<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:xsd="http://www.w3.org/2001/XMLSchema"  xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" version="2.0"><channel><title>NEWS ICR</title><description>News sito web www.icrconsulteam.com</description><link>http://www.icrconsultea.com/rss/getfeed.aspx</link><item><title><![CDATA[Una riforma fiscale contro il mostro deflazione]]></title><description><![CDATA[Una riforma fiscale contro il mostro deflazione 
di Carlo De Benedetti 
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:42.L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:42. 
 
Se vogliamo affidarci alla metafora di Niall Ferguson, storico di professione ed economista per passione, Godzilla è pronto a sconfiggere King Kong. Lo scontro fra i mostri liberati dalla crisi del credito, ovvero la battaglia fra inflazione e deflazione, come ebbe a dire il docente di Harvard, rischia di risolversi verso lo scenario deflattivo. 
La zampata di Godzilla è apparsa minaccia prevalente anche nelle parole, volutamente provocatorie, pronunciate dal presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, il 29 luglio scorso, quando è arrivato ad immaginare uno scenario giapponese per l'economia americana.Sventolare il declino giapponese per i destini americani è, forse, una fuga in avanti: ma la realtà di oggi è molto diversa dalle aspettative di qualche mese fa. La crescita del secondo trimestre su base annua dell'economia statunitense è passata dal 2,4% all'1, il terzo trimestre minaccia di essere piatto e l'ultimo, probabilmente, sarà negativo.Lo scenario del double dip, di una ricaduta nella recessione, si va così consolidando, d'improvviso. Per questo è ora necessario cambiare strada, eliminando le residue incertezze, convincendosi che se Godzilla è più forte di King Kong, vanno adottate armi molto più potenti di quelle fino ad ora utilizzate. Se non altro per la semplice ragione che oggi sappiamo come battere l'inflazione, ma non conosciamo, né sappiamo come somministrare, gli antidoti necessari per guarire un corpo economico malato di deflazione. 
L'emergenza crescita è assolutamente prioritaria. Credo che i passaggi per riportare gli Usa sulla via dello sviluppo siano sostanzialmente tre: la Fed deve attrezzarsi contro la deflazione promuovendo l'erogazione di finanziamenti sia alle attività d'impresa, sia alle famiglie. 
Il Congresso deve ispirarsi alla riforma fiscale del 1986 abbattendo l'aliquota marginale e allargando la base imponibile; il Paese deve ritornare verso logiche di deregulation, abbandonando la tentazione di porre lacci e lacciuoli a settori-chiave dell'economia, come quello finanziario.Restiamo ai due primi passaggi, i più importanti nell'emergenza che si va defilando. La politica monetaria ha portato gli Usa a interessi a zero e al quantitative easing - allentamento quantitativo - di 1.200 miliardi di dollari provocando una crescita dell'M2 debole e aumentando la tendenza al risparmio di cittadini intimoriti dalla fragilità del contesto economico. Uno scenario che accelera il rischio di una caduta dei prezzi. 
La Fed lo ha intuito, ma non s'è ancora risolta ad adottare misure radicali, divenute ormai urgenti e indispensabili. Dovranno andare nella direzione già adottata, ma con più determinazione di prima. Lo strumento monetario va rilanciato, avviando un'altra ondata di quantitative easing per almeno altri mille miliardi di dollari: danari messi sul mercato per l'acquisto di titoli di stato a lungo termine. 
Ogni idea di stretta economica, di exit strategy dallo stimolo espansivo, va abbandonata perché la storia della Grande Depressione, e quella più recente del Giappone, rischiano di ripetersi, oggi, in America. «Coloro che non imparano dalle lezioni della storia tendono a ripeterla», sosteneva il filosofo George Santayana, con un concetto tanto ovvio quanto, spesso, sfuggente alla mente della politica. Il ripetersi della "storia di allora" sarebbe devastante perché il ruolo trainante degli Usa sull'economia planetaria resta forte abbastanza per innescare il ripetersi di una crisi globale, capace di travolgere i mercati maturi. Per questo la leva monetaria non basta. Dovrà essere accompagnata da una nuova politica impositiva che potrà apparire impopolare, ma che è, in realtà, l'abc di ogni economista specializzato in finanza pubblica. Il principio è noto. Una bassa aliquota marginale accompagnata dall'ampliamento della base impositiva, attraverso l'eliminazione di esenzioni specifiche, è la via migliore per aumentare il gettito. 
Anche in Italia, per inciso, sarebbe prioritaria una riforma fiscale, che spostasse l'onere delle imposte dal lavoro e dalle imprese ai patrimoni, ma l'ambizioso progetto del ministro Tremonti sembra per il momento accantonato.Torniamo al mondo. La storia ci aiuta una volta di più. La lezione del 1986, infatti, suggerisce proprio un piano fiscale di quel tipo. Purtroppo l'amministrazione di Barack Obama promette di muoversi nella direzione opposta, aumentando l'aliquota marginale dal gennaio 2011. Una mossa dal sicuro impatto politico, ma lontana dalle esigenze di un'economia in bilico fra debole ripresa e rischio di violenta ricaduta. Impopolare apparirà anche l'idea di dare un colpo di freno alle smanie iper-regolatrici del settore finanziario, ma anche questo è necessario per dare vigore a una spinta che non c'è più. 
I rimedi qui suggeriti non sono novità nella dottrina economica. Non c'è nessuna intuizione geniale dietro una ricetta che è solo il prodotto di uno scenario ora sgravato dalle nebbie dei mesi passati. L'immagine che emerge oggi, con una nettezza mai vista prima, traccia il rischio di un ritorno in recessione e impone l' esigenza di evitarlo utilizzando, fin d'ora, tutte le medicine possibili. Politica monetaria, fiscale e delle regole, da distribuire subito e nella dose giusta. Il momento è questo, la quantità dovrà essere massiccia. Altrimenti basterà tornare alle cronache della Grande Depressione per leggere scenari di un destino ancora possibile. 
©RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-26/riforma-fiscale-contro-mostro-084131.shtml?uuid=AYbLKuJC]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro]]></title><description><![CDATA[La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro 
di Giuseppe Berta 
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:36.L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:04. 
IL GIOCO ONLINEQuale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire? 
Per i sindacati dell'industria dei paesi sviluppati occidentali la crisi rappresenta un passaggio delicatissimo, un momento di trasformazione che ne scuote in profondità le radici fino a metterne in discussione le prospettive. Si disegna un assetto dell'economia globale che rischia di esautorare il ruolo del sindacato nelle aree del mondo dove la produzione industriale riduce il proprio radicamento sociale. Negli Stati Uniti questa minaccia è avvertita come la più incombente, al punto di suscitare un ripensamento radicale del modo d'essere e di operare della rappresentanza sindacale. 
Ne ha parlato il 2 agosto scorso al Center for automotive research Bob King, il nuovo presidente della Union of automobile workers of America (Uaw), un tempo il più grande e forte sindacato industriale del mondo, in un discorso che sta provocando una catena di reazioni e commenti. King ha annunciato che la Uaw del XXI secolo differirà in maniera fondamentale da quella che è stata nel Novecento. Alla crisi di Detroit i lavoratori americani dell'auto hanno pagato un prezzo durissimo: hanno perso 200mila posti di lavoro e accettato decurtazioni salariali che vanno da 7mila a 30mila dollari all'anno. Il loro sindacato ne è uscito drasticamente ridimensionato: nel 1979 la Uaw contava un 1,5 milioni di iscritti; oggi sono meno di 400mila. Per questo, ha sostenuto King, la missione sindacale deve essere ripensata dalle basi. L'organizzazione dei lavoratori deve assimilare gli obiettivi di flessibilità, qualità e produttività delle imprese e smetterla di considerare il management come un avversario e un nemico e tendere invece a costruire con esso delle relazioni di partnership. 
Col suo intervento King ha voluto sottolineare una discontinuità nella storia del sindacato Usa. La cura con cui è stata preparata quest'uscita la sottrae alla logica della quotidianità spicciola perché il presidente della Uaw sapeva di indurre, con quelle parole, un'ondata di reazioni - positive soprattutto negli ambienti del partito democratico, come testimonia il sostegno della governatrice del Michigan - ma anche di segno opposto, come rivelano i blog in cui si deplora lo smarrimento dello spirito sindacale originario e l'accettazione di condizioni giudicate lesive della dignità sociale degli operai. 
Consapevole della delicatezza del messaggio che ha voluto lanciare, King, proprio nel momento in cui annunciava la svolta sindacale, si è rifatto alla lezione dell'uomo-simbolo della storia della Uaw, Walter Reuther, il suo presidente più famoso e influente, di sicuro il sindacalista che ha contato di più nell'esperienza americana e ha assicurato al mondo del lavoro la più alta visibilità pubblica. 
Ricordare Reuther, nel contesto della difficile transizione del sindacato d'oggi, non è soltanto un esercizio retorico, perché la sua leadership avvenne all'insegna di un cambiamento completo degli orizzonti del sindacato e delle sue personali inclinazioni politiche. Quella di Reuther costituisce infatti una figura eccezionale nella storia del sindacalismo perché ne incarna, nelle varie epoche, le diverse componenti, dall'anima militante e radicale delle origini alla capacità negoziale, senza però perdere di vista la cornice politica della società. 
Figlio di un immigrato tedesco che si era stabilito in Virginia, il giovane Walter arrivò a Detroit neppure ventenne (era nato nel 1907), attratto dall'industria dell'auto che era il traguardo naturale per un operaio di alto valore professionale. Walter era padrone dei suoi utensili di lavoro, che adoperava con rara maestria. Venne assunto alla Ford, allora all'apice della potenza industriale, dove potè migliorare la propria istruzione. Avrebbe potuto far carriera, avvalendosi della professionalità e anche dei legami con la massoneria (che contava parecchio nelle fabbriche di quel tempo), ma nel clima della depressione degli anni Trenta preferì invece diventare un organizzatore sociale, attirato dai princìpi del socialismo. Fu per quegli ideali che Walter, col fratello Victor, suo fedele compagno di lotte, decise di andare in Urss, ad addestrare i lavoratori russi che stavano edificando l'ordine socialista. I fratelli Reuther vi rimasero due anni, prima di rientrare in America nel 1935, in tempo per vivere la fase più intensa delle lotte sociali. 
A Detroit, il sindacato dell'automobile era agli esordi. La Uaw era gremita di militanti radicali, non discriminava gli operai di colore (che ne divennero presto una colonna portante) e organizzava scioperi e agitazioni senza temere lo scontro con le case produttrici d'auto, dove il sindacato non era mai entrato. Walter divenne presto segretario di una local, cioè di una sezione della Uaw, e visse la stagione di entusiasmo collettivo che portò a istituire la contrattazione collettiva alla General Motors nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, le fermate sul posto di lavoro. 
Se aveva ceduto la Gm, sembrò allora che si potesse piegare anche l'osso più duro, quell'Henry Ford che, oltre a essere il mito dell'industria mondiale, era il più risoluto ostacolo alla sindacalizzazione. Così, un giorno della fine di maggio del 1937, un gruppo di organizzatori della Uaw, fra cui Reuther, si presentò all'uscita di una fabbrica Ford per distribuire volantini agli operai e convincerli a iscriversi al sindacato. Con loro c'era un manipolo di cronisti e reporter, pronti a immortalare una giornata che poteva diventare storica. E in effetti lo divenne, ma solo perché era stata sottovalutata la determinazione di Ford. I sindacalisti furono aggrediti all'improvviso dai vigilantes di Harry Bennett (il picchiatore che era stato reclutato personalmente da Ford e da lui posto in cima alla gerarchia aziendale), i quali, armati di mazze da baseball, diedero il via a un furibondo pestaggio. Insanguinati e coi volti devastati dalle percosse, gli uomini della Uaw non subirono tuttavia una sconfitta. Quelle immagini divennero subito famose e sono rimaste nella memoria storica del movimento sindacale americano. 
Alla fine, nel 1941, alla vigilia dell'entrata in guerra dell'America, anche Ford cedette al sindacato e al presidente Roosevelt, accettando il contratto collettivo di lavoro nei suoi stabilimenti. A quel punto, le Big Three di Detroit erano sindacalizzate e l'ascesa della Uaw era indubitabile. Essa era destinata a proseguire durante le fasi belliche, quando il sindacato divenne importante per far funzionare al meglio le fabbriche. Reuther, dimostrando la sua abilità di organizzatore, mise a punto un piano per migliorare la produzione di aerei militari. 
La grande stagione di Walter fu però il dopoguerra. Che incominciò per lui, questa volta sì, con una sconfitta. Nell'inverno fra il 1945 e il 1946, la Uaw promosse un lungo sciopero (oltre 100 giorni) per ottenere un forte miglioramento salariale, pretendendo però che le case automobilistiche non aumentassero i prezzi finali dei loro prodotti. Era un modo per imporre una sorta di controllo sindacale sulle imprese. Ma il sindacato non la spuntò e Reuther cambiò definitivamente strada. Si convinse che, se il controllo operaio sulle fabbriche non era possibile, c'era un altro sentiero da percorrere: negoziare con le Big Three, che stavano per giungere al massimo della loro espansione, aumenti salariali continui, al passo con lo sviluppo della produzione. Non solo: oltre ai salari, si poteva ottenere dalle imprese quel welfare che lo stato americano non dispensava, cioè pensioni elevate e buona assistenza sanitaria. Il celebre "contratto di Detroit", che Reuther (divenuto presidente della Uaw) stipulò nel 1950 con le case automobilistiche, si ergeva su questi fondamenti. Ad esso si deve se, da allora in poi, gli operai Usa si sono sentiti middle class, partecipi a pieno titolo dell'onda lunga della crescita e della mobilità sociale. 
Naturalmente, questo cambiamento si rifletteva nella posizione politica di Reuther, che aveva abbandonato il radicalismo politico giovanile. Il fatto che il fronte dei suoi nemici fosse vasto e che essi non arretrassero dinanzi alla violenza più estrema (fu ripetutamente vittima di attentati e nel 1948 gravemente ferito in casa propria, al punto di subire una lesione permanente a un braccio) non modificò i suoi nuovi orientamenti. Durante la guerra era diventato anticomunista e si battè per allontanare i filosovietici dalla Uaw. Negli anni 50 e 60, fu un esponente della sinistra sociale del partito democratico, nel tentativo di dare luogo a una versione americana della socialdemocrazia (come dimostrano i suoi contatti con Willy Brandt e il premier svedese Tage Erlander). Per questo, assecondò il programma di welfare del presidente Johnson, mentre partecipò alle marce dei diritti civili a fianco di Martin Luther King. 
La morte colse Walter Reuther all'improvviso, in piena attività, nel 1970, quando cadde l'aereo in cui viaggiava con l'amico architetto Oscar Stonorov. 
Ora la crisi ha dissolto le conquiste sociali su cui Reuther aveva poggiato l'autorità della Uaw. Ma nel percorso così atipico (e, nello stesso tempo, così americano) di questo operaio di mestiere dalla Ford alla Russia di Stalin, dalle lotte operaie di Detroit alle stanze del potere di Washington, c'è una lezione ancora significativa per il sindacato. Che deve possedere la capacità di cambiare e di adattarsi alle trasformazioni dell'economia e del lavoro, riuscendo tuttavia nel contempo a elaborare e a diffondere una propria visione sociale. 
