoregolamentazione degli utenti, che lo recensiscono. E non c’è nessun informatico al mondo che crede di avere inventato un algoritmo per distinguere automaticamente tra gli insulti vergognosi di un manipolo di bulli a un disabile e l’interazione giocosa tra ragazzi. Per cui, ancora una volta, una regola che tratta questi diversi servizi come «uguali» è semplicemente una regola che favorisce la televisione rispetto a Internet.

Questo vale anche per la mia preoccupazione sul giornalismo: servizi come YouTube sono diventati uno strumento critico per i giornalisti investigativi. Diversamente dalle trasmissioni tv, che una volta trasmesse scompaiono, i servizi alla YouTube non dimenticano mai. Quello che un politico dice una settimana può essere confrontato con quello che dirà la prossima. Infine, la fiducia. Come ho detto, più capiamo che cosa fa un governo, più è facile che ci siano anche incomprensioni.

Il sostegno che il presidente della Camera Fini ha dato ai principi veri di Internet e la leadership dell’Italia nella campagna per portare la Commissione Nobel a riconoscere questo «strumento di costruzione di massa» è un modello che il resto del mondo dovrebbe seguire. Ma sfortunatamente, il conflitto dei media del 20° secolo che appesantiscono quelli del 21° è un sistema già troppo seguito dal mondo. E l’effetto infanga il messaggio di buona politica.

*Professore di legge a Harvard, direttore dell’Edmond J. Safra Foundation Center for Ethics

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[CHE FORZA QUEI CINQUANTENNI.]]></title><description><![CDATA[Che forza quei cinquantenni

di Mariaveronica Orrigoni

Quando i dipendenti di oggi andranno in pensione nelle aziende si creerà un problema di competenze. Perché nessuno ha pensato a formare le nuove leve
 

Oggi sono visti come una barriera invalicabile piazzata all'ingresso del mercato del lavoro. Un ostacolo all'inserimento delle nuove leve, costrette a un interminabile riscaldamento a bordo campo. Ma domani, quando andranno in pensione, gli ultra-cinquantenni di oggi rappresenteranno di nuovo un problema, sia pure di profilo ben diverso. Il loro esodo rischia infatti di impoverire, in termini di qualità e di competenze, il sistema produttivo nazionale.

L'Italia non è un paese per giovani. Avere una popolazione anziana come la nostra comporta conseguenze analizzate fino a oggi prevalentemente in un'ottica previdenziale. Per la prima volta, la Boston Consulting Group, in collaborazione con l'Aidp (l'Associazione italiana dei direttori del personale), ha fotografato la situazione di 250 aziende italiane nello studio 'Creating people advantage', valutandone le ricadute sull'economia reale. Dal report esce l'immagine di un paese ad alto rischio demografico: la percentuale dei lavoratori tra i 50 e i 65 anni, oltre a essere al primo posto in Europa, è in quasi tutti i settori di gran lunga più alta rispetto a quella dei giovani. Nei trasporti e nell'industria, per esempio, supera il 20 per cento, mentre nel mondo dell'educazione e della sanità sfiora picchi del 35 per cento. E questa tendenza, secondo le stime, crescerà a un ritmo sempre maggiore.

"Il problema si avrà quando questi lavoratori andranno simultaneamente in pensione e mancheranno le persone in grado di compensare la perdita di esperienza. Tutto ciò porterà a un passaggio di consegne complicato", spiega Lamberto Biscarini, il partner e managing director della Boston Consulting Group che ha seguito la ricerca in Italia. Aggiunge il manager della Boston: "Entro il 2020, in assenza di un netto cambiamento di rotta, il peso dei dipendenti con alta anzianità raddoppierà in quasi tutti i campi. Basta pensare alla pubblica amministrazione, dove i cinquantenni, che oggi sono uno su tre, tra dieci anni saranno più della metà".


E le difficoltà economiche dei mesi scorsi potrebbero aver accelerato i tempi, come spiega Roberto Savini Zangrandi, presidente dell'Aidp: "Le nostre aziende hanno dovuto tagliare i costi, ma purtroppo spesso non hanno operato una selezione che tenesse conto delle professionalità strategiche richieste". La crisi, quindi, si è sovrapposta al rischio demografico: "Molti hanno risparmiato sul reclutamento. Un errore che rischia di trasformarsi in un volano negativo, che allunga ancora il tempo necessario a recuperare il gap conoscitivo causato da tante fuoriuscite e poche assunzioni".