Il profilo 
LA VITAWalter Reuther nasce a Wheeling nel West Virginia l'1 settembre 1907. Suo padre, un socialista che lavora in un birrificio, è emigrato dalla Germania. In tutta la sua carriera lavorativa, Walter è sempre affiancato dai suoi due fratelli, Victor e Roy. Muore il 9 maggio 1970 in un incidente aereo, che vede coinvolti anche la moglie May, il suo amico architetto Oscar Stonorov, una guardia del corpo, il pilota e il copilota. L'aereo, partito da Detroit, stava per atterrare in una giornata di pioggia e nebbia allo scalo di Pellston di Black Lake, nel Michigan. Già un anno e mezzo prima, nell'ottobre 1968, Walter e suo fratello Victor avevano rischiato la vita mentre, su di un aereo privato, si stavano avvicinando all'aeroporto di Dulles. In entrambi gli incidenti l'altimetro ha dimostrato un cattivo funzionamento. Victor, in un'intervista successiva alla morte del fratello, ha affermato: «Io e altri membri della mia famiglia siamo convinti che il disastro che ha causato la morte di Walter e quello che stava per succedere nel 1968 non sono stati accidentali». 
LA CARRIERA NELLA UNIONReuther è assunto alla Ford a Detroit, ma a causa della Depressione lascia il posto di lavoro e con i fratelli va a lavorare in Urss, dove addestra i russi in una fabbrica di auto a Gorky. Rientra in America nel 1935. A Detroit il sindacato è agli esordi. Nel 1936 Walter diventa segretario di una sezione locale della Union of automobile workers (Uaw). Nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, alla General Motors si istituisce la contrattazione collettiva. Che viene accettata alla fine del 1941 anche dalla Ford, dopo aspre lotte con il sindacato, non esenti anche da aggressioni fisiche. Tra queste la famosa "battaglia del cavalcavia" che vede coinvolto anche Walter con i picchiatori assoldati dalla Ford (Reuther fu oggetto di attentati più volte . A questo punto l'ascesa della Uaw è spianata. 
IL CONTRATTO DI DETROITTra i successi di Reuther, la negoziazione (da presidente Uaw) nel 1950 del contratto di Detroit con i big dell'auto, con cui l'Union inizia una nuova strategia. Se il controllo delle fabbriche non era più possibile, allora bisognava puntare sulla contrattazione dei salari legandoli ai successi aziendali. Negli anni 50 e 60 Reuther è esponente della sinistra sociale del partito democratico. La morte, nell'incidente aereo del 1970, che segue un analogo incidente di un anno prima, lo coglie in piena attività. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-26/economia-globale-sindacato-locale-080436.shtml?uuid=AY04ntJC]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Biblioteca sociale elettronica]]></title><description><![CDATA[26/8/2010 
Biblioteca sociale elettronica 
«I lettori di ebook», scrive il Wall Street Journal, «passano più tempo con il naso tra le pagine». 
La ricerca citata nell'articolo è preliminare, e forse è ancora troppo presto per costruire generalizzazioni. Tuttavia, a quanto pare, un 40% di lettori (tra quelli intervistati) dichiara di leggere di più da quando è passato al libro elettronico.«Questo dato coincide con la mia esperienza personale», racconta un blogger dell'Economist. «Da felice possessore di un iPad, mi capita spesso di avere tempo in treno o mentre sono in coda per il caffè. E ne approfitto per immergermi in un romanzo, in una detective story o in un libro di management. Piuttosto che sostituire i libri tradizionali, l'iPad è un supplemento ideale». 
Luca de Biase, invece, solleva un problema importante. «Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico», scrive. E sottolinea come sia facile vedere i vantaggi di questa tecnologia: un dispositvo di lettura sempre connesso, con funzioni di ricerca nel testo e in più l'accesso a un negozio quasi illimitato. «Dunque non è difficile immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi. »Ma se il Kindle è la Biblioteca della Mente, si chiede Luca, alla fine é «un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri. La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?» 
Non è certo una domanda che prevede risposte facili. A me capita spesso di pensarci, quando guardo la pila di libri fisici sul comodino o i tanti volumi sugli scaffali. Danno in qualche modo la sicurezza di essere lì, di poterci rimanere, di costruire un insieme ordinato. I file ci sembrano fragili, basta poco a cancellarli, perderli, dimenticarli in qualche recondito anfratto di qualche cartellina periferica.Ma se superiamo l'affezione, l'abitudine ad un comportamento anche rituale, ci rendiamo subito conto che anche per i libri sta accadendo quello che succede con i nostri dati personali, con gli appunti, con piccole o grandi porzioni della nostra memoria. Oggi molti di noi conservano queste «fette» di vita nella nuvola del cloud computing: le mail, le foto, la musica, i file sono tutti custoditi da una serie di servizi che non possediamo più, ma che ci garantiscono l'accesso da qualsiasi dispositivo e/o da qualsiasi punto del mondo. I libri non faranno eccezione: non ne avremo più il possesso fisico, ma godremo dell'accesso. E' già accaduto con tanti altri pezzi della nostra sfera vitale e lo abbiamo accettato senza troppo dispiacere. La trasformazione che stiamo vivendo intorno al libro è solo una parte di una trasformazione più grande, quella in cui stamo ridisegnando il modo di governare la conoscenza umana. 
La carta non morirà, nè saremo costretti a separarcene se non vogliamo. Ma la nostra biblioteca personale dei prossimi anni, forse, sarà molto diversa da quella fatta di volumi di carta affiancati e disposti ordinatamente su dei mobili. Magari sarà sempre più sociale, magari assomiglierà a Goodreads, sarà un posto in cui abbiamo contemporaneamente accesso ai nostri libri letti, alle letture degli altri e ai libri ancora da leggere. O magari sarà qualcosa che oggi ancora non possiamo immaginare, come solo pochi anni fa non immaginavamo YouTube.E' un passaggio che abbiamo già consumato altre volte, ad esempio con le fotografie (che custodivamo gelosamente nei cassetti e negli album e che oggi sono nella nuvola di Flickr, di Facebook o del nostro social network preferito). Queste transizioni diventano normali solo se un numero sufficiente di persone le trova vantaggiose. E anche se -come è ovvio- ogni nuova soluzione porta con sè nuovi problemi, forse vale la pena di guardare al futuro come a un'altra bella avventura ricca di stimoli per chi ama la lettura. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=285&ID_articolo=34&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Si rischia una ricaduta in recessione?]]></title><description><![CDATA[Evans e Stiglitz a confronto, si rischia ricaduta in recessione? 
Di Francesca Gerosa 
Evans e Stiglitz a confronto. Si rischia o no la ricaduta in una seconda recessione? Per il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, no, perlomeno negli Usa. Per il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, sì. A chi credere? Per il primo appare "improbabile" la ricaduta in una seconda recessione anche se i rischi sono più alti oggi di quanto non lo fossero sei mesi fa. 
Per il secondo l'Europa rischia di rientrare in recessione, un rischio dettato semplicemente dal fatto che i Governi tagliano le spese per ridurre il deficit. Il professore della Columbia University di New York ha sottolineato che "tagliare a casaccio gli investimenti ad alto rendimento solo per fare in modo che il quadro del deficit appaia migliore è veramente insensato". 
Il premio Nobel ha puntato il dito contro l'obiettivo di tenere il deficit al di sotto del 3% del Pil. "L'Europa rischia una seconda recessione (double-dip) perché molti in Europa si stanno concentrando sul numero artificiale del 3%, che non è reale e guarda solo a un lato dei bilanci", ha spiegato Stiglitz. 
Per Evans l'economia Usa è in una fase di recupero "estremamente modesta", tuttavia, si intravedono dei segnali "incoraggianti" e per questo una seconda recessione non è la possibilità "più probabile". C'è qualche indizio di stabilizzazione dei prezzi delle case e qualche segnale incoraggiante di una ripresa generale dell'economia anche se ancora "certamente non siamo fuori dal tunnel". 
Per Stiglitz il problema è che l'Europa sta uscendo da questa crisi molto velocemente "e quello che stiamo facendo è metterci in una condizione di malessere in stile giapponese a lungo termine caratterizzata da crescita debole per un certo periodo di tempo". 
Ed è altrettanto inquietante che le persone parlino di questo "come di una nuova normalità", soprattutto alla luce del fatto che una disoccupazione al 10% "sarebbe devastante". Facendo riferimento al mercato del lavoro Usa, anche Evans ha notato come sia in una condizione "molto impegnativa" e ha stimato che il tasso di disoccupazione si attesterà intorno all'8% nel 2011, quando in una economia sana dovrebbe essere al 5%. 
Affrontando poi la questione del sistema bancario, riferendosi in particolare alla situazione di Irlanda e Stati Uniti, Stiglitz ha detto di ritenere che facendo una corretta valutazione di mercato di alcuni asset "le banche avrebbero bisogno di aumentare di più il capitale e alcune potrebbero rischiare la bancarotta". 
Per il presidente della Federal Reserve di Chicago troppe regole per i mutui potrebbero limitare il credito disponibile e danneggiare chi ha bisogno di ricevere un prestito. In questa fase dell'economia, ha continuato Evans, bisogna intensificare lo sforzo per una "alfabetizzazione" finanziaria dei potenziali acquirenti di casa piuttosto che varare regole più severe. 
Evans ha rilevato che le misure del governo per eliminare i prodotti sui mutui che non incontrano determinati standard se da una parte possono evitare la sottoscrizione di prestiti rischiosi, dall'altra diminuiscono il ventaglio di opzioni a disposizione. "Prodotti specializzati (ad alto rischio) possono in effetti essere appropriati per certe categorie di persone, dunque", ha osservato, "questa politica potrebbe avere dei costi". Una ricetta che dovrebbe prevenire un'altra crisi del settore e un'ondata di pignoramenti. 
http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?chkAgenzie=TMFI&id=201008241555594308]]></description><pubDate><![CDATA[25/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Google]]></title><description><![CDATA[21/8/2010 
Google tra mito e realtà MARCO PANCINI* 
Google nasce come azienda tecnologica impegnata a creare soluzioni per il reperimento rapido delle informazioni sul Web. La tecnologia è anche ciò che ci consente di garantire agli utenti il massimo controllo sulle informazioni che ci forniscono. Privacy e tecnologia per Google sono due aspetti strettamente connessi. A questo proposito, crediamo sia oggi più che mai opportuno distinguere tra mito e realtà. 
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Prima di lanciare questo servizio abbiamo voluto progettare delle soluzioni tecnologiche che garantissero la trasparenza e la libertà di scelta dei nostri utenti. La risposta è data oggi dal pannello di controllo che permette di gestire le preferenze degli annunci associati al proprio browser (google.com/ads/preferences), aggiungere o rimuovere categorie ed effettuare, se lo si desidera, opt-out definitivo dal servizio. Questo pannello è raggiungibile anche mediante il link al nostro Centro Privacy posto sulla home page del motore. Mito. E’ difficile tornare in possesso delle informazioni date a Google Realtà. Il valore competitivo per aziende come la nostra è dato dalla fiducia degli utenti, che per Google non significa incatenarli ai propri servizi ma lasciarli in controllo dei propri dati. Iniziative come Data Liberation Front (www.dataliberation.org ) sostengono il diritto degli utenti di controllare le informazioni conservate nei diversi prodotti e servizi Google. Questo consente, ad esempio, di chiudere un account Gmail e trasferire i propri contatti su un altro provider di posta elettronica. Crediamo che la concorrenza stimoli l’innovazione e vogliamo che chi sceglie i nostri servizi lo faccia perché rispondono a dei bisogni. Mito. Google vende i dati dei propri utenti alle aziende e li comunica ai governi Realtà. Non cederemo mai a nessuna azienda le informazioni personali che possono identificare i nostri utenti, senza il loro consenso esplicito. Sulla home page del nostro motore è disponibile un link privacy attraverso il quale si può accedere a tutte le informazioni relative alla tutela dei dati personali e leggere che Google collabora con le istituzioni nella repressione del crimine informatico, rispondendo alle richieste di informazioni che sono formulate nel rispetto della legge. 
Anche in questo caso la nostra è stata una scelta di trasparenza che si è concretizzata in un sito (google.com/governmentrequest) attraverso il quale è possibile avere informazione relativi alle richieste formulate a Google dai Governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli dell’importanza assunta oggi dal tema della privacy nel mondo online ed è per questo che manteniamo un dialogo aperto con tutti voi e con le autorità predisposte a tutelare questo diritto. Riteniamo che dialogo e tecnologia siano le risposte per proteggere la privacy online e permettere di avere pieno controllo sulle informazioni personali quando utilizzate i nostri servizi. *European Senior Policy Counsel di Google 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7731&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[21/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La Cina sopra di noi...]]></title><description><![CDATA[17/8/2010 
Un primato nascosto dal mini-yuan STEFANO LEPRI 
Dal punto di vista dell’Occidente, anzi di tutto il resto del mondo, sarebbe stato meglio che questo sorpasso avvenisse prima. Il conteggio che dà il Pil cinese avanti a quello del Giappone è fatto con lo yuan al cambio di mercato. Ossia quel cambio attentamente pilotato dalle autorità cinesi che gli Stati Uniti per alcune ragioni, l’Europa per altre, i paesi asiatici concorrenti della Cina per altre ancora, il Fondo monetario internazionale per tutte quante, vorrebbero vedere assai più forte degli 8,69 per euro e 6,79 per dollaro di ieri. 
Addirittura al primo posto la Cina da tempo si trova già per produzione dell’industria manifatturiera: è la «fabbrica del mondo» da cui esce il 21,5% di tutte le merci (cinque volte e mezzo la quota italiana, secondo calcoli della Confindustria). Altri primati connessi a questo erano stati già registrati: primo consumatore mondiale di energia, di cemento, di svariate altre materie prime. Ed è ormai un capitalismo anche azionario: al momento, tra le 10 società mondiali con maggiore capitalizzazione di Borsa, 4 sono cinesi. 
Se il prodotto interno lordo della Cina si contasse in yuan più forti, i mutamenti non riguarderebbero soltanto queste classifiche un po’ oziose. La Cina venderebbe un po’ di meno, causa prezzi più alti, e comprerebbe di più, perché avrebbe un maggiore potere d’acquisto. E’ un’altra per noi la notizia migliore arrivata da Pechino questa estate, come ha rilevato The Economist dandogli la copertina due settimane fa: gli aumenti salariali di recente concessi in molte industrie cinesi aiuteranno a recuperare posti di lavoro in tutto il mondo. 
Dove la Cina non fa record, infatti, è nel tenore di vita della sua popolazione, rimasto indietro rispetto al travolgente successo delle sue imprese manifatturiere. Certo, grandi cifre si trovano anche lì, ma solo perché i cinesi sono tanti: il maggior numero di telefonini (785 milioni) il maggior numero di auto vendute e così via. Non è abbastanza: nel decennio del miracolo cinese, 1995-2005, la produttività è quintuplicata, i salari si sono soltanto triplicati. Forse ora comincia il recupero. 
Soltanto con una crescita dei consumi interni diventerebbe stabile il forte contributo alla ripresa dell’economia mondiale che il colosso dell’Oriente ha dato nell’ultima annata. Invece in queste settimane guardiamo verso Pechino con il timore che la spinta si affievolisca. E’ probabile che la Cina vi sia costretta, perché troppo della rapida uscita dalla crisi si deve a investimenti pubblici e credito facile; non si può continuare all’infinito ad aprire nuove fabbriche se il pianeta resta quello che è, e i prezzi delle case sono troppo alti. Proprio perché la Cina rallentava il Giappone si è quasi fermato. Se rallentasse ancora, ce ne accorgeremmo anche in Europa. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7718&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[17/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Governo di manigoldi e di incapaci]]></title><description><![CDATA[17/8/2010 
La politica dimentica l'economia 
MARIO DEAGLIO 
Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito - se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi - che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica. 
Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese. 
Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni. 
Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale. 
L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci. 
Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio - tra i quali il varo della recente manovra - che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi. 
Chi li acquisterà? Una parte rilevante - si può stimare un po’ più della metà - sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se - e a che prezzo - acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante. 
Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia. 
Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi. 
mario.deaglio@unito.it http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7716&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[17/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Cina da record tenta il sorpasso]]></title><description><![CDATA[16/8/2010 (7:32) 
Economia giapponese in frenata 
Cina da record tenta il sorpasso 
Mentre in Giappone desta qualche preoccupazione il rallentamento della crescita finanziaria, Pechino in corsa per la promozione al top dell'economia mondialela si appresta al sorpasso per diventare ufficialmente la seconda superpotenza entro la fine 2010 . Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che l'evento rappresenterebbe un fatto storico senza precedenti per un Paese considerato «emergente». Per il momento il colosso nipponico mantiene la posizione almeno nel primo semestre dell'anno in termini di prodotto interno lordo (Pil) nominale, come emerso dai dati diffusi dal governo, ma incalza dopo la florida crescita dei cugini asiatici nel periodo aprile-giugno. 
Nel secondo trimestre il Pil giapponese è risultato pari a 1.288 miliardi di dollari, meno dei 1.339 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo dall'indicatore cinese e il fatto che il sorpasso accada nel secondo trimestre indica che ci sono buone chance per la Cina di battere il Sol Levante anche su base annuale. «Si tratterebbe di un risultato storico, una pietra miliare: è impressionante il fatto che la Cina sia riuscita a mantenere elevati tassi di crescita anche quando molti paesi si trovavano ad affrontare tempi duri», osserva Bruce Kasman, capo economista di JPMorgan Chase. Una volta che i dati definitivi per il 2010 saranno diffusi, «molti economisti si attendono che la Cina sorpassi il Giappone come seconda economia al mondo. Il gap fra i 5.000 miliardi di dollari dell’economia cinese e i quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana resta ampio, e anche mantenendo gli attuali tassi di crescita - spiega il Wall Street Journal - ci vorranno almeno dieci anni o più per Pechino per raggiungere gli Stati Uniti». Circa 10 anni fa la Cina era la settima economia al mondo: poi ha superato la Germania e nel 2007 Pechino ha conquistato il terzo posto. Per il 2010 gli analisti si attendono per la Germania il quarto posto, il quinto per la Francia, il sesto per il Regno Unito. Al settimo posto l’Italia seguita all’ottavo dal Brasile. 
Dai calcoli ufficiali, il Pil nominale del Giappone per il primo semestre dell’anno ammonta a 2.578,1 miliardi di dollari, contro i 2.532,5 miliardi di dollari di quello cinese. Tuttavia, il governo di Tokyo ha riconosciuto che il Pil nominale della Cina ha superato quello del Giappone nel corso del secondo trimestre (da aprile a giugno). Il Pil nominale cinese in questo periodo ammonta infatti a 1.336,9 miliardi di dollari, mentre quello giapponese ammonta a 1.288,3 miliardi di dollari. 
Il governo giapponese ha fornito queste cifre annunciando che il proprio Prodotto interno lordo (Pil), espresso in termini reali, è cresciuto appena dello 0,1% nel secondo trimestre del 2010, molto al di sotto delle aspettative. Si tratta di un netto rallentamento della crescita del paese nipponico, in comparazione a quella registrata nei due trimestri precedenti. 
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57643girata.asp]]></description><pubDate><![CDATA[16/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[C'era una volta il lavoro...]]></title><description><![CDATA[Chi ha paura del lavoro 
di ILVO DIAMANTI 
C'ERA una volta il lavoro... Garanzia di reddito, riconoscimento, posizione e mobilità sociale. Dava senso e speranza nel futuro. Principio istituzionale e costituzionale su cui si fonda la Repubblica, ha fornito lo statuto della nostra identità pubblica e privata. Il lavoro. Bisognerà ripensarci e ripensarlo, perché oggi non è più in grado di assolvere a questi fini. Non solo perché ormai è volatile e globalizzato come l'economia. Spostare la produzione - e l'occupazione - in Serbia, Romania, Cina o Tunisia è questione di costi e benefici. E non da oggi. La delocalizzazione non l'ha certo inventata la Fiat di Marchionne. È che si è creato un divario troppo largo fra il significato e la realtà. 
Fra il ruolo attribuito al lavoro nell'organizzazione e nell'etica - sociale e personale. E ciò che sta diventando ed è divenuto. Nei fatti. Possiamo insistere sulle virtù - e sulla ragionevole esigenza - della flessibilità. Tuttavia, genitori e figli, giovani e adulti continuano a preferire il posto fisso. Per il 60% degli italiani: uno dei due requisiti privilegiati nella ricerca del lavoro (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2009). Peraltro, il 47% delle persone (Demos per Unipolis, Osservatorio sulla sicurezza, Maggio 2010) oggi considera la disoccupazione - cioè: la perdita oppure l'assenza di lavoro - la prima preoccupazione. Nel 2007 questo problema era ritenuto prioritario da poco più del 20% dei cittadini (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2007). 
Non si tratta di una paura localizzata, che tocca le aree più vulnerabili del Mezzogiorno. La disoccupazione, infatti, è in testa anche alle preoccupazioni della popolazione di Vicenza. Mitico cuore del mitico Nordest. Dove si rilevano da decenni i minimi indici di disoccupazione. Ebbene, nel Vicentino, 1 persona su 2 (per la precisione: il 49,2 %) considera la disoccupazione la prima emergenza da affrontare (Demos per Associazione Industriali e Fondazione Palazzo Festari, 1300 interviste, Maggio 2010). Nel 2003: 13,2%. Nel 2001: 8,1%. La paura di perdere il lavoro, cioè, fra i vicentini è aumentata del 600% in meno di dieci anni. Il che, ovviamente, si giustifica, in parte, con la "disabitudine" a un problema, in precedenza, irrilevante. Tuttavia, anche per questo, il lavoro appare indebolito nella gerarchia dei valori personali. D'altronde, non gratifica più come una volta. Si dice, infatti, soddisfatto del lavoro il 56,8% dei vicentini. Dieci anni fa era l'80,8%. E se ciò succede a Vicenza, una società totalmente coinvolta nel lavoro, figurarsi altrove. 
Anche in questo modo si spiega lo slittamento verso il basso della posizione sociale ed economica percepita dalla popolazione. Oggi, infatti, il 49% degli italiani dichiara di appartenere ai ceti popolari oppure alla classe operaia. Sì, proprio alla "classe operaia". Così si definisce ancora il 37% degli italiani. Anche se gli operai, notoriamente, non esistono più. Sono scomparsi insieme al lavoro. E per dimostrare la propria esistenza debbono ricorrere a proteste clamorose. Fino ad allestire un'Isola dei Cassintegrati all'Asinara. Rischiando di passare per giapponesi che continuano la guerra. Senza sapere che la guerra è finita. Da tempo. 
Tuttavia, un italiano su due oggi si sente classe operaia o popolare: 10 punti percentuali più rispetto al 2006. Mentre il 44% si colloca fra i ceti medi. (Era il 53% solo 4 anni fa, quando la società italiana era davvero "media".) Il residuo 5-6% (costante nel tempo) si sente e si dichiara "borghesia, classe dirigente". Lo ripetiamo: c'è uno squilibrio ampio tra il significato e la realtà del lavoro. Il lavoro continua ad avere un ruolo prevalente nel definire non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le aspettative e gli orientamenti delle persone. Lo stesso Berlusconi utilizza la propria biografia "professionale" come esemplare. La prova che "tutti ce la possono fare". Partire dal nulla e arrivare in cima al mondo (o, almeno, fino ad ora: all'Italia). 
Eppure l'italian dream, che egli interpreta ed esibisce, oggi non funziona più. Se il lavoro genera solo - o prevalentemente - preoccupazione. Se, invece che un "ascensore sociale", diventa uno "scivolo". Che spinge quote crescenti di popolazione nella "classe operaia". Cioè: nell'oblio, visto che la classe operaia è stata cancellata. Mentre gli attori che ne rappresentano gli interessi appaiono sempre più periferici. Gli stessi sindacati godono (si fa per dire...) della fiducia di circa un quarto della popolazione. E di poco più del 20% tra i lavoratori. D'altra parte, la loro base di iscritti è in maggioranza composta da pensionati. 
Intanto, quasi 2 italiani su 3 ritengono che negli ultimi 5 anni la loro posizione sociale sia peggiorata. Un destino che interessa il 72% di coloro che si sentono classe operaia. Difficile, dunque, non porsi qualche dubbio sul nostro futuro, se il fondamento della nostra carta costituzionale, cioè il Lavoro: a) non offre certezze durature e tanto meno stabilità, al Sud, al Centro, al Nord e perfino nel Nordest; b) diventa il principale fattore di preoccupazione sociale e familiare; c) non genera mobilità sociale, se non verso il basso; se, ancora, d) metà della popolazione si sente classe operaia (e popolare) ma si insiste a negarne l'esistenza. 
Se tutto ciò è vero e riguarda tutte le fasce di popolazione (ma soprattutto i più giovani) allora resta da capire se vi sia una soluzione o, almeno, un rimedio. Per affrontare, o almeno, sopportare il declino del lavoro. E di tutto ciò che rappresenta, sotto il profilo fattuale e simbolico, materiale e normativo. L'unico riferimento possibile è, sicuramente, la "famiglia". Considerata, insieme all'arte di arrangiarsi, il marchio specifico dell'identità italiana dagli italiani stessi. Le vicende del nostro tempo non possono che accreditare questa idea. Vista l'importanza assunta dai legami familiari nelle attività economiche, nelle carriere professionali. E - in questi tempi - nelle vicende politiche. Tuttavia, a maggior ragione, temiamo il declino (l'eclissi?) del lavoro. Temiamo coloro che non lo temono. Ne temiamo gli effetti economici ma anche - e anzitutto - "ideologici". Ebbene sì: il ritorno trionfale del "familismo" ci spaventa. 
(15 agosto 2010) © Riproduzione riservatahttp://www.repubblica.it/politica/2010/08/15/news/mappe_diamanti-6297736/]]></description><pubDate><![CDATA[16/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La storia della FIAT continua...]]></title><description><![CDATA[Lavoce.info 
TUTTE LE BANDIERE DELL'AUTO ITALIANA 
di Matteo Ferrazzi e Andrea Goldstein 02.08.2010 
La storia della Fiat è intrecciata con quella dell'industria italiana. Per questo non dovrebbero sorprendere le recenti decisioni del gruppo torinese di trasferire gli stabilimenti produttivi in paesi emergenti. In un contesto internazionale dove la produzione mondiale di veicoli è crollata, le grandi imprese -la Fiat più di altre- cercano di produrre in paesi a più basso costo con inevitabili riflessi sul nostro sistema di relazioni industriali. Iniziare il dibattito sul tema già due anni fa avrebbe aiutato a gestire meglio il problema. 
Che la storia dell’industria italiana negli ultimi cento anni sia stata indissolubilmente legata al Gruppo Fiat è un fatto. Non soltanto perché l’impresa torinese di autoveicoli e, per gran parte del XX secolo, di molte altre cose ha dominato in termini dimensionali il panorama nazionale e si è ritagliata una posizione internazionale quasi unica per il capitalismo italiano. Ma anche perché è nelle fabbriche, negli uffici e nei laboratori della Fiat che sono maturate molte delle condizioni che hanno permesso all’Italia di cogliere le opportunità storiche che si sono presentate per partecipare alle dinamiche dell’economia internazionale. Si pensi al fordismo, alla divisionalizzazione, alla formalizzazione della ricerca e sviluppo come funzione aziendale. Senza peraltro dimenticare che decenni di politiche di intervento pubblico a favore del “campione nazionale” non sono state sempre sufficienti per sanare alle debolezze intrinseche del sistema industriale italiano. 
DA MIRAFIORI ALLA SERBIA 
Se allora la Fiat è così importante, le trasformazioni che l’azienda sta vivendo e che sono destinate ad una brusca accelerazione con la scissione tra Fiat e Fiat Industrial e la realizzazione del progetto Fabbrica Italia meritano una riflessione approfondita. Sorprende invece che la prima reazione allo spostamento di una parte importante della produzione da Mirafiori alla Serbia sia di considerare la decisione … sorprendente! 
Eppure non era affatto difficile capire che la Serbia sarebbe divenuta una delle più importanti basi produttive europee della Fiat, e che questo sarebbe accaduto a scapito dell’Italia. Si poteva capire già due anni fa. Perché? Perché è la Fiat stessa che ha più volte spiegato, da due anni a questa parte, le implicazioni della joint venture con il governo serbo, finalizzata a produrre a Kragujevac intorno alle 200 mila unità (che avrebbero potuto diventare 300 mila a regime). I giornali serbi hanno spesso rilanciato il tema: non poteva essere altrimenti, visto che la produzione Fiat è destinata a rappresentare un quarto di tutto l’export. 
In un contesto di sovracapacità produttiva mai così elevata a livello internazionale, era chiaro che tra Pomigliano, Mirafiori e Kragujevac e Tychy sarebbero state le fabbriche italiane a subire le conseguenze peggiori. Non certo Tychy, che è tra le più efficienti e moderne fabbriche d’Europa: ha prodotto, già nel 2008, altrettante auto a marchio Fiat (escludendo Lancia, Alfa, ecc.) di quante ne siano state prodotte in Italia, ha continuato a produrre a piena capacità produttiva anche nel bel mezzo della crisi e non caso vi furono inviati rapidamente i tecnici della Chrysler per vedere come si produce la Cinquecento. 
Certo è legittimo discutere del metodo e della tempistica in cui la decisione è stata assunta, e dell’opportunità di accusare il sindacato, ma non del diritto della Fiat di rinunciare a lottare con la gestione di certificati medici falsi e assenteismo a Pomigliano per concentrarsi sulla costruzione di una nuova fabbrica. Inoltre, è bene ricordare che la decisione di produrre il monovolume LO in Serbia è una decisione tutto sommato coerente con le trasformazioni in atto nella geografia globale della produzione automobilistica, che si muove sempre più verso i paesi emergenti. 
LA PRODUZIONE DI VETTURE NEL MONDO 
Secondo l’OICA, la produzione mondiale è crollata da 70,5 milioni di veicoli nel 2008 a 61 milioni nel 2009 ed il commercio mondiale di auto è calato di oltre 180 miliardi di dollari. I paesi emergenti hanno prodotto nel 2009 – ed è la prima volta nella storia - più autoveicoli che Europa Occidentale, Nord America e Giappone. Nel 2009, la Cina è divenuto il primo produttore al mondo, scavalcando il Giappone. Il Giappone produceva un decennio fa il 60% dei veicoli prodotti in Asia, oggi solo il 25%; gli Usa producevano il 70% dei veicoli prodotti nel continente americano, oggi il 45%. In ambito europeo, sono i paesi dell’Europa dell’Est a fare la parte del leone: un veicolo europeo su quattro è prodotto all’Est (era meno del 10% un decennio addietro). 
Nel corso dell’ultimo decennio, invece, la produzione di veicoli in Italia si è più che dimezzata. Nel 2009 in tutte le fabbriche automobilistiche italiane sono stati prodotti 843 mila veicoli, includendo sia le auto che i veicoli commerciali. Nel 2008, ultimo anno per cui questi dati sono disponibili, la Fiat era uno dei costruttori che meno produceva nel proprio paese – poco più di un terzo delle proprie vetture, mentre per esempio più della metà delle Toyota sono prodotte in Giappone e percentuali ancora più alte si osservano per Hyunday, Chrysler e Daimler: i maggiori produttori producono infatti il 40 per cento delle vetture nel paese di origine (il 38% nel caso dei produttori europei). Altro dato interessante è che solo per la Suzuki l’area Bric (cioè Brasile, Russia, India e Cina) è più importante rispetto a quanto non lo sia per la Fiat. 