A monte di questa situazione ci sono le dinamiche demografiche del nostro Paese, dove l'aumento costante di anziani non viene compensato dall'immigrazione e dalle nascite, sempre più in caduta libera: "L'Italia, insieme a Germania e Giappone, ha un tasso di invecchiamento tra i più elevati al mondo: basti pensare che nel 1965 è nato un milione di bambini, mentre i ventenni di oggi sono poco più di 600 mila", spiega Giampiero Della Zuanna, preside della facoltà di Scienze statistiche dell'Università di Padova. "Inoltre, siamo penalizzati da una struttura gerarchica basata sulla data di nascita. Negli anni Cinquanta anche i giovani potevano trasformarsi in imprenditori, ma quello era un periodo di sviluppo vivace e oggi non ci sono certo queste condizioni".

L'indicatore del rischio sfiora la vetta quando si parla di pubblico, dove l'età media nel 2008 era di 47,5 anni, uno in più rispetto al 2006. Dati che non sorprendono, se pensiamo agli insegnanti delle scuole statali, più della metà tra i 50 e i 60 anni. Nelle forze armate e nella difesa la cifra è più bassa, mentre nella carriera penitenziaria e dietro le scrivanie dei ministeri la media si assesta intorno ai 50 anni. Un trend che coinvolge i livelli più alti: "Da un'indagine di due anni fa emergeva che, negli enti locali, i dirigenti hanno un'età media superiore ai 52 anni, che sale a quota 54,7 nei ministeri", aggiunge Giovanni Valotti, professore di Economia delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi. Negli anni Settanta nel pubblico si assumeva a mani basse, e le conseguenze le stiamo pagando adesso, con organici saturi, pochi giovani e controlli della spesa sempre più serrati che ne impediscono l'inserimento: "Bisogna gestire con intelligenza il turn over, considerando un orizzonte temporale di almeno tre anni", sostiene Valotti.

Nei prossimi anni abbandonerà il campo un numero molto significativo di operai qualificati, quadri specializzati e dirigenti di alto livello e quasi nessuno ha pensato a mettere a punto un piano di sostituzione. Se non cambia niente, nel 2016 in molte categorie professionali come ingegneria meccanica, o di ricerca e sviluppo, ci potrebbe essere una forbice notevole tra domanda e offerta. "Insieme al tasso di invecchiamento più alto d'Europa, l'Italia vanta anche il primato nella sottovalutazione del problema", commenta Biscarini. "Bisogna passare all'azione e in fretta. In paesi come la Germania, dove la situazione demografica è simile alla nostra, hanno iniziato a fare queste riflessioni già qualche anno fa e molte aziende hanno lanciato programmi per gestire il rischio demografico".

È il caso della Rwe, il colosso dell'energia tedesca che ha reagito alla prospettiva di non avere quasi più ingegneri elettrici tra dieci anni intervenendo sulla filiera del reclutamento. Ha così iniziato una politica di marketing nelle università e nelle scuole superiori, cercando figure professionali simili in mercati adiacenti e all'estero, facendo oggi scorta di quella risorsa che domani diventerà scarsa. "L'economia occidentale si baserà sempre di più sulle persone, sulle loro qualità e capacità; attirarle e trattenerle in un determinato ambiente sarà fondamentale", conclude Biscarini.

Ma come si può controllare quest'esodo imminente salvaguardando al tempo stesso la competitività del sistema Italia? Per Savini Zangrandi i fronti su cui lavorare sono tanti: "I responsabili delle risorse umane devono cambiare il loro modo di pensare. In Italia più del 60 per cento ha ammesso di pianificare su un orizzonte di un anno, troppo breve per una gestione efficace". Ogni realtà deve mettere in atto uno screening delle proprie competenze, una sorta di budget delle professionalità a medio lungo termine da tenere bene a mente nelle decisioni aziendali. "Oggi solo pochissime imprese italiane hanno iniziato ad affrontare il problema, e chi lo ha fatto ha investito soprattutto nella ricerca di menti brillanti", sottolinea Savini: "La Finmeccanica, per esempio, negli ultimi anni ha rilanciato il programma per la gestione dei talenti con il Business Education Strategic Ten, un master in cui i dipendenti più promettenti, in azienda da meno di tre anni, vengono formati in maniera specifica, con corsi tenuti da docenti scelti tra i dirigenti e della società".