Perché la sostituzione produttiva Est-Ovest è proseguita a pieno regime durante la crisi? Nel caso del Gruppo Fiat, la scelta di avere un “interesse strategico” verso la Serbia è stata resa possibile da una serie di passi del governo serbo verso l’UE, fin dalla firma del Patto di Stabilizzazione e Associazione nell’aprile 2008. I salari dei lavoratori serbi, inoltre, sono circa il 55-60% di quelli dei lavoratori polacchi o cechi, il 65% di quelli ungheresi e slovacchi, un terzo dei salari sloveni. Hanno giocato poi la tassazione vantaggiosa (solo del 10% per le imprese), il basso costo dei terreni, e la competenza e tradizione nella produzione di auto. Anche la città di Kragujevac ha concesso esenzioni e agevolazioni fiscali. L’industria serba dell’auto già conta circa 85 imprese (un terzo sono straniere come ad esempio Michelin, Dräxlmaier, Delphi e la cinese DongFeng) e occupa 150 mila lavoratori. 
UNA VICENDA STRATEGICA. PER IL PAESE 
Tutto ciò è destinato a ridisegnare i rapporti commerciali tra l’Italia e la Serbia, e più in generale con i Balcani. Già oggi l’import italiano di vetture si rivolge in maniera crescente verso la Polonia e gli altri paesi dell’Est Europa. In compenso Polonia, Brasile e Turchia hanno assorbito nel 2008 un quarto delle esportazioni piemontesi di componenti auto, mentre dal 1999 ad oggi le vendite in Argentina sono raddoppiate e quelle in India sono triplicate.Insomma, le vicende attuali della Fiat sono abbastanza strategiche per il paese da meritare un dibattito serio su una serie di questioni fondamentali – per sviluppare il settore auto in tutte le sue componenti, dalla progettazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla produzione dei componenti, è necessario che la Fiat (dato che nessun altro produttore mondiale lo ha mai fatto) produca in Italia? Se sì, cosa bisogna cambiare nell’architettura della politica industriale, nel sistema delle relazioni industriali, nell’articolazione dei rapporti tra università, ricerca e imprese? C’è spazio per misure focalizzate di attrazione degli investimenti esteri, magari nel Mezzogiorno? Sfortunatamente il tema è stato tabù per due anni, un periodo in cui invece non sono mancati gli elogi verso Torino per la conquista della Chrysler. Una coincidenza che lascia il sospetto che dietro ci sia non solo un problema industriale ma anche un grande problema mediatico (1), con i principali media italiani molto distratti sulle tematiche industriali e su tutte le tematiche che riguardano i paesi esteri. Il dibattito sul tema doveva iniziare parecchi mesi fa (forse due anni fa), e probabilmente questo avrebbe aiutato a gestire meglio il problema. Ora l’affollarsi di medici (politica in primis) intorno al paziente appare alquanto tardiva. 
(1)A titolo di esempio, uno dei principali quotidiani italiani ha dedicato negli due ultimi anni (dalla primavera del 2008, quando l’investimento è stato annunciato, ai primi di luglio 2010) un numero di articoli sul tema Fiat/Serbia pari a quelli dedicati allo stesso tema in una sola settimana, quella dal 20 al 27 luglio 2010. Al contrario sia i media serbi che i principali business providers hanno mantenuto viva l’attenzione sul piano Fiat in Serbia per parecchi mesi. 
* le opinioni espresse sono quelle degli autori e non possono in alcuna misura essere assimilate a quelle delle istituzioni di appartenenza. 
 http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001855.html]]></description><pubDate><![CDATA[15/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT & MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA]]></title><description><![CDATA[MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA 
di Carlo Scarpa 27.07.2010 
La Fiat è stata al centro di tanti avvenimenti negli ultimi mesi. Mettere ordine in questa storia fa emergere una tendenza ad una internazionalizzazione sempre più spinta. Il ruolo dell'Italia nei piani di Fiat sarà sempre più limitato. Tanto che non si capisce se i progetti Fabbrica Italia erano solo fumo negli occhi, o il tentativo di far passare delle scelte (legittime) ormai compiute come colpe del sindacato. 
Da diversi mesi Fiat è protagonista di una serie di azioni e annunci, sui quali potrebbe essere utile mettere ordine. Dopo l’acquisizione di una quota significativa in Chrysler e il tentativo di acquisire Opel (tentativo fallito anche perché alla fine Opel non è stata venduta), in aprile è stato lanciato il programma Fabbrica Italia, un piano ambizioso fatto di ampliamenti della capacità produttiva, della chiusura di Termini Imerese, del potenziamento di Pomigliano (riportando in Italia produzioni oggi effettuate in Polonia). L’inizio dell’attuazione di questo piano – la diatriba su Pomigliano, il referendum ecc. – ha già avuto luogo, sollevando i problemi che conosciamo. Poi, l’annuncio della creazione e quotazione separata di due imprese (da una parte l’auto, dall’altra il resto) e infine l’annuncio dello spostamento di produzioni da Mirafiori alla Serbia.La sola elencazione degli avvenimenti verificatisi in questi pochi mesi è così lunga da lasciare perplessi. Che esista una strategia volta all’espansione è evidente e comprensibile. Ma le forme che questa strategia assume in Europa lasciano perplessi. E l’attuazione di questa strategia, ancora di più. 
FABBRICA ITALIA: COSA C’È OLTRE GLI ANNUNCI? 
In particolare si fatica a ravvisare una coerenza nei progetti attorno all’etichetta Fabbrica Italia. Fin dall’inizio aveva destato dubbi l’idea di espandere la capacità produttiva in un settore nel quale da parecchi anni si denuncia l’eccesso di capacità produttiva, almeno in Europa. Acquisire Opel poteva avere un senso, creare nuovi impianti, soprattutto in Italia, meno.Riguardo all’Italia gli elementi di dubbio erano ancora maggiori. Chiudere Termini forse è inevitabile. La posizione dell’impianto è infelice. L’impianto è probabilmente troppo piccolo per potere conseguire economie di scala rilevanti. Nonostante sforzi di decenni, attorno a Termini Imerese resta una specie di deserto nel quale le industrie locali non sono fiorite come si sperava. Espandere Pomigliano è parsa invece da subito una scelta molto coraggiosa. Tanto coraggiosa da sembrare quasi velleitaria.Se proprio vogliamo espandere la capacità produttiva, perché farlo in Italia quando esistono in giro per il continente diverse alternative caratterizzate da costi del lavoro minori, possibilità di sviluppo infrastrutturale più favorevoli, maggiori capacità dei governi locali di incentivare gli investimenti? Sembrava un gesto di vera responsabilità sociale rispetto all’Italia, paese che aveva dato tanto alla Fiat (ma, ricordiamo, al quale comunque la stessa Fiat aveva dato tanto: difficile fare i conti in modo preciso).Ma Fiat ha veramente intenzione di effettuare questo investimento? Visto come ha gestito la partita, i dubbi credo siano legittimi. Le proposte ai sindacati come contropartita erano tutto sommato ragionevoli (condividiamo le opinioni già espresse da Pietro Ichino) ma la mancanza di un accordo ha aperto scenari complessi. Anche il referendum non era uno strumento molto utile. Perché il problema di Fiat non era la maggioranza, ma convincere la quasi totalità dei lavoratori a seguirla. Solo a queste condizioni avrebbe avuto una speranza di dire basta all’assenteismo. Non una certezza, ma almeno una speranza.La Fiom ha detto di no al contratto, e molti dipendenti con lei. Ha detto di no ai principi del contratto, e a questo punto l’unica speranza della Fiat sarebbe stata – una volta subito il no di principio – di cercare invece l’accordo con Fiom sulle cose concrete. Da lì a poco, si sono invece avuti alcuni comportamenti di insolita durezza proprio contro sindacalisti Fiom in altri impianti: la cosa giusta da fare se si voleva rompere con Fiom e essere “costretti” a rinunciare al progetto di Pomigliano, non certo se il fine era invece l’accordo. Sarò lieto di essere sorpreso nel futuro, ma a oggi le probabilità che il rilancio di Pomgliano avvenga non sono molte, a meno che non intervengano masse di denaro pubblico.È poi difficile da inquadrare in Fabbrica Italia anche l’idea di spostare produzioni dal Piemonte alla Serbia. Ma se mettiamo questo insieme alla chiusura di Termini Imerese e al probabile fallimento di Pomigliano, cosa resta dell’intero progetto? Parrebbe nulla. Era una finzione? Fatichiamo a crederlo, ma le spiegazioni alternative non sono tante. 
 FIAT AUTO SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE. ABITUIAMOCI. 
In parallelo, lo spin off di Fiat auto, che da qui a pochi mesi acquisirà lo status di impresa separata e indipendente. Il senso finanziario della cosa è evidente: le imprese troppo complesse non piacciono ai mercati, che le vedono come dei “portafogli” di titoli. Ma ogni investitore preferisce decidere lui stesso cosa mettere nel suo portafoglio; quindi, di norma meglio avere titoli più identificabili. Ma dal punto di vista industriale?Sotto questo profilo la separazione può servire o per consentire alla famiglia Agnelli di uscire dall’auto, o per attirare nuovi partner interessati all’auto (ma non al resto). Dopo lo sforzo e la scommessa su Chrysler, la prima opzione sembra poco logica, mentre la seconda lo è di più. Ma, attenzione, questo ragionevolmente significa un baricentro dell’impresa sempre più lontano dall’Italia. Sia come produzioni (i mercati in maggiore espansione non sono certo quelli nostrani) sia come centro di comando (a meno che i nuovi partner siano italiani, ma non si vede chi).In questa chiave, il progetto Fabbrica Italia ha sempre meno significato. Investire su Pomigliano è difficile da giustificare. L’investimento in Serbia, con tanto denaro pubblico che l’Italia non può mettere sul tavolo, ha invece molto più senso. Questa chiave di lettura avvalora il sospetto che il progetto di ampliare le produzioni in Italia (e la sua gestione) fossero solo un modo per poter dire “ci abbiamo provato, ma i sindacati non ci hanno voluto”.Non sarebbe un finale che fa bene all’Italia. Ma ci dobbiamo abituare all’idea che se vogliamo che un’impresa (anche se legalmente italiana) investa in Italia e non altrove occorre che questa impresa trovi qui le condizioni più favorevoli. Aiuti di stato, faremo sempre più fatica a darne sia perché in cassa lo Stato ha poco, sia perché l’Europa è sempre più esigente a riguardo. Se le condizioni infrastrutturali, le pastoie burocratiche e le relazioni industriali restassero quelle che sono, forse non sarebbe così strano se Fiat se ne andasse. Ma non sarebbe meglio se lo dicesse chiaramente, invece di investire in costosi spot sul futuro dell’Italia? 
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001846.html]]></description><pubDate><![CDATA[15/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Rischi per Internet]]></title><description><![CDATA[12/8/2010 
Un futuro pieno di rischi per Internet JUAN CARLOS DE MARTIN* 
A parte gli addetti ai lavori, finora poche persone - soprattutto in Italia - hanno colto uno degli aspetti più importanti di Internet, ovvero la sua relazione con l’innovazione. Tutti sono testimoni - quando non beneficiari diretti - dello straordinario flusso di innovazioni prodotto grazie alla Rete in questi anni. Ma relativamente pochi hanno finora colto le ragioni di fondo che hanno reso possibile tale esuberanza. 
Ragioni che non sono legate ad un’improvvisa maggior ingegnosità di informatici e imprenditori, ma piuttosto al fatto che per la prima volta gli innovatori avevano a disposizione una rete di telecomunicazione strutturalmente - potremmo dire: costituzionalmente - diversa dalle reti precedenti. La costituzione della Rete è caratterizzata, per esplicita volontà dei suoi inventori, da due aspetti essenziali: semplicità e apertura. Semplicità perché Internet, a differenza delle reti di telecomunicazione che l’hanno preceduta, è una rete «stupida», ovvero l’«intelligenza» - ciò che rende possibile i vari servizi online - è ai margini della rete stessa, nei nostri computer, non dentro la rete medesima, che si limita a smistare i bit il più velocemente possibile. Per introdurre un nuovo servizio, quindi, non è necessario aggiornare tutta l’infrastruttura di rete (come invece occorre fare nella telefonia), basta pubblicare un software. 
Apertura perché non occorre chiedere il permesso a nessuno per innovare su Internet: una ragazza con una buona idea, un computer e una connessione a Internet ha tutto ciò che le serve per realizzare e poi lanciare la sua idea al mondo. Basta che il suo software parli la lingua di Internet, ovvero, il cosiddetto «Internet Protocol», liberamente e gratuitamente utilizzabile da chiunque. Inoltre, apertura perché la Rete, per il principio della cosiddetta «neutralità della rete» (o di «non discriminazione»), tratta tutti i bit (che siano un documento o un file MP3) e tutte le applicazioni (che sia posta elettronica o video streaming) allo stesso modo, indipendentemente da mittente e destinatario. In linea di principio, quindi, i bit della ragazza e quelli di una multinazionale viaggeranno in rete allo stesso modo, senza discriminazioni. 
Questa rete strutturalmente aperta, senza guardie ai cancelli, ha reso possibile una stagione di innovazione senza precedenti, permettendo sia ad aziende affermate di evolvere, sia a brillanti innovatori di creare dal nulla applicazioni di grande successo, quando non addirittura nuovi mercati. 
L’innovazione, però, è uno di quei concetti a cui tutti tributano grandi omaggi a parole, salvo poi risentirsi molto se l’innovazione altrui perturba interessi consolidati da tempo. Da questo punto di vista, da oltre un decennio registriamo il fastidio - quando non il furore - con cui settori industriali consolidati, spesso a bassissimo tasso di innovazione, hanno accolto l’innovatività dal basso, non controllabile, di Internet e dei suoi utenti. 
Da un paio d’anni, però, diversi segnali suggeriscono che il confronto stia passando di livello, ovvero, non più battaglie di retroguardia da parte di attori incapaci di gestire il cambiamento, ma anche tentativi di apportare modifiche strutturali alla Rete da parte di alcuni grandi attori della Rete stessa. In particolare, da anni alcuni fornitori di servizio Internet vorrebbero essere autorizzati a far pagare un sovrapprezzo ai fornitori di contenuti o servizi (per esempio, YouTube o il sito di un quotidiano), che quindi si troverebbero a pagare più volte per gli stessi bit: una volta per accedere alla Rete tramite il fornitore A (come è normale) e poi di nuovo per raggiungere i clienti del fornitore B, quelli del fornitore C, e così via. 
Lunedì, però, c’è stato un fatto oggettivamente nuovo: una delle aziende che rappresentano con maggior evidenza l’innovazione legata alla rete, Google (fondata nel 1998), ha emesso un comunicato congiunto con una delle aziende eredi dello storico monopolio telefonico americano, Verizon (fino al 2000 nota come Bell Atlantic). Comunicato reso ancora più visibile da un editoriale apparso martedì 10 agosto sul «Washington Post» a firma congiunta Eric Schmidt e Ivan Seidenberg, gli amministratori delegati delle due aziende. 
In sostanza, con un documento molto conciso Google e Verizon chiedono al legislatore e al pubblico di includere in qualsiasi iniziativa normativa relativa a Internet nove punti a loro avviso ritenuti essenziali. Mentre la maggior parte di tali punti è in linea con l’ideale di una rete Internet aperta e non discriminatoria, due punti in particolare stanno invece sollevando pesanti interrogativi e critiche. Il primo punto riguarda l’esenzione dai vincoli di non discriminazione per l’accesso a Internet senza fili, richiesta giustificata con poco evidenti caratteristiche di «unicità» dell’accesso senza fili, nonché con la «dinamicità» di tali servizi. Se si considera che è proprio tramite l’accesso senza fili che si sta concentrando il maggior tasso di sviluppo di Internet, dall’accesso in mobilità da parte degli utenti alla cosiddetta «Internet delle cose», ci si rende conto che ciò che Google e Verizon stanno chiedendo di esentare dal rispetto del principio di non discriminazione è buona parte del futuro stesso di Internet. 