(10 marzo 2010)
da espresso.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[15/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT PIU' FORTE, CUORE E TESTA IN ITALIA]]></title><description><![CDATA[In un incontro torinese, per la prima volta il presidente di Exor e vicepresidente del Longotto racconta e si racconta

"Ecco la Fiat dei miei sogni più forte, cuore e testa in Italia"

di SALVATORE TROPEA


TORINO - «Vorrei parlarvi del mio sogno che è quello di una Fiat sempre più forte, quello che ho vissuto in questi anni. E per farlo voglio iniziare dal 2002». La Fiat raccontata per la prima volta da John Elkann sta in questi otto anni, tra l´azienda che c´era e non c´è più, e quella che sarà ma non c´è ancora. La Fiat del Novecento finita con l´Avvocato e la Fiat di Sergio Marchionne che cerca spazi nel mondo per restare tra i big player dopo essersi affacciata pericolosamente sull´abisso della scomparsa. «Una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell´Italia, con il cuore e la testa a Torino» E´ una serata molto torinese quella in cui il giovane vicepresidente della Fiat e presidente di Exor racconta e si racconta, in un salone dell´Unione Industriali davanti a una platea di soci del Rotary. Primo capitolo, la paura del declino.

L´addio all´Avvocato
«E´ il 2002, l´anno in cui il dottor Gianluigi Gabetti è rientrato dalla Svizzera e io dagli Stati Uniti. Siamo tornati per senso del dovere e perché c´erano tante cose che pensavamo potessero essere fatte. Mio nonno era gravemente malato e l´azienda stava attraversando un momento difficilissimo. Alla sua morte, mio zio Umberto assunse la presidenza. Fu allora che decidemmo di investire 250 milioni di risparmi come famiglia: eravamo convinti che la situazione non fosse così disperata come veniva descritta».

E´ la breve e turbolenta stagione della Fiat guidata da Giuseppe Morchio e della malattia di Umberto Agnelli. La svolta avviene ancor prima dei funerali di Umberto. «L´ingegner Morchio fece sapere a Gabetti e a Franzo Grande Stevens che era sua intenzione convocare un consiglio di amministrazione al quale sottoporre la proposta dell´assunzione del doppio incarico, di presidente e amministratore delegato. Da tempo però noi avevamo considerato che, per il buon funzionamento dell´azienda, fosse necessario tenere distinti i due ruoli. Un equilibrio adeguato che non avevamo intenzione di modificare. Il 31 maggio c´era l´assemblea della Banca d´Italia e Morchio voleva essere sicuro di arrivare a quell´appuntamento con il doppio incarico. Noi ritenemmo che ciò non fosse possibile».

Da Morchio a Marchionne
In un giorno di lutto per la famiglia Agnelli si chiude l´era Morchio. «Con Gabetti e Franzo Grande Stevens cominciammo a pensare quali potevano essere le alternative qualora Morchio avesse insistito nella sua richiesta. Nel cda della Fiat avevamo già una persona che aveva dimostrato la sua capacità in una società che si chiama Sgs di cui eravamo azionisti da anni: il dottor Sergio Marchionne. Assieme a Gabetti c´eravamo preparati all´eventualità e avevamo incontrato Marchionne il quale ci disse che in quella situazione la cosa più importante era assicurare il massimo di continuità. Nel giorno dei funerali dello zio, Morchio convocò un cda al quale intendeva presentare la sua proposta. Ma venne anticipato da Gabetti che riunì la famiglia e, in previsione di quanto sarebbe accaduto, senza mai fare il nome di Marchionne, propose la soluzione della presidenza affidata a Montezemolo, allora nel cda Fiat, e la vicepresidenza a me. Così, dopo la rinuncia di Morchio, avremmo potuto procedere alla nomina di Marchionne come ad». Al consiglio da lui convocato Morchio non si presenta. Il rumore delle pale di un elicottero che si alza in volo dalla pista del Lingotto è il segnale della sua uscita dalla Fiat.

Il nodo del convertendo
«In quei giorni il destino della Fiat Auto è ancora una volta molto incerto. La General Motors era azionista al 20% e c´era anche il diritto che Fiat poteva esercitare di vendere tutta la società dell´auto a Gm. Dovemmo fronteggiare allora tre grosse difficoltà: la prima di tipo finanziario perchè la Fiat aveva un forte debito, la seconda operativa in quanto la sua attività non andava bene, la terza di identità perché nessuno sapeva quale sarebbe stato il futuro. Nel 2005 il problema più grosso era il prestito convertendo di 3 miliardi di euro con le banche che alla scadenza poteva trasformarsi in una perdita del controllo della società. C´erano segnali di miglioramento ma erano difficili da identificare e c´era anche la preoccupazione crescente per gli appetiti che andavano manifestandosi anche perché Fiat aveva valore in settori diversi dall´auto».

«Fu allora che Gabetti e Grande Stevens trovarono una soluzione che nel settembre del 2005 consentì a Ifil di chiudere la partita del convertendo conservano la quota di controllo di Fiat». E´ questo il passaggio, ancora oggi materia di un contenzioso sul quale sta per esprimersi la magistratura. John Elkann non sfiora l´argomento, ma si limita a ricordare che «senza la soluzione studiata da Gabetti e Grande Stevens sarebbe stato difficile sapere come sarebbe evoluta la situazione». Quello che è certo è che per la Fiat comincia un nuovo periodo. «Da quel momento si cominciò a lavorate con uno spirito positivo nuovo. La Grande Punto fu il primo successo, il segnale della svolta vera e di un recupero che avrebbe avuto un seguito negli anni a venire. Il momento più bello fu, subito dopo, il lancio della 500 avvenuto non a caso a Torino. Poi, come talvolta accade quando si lavora in armonia, un successo tirò l´altro. Nel 2008 Fiat registrò i migliori risultati della sua storia».

La crisi globale
Ma all´orizzonte c´è già la grande crisi. «Nell´ultimo trimestre fummo costretti a confrontarci con le impreviste difficoltà imposte dalla crisi mondiale che si sono tradotte in un calo della domanda in tutti i mestieri del nostro gruppo e in una forte tensione sulla liquidità».
Il racconto del vicepresidente torna ad assumere toni preoccupati, ma di una preoccupazione molto diversa da quella di metà del decennio. «Con la crisi ci siamo resi conto non potevamo restare marginali. Un mercato sempre più contratto e i volumi in calo avevano creato necessità finanziarie enormi. E così nel 2009 abbiamo cercato nuove alleanze dialogando con costruttori e governi. Siamo stati fortunati a incrociare con Chrysler che è un´azienda che produce come Fiat. Sono tornato qualche ora fa dal salone Ginevra dove ho potuto constatare l´ampiezza dell´offerta che oggi è in grado di offrire il nuovo gruppo».

Fuori dal tunnel?
«Con Chrysler possiamo fare ciò che da soli non avremmo mai potuto fare. Stiamo lavorando con grande entusiasmo, sapendo che sui mercati mondiali dell´auto ci sono ora i paesi emergenti con i quali dobbiamo confrontarci. Nel 2009 la Cina è stata il primo mercato automobilistico del mondo. Nello stesso anno abbiamo risposto con accordi in Messico, Russia, Cina e Brasile dove, appena tre giorni fa, Marchionne ha firmato un´intesa per la produzione di mezzi agricoli. Siamo impegnati in una sfida globale che comprende anche il lavoro per presidiare le nuove tecnologie compatibili con l´ambiente sulle quali siamo già avanti come dimostra il motore presentato a Ginevra».

Che cosa resta da fare in un momento nel quale, peraltro, è ancora aperto il drammatico capitolo di Termini Imerese con il futuro senza certezze per oltre mille lavoratori ? «Lavorare molto sull´integrazione con Chrysler, rafforzare la presenza nei paesi emergenti, mantenerci all´avanguardia sul fronte dell´innovazione. L´altra sfida è far sì che le persone che lavorano in Fiat siano al passo con tutto questo». In una serata in cui il tema degli ospiti rotariani era "Il sogno", John Elkann ha raccontato il suo. Domanda: ma lei sogna in americano o in italiano?
«Io sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo».