Il secondo punto, almeno altrettanto problematico, riguarda la possibilità di offrire «servizi online aggiuntivi». In pratica, a quel che è possibile capire, la creazione di un Internet-premium che si affiancherebbe, con modalità tutte da definire, a Internet tradizionale per offrire - ovviamente a pagamento – servizi per i quali non varrebbe il principio di non discriminazione. Gli interrogativi che solleva un tale scenario, se confermato, sono molti, ma ci si concentri sui potenziali effetti sull’innovazione. Se oggi la barriera all’ingresso per innovare in rete è, come abbiamo descritto, bassissima, l’innovatore del futuro potrebbe invece dover affrontare una giungla contrattuale causata dal dover negoziare, con ogni fornitore d’accesso Internet, come e a che prezzo raggiungere i suoi utenti sulla rete «premium». Avendo come unica alternativa quella di rimanere sulla vecchia Internet, quindi, di offrire la propria innovazione con minori prestazioni rispetto ai concorrenti, che magari saranno multinazionali nate quanto Internet era davvero neutrale. 
Google e Verizon avranno modo nelle prossime settimane di chiarire, se lo vorranno, l’effettivo significato delle parti più controverse del loro documento. Più in generale, però, è chiaro che per la Rete si sta per chiudere una prima fase della sua storia, caratterizzata dalle lungimiranti decisioni prese quarant’anni fa dai suoi inventori. Nei prossimi mesi starà a noi decidere se continuare a preservare con forza l’apertura di Internet anche per le prossime generazioni di innovatori. 
* Docente al Politecnico di Torinohttp://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7701&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[12/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Profitti delle aziende oggi...]]></title><description><![CDATA[I profitti delle aziende non finanziarie tornano ai livelli del 2007, ma sui listini resta uno sconto del 30% 
di Maximilian Cellino 
Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2010 alle ore 08:04. 
 Nell'immaginario collettivo, il 2008 resterà per molto tempo come una sorta di anno zero per il mondo economico e finanziario. La crisi innescata dai mutui subprime prima e amplificata dall'inaspettato, per certi versi, crack Lehman ha radicalmente mutato lo scenario per i mercati. «Niente sarà più come prima» è stato il motivetto ricorrente fra gli investitori. 
Niente, o quasi. Perché a guardare bene i risultati di bilancio trimestrali che le aziende europee e degli Stati Uniti stanno diffondendo proprio in questi giorni non sono certo poche le società che hanno fatto il pieno di utili. Molte di esse hanno addirittura raggiunto livelli da primato, superando anche quel 2007 che pareva destinato rimanere ineguagliato a lungo.Ma c'è di più. In Europa, quando ben 295 società componenti lo Stoxx600 (pari al 64% della capitalizzazione dell'intero listino) hanno già presentato i risultati dei primi sei mesi, cioè quelli più significativi in termini di peso nell'anno solare, si può azzardare una previsione: se nella restante parte dell'anno non si verificheranno «catastrofi» finanziarie – simili a quelle dell'autunno 2008, tanto per intendersi – il livello generale dei profitti aziendali potrebbe raggiungere in questo 2010 quello realizzato proprio nel 2007 dei record. Naturalmente il discorso vale per le società non finanziarie, perché le banche – pur in ripresa – restano ancora piuttosto lontane dai quei picchi. 
La forza della delocalizzazione. Tracciare l'identikit delle società che hanno bruciato i record in questo trimestre è per certi versi semplice. «Si tratta – spiega Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr – in generale di gruppi o conglomerati che hanno sfruttato la crisi per operare profonde ristrutturazioni, che hanno approfittato per mettere a segno importanti acquisizioni e per diversificare i ricavi anche al di fuori dell'Europa, in particolare nei paesi emergenti». Il miglioramento dei bilanci, insomma, è il risultato del ricorso alla delocalizzazione e dell'incremento del peso di nuovi mercati di sbocco, Asia in primis, ma anche sudamerica.I campioni del profitto sono società come la tedesca Linde, oppure come Bmw, Lvmh e Burberry, marchi ben noti che hanno sfruttato al massimo la propria capacità di penetrazione in Oriente. Oppure gruppi attivi nel settore del retail food quali Carrefour, Casino e Tesco. E se è vero che chi ha nel frattempo effettuato acquisizione ha una ragione in più per battere i livelli del 2007, è anche vero che nei confronti dell'anno d'oro dei profitti queste società sono riuscite a migliorare i margini, a testimonianza del loro ottimo stato di salute. 
C'è da chiedersi quanti di questi risultati siano stati ottenuti grazie alla compressione dei costi e quanti invece grazie a un'effettiva espansione del giro d'affari, ma anche sotto questo aspetto si nota qualche indicazione favorevole: «Se fino a tutto il 2009 fa era stato il controllo ferreo delle spese a propiziare il recupero sugli utili – suggerisce Capeccia – con le ultime trimestrali si è assistito anche a una sensibile crescita dei ricavi». 
Borse tartarughe. Considerazioni sulla reale qualità degli utili a parte, stupisce, ma forse fino a un certo punto, vedere come a questi risultati non corrisponda un movimento altrettanto significativo delle Borse, che non sembrano ancora essersi del tutto riprese dallo shock del 2008. A ben vedere, infatti, l'indice paneuropeo Stoxx 600 si trova ancora ben al di sotto dei livelli di fine 2007, un gap di quasi il 30% che è abbastanza improbabile, per non dire impossibile, possa essere recuperato da qui a fine anno. Quand'anche si consideri in questo valore la performance di borsa dei titoli finanziari (sotto del 44% rispetto a 3 anni fa), il ritardo dei mercati azionari resta significativo e nasconde motivazioni differenti.La prima ragione è legata ai timori degli investitori, che non hanno certo dimenticato le pesanti punizioni subite nell'annus horribilis, così come le incertezze degli ultimi mesi, e che di conseguenza hanno drasticamente ridotto la propria propensione al rischio. Vista sotto questo aspetto, l'eccessiva prudenza degli operatori nasconderebbe un potenziale di apprezzamento dei mercati del 30% circa. L'altra faccia della medaglia è invece decisamente meno incoraggiante: rispetto al 2007, quando si riteneva (a torto) che l'età dell'oro potesse protrarsi a tempo pressoché indefinito, adesso il futuro sembra essere meno definito, anzi piuttosto nebuloso anche a sentire le stesse previsioni delle società che oggi stupiscono con i loro ricavi o utili da favola. Lo spettro di una maggior volatilità negli anni a venire rende quindi più avveduti gli investitori. E questo potrebbe non essere un male. 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-12/borsa-utili-velocita-europee-080409.shtml?uuid=AYK2o7FC]]></description><pubDate><![CDATA[12/08/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010]]></title><description><![CDATA[A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010 
Antonella Olivieri 
Per i 40 big industriali di Piazza Affari il 2009 nel complesso è stato ancora un anno no. La fotografia scattata da R&s-Mediobanca vede per l'aggregato ricavi in calo del 12%, il margine operativo netto giù di oltre il 21%, l'utile netto addirittura in caduta del 43%. Per fortuna il primo trimestre di quest'anno ha segnato un'inversione di rotta, dato che il fatturato complessivo è cresciuto del 7,6%, il margine operativo netto del 19%, il risultato corrente del 26%, l'utile del 9%. Meglio il comparto pubblico del privato quanto a ricavi (+8,6% contro +6,4%) e margini industriali (+21,3% contro +14,1%), il contrario per risultato corrente (+56,8% i privati e +36,3% i pubblici) e profitti netti (+23,6% contro -1% i pubblici, principalmente per i minori proventi straordinari iscritti dall'Enel). 
Per l'intero 2009, a voler distinguere, si scopre che anche l'anno scorso ha confermato il miglior andamento dei gruppi pubblici. Intendiamoci, sempre di calo si tratta, ma la flessione del fatturato è stata del 10% rispetto al -14,7% dei privati, con una diminuzione dei profitti netti del 30,8% contro il -66% degli altri. 
Tuttavia, le vendite all'estero sono andate relativamente meglio: -9% rispetto al -18% del mercato domestico. Ma in casa hanno giocato meglio i privati che hanno visto i ricavi flettere del 9% mentre i gruppi pubblici hanno accusato una debacle del 26%. Tutti quanti però dipendono più dai mercati d'oltreconfine, dal momento che per le imprese private il fatturato estero rappresenta il 57,6% del totale, per le pubbliche il 59,6 per cento. 
Nel complesso i big quotati hanno ridotto l'occupazione del 2%, ma anche qui c'è da distinguere tra i gruppi pubblici che hanno aumentato dell'1,6% il numero dei dipendenti e quelli privati che li hanno ridotti del 3,8%. Non sorprende che il conto sia stato più salato per l'Italia (-3,7%) che per l'estero (-1%), ma forse non è noto che le grandi imprese della penisola hanno più personale oltrefrontiera (il 52,7% del totale) che entro i confini domestici. Gruppi come Buzzi, Pirelli e Parmalat hanno addirittura oltre l'80% degli addetti all'estero, e anche Fiat è sopra la media con il 57,7 per cento. 
I tagli comunque hanno riguardato anche gli investimenti, scesi del 5,4% nel 2009, salvo che i gruppi pubblici li hanno incrementati dello 0,6% a 22,7 miliardi, i privati li hanno ridotti del 15,5% a 11,2 miliardi (il Lingotto del 37%). 
Sul lato della struttura finanziaria i maggiori gruppi industriali di Piazza Affari hanno aumentato il debito del 9%, però hanno lavorato sulla sua composizione, spingendo sull'allungamento delle scadenze e facendo maggior ricorso al mercato. Infatti, mentre l'indebitamento a breve è cresciuto del 2,5%, quello a lungo termine ha registrato un balzo dell'11%. E, soprattutto, le obbligazioni sono aumentate del 32%, mentre le altre fonti di finanziamento, principalmente prestiti bancari, si sono ridimensionate del 7,2%. Grazie anche a questa politica la liquidità delle imprese è esplosa del 32% con 43 miliardi di mezzi a disposizione, ad appannaggio soprattutto dei gruppi privati che hanno incrementato le munizioni del 54%, mentre i pubblici le hanno ridotte del 7 per cento. 
Allargando l'orizzonte, rispetto a cinque anni fa – e comprendendo tutti i 51 gruppi censiti, incluse banche e assicurazioni – la crème di Piazza Affari appare piuttosto in affanno. Il risultato netto del drappello di punta del listino ha macinato nel 2009 il 52% in meno degli utili del 2005, anche se la Borsa ne ha ridimensionato le quotazioni "solo" del 29,5%. Solo 12 gruppi su 51 non sfiguarano al confronto. Ma soprattutto sono andate male le compagnie d'assicurazione, che hanno asciugato i profitti del 74%, mentre banche (-51%) e società industriali (-50%) sono andate di pari passo. In Borsa però le polizze hanno perso meno del credito: -26% contro -42%. 
Nell'industria pubblica, escludendo l'Eni che è stata penalizzata dall'andamento del petrolio, il confronto a cinque anni avrebbe evidenziato utili in aumento del 7%: il dato complessivo è invece -27% rispetto al -79,8% dei privati. Peggio è andata per le utilities locali (-72%) rispetto ai gruppi a controllo statale (-23%). 
Meno utili, ma su un giro d'affari allargato: in cinque anni la crescita è stata del 23% (+41% i gruppi pubblici, +6,6% i privati). Quanto ai debiti (+46%) sono cresciuti più dei mezzi propri (+29%) e di conseguenza il rapporto debt/equity è passato da 0,94 a 1,06. L'effetto Enel-Endesa è stato sensibile sull'aggregato pubblico che ha peggiorato il rapporto da 0,56 a 0,95. Più indebitato comunque il comparto privato nonostante il rapporto debt/equity sia sceso da 1,29 a 1,21. 
Una "curiosità" riguarda la differente ripartizione del valore aggiunto nei diversi assetti proprietari: nel 2009 il costo del lavoro ha assorbito il 61,4% del valore aggiunto dei gruppi privati e solo il 35,8% dei pubblici. Eppure, rispetto a cinque anni fa, il costo del lavoro è aumentato più nel pubblico (+3,8%) che nel privato (+2,1%). Come si spiega? Se si guarda al valore aggiunto pro-capite, che è una misura della produttività, si vede che nel comparto pubblico è aumentato del 4,5%, in quello privato è calato del 15 per cento.Se ci si sofferma in particolare sui dati Fiat, si scopre che il costo del lavoro assorbe il 65% del valore aggiunto prodotto, sebbene lo stipendio medio al Lingotto sia appena di 36mila euro all'anno, ben sotto la media di 49mila euro dell'industria e i 54mila euro del comparto pubblico. 
© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-30/piazza-affari-crisi-finisce-080510.shtml?uuid=AYs6DVCC 
Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2010 alle ore 08:05.]]></description><pubDate><![CDATA[31/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[unilever vende carletto]]></title><description><![CDATA[ECONOMIA IN CUCINA 
Unilever vende "Carletto" 
Ceduti a «Bird's Eye Iglo» per 805 milioni anche 4 Salti in Padella, Sofficini e Capitan Findus 
MILANO - Unilever ha annunciato di aver siglato un accordo vincolante per la cessione della controllata italiana a una società che fa riferirimento a Bird's Eye Iglo. La transazione, per 805 milioni di euro, soggetta all'approvazione delle autorità antitrust europee, comprende la vendita dei marchi e dei business Findus, 4 Salti in Padella, Sofficini, Capitan Findus e That's Amore, e dello stabilimento di Cisterna di Latina dove lavora la maggior parte dei circa 650 dipendenti coinvolti dalla vendita. Il fatturato di Findus nel 2009 è stato di circa 462 milioni di euro. «Findus - ha dichiarato James Hill, presidente di Unilever Italia - è il fulcro di un attrattivo e profittevole business dei surgelati e sono convinto che questo marchio prospererà con le risorse e la gestione mirata che la nuova proprietà saprà dedicargli. Con questo accordo - ha aggiunto - Unilever si trova in una posizione più forte per focalizzarsi sulle altre categorie al di fuori dei surgelati e per ambire ad una crescita nel mercato italiano nel lungo termine». Bird's Eye Iglo è stata assistita e finanziata da un pool di banche composto da Mediobanca, Credit Suisse, Nomura e Tamburi. 
TUTELARE L'OCCUPAZIONE - Un confronto con la nuova proprietà è chiesto dalle forze sindacali rispetto al futuro dei 650 dipendenti. «La vendita di Findus al gruppo Permira mette fine a una lunga fase di incertezza - sottolinea Giampiero Sambucini, segretario nazionale Uila (Unione Italiana Lavoratori Agroalimentari) il sindacato laico e riformista nato dalla fusione del settori agricolo e industria dell' industria alimentare della Uil. In questa fase «lo stabilimento di Cisterna di Latina è rimasto l'unico stabilimento produttivo della Unilever in Europa, quasi un corpo estraneo nella struttura della multinazionale. È molto importante che ad acquisire marchio e stabilimento sia un gruppo che non è solo finanziario, ma che ha anche attività industriali molto rilevanti, alle quali sicuramente lo stabilimento di Cisterna di Latina potrà contribuire anche più di quanto già oggi contribuisce. Cisterna, infatti, è uno stabilimento con grandi potenzialità, manodopera qualificata e tanta professionalità e quindi ha tutte le carte in regola per essere uno stabilimento di primo piano nel nuovo gruppo». E ha aggiunto: «Ci attendiamo, il prima possibile, di avere con la nuova proprietà un confronto diretto per convenire assieme programmi e progetti che possano consolidare la struttura produttiva e occupazionale e garantire uno sviluppo alla fabbrica». 
La Cgil chiede che venga coinvolto il ministero dello Sviluppo economico. «Per evitare che l’operazione di cessione del marchio Findus da parte della multinazionale Unilever alla Bird’s Eye Iglo abbia ripercussioni negative sui livelli occupazionali e sulla tenuta complessiva del gruppo», ha detto il segretario nazionale della Flai-Cgil, Antonio Mattioli. «La nuova proprietà dovrà, pertanto, garantire la tutela dell’occupazione e confermare gli investimenti da destinare alle produzioni. Chiediamo, inoltre, che il confronto sindacale sia avviato prima che si attivi ufficialmente la procedura di cessione». 