© Riproduzione riservata (06 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[06/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[I cinesi vogliono copiare il meglio del made in Italy]]></title><description><![CDATA[27/2/2010 (7:35) - IL CASO 
Il genoma per buongustai 
La Cina vuole mappare il dna di centinaia di specie vegetali «I ricercatori cinesi vogliono mappare il meglio del made in Italy per clonarlo» 
MAURIZIO TROPEANO 
Allarme per lo «shopping scientifico» cinese: «Da Pechino stanno contattando scienziati di tutto il mondo per clonare i cibi doc italiani». 
Fantascienza? No. I cacciatori di genoma cinesi hanno già «tracciato» il Dna del riso nel 2002 e poi alla fine del 2009 l’hanno fatto con il melone. E ci sono anche gli animali: il panda poche settimane fa e ora il programma di ricerca punta sul genoma dell’orso polare e del pinguino. Il pericolo più imminente per l’agricoltura italiana, però, è legato ai vegetali. 
In campo cinquecento ricercatori. Un budget di 100 milioni di dollari. L’acquisto di 130 sequenziatori per il Dna di ultima generazione. Un programma per tracciare il genoma di 500 animali e 500 vegetali in due anni. I numeri del «Beijing genomic institute» (Bgi) hanno impressionato Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. I due ricercatori, ieri, in anteprima mondiale, hanno reso noto il genoma di uno dei vitigni tipici, la Corvina, che serve per produrre l’Amarone. Uno scacco matto che, secondo i due scienziati, può arrivare in tre mosse. 
La prima: «La presa di possesso delle “chiavi” della vita delle produzioni italiane». La seconda: «L’individuazione di un microclima ideale per le coltivazioni». La terza: «L’adozione delle nostre stesse tecniche di produzione». Alla fine il «re», cioè il made in Italy alimentare è sconfitto perché «il passo verso la concorrenza diretta, fatta con gli stessi prodotti del made in Italy, è ormai breve», concludono i due ricercatori dell’Università di Verona. 
A rischio sono soprattutto le «produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo», precisa Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Allarmismo, si dirà, ma il leader di Confagri non la pensa così: «Dal genoma del pomodoro, annunciato per i primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica». 
Incalcolabili, dunque, i danni per il made in Italy. Si parla di decine e decine di miliardi di euro, visto che già oggi il giro d’affari dell’agro-pirateria internazionale che copia i nostri prodotti è di 60 miliardi l’anno. Lo denuncia il dossier presentato ieri dalla Cia a conclusione del congresso nazionale. Spiega il presidente, Giuseppe Politi: «In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale». 
Questa lunghissima lista di prodotti certificati fattura al consumo 8851 miliardi con un export di 1844. Ancora Politi: «A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli». 
Certo, falsi e tarocchi sono diversi dalle ricerche sul Dna, ma è evidente che c’è la necessità di sviluppare una strategia di difesa. Secondo Vecchioni, «è necessario incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il patrimonio genetico delle nostre tipicità». 
La Coldiretti ha una posizione diversa: «La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione». Da qui la proposta di realizzare una banca del Dna per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità. 
Secondo Coldiretti, dunque, «i risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da Ogm ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni». 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[27/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[MONTEZEMOLO e MARCEGAGLIA: su CORRUZIONE E RIFORME]]></title><description><![CDATA[Montezemolo: «Combattere corruzione? 
E' un'impresa titanica: servono riforme» 
Marcegaglia: non si può più aspettare, bisogna muoversi per reagire al declino. Pisanu: oggi peggio di tangentopoli ROMA (23 febbraio) - «La lotta alla corruzione è un'impresa titanica» ma il Paese deve reagire evitando di «autoflagellarsi» e la politica ha «una precisa responsabilità: quella di non avere introdotto riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato». Lo ha detto il presidente della Luiss, e della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, inaugurando la nuova School of Government. 