Redazione Online19 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_luglio_19/unilevere-findus_c0e8f6c2-9319-11df-a33b-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[20/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[D'Annunzio sedotto dai trabocchi]]></title><description><![CDATA[I luoghi / Litorale. COSTA ADRIATICA 
I colossali ragni di legno che ispirarono D’Annunzio 
Una volta erano anche casa per i più poveri Ora rischiano di scomparire 
Il Fai sta studiando un percorso per salvarli. 
Il poeta sedotto dai trabocchi, macchine da pesca nate tra Abruzzo e Gargano 
Oggi è giornata di mare mosso e Antonio Verì non cala le reti. Con il trabocco è così, c’è bisogno di acque calme. Se il vento è buono, fa scendere la grossa rete a ombrello che si va ad appoggiare sul fondo: «I pesci non la vedono e ci vanno dentro». E quando si fa risalire, tirata su con le corde fissate all’argano, restano imprigionati. Poi arriva la voleche - il retino - a catturarli, e non c’è scampo. È un meccanismo semplice: una passerella di legno che va verso il piano - la piattaforma fatta di assi accostate -, l’argano al centro e le antenne, i lunghi bastoni che guardano verso il mare aperto, da cui pendono le reti. A sostenerlo, i pali levigati da anni di acqua salata, nelle fessure tra gli scogli: una palafitta da pesca. Un groviglio di funi, legno e ferri vecchi che a Gabriele d’Annunzio, quando lo vide, sembrò «simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano». 
Di questi «ragni colossali» (altro copyright dannunziano) che movimentano l’Adriatico dall’Abruzzo al Gargano la concentrazione più fitta è nel tratto di costa tra Ortona e Vasto. Cinquanta chilometri - la Costa dei Trabocchi - in cui quasi ogni punta ha la sua «macchina pescatoria». Nel comune di San Vito Chietino ce ne sono sette: uno è quello di Punta Fornaci, dove lavora Antonio Verì. La sua è una delle più vecchie famiglie di traboccanti della zona: costruiscono trabocchi dall’Ottocento. Uno anche a Castiglion della Pescaia, tirato su da un Verì emigrato in Toscana. Punta Fornaci se l’era portato via una mareggiata, Antonio lo ha rimesso in sesto. Ora, chissà, vorrebbe farci un ristorante, seconda vita di tanti trabocchi: se la pesca rende meno ci si reinventa cuochi. E ogni anno, a luglio, torna il festival Cala Lenta, voluto da Slow Food. Intanto Antonio pesca, e tiene sotto controllo il trabocco: «Il mare in inverno arriva anche a forza otto e i venti da nord non perdonano». Ogni aprile, la manutenzione: «Se si tiene bene, un trabocco può durare molto a lungo». Per tirarne su uno ex novo (c’è chi preferisce risistemarne uno di quelli antichi, protetti da una legge regionale, di proprietà del demanio e dati in concessione ai privati) ci vogliono tre mesi: «Se si lavora in tre, quattro persone, 24 ore al giorno ». Il mare ripaga: «Cefali, spigolette e pesce azzurro, ideale per la frittura. Una volta ci si viveva». E il trabocco era anche la casa: «Le famiglie più povere ci abitavano sopra, nella casetta montata sul piano, non avendo altro». 
Pescatori, ma non solo. Qui un tempo c’era la fornace dei mattoni, e si commerciava con i dirimpettai della Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik: i trabaccoli (le barche) partivano carichi di mattoni e tornavano indietro portando i cavallini dalmati, razza da fatica buona per le campagne. Terra e mare, legati da sempre: il trabocco - che prolunga la costa oltre i confini naturali - è il tentativo dei contadini di conquistare l’acqua. Fin dal nome: «Per qualcuno è il trabocchetto che si tende al pesce o la tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, "tra buchi" - spiega Antonio Iarlori, assessore alla Cultura del Comune di San Vito - ma l’ipotesi che mi convince di più è quella che rimanda alla campagna: l’argano ricorda il meccanismo del frantoio, il trabiccolo usato per la spremitura delle olive». 
La storia del territorio si impasta tra corde e pali, con uno spartiacque: «Il 1863, quando arriva la ferrovia: da allora bulloni, pezzi di traversine, fili di ferro entrano nella struttura del trabocco», racconta Pietro Cupido, autore del libro Trabocchi, traboccanti e briganti (Edizioni Menabò) e sostenitore dell’ipotesi secondo cui a ideare queste macchine da pesca sarebbero stati, a metà del Seicento, gli ebrei riparati in Abruzzo dalla Francia. La ferrovia porta anche altro: «La robinia, o acacia spinosa, venuta dall’Australia: attecchiva in fretta e si usava per trattenere la terra intorno ai binari». Ma la «spinosa» ha altre qualità e i traboccanti lo scoprono presto: «È tenace, dura da lavorare ma quando secca resiste a intemperie e salsedine». 
È la ferrovia - oggi dismessa - a portare qui, l’estate del 1889, d’Annunzio e la sua donna, Barbara Leoni: tre mesi in una casa di campagna che, poi, diventerà lo sfondo del Trionfo della morte. Antonio Verì, classe 1938, ricorda suo nonno raccontare del poeta che, matita e foglio di carta stretti tra il naso e il labbro, andava a nuoto sugli scogli, a scrivere. Dalla casa d’Annunzio vedeva un trabocco, l’unico oggi gestito direttamente dal Comune: è lì dal 1871, il proprietario di allora, Luigi di Cintio detto Turchino (perché era «nere accom’è nu turche»), è il pescatore del Trionfo della morte. Una sua discendente, Maria Laura di Cintio, vive ancora qui: suo marito, Fernando De Rosa, ha dato vita all’associazione «Eremo dannunziano». L’anno scorso è riuscito a far traslare qui, dal cimitero romano del Verano, i resti di Barbara Leoni. 
Ma da quest’inverno la spiaggia del Turchino è diventata la metà, mangiata dalle mareggiate, ed è difficile accedervi dalla strada. Per proteggerla, spiega l’assessore Iarlori, servirebbero i frangiflutti a pennello, perpendicolari alla costa: «Costano tremila euro al metro, e ne servono almeno 600 metri». Sui media locali qualcuno ipotizza che all’origine del danno ci sia il prolungamento del molo di Ortona, che avrebbe modificato le correnti. Un rischio ambientale che da queste parti - quest’anno sono state sei le spiagge della Provincia di Chieti premiate con la Bandiera blu, tra cui San Vito - non si possono permettere. La minaccia più temuta si chiama petrolio ma si nasconde sotto il nome innocuo di un pesce - «Ombrina mare» - preso in prestito per battezzare l’impianto di estrazione che la società inglese Medoilgas intende cominciare a sfruttare dal 2013. Petrolio e gas naturale che poi verrebbero raffinati nel Centro Oli di Ortona. Sindaci e ambientalisti stanno dando battaglia. Poi c’è il cemento: il promontorio sotto l’Eremo - dove perdono la vita gli amanti del Trionfo della morte - ha rischiato di finire seppellito sotto una colata di calce sostituita all’ultimo momento da un prato e da una staccionata di legno. 
Resta da capire quale sarà il futuro della ex ferrovia: esiste un progetto, per ora senza fondi, di farne una pista ciclabile. Il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) ha un’idea diversa: «La linea dei binari - dice Massimo Lucà Dazio, presidente regionale Fai per l’Abruzzo e il Molise - potrebbe tornare ad essere come gli antichi tratturi, è ideale per un percorso ciclo-pedonale che, diversamente da una ciclabile, eviterebbe di cantierizzare la costa per anni: il sentiero esiste già, si tratta solo di sistemarlo e mantenerlo in ordine, dunque anche i costi sarebbero più contenuti. E potrebbe essere usato per passeggiate a piedi, in bici, a cavallo». Una seconda vita che non riguarderebbe solo il tracciato delle rotaie: «Le vecchie stazioni, i caselli potrebbero diventare luoghi di ristoro, così come i vagoni dismessi della ferrovia Sangritana». Quest’anno il Fai abruzzese ha scelto la Costa dei Trabocchi come portabandiera regionale nel censimento dei Luoghi del cuore: entro il 30 settembre si può votare sul sito del Fai per sensibilizzare su queste macchine antiche, ma fragili, oramai un tutt’uno con la terra che le ospita. Lo sa chi è nato qui, come la scrittrice Giulia Alberico che ricorda di aver assistito, ragazzina, al rito della pesca: «I traboccanti con le maglie di lana anche d’estate, le grosse maniche rimboccate, per assorbire il sudore. E la passerella dove ci avventuravamo per tuffarci o pescare le cozze tra gli scogli appuntiti, sfidando i timori delle nostre madri. Il trabocco, per noi, aveva qualcosa di proibito». 
Giulia Ziino 
28 giugno 2010(ultima modifica: 29 giugno 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/ziino-ragni-legno-d-annunzio_53c18fb4-8289-11df-9406-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare]]></title><description><![CDATA[Modernità. 
IL MOVIMENTO PORTA SOLO FRUSTRAZIONE E NOIA? 
Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare 
L’ossessione di riempire tutti gli spazi delle nostre giornate ha molte facce: Internet, i blog, lo zapping alla tv. Invece i «tempi morti» diventano una fatica insopportabile che porta alla depressione: il contrario dell’otium classico, sinonimo di pienezza vitale. 
Non siamo più capaci di oziare. Nel senso buono, nel senso latino del termine: la vita solitaria e contemplativa non fa per noi. Anche il tempo libero finisce per essere un tempo finalizzato a qualcosa. Nel suo primo romanzo in lingua francese, La lentezza, Milan Kundera ricordava un bel proverbio ceco: «Gli oziosi contemplano le finestre del buon Dio». E aggiungeva: «Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca». Per Kundera l’ozio è la sapienza della lentezza, il «conoscere a meraviglia la tecnica del rallentando» e si oppone alla velocità, che è «la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo». L’ozio è una declinazione del tempo. Con il Basso Medioevo, racconta lo storico Jacques Le Goff in un saggio memorabile, al tempo della Chiesa, che segnava con il ritocco delle campane le varie tappe della giornata, si è aggiunto il tempo del mercante: quello scandito dal commercio, lo spazio temporale che divide la promessa di pagamento dal saldo. Al tempo di Dio, dopo il primo millennio, si è aggiunto il tempo dell’uomo. Con la postmodernità fluida, è quest’ultimo il solo tempo che ci è rimasto. 
Nella tradizione filosofico-letteraria cristiana, l’ozio aveva connotazioni diverse. Da una parte astenersi da ogni occupazione utile (il lavoro e la preghiera) era sinonimo di pigrizia, uno stato patologico vicino alla malinconia depressiva: ora et labora era il motto della regola benedettina che dovette aver presente Dante quando, nel VII dell’Inferno, condannò gli accidiosi (quelli «co la mente alienata», scrive Jacopone da Todi) a rimanere eternamente immersi nelle acque nere e ribollenti della palude Stigia. Ma soprattutto quando, nel XVIII del Purgatorio, costrinse, per contrappasso, le anime dei pigri a muoversi in continuazione e a correre urlando esempi di sollecitudine. Dante, probabilmente, avrebbe riservato lo stesso destino al buon Oblomov, il trentenne protagonista eponimo di Goncarov, che le prova tutte prima di rassegnarsi a vivere una vita apatica nella sua casa di Pietroburgo, mentre il mondo intorno a lui si agita frenetico. 
D’altra parte, invece, c’è l’otium, l’opposto degli affari pubblici, il tempo da dedicare alla meditazione, allo studio, alla cura della mente e dello spirito, quello amato dagli stoici, da Cicerone, da Orazio e da Seneca, che vi scrisse sopra ben due trattatelli: De otio e De tranquillitate animi. Anche Petrarca la pensa così e il suo De vita solitaria è un’esaltazione del tempo liberato dalle occupazioni civili e politiche, purché non diventi inerzia e disimpegno. Un filone che avrà fortuna tra gli illuministi, prima che l’ozio diventi lo spleen dei romantici, mal di vivere da flâneur, e poi nausea esistenzialista e noia moraviana. Ma sarà la rivoluzione industriale a recuperare l’orgoglio della vacanza in senso etimologico, del vuoto creativo, con una serie di pamphlet che vanno dal Diritto all’ozio di Paul Laforgue (1880) all’Elogio dell’ozio di Bertrand Russell (1932), con declinazioni successive in chiave umoristica, come nel pamphlet di Jerome K. Jerome I pensieri oziosi di un ozioso il cui succo è riassunto da questa breve parabola: «Conobbi un uomo che all’ora della sveglia balzava subito dal letto e faceva un bagno freddo. Ma questo eroismo non serviva a nulla perché, dopo il bagno, doveva saltare di nuovo dentro al letto per scaldarsi». In sostanza: «È impossibile godere a fondo dell’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare». Oppure quello stesso orgoglio può assumere un’accezione mistico-ascetica, come nel libretto di Hermann Hesse, L’arte dell’ozio. 
Che cosa è rimasto del piacere dell’ozio umanistico nell’era multitasking? Niente o quasi. Perché una delle qualità essenziali del dolce far niente è la gratuità come scelta deliberata e la gratuità, nella nostra epoca, è rara. Tutto deve essere funzionale a qualcosa. Pensate ai bambini e agli adolescenti: il loro tempo libero viene occupato, per lo più, da attività organizzate, programmate da genitori-manager. Così, alla fatica necessaria (quella della scuola) si aggiunge la fatica del tempo liberato, corsi di inglese, corsi di musica, lezioni di ginnastica e di danza, sedute sportive. I ragazzi hanno l’obbligo di scegliere come occupare le proprie ore libere, purché rientrino in uno schema istituzionale e in una socialità regolata e perciò rassicurante (per la famiglia). Quanti genitori rovesciano nei figli la propria ansia di prestazione e/o la propria paura del vuoto? 
Non avete mai visto quelle madri e quei padri che nel pomeriggio si trascinano dietro per un braccio i loro figli per caricarli in auto e consegnarli puntuali in palestra o in piscina? Oppure aspettare il week end per abbandonarli qualche ora dalla maestra di pianoforte o al corso di karate? Che noia, anzi che stress! Magari fosse noia: quel bel momento di solitudine in cui si sbuffa, non si sa che cosa inventarsi e magari per inventarselo bisogna lavorare di fantasia e aguzzare l’ingegno. Invece no, è il proseguimento della routine quotidiana, anzi dello stress scolastico: la noia, per certi genitori, va evitata come il diavolo perché la nostra società ci insegna a essere attivi ed efficienti 24 ore su 24. Altro che il vivere al 5 per cento di montaliana memoria: bisogna vivere al centodieci per cento, e se possibile anche di più, ed è meglio che i ragazzi lo sappiano subito. E il gioco? Il gioco spontaneo, come rottura e capovolgimento di quella routine, divertimento puro, rovesciamento carnevalesco, ne viene fatalmente sacrificato. 
Del resto, come fa notare Fabio Massimo Lo Verde, nel suo recente saggio Sociologia del tempo libero: «È attorno al lavoro e alla sua etica che si è organizzata la modernità e dunque il suo contrario ha assunto soprattutto un significato residuale». È così che il leisure facendosi fenomeno di consumo di massa ha prodotto un vero e proprio business, un settore merceologico ad hoc, per giovani, per adulti e per anziani, in costante crescita fino a configurare una colossale industria dell’entertainment capace di assicurare felicità, benessere, divertimento a orari fissi da segnarsi bene sull’agenda. 
C’è un’apparente contraddizione di cui bisogna tener conto e che si può riassumere in una domanda: lo sviluppo riduce o fa aumentare il tempo libero? Ci sono i pessimisti e gli ottimisti. Chi considera il leisure come uno spazio confinato tra le attività di consumo, una specie di libertà obbligatoria, per usare le parole di una celebre canzone di Giorgio Gaber («si può occuparsi di spiritismo / si può far dibattiti sull’orgasmo / si può far politica alternativa / si può siamo pieni di iniziativa / si può...») dove tutto viene ironicamente ridotto a hobby per nevrotici e frustrati. Una specie di scarico nervoso indispensabile al dopo lavoro, come se l’organizzazione produttiva finisse per invadere anche il tempo dello svago. D’altra parte, mentre in passato i paletti tra lavoro fisico e «tempo perso » erano più netti, oggi la crescita del lavoro immateriale, nelle sue varie forme, rende quasi inavvertibile lo sconfinamento nell’ozio fino a farne un tempo apparentemente senza limiti imposti. 
Bisogna vedere, insomma, se questo sconfinamento è davvero riposo o coazione dissipativa: a cominciare dalla ossessione compulsiva di occupare gli spazi interstiziali della propria giornata navigando in Internet, consultando i blog di riferimento, concedendosi allo zapping sincopato della tv. Senza dire che l’epoca della flessibilità e del precariato rischia di dilatare ad libitum i tempi morti, rendendo paradossalmente il «dolce far nulla» una fatica insopportabile, frustrante e alla fine depressiva. Perché, ha ragione il già citato Jerome K. Jerome, non c’è vero ozio senza lavoro. Comunque lo si veda - quale prolungamento dell’abitudine al consumo, spazio organizzato per finalità didattiche o pseudoformative, forma di intrattenimento dei tempi morti, sfogo o decompressione del lavoro immateriale, unica alternativa al vuoto di una quasi disoccupazione - l’ozio, nella dimensione umanistica di una rilassata e rilassante gratuità, sembrerebbe incompatibile con la nostra epoca, dove risulterebbe ridicolo fondare un’Accademia degli Oziosi, come avvenne a Napoli nel 1611. 
Semmai, nell’era della velocità, dell’iperattività realizzativa e dei risultati da esibire al cospetto della società, anche il minimo vuoto può essere causa di immotivati sensi di colpa. Senza sapere che è solo il tempo vuoto a scongiurare l’oblio. Lo dice magnificamente Kundera nel libro citato: «C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio». È più omeno ciò che pensa Virginia Woolf quando afferma che «nell’ozio la verità sommersa viene qualche volta a galla». Ha ragione, Virginia Woolf. Intanto perché - lo dice Domenico De Masi in un libro intervista con Paria Serena Palieri, l’«ozio creativo» è un girare apparentemente a vuoto, in attesa dell’idea, dell’estro, della voglia, della cosiddetta ispirazione che può produrre capolavori. «Oziare - aggiunge De Masi - non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non avere l’assillo del cronometro, non seguire i percorsi angusti della razionalità, tutte quelle cose che Taylor e Ford si erano inventati per imbrigliare il lavoro esecutivo e renderlo efficiente». 
Nella letteratura del Novecento è spesso la flânerie a far emergere la verità sommersa: il principe di Salina, nel Gattopardo, si dedicava all’astronomia. Ma l’ozio, nelle sue varie coloriture che vanno dall’accidia all’inerzia, dalla pigrizia colpevole alla fannulloneria deliberata, non è più solo prerogativa aristocratica. In una giornata di giugno l’agente pubblicitario Leopold Bloom vagabonda per le strade, per le librerie, per i locali e per i bordelli di Dublino costruendo via via la propria identità. L’inattività è molto più produttiva dell’azione. Basti pensare a Ulrich, l’uomo senza qualità (e inconcludente) di Musil, agli inetti di Svevo (autore di pagine, intitolate Il mio ozio, che dovevano appartenere a un romanzo rimasto incompiuto) perennemente a passeggio per la città, ai tempi perduti e ritrovati di Proust: dove la memoria, il sapore della vita e della morte emergono nel momento massimo del relax, inzuppando una madeleine in una tazza di tè. Per non dire di quel che affiora nell’ozio più paradossale, angoscioso e assurdo della letteratura, quello di Vladimiro ed Estragone, in Aspettando Godot. 
Il tempo della vita viene annullato e la verità la si cerca altrove. Quando l’ozio aveva un valore esistenziale, anche i narratori ne tenevano conto e condivano i loro romanzi di dilatazioni, rallentamenti, digressioni e descrizioni, al punto che nel secolo scorso queste hanno preso il sopravvento fino a diventare il cuore della narrazione. Le cose importanti accadevano nei tempi morti anche in letteratura. Ma la fretta incalzante delle nostre «vite di corsa» (titolo di un libretto del sociologo Zygmunt Bauman) ha prodotto, negli ultimi anni, romanzi di corsa: il trionfo della trama non è altro che il riflesso (automatico?) narrativo di un mondo che si regge sulla velocità-tutta-cose, sull’iperattività (una sindrome di cui, non a caso, sempre più soffrono i nostri figli sin dall’infanzia). Non è ammesso ozio neanche nei romanzi: il genere - giallo, noir, eccetera - va subito al sodo, è il trionfo del ritmo, dell’azione senza tanti giri, senza perdite di tempo. È probabile che un nuovo Proust oggi scriverebbe «Alla ricerca del tempo perso perduto». Sì, il tempo perso perduto. 
Paolo Di Stefano 
L’autorePaolo Di Stefano (Avola 1956) è inviato del «Corriere della Sera» e scrittore. Tra i suoi romanzi: «Baci da non ripetere» (Feltrinelli 1994), «Tutti contenti» (Feltrinelli 2003), «Nel cuore che ti cerca» (Rizzoli 2008). Un mese fa ha pubblicato «Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori» (Rizzoli) 
28 giugno 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010)http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/di-stefano-ozio-addio_820c233a-8283-11df-9406-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Liberalizzare...]]></title><description><![CDATA[LIBERALIZZARE: NON BASTA DIRLO 
Il pregiudizio verso le aziende 
Il primo ministro conservatore inglese, David Cameron, annuncia forti tagli alla spesa pubblica, ma esclude un ritorno al thatcherismo. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, propone la sospensione delle procedure burocratiche che fanno salire i costi per l’imprenditoria, ma rimane «anti-mercatista ». Forte è, ancora e ovunque, la cortina ostile alla libera concorrenza alzata dai nostalgici del dirigismo dopo la crisi finanziaria. Fa tutta la differenza fra deregolamentazioni — il dimagrimento dello Stato, necessario, utile, ma non ancora sufficiente a rilanciare l’economia—e liberalizzazioni, l’abbandono della convinzione che spetti (solo) allo Stato produrre beni e servizi pubblici che, invece, potrebbero essere prodotti (anche) da privati. 
Tremonti associa la sospensione dell’eccesso di regolamentazione alla revisione dell’articolo 41 della Costituzione: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Che i «fini sociali » siano la maschera dello Stato burocratico è già un bel riconoscimento delle ragioni dei liberali. A sua volta, Eugenio Scalfari, che è contrario anche alla deregolamentazione, scrive: «Mi domando quanti saranno, in un Paese come il nostro, gli imprenditori fasulli che, dopo aver autocertificato in proprio favore e aver ottenuto il necessario credito bancario, scompariranno dopo qualche mese, lasciando un paio di capannoni abbandonati e portandosi via la polpa del credito» (la Repubblica di domenica). Che il pontefice dei liberal nazionali sia un conservatore non sarebbe né sorprendente, né scandaloso, se non pretendesse di essere (anche) progressista. Occorre dire subito, però, che, ad aumentare la confusione, ha concorso anche una malintesa cultura liberale. Che, da un lato, distingue fra liberalismo politico (la libertà al singolare) e liberalismo economico (il liberismo), prendendo le distanze da quest’ultimo; dall’altro, attribuisce al liberismo un ruolo fondante dello stesso liberalismo politico. Prioritario (l’«a priori»), nel liberalismo, non è il mercato, bensì l’Individuo (la logica della sua libera azione). 
Sul mercato, le azioni dei giocatori ubbidiscono alle regole del gioco; il mercato non consiste nella distruzione di uno dei giocatori, ma nella realizzazione di una situazione in cui vincitori e vinti — dopo aver giocato — si stringono le mani e tornano alle realtà della loro vita sociale. Ma poiché l’acquisto di un bene riduce il potere di disporre di altri, la cultura pauperista (e socialista) induce chi compra a vedere nel venditore non chi gli consente di soddisfare un bisogno, ma chi gli impedisce di soddisfarne altri. La parola «speculazione » — che, in una economia di mercato, connota la capacità di anticipare le future domande dei consumatori per soddisfarle e trarne un profitto — non compare neppure negli scritti di autori socialisti, che la usano, invece, per demonizzare l’imprenditore (Ludwig von Mises: The Ultimate Foundation of Economic Science). Ma la libera concorrenza non ubbidisce solo a una logica utilitaristica; è anche «un ordine morale»— senza il quale non sussisterebbe —che induce gli uomini a cooperare fra loro (Bernard de Mandeville, Adam Smith, Friedrich von Hayek, Luigi Einaudi). 
Piero Ostellino 
08 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_08/ostellino-pregiudizio-aziende_56bd2904-72bb-11df-80b7-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[08/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[CRIMINALITA' E APPALTI]]></title><description><![CDATA[CRIMINALITA' E APPALTI 
Le mani della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria, 52 arresti 
Cinquantadue arresti tra gli affiliati alla cosche che, tra gli anni '80 e '90, hanno insanguinato Palmi. Erano riusciti a infiltrarsi negli appalti per i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3. Devono rispondere di associazione mafiosa, omicidio ed estorsione 
Associazione mafiosa, omicidio, estorsioni e infiltrazioni negli appalti dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. La squadra mobile della questura di Reggio Calabria sta eseguendo 52 ordinanze di custodia cautelare in carcere a carico di altrettante persone ritenute affiliate alle famiglie Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano e Bruzzise-Parrello. 
Gli affiliati alle cosche della 'ndrangheta, tra gli anni Ottanta e Novanta, sono stati protagonisti di una faida che ha insanguinato Palmi e il suo comprensorio ed erano riuscite a infiltrarsi negli appalti per i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3, relativamente agli interventi in corso nella tratta tra Gioia Tauro e Palmi. 
Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, omicidi ed estorsione. Le cosche, secondo quanto si è appreso, operano nel settore degli appalti attraverso alcune imprese collegate agli affiliati. 
(08 giugno 2010) © Riproduzione riservatahttp://napoli.repubblica.it/cronaca/2010/06/08/news/le_mani_della_ndrangheta_sulla_salerno-reggio_calabria-4657284/?ref=HREC1-1]]></description><pubDate><![CDATA[08/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Intervista a Roubini: «Euro verso la parità con il dollaro nel 2011.]]></title><description><![CDATA[Intervista a Roubini: «Euro verso la parità con il dollaro nel 2011. Vedo rischi di una nuova recessione globale» 
dall'inviato Giuseppe Chiellino 5 giugno 2010 
 
TRENTO - «Nel corso del prossimo anno l'euro andrà verso la parità nei confronti del dollaro, se non ancora più in basso. I fondamentali delle due economie giustificano questa debolezza. Se questo processo avverrà in maniera graduale non è una cosa di cui preoccuparsi, anzi sarà un beneficio per l'economia della zona euro» 
La previsione è di Nouriel Roubini, l'economista della New York University, tra i primi ad aver previsto la grande crisi del 2008-2009. Roubini parlerà domenica al Festival dell'Economia di Trento proprio di come si evolverà la crisi economica mondiale, ma oggi in un incontro con alcuni giornalisti ha affrontato gli aspetti più caldi dell'attuale fase economica, dalla debolezza dell'euro alle politiche necessarie per rilanciare la crescita. 
C'è chi ritiene che se i paesi della zona euro non riusciranno a fare un salto di qualità nell'integrazione politica, anche l'unione monetaria è destinata a fallire. Lei cosa pensa?«L'euro potrà sopravvivere se le istituizoni comunitarie e gli stati membri saranno in grado non solo di ridurre deficit ormai insostenibili, ma anche di far ripartire la crescita. L'austerità è solo uno degli strumenti per affrontare la crisi. La vera sfida è la crescita. Se non c'è crescita economica non si evita la recessione e non si evita il disastro economico e finanziario. Quindi non basta discutere di austerità fiscale ma occorre parlare delle misure per rilanciare l'economia reale. Questa è la sfida. Se queste cose, per quanto difficili, saranno realizzate l'unione monetaria potrà sopravvivere, se non saranno fatte l'unione monetaria può saltare». 
Come si può stimolare la crescita?«Serve una politica monetaria della Bce non rigida; serve un euro debole; la Germania dovrà stimolare la domanda interna con stimoli fiscali che aumentino il reddito disponibile; al contrario i paesi che non hanno i conti pubblici in equilibrio, parlo della Grecia, del Portogallo, della Spagna, dell'Italia, dell'Irlanda ma anche la Francia ha un deficit che diventa sempre più ampio, dovranno attuare una politica di austerità per ridurre i deficit pubblici o, nel caso dell'Italia, riportare il debito che oggi supera il 115% del Pil, a livelli sostenibili». 
E la Grecia?«La Grecia deve ristrutturare il proprio debito e attuare politiche opposte a quelle tedesche, riducendo i salari e aumentando la competitività». 
Anche per l'Italia potrebbe porsi il problema della ristrutturazione del debito?«No. Non ora. L'Italia deve attuare una politica di austerità con i tagli fiscali e riforme strutturali che rendano più flessibile l'economia per stimolare la crescita». 
Torniamo all'euro. È in mezzo al guado. Cosa serve alla zona euro?«In Europa c'è bisogno di un maggiore coordinamento nelle politiche, ma non può essere la Germania che impone agli altri Paesi l'austerità fiscale. L'austerità è necessaria, in Paesi dove ci sono difficoltà di deficit e debito, ma dall'altra parte sono necessarie politiche che stimolino la crescita per evitare recessione e deflazione. La Germania, dove il rapporto tra deficit e Pil l'anno scorso è stato solo del 3%, ha dei margini per aumentare la spesa e sostenere la domanda nell'eurozona. Con l'euro che cade, l'industria tedesca che era già competitiva è ora ancora più competitiva, e con l'euro debole lo sarà ancora di più. Quindi la Germania può permettersi un leggero aumento dei salari, per stimolare non solo l'export, ma anche la domanda interna di beni tedeschi e di beni dell'Eurozona. Berlino deve lanciare un piano di stimolo fiscale, incrementare i salari netti e la Bce non deve preoccuparsi dell'inflazione - perché il rischio è semmai di una deflazione – e allentare la politica monetaria, sia intervenendo sui tassi, sia con metodi non convenzionali, per stimolare la crescita, accompagnare il calo dell'euro. Ogni attore nell'area euro deve svolgere il suo ruolo, il che implica un maggiore coordinamento, ma non il fatto che tutti diventino come la Germania. Ogni Paese, con le sue specificità, con i suoi problemi specifici, con le sue politiche, deve fare la sua parte». 
E a livello globale?«Questo deve avvenire anche a livello globale: i Paesi che spendono di più, sia a livello pubblico sia a livello privato, come Stati Uniti, Gran Bretagna o alcune nazioni d'Europa, devono spendere di meno; quelli che finora hanno risparmiato, come la Germania, il Giappone, Cina, debbono spendere di più. Tutto va coordinato a livello europeo e di G 20».È ipotizzabile un euro a doppia velocità, una moneta unica soft per i paesi del Sud e una più forte per i paesi del nord Europa?«Non credo che sia un'ipotesi praticabile dal punto di vista economico né dal punto di vista politico. Ciò che serve all'eurozona è ridurre gli squilibri al proprio interno, quindi la Grecia deve sanare i conti e ridurre gli stipendi, mentre la Germania che ha i conti a posto, deve stimolare la domanda interna aumentando le retribizioni. Gli altri devono sanare i deficit». 