Le colpe della corruzione, dice Montezemolo, non sono tutte nella politica ma la politica ha la responsabilità di non aver introdotto riforme per far funzionare la macchina dello Stato: «Dove lo Stato non funziona si afferma quella 'società fai da tè dove ognuno si sente autorizzato ad arrangiarsi come può, e dunque anche attraverso la corruttela». Il compito della politica «alta e responsabile» deve quindi essere quella di tornare ad un «profondo senso dello Stato, della costruzione di un tessuto civile dove il malaffare sia l'eccezione e non la regola della mediazione» continua Montezemolo ricordando che l'impresa «titanica» contro la corruzione rischia di occupare lo spazio di una generazione, grandi sforzi e lungimiranza. L'importante, si legge nel testo dell'intervento di Montezemolo, è evitare di «autoflagellarsi». «Proprio in questi giorni torniamo ad interrogarci sulla diffusione del malaffare, dello sperpero del denaro pubblico e sul loro impatto per la credibilità delle classi dirigenti. Ma - continua Montezemolo - proprio in questi giorni occorre tornare a guardare con fiducia all'Italia, alle sue risorse morali e alla grande maggioranza di italiani che si dedicano con impegno ed onestà al proprio lavoro e alla costruzione del futuro comune. Dobbiamo fare in modo - continua - che questa maggioranza di italiani si affermi e si renda sempre più visibile nel Paese». Anche l'inaugurazione di una scuola per la formazione di una nuova classe dirigente rientra, spiega Montezemolo, in questo obiettivo. 
Marcegaglia: riforme dopo le regionali. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sottolinea come l'Italia abbia retto alla crisi «ma ora - dice durante l'inaugurazione della Luiss School of Government - è ora di cambiare passo: immaginare uno scenario nuovo. Investire in innovazione, ricerca e tecnologia per uscire dalla crisi». Secondo Marcegaglia, in questo quadro «gli imprenditori devono fare la loro parte, per stare sul mercato» ma «anche le istituzioni devono fare la propria parte magari dopo le elezioni. Dopo le regionali le forze politiche si mettano insieme per fare le grandi riforme a partire da quella della pubblica amministrazione. Non si può più aspettare. Non ci possiamo rassegnare al declino e stare fermi in una sorta di immobilismo». 
Pisanu: oggi peggio di tangentopoli. La corruzione oggi «è dilagante» e l'Italia «può rimanere schiacciata». A dirlo, in un colloquio con il Corriere della Sera, è Giuseppe Pisanu, presidente della commissione parlamentare Antimafia, secondo il quale oggi «per certi versi siamo oltre» Tangentopoli, perchè «allora crollò il sistema di finanziamento ai partiti. La coesione sociale e l'unità nazionale sono messe in discussione al punto da venire apertamente negata anche da forze di governo». «Non credo di esagerare - aggiunge l'ex ministro dell' Interno - se dico che è il Paese a essere corrotto», anche se, spiega, «non parlerei di nuova Tangentopoli» perchè «il contesto è diverso anche se il fango è lo stesso». Ma ora «il Paese rischia di piegarsi sotto il peso dell'illegalità». Le soluzioni passano attraverso l'approvazione «subito» delle «proposte anticorruzione di Berlusconi», ma anche «il riordino della pubblica amministrazione», il «taglio dei rapporti incestuosi tra economia e politica», i «regolamenti antimafia per la formazione delle liste». E queste misure «non basteranno» perchè «si dovrà agire più in profondità»: il problema «è innanzitutto politico e non possiamo certo risolverlo con il bipolarismo selvaggio e con lo scontro sistematico tra maggioranza e opposizione che ha trasformato questo scorcio di legislatura in una snervante campagna elettorale». Quello che serve, conclude, «è un profondo rinnovamento del ceto politico» che non sia guidato «dalla magistratura, ma dalla politica, o meglio, dagli elettori attraverso una nuova legge elettorale che consenta ampia libertà di scelta». 
 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilmessaggero.it]]></description><pubDate><![CDATA[23/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Alla ricerca della qualità...]]></title><description><![CDATA[Progetto Fimont 
Un navigatore per trovare i prodotti tipici 
Censiti 4.500 alimenti delle zone montane non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela 
MILANO - Trovare il ristorante migliore, il museo, le bellezze della natura e da oggi, grazie al progetto WebGIS, anche i prodotti alimentari tipici. Uno studio capillare che è durato tre anni ma che ha portato al censimento di quasi 4.500 prodotti tradizionali della montagna e non, censiti nell’ambito del progetto Fimont. Metodi e sistemi per aumentare il valore aggiunto degli alimenti tradizionali delle zone montane. Un aiuto per i turisti, ma anche per gli addetti del settore, perché si tratta di prodotti della montagna non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela, e quindi che spesso possono rappresentare una piacevole scoperta. Il database si accompagna all’applicazione WebGIS, che permette la consultazione geografica dei prodotti censiti attraverso il computer. L’idea, infatti, è di caratterizzare geograficamente, attraverso la creazione di mappe dinamiche, ogni singolo prodotto del territorio interessato. 
CASI STUDIO - Sono stati poi individuati cinque "casi studio" rappresentativi di cinque filiere alimentari, diversi per collocazione geografica e contesto socio-produttivo: piante officinali della Valle Camonica, toma della Valsesia, pecora Sopravissana, pane con le patate della Garfagnana, noce di Montagna. Da questo studio è stato realizzato anche il volume Prodotti agroalimentari tradizionali della montagna italiana, frutto di una sinergia tra università ed enti di ricerca, che «rappresenta uno spunto di riflessione, un utile approfondimento per nuove programmazioni, un’impostazione di linee di intervento di un sistema che possa creare valore intorno al territorio montano - sottolinea Massimo Romagnoli, presidente dell’Ente italiano della montagna (Eim) -. Siamo solo all’inizio di un lungo percorso, che punta alla valorizzazione delle attività tradizionali agricole di montagna e delle imprese agroalimentari, al consolidamento dell’immagine della località nei confronti degli utenti esterni, nella ricomposizione dei saperi, delle pratiche, delle strategie. Queste nostro Ente, attraverso iniziative simili, può offrire il suo contributo, affinchè la valorizzazione di un prodotto tradizionale possa ‘catalizzare’ processi di sviluppo di ampio respiro». 
CONTINUITÀ - «Non è sufficiente la promozione commerciale dei prodotti tipici delle montagne se non si trova il modo di assicurare continuità ed economicità della loro produzione e distribuzione – spiega Giacomo Elias, responsabile scientifico del progetto Fimont -. Bisogna incentivare gli operatori a continuare il lavoro e a migliorarlo, nonostante le situazioni iniziali produttività modesta, logistica impervia e basso rendimento economico. Quindi, anche se restano essenziali le soluzioni di problemi agronomici, tecnologici e di marketing, è necessario garantire le condizioni produttive, organizzative e socio-economiche». Nella ricerca del progetto Fimont si è cominciato con un inventario dei prodotti tipici, con schede in dettaglio, e la loro mappatura per poter individuare le aree di produzione. Quindi sono stati scelti i "casi studio". «In seguito - spiega Rosanna Farina, coordinatrice del progetto - sono state caratterizzate le filiere dei prodotti dal punto di vista tecnologico e produttivo. E rese tracciabili. Sono state definite le soluzioni normative, di marketing e finanziarie. Infine, ci siamo concentrati sugli aspetti di divulgazione e comunicazione, promuovendo anche seminari incontri con allevatori e agricoltori, associazioni di categoria. Arrivando alla realizzazione del portale Fimont e del volume». 
IL CONVEGNO - I risultati del progetto Fimont saranno presentati mercoledì 24 febbraio dalle 9.30 alle 13.30 presso la Sala delle Conferenze - Palazzo Marini a Roma, in occasione del convegno «Salviamo una montagna di sapori», organizzato dall’Ente italiano della montagna. Presenti i ministri Raffaele Fitto (Rapporti con le Regioni) e Mariastella Gelmini (Istruzione, università e ricerca). La ricerca ha fatto ricorso a competenze fortemente interdisciplinari. I partner coinvolti sono: l’Ente italiano della montagna, capofila, l’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr, il Dipartimento di ingegneria agraria dell’Università degli Studi di Milano, il Polo per la qualificazione del sistema Agroindustriale e la Fondazione Iard. 
Mario Pappagallo20 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[21/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Industria migliora nel secondo semestre]]></title><description><![CDATA[Nella media dell'anno scorso gli ordinativi sono arretrati del 22,4%, peggiore calo dal 2000 
A dicembre però +4,7% su novembre, +10,1% su base annua e +5,1% ultimo trimestre sul III 
Industria, fatturato -18,7% nel 2009 Ma a dicembre prevale il segno più 
A dicembre volano i dati sulle automobili, favoriti dagli incentivi all'acquisto 
ROMA - Nella media del 2009 il fatturato dell'industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008. Lo rende noto l'Istat. Scesi a picco anche gli ordinativi che hanno segnato un -22,4% rispetto allo scorso anno. L'Istat precisa che si tratta del peggiore calo dal 2000. Sul dato estremamente negativo hanno inciso maggiormente i primi nove mesi del 2009, mentre negli ultimi mesi si è registrato un miglioramento. Infatti nel confronto tra l'ultimo trimestre 2009 con quello precedente le variazioni congiunturali sono state pari a +1,4% per il fatturato e a +5,1% per gli ordinativi. 
In particolare a dicembre il fatturato è aumentato dell'1,9% rispetto a novembre dello 0,8% rispetto a dicembre 2008, ma è calato del 2,5% (corretto per gli effetti di calendario) rispetto allo stesso mese del 2008. Gli ordinativi a dicembre sono cresciuti del 4,7% su base mensile, e del 10,1% su base annua (dato grezzo, non corretto per gli effetti di calendario). Spiccano i dati del settore autoveicoli. Infatti a dicembre il fatturato degli autoveicoli è aumentato infatti del 23,2% su base annua; ottimi risultati anche per gli ordinativi, cresciuti del 31,5% tendenziale. 
Tornando all'analisi dell'intero 2009, il fatturato totale dell'industria è calato del 17,4% sul mercato interno e del 21,6% su quello estero. Analogo andamento per gli ordinativi totali: quelli nazionali sono calati del 21,7% e quelli esteri del 23,7% rispetto all'intero 2008. 
Per quanto riguarda i diversi settori di attività economica il calo più forte ha riguardato il settore della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-34% tendenziale). Male anche la fabbricazione di coke e petroliferi raffinati (-27,6%), macchinari (-22,9%), e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (-21,6%). Hanno contenuto le perdite solo i settori della produzione di prodotto farmaceutici (rispetto al 2008 hanno perso solo lo 0,3%), e l'industria alimentare (-4% tendenziale). 
A dicembre, nel confronto con lo stesso mese del 2008, l'indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha segnato le variazioni positive più ampie nei settori della fabbricazione di mezzi di trasporto (+ 15,2%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+10,3%) e fabbricazione di prodotti chimici (+7,8%). 
I risultati negativi più marcati hanno riguardato la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-14,8%), le industrie tessili, abbigliamento, pelli eaccessori (-11,5%) e le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (- 9,3%). 
L'indice grezzo degli ordinativi ha registrato gli incrementi tendenziali maggiori per la fabbricazione di mezzi di trasporto (+51,8%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+49,9%) e le fabbricazioni di prodotti chimici (+11,1%). Flessioni si sono state registrate nella fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-4,6%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-2%). 
(19 febbraio 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[20/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Industria cresce posti di lavoro calano...]]></title><description><![CDATA[Fatturato industriale a +1,9%, ma la media del 2009 è -18,7% 
Istat, ripartono ordini e fatturato 
Crollo record per le automobili 
Ordinativi industriali a +4,7% rispetto a novembre, ma l'anno scorso su base annua sono crollati del 22,4% 
MILANO - Forte ripresa per gli ordini dell'industria a dicembre: +4,7% rispetto a novembre e +10,1% rispetto a dicembre 2008. Lo comunica l'Istat precisando che l'incremento su base annua e il migliore da febbraio 2008. Anche il fatturato dell'industria, sempre secondo l'Istat, è aumentato a dicembre dell'1,9% rispetto a novembre e dello 0,8% rispetto a dicembre 2008. L'ente di statistica sottolinea però che su base tendenziale il fatturato è calato del 2,5% se considerato corretto per gli effetti di calendario. 
RISULTATI 2009 - Tuttavia nella media del 2009 il fatturato dell'industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008. Lo rende noto l'Istat. Scesi a picco anche gli ordinativi che hanno segnato un -22,4% rispetto allo scorso anno. L'Istat precisa che si tratta del peggiore calo dal 2000. Sempre considerando l'intero 2009 il fatturato totale dell'industria è calato del 17,4% sul mercato interno e del 21,6% su quello estero. Analogo andamento per gli ordinativi totali: quelli nazionali sono calati del 21,7% e quelli esteri del 23,7% rispetto all'intero 2008. Per quanto riguarda i diversi settori di attività economica il calo più forte ha riguardato, sempre nell'intero periodo gennaio-dicembre 2009, il settore della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-34% tendenziale). Male anche la fabbricazione di coke e petroliferi raffinati (-27,6%), macchinari (-22,9%), e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (-21,6%). Hanno «contenuto le perdite» i settori della produzione di prodotto farmaceutici (rispetto al 2008 hanno perso solo lo 0,3%), e l'industria alimentare (-4% tendenziale). 
AUTO - Crolli record anche per l'ind