Secondo lei a che punto siamo della crisi? Sta finendo o vede altri rischi?«C'è una crescita anemica, guidata dall'export più che dai consumi. E' il momento per l'Italia, come per gli altri membri dell'eurozona, di aumentare la produttività, di rendere l'economia più competitiva, più flessibile. Perché vedo in Europa un rischio di ricaduta, sono preoccupato per la situazione di bilancio di alcuni Paesi, come Portogallo e Grecia, vedo il rischio di un allargamento del contagio finanziario, vedo il rischio di una doppia W, ossia di una nuova recessione. E anche il quadro globale non è buono: la crescita è debole anche negli Stati Uniti e i dati sulla disoccupazione di venerdì sono pessimi; il Giappone cresce poco ed è in deflazione; ci sono anche indicazioni che la Cina stia rallentando. Così ognuno deve fare la sua parte per evitare una nuova recessione globale. Ci sono molte sfide di politica economica e fiscale da affrontare». 
©RIPRODUZIONE RISERVATA]]></description><pubDate><![CDATA[06/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[ECCO PERCHE' LA SPECULAZIONE ATTACCA GLI STATI]]></title><description><![CDATA[Ecco perché la speculazione attacca gli stati 
di Morya Longo 05 giugno 2010 
 «Le grandi banche internazionali hanno ormai l'imperativo categorico di non comprare titoli di stato del Sud Europa. E questa non è una decisione dei singoli operatori, ma dei gestori dei rischi delle banche». Il trader di un istituto internazionale, anonimamente, sembra quasi giustificarsi: non posso più aumentare la mia esposizione sui titoli di stato spagnoli, greci, portoghesi e italiani – dice in sostanza –, perché non me lo permettono i risk manager. Dalla sua postazione di trading, tre computer davanti agli occhi e telefono sempre attivo, è un testimone oculare di quello che accade sul mercato. «Vedo vendite sui titoli di stato del Sud Europa in arrivo dalla Cina», afferma. «E vedo pochi compratori», aggiunge. «Ormai il mercato è così ingessato, che ad acquistare titoli italiani sono solo le banche italiane», conclude. 
Sul mercato di tutta Europa (non solo in Italia) c'è la bufera. Ieri i BTp sono arrivati a offrire tassi d'interesse di 1,70 punti percentuali più alti rispetto ai Bund tedeschi. Questo significa che il Tesoro italiano, per trovare investitori disposti a comprare il suo debito, deve pagare tassi d'interesse quasi due punti percentuali più alti del Tesoro tedesco. Non si era mai visto dai tempi della vecchia lira. Ma cosa sta succedendo? Chi sta colpendo l'Europa? Se si pone questa domanda agli esperti, si ricevono decine di risposte diverse. Probabilmente c'è una tale concomitanza di fattori, che le spiegazioni di questa bufera sono tante. Per capirle, però, bisogna partire dalla causa: quello che accade ora è diretta conseguenza di una "bolla" che nessuno ha mai notato mentre si gonfiava. Quella dei titoli di stato. 
Lo chiamavano rischio zero 
I titoli di stato europei sono sempre stati considerati a zero rischio. Almeno dopo la nascita dell'euro. E così le banche li hanno sempre comprati a piene mani. Le stesse regole di «Basilea 2» hanno sempre incentivato gli acquisti, dato che i titoli di stato non comportano alcun sacrificio di capitale regolamentare. Insomma: se prestare soldi a imprese o famiglie per le banche è sempre stato un costo in termini di capitale, prestare soldi agli stati non lo è mai stato. Praticamente non ci sono mai stati limiti. 
Nel 2009 gli acquisti hanno raggiunto l'apoteosi. Dato che la Bce prestava loro tutta la liquidità possibile e immaginabile al tasso fisso dell'1%, le banche hanno pensato bene di guadagnarci sopra. Come? Comprando titoli che avessero rendimenti più elevati dell'1% e che avessero "bassi" rischi: cioè i titoli di stato. Il giochino, chiamato carry trade, era semplice: prendevano in prestito soldi alla Bce pagando l'1% e li investivano in titoli con rendimenti maggiori. E per guadagnarci ancora di più, compravano a piene mani soprattutto i bond dei Paesi che allora offrivano rendimenti «interessanti» e che oggi – ironia delle sorte – le stesse banche chiamano Pigs. Maiali. 
Se la pancia è troppo piena 
Così hanno fatto indigestione. Secondo i calcoli di Rbs, oggi gli investitori internazionali hanno in portafoglio 1.418 miliardi di titoli di Stato di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia. Il problema è nato quando la crisi della Grecia ha magicamente trasformato questa montagna di «rischio zero» in qualcosa di potenzialmente rischioso. E i motivi, effettivamente, ci sono. La Grecia, secondo i calcoli del Fondo monetario, passerà per esempio da un rapporto tra debito e Pil del 115% nel 2009 a una percentuale quasi del 150% nel 2013. Ovvio che gli investitori non ripongano grande fiducia nel suo salvataggio: come potrà la Grecia tornare a finanziarsi sul mercato nei prossimi anni, se la sua situazione sarà addirittura peggiorata? «Il mercato – spiega l'economista di Rbs Silvio Peruzzo – crede che nei prossimi anni il rischio di default sarà maggiore». Dalla Grecia, gli occhi si sono poi spostati sugli altri Paesi ritenuti più deboli. Facendo, nel panico, di tutta l'erba un fascio. Prima viene l'Irlanda. Poi il Portogallo. Poi la Spagna. E poi? Sebbene sia da tutti ritenuta più forte, nella lista c'è anche l'Italia. La sfiducia si autoalimenta col panico. 
La fuga 
Appena si è iniziato a capire che il vento sui titoli di stato europei stava cambiando, ovviamente la speculazione ha cambiato verso: prima era di moda comprare, poi è diventato di moda vendere. E il gioco in questi casi è come nel West: il pistolero più veloce è quello che vince. È così iniziata la corsa ad alleggerire le posizioni sui titoli di stato. Chi per specularci, chi per prudenza, chi per coprirsi dai rischi. Chi per precise strategie d'investimento. «Io credo che sia partita prima la speculazione – spiega l'ex numero uno europeo di Lehman Riccardo Banchetti, oggi capo di Pactum Advisers –: sono stati gli hedge fund a rendersi conto per primi che c'era l'opportunità di far pagare agli stati gli errori del passato. Poi sono iniziate le vendite per motivi di copertura dei rischi». 
Il resto è cronaca attuale. 
I risk manager delle banche internazionali hanno bloccato gli acquisti di titoli di stato e hanno ordinato la copertura dei rischi sul mercato dei credit default swap: ecco perché le quotazioni di queste polizze sono più allarmistiche di quelle dei bond. Gli investitori esteri (come i cinesi) hanno iniziato a vendere, anche per alleggerire le loro posizioni sull'euro. Tante banche retail li hanno seguiti, per prudenza. E la crisi si avvita. Così il mercato è diventato illiquido: le vendite sono ora forse minori, ma la volatilità è alle stelle. Basta una voce o una qualunque indiscrezione per far aumentare la bufera. Sarà un complotto, sarà panico, sarà speculazione: sta di fatto che i nodi di una bolla che nessuno voleva vedere stanno venendo al pettine. 
m.longo@ilsole24ore.com 
http://www.ilsole24ore.com/art/editrice/2010-06-05/ecco-perche-speculazione-attacca-080500.shtml?uuid=AYzPFBwB]]></description><pubDate><![CDATA[06/06/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L’Italia può superare la crisi]]></title><description><![CDATA[La relazione del governatore di bankitalia e le condizioni per la ripresa 
L’Italia può superare la crisi 
C’è la preoccupazione di uno squilibrio persistente sulla domanda globale. E quello di una crescita che in Europa e in Italia è ancora molto debole soprattutto rispetto al resto del mondo. Ma c’è anche la nota positiva di un mondo, di un G20 che ha saputo reagire e che mostra di potere tenere testa a una crisi che rischiava di essere ancora più profonda. L’agenda delle nuove regole che il mondo si è dato per non rischiare nuove crisi è ancora più necessaria. E’ composta di quattro filoni: banche che devono rafforzare il patrimonio e controllare il rischio liquidità, i controlli sugli intermediari finanziari; la riduzione della rilevanza dei giudizi delle agenzie di rating e infine una maggiore trasparenza sui prodotti finanziari più complessi. 
Un’agenda composta dal Financial stability board, guidato proprio da Mario Draghi che con la sua relazione nelle vesti di Governatore della Banca d’Italia ha fornito un quadro che fotografa una situazione economica preoccupante a livello mondiale ma ancora di più europeo e italiano. Anche se in alcuni accenti si mostra persino ottimista rispetto al fatto che l’Europa e il nostro Paese possano tornare a marciare a un ritmo se non paragonabile a quello delle economie emergenti perlomeno soddisfacente. E questo grazie a un rafforzamento del governo economico dell’Unione e un ancor più stringente Patto di stabilità. Che per l’Italia significa completare le riforme strutturali, ma anche ritornare allo spirito che in altre occasioni ci permise di uscire da crisi profonde, come quella del ’92. 
E’ chiaro però che la situazione resta tutt’altro che facile. A fronte di un primo trimestre che sembrava fornire più luci che ombre, la crisi della Grecia ha gettato una pesante ipoteca sulla seconda parte dell’anno. Che risulta ancora più pesante per l’Italia nonostante i livelli di indebitamento privato e di risparmio sempre privato mostrino un quadro sicuramente positivo. Il problema come è noto è nelle finanze pubbliche. Ci sono quelle manchevolezze strutturali pesanti dovute a una evasione fiscale notevole, come pure alla corruzione e a una criminalità sempre meno sostenibile. Senza contare quella disoccupazione giovanile che resta uno degli ostacoli principali alla crescita che si inserisce in una situazione occupazionale dove le persone oltre i 55 anni tendono a decrescere con uno squilibrio evidente nel mondo del lavoro. Che pone la necessità di completare la riforma delle pensioni. 
I provvedimenti intrapresi dal governo sono necessari. Obiettivi come il federalismo fiscale, che andranno inserito in un quadro di vincoli di bilancio, dovranno essere accompagnato anche da un uso efficiente delle risorse se si vuole che divengano efficienti strumenti anche di crescita. Ci sarà bisogno però – ha detto Draghi - di un forte impegno contro l’evasione fiscale, la corruzione e la criminalità organizzata. Una lotta per la legalità che nel caso dell’evasione deve avere come obiettivo anche la riduzione delle aliquote fiscali, taglio fondamentale per lo sviluppo. Al sistema finanziario e alle banche il compito di accompagnare lo sviluppo grazie a un rafforzato patrimonio e un maggior controllo del rischio. Ma anche grazie a una vigilanza che sarà ancora più stringente arrivando anche a usare i poteri di rimozione del management nel caso di non rispondenza ai requisiti e alle regole. 
Daniele Manca 
31 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_maggio_31/commento_bankitalia_manca_8999ae00-6c9f-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[31/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Affari sulla via della seta...]]></title><description><![CDATA[Il rapporto della Fondazione che vuole favorire i rapporti commerciali con Pechino 
«Imprese, prendete la via della Cina» 
Cesare Romiti: aziende troppo timorose. 
Grandi potenzialità nel lusso, nell’abbigliamento, nel design 
La grande crisi economica ha definitivamente consacrato la Cina come superpotenza del terzo millennio. Eppure il colosso asiatico non è ancora tra i nostri grandi partner industriali. È la conseguenza di incapacità strutturali delle imprese italiane oppure di oggettive difficoltà di inserimento che presenta quel Paese? La Fondazione Italia-Cina ha appena pubblicato il rapporto annuale «La Cina nel 2010: scenari e prospettive per le imprese» che, in merito, offre molte spiegazioni. «La presenza italiana è inferiore al potenziale — dice Cesare Romiti, presidente della Fondazione —. Ci sono circa 2.000 imprese, forse più, considerando il ruolo che giocano ancora le triangolazioni di capitali nelle operazioni estere. Insomma, molti investimenti non sono colti e registrati come italiani ma in realtà lo sono. Oltre alla presenza, occorre poi vedere il posizionamento ed i risultati economici ed il quadro non è negativo come spesso viene descritto ». 
Perché gli italiani temono l’avventura nel Celeste Impero?«La Cina è un Paese difficile e la struttura economica del nostro Paese — costituita da piccole e medie imprese manifatturiere — ci pone in una posizione competitiva. Le imprese scontano poi problemi di dimensione, scala di produzione, e ridotta conoscenza dei mercati internazionali. Le nostre imprese devono affidarsi ad esperti e conoscitori del mercato e sfruttare tutti gli strumenti per l'internazionalizzazione che sono offerti da istituzioni pubbliche e da soggetti privati, penso alle banche». 
Sviluppando rapporti che possano anche aprire le porte dell’Italia al capitale cinese?«Imprese e fondi cinesi possono entrare nel capitale o rilevare società italiane e contribuire poi all'ingresso o a un migliore posizionamento in Cina delle nostre aziende. Cioè gli accordi che si fanno in Italia possono poi concretizzarsi nell'apertura di varchi nel paese asiatico. Questo tema è anche evidenziato nel nostro rapporto» . 
Nello studio si indicano i mercati di fascia alta come quelli più adatti allo «sbarco » delle imprese italiane. Quali sono i canali di intermediazione (oltre a Ice, Sace e Confindustria) a cui le imprese potrebbero rivolgersi?«Simest sicuramente è un'altra organizzazione da citare; oltre ad offrire servizi di consulenza sottoscrive, dopo un'approfondita valutazione dei progetti, fino al 25 per cento del capitale di rischio di società estere partecipate da imprese italiane. In un momento di difficile accesso al credito questo è da tenere in considerazione ». 
In tal senso qual è il ruolo della Fondazione Italia Cina?«Proporre un'assistenza completa alle imprese socie: dalla formazione, all'informazione, alla consulenza fino alla gestione di progetti complessi. Occorre evidenziare che l'Italia gode di molto appeal per i settori tradizionali, il lusso, l'abbigliamento ed il design, ma questo non significa che questi prodotti si vendano da soli, occorrono competenze, programmazione ed investimenti. Bisogna anche investire in comunicazione: abbiamo eccellenze tecnologiche che a volte non sono conosciute. L'Expo di Shanghai può aiutare in questo senso». 
Nel rapporto si fa riferimento anche alla possibilità di attrarre investimenti, studenti e turisti cinesi nei prossimi anni in Italia. Quali sono i progetti della Fondazione in tal senso?«Siamo impegnati su tutti e tre i fronti. Abbiamo già raggiunto importanti risultati per l'attrazioni di studenti cinesi tramite il nostro progetto Uni-Italia, promosso e gestito dalla Fondazione Italia Cina e cofinanziato dalla Fondazione Cariplo: il numero di studenti è decuplicato rispetto al 2006: stiamo parlando di circa 6.000 studenti. La Fondazione, in raccordo con il sistema universitario italiano, ha aperto a Pechino il centro Uni-Italia con l'intento di promuovere le eccellenze del nostro sistema universitario, migliorare i processi di selezione ed incrementare la conoscenza della lingua italiana». 
E per quanto riguarda il turismo?«Stiamo collaborando con le principali regioni per incrementare e consolidare i flussi di turisti cinesi di alto profilo che conoscono solo parzialmente il "prodotto Italia": si tratta di organizzare eventi ed azioni promozionali per promuovere in maniera costante le eccellenze del nostro Paese. Inoltre, l'Associazione delle imprese cinesi in Italia, che raggruppa le più grandi realtà del Celeste Impero che hanno investito in Italia, è rappresentata nel nostro consiglio. E' chiaro che l'attrazione degli investimenti comporta anche la necessità di riformare il nostro sistema per renderlo più ricettivo ed attrattivo per gli investitori cinesi: anche il settore pubblico, quindi, deve fare la sua parte». 
Isidoro Trovato 
31 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/economia/10_maggio_31/sfide_imprese_prendete_la_via_della_cina_isidoro_trovato_3d391a7a-6cbb-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[31/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ecco le aziende più stimate nel mondo]]></title><description><![CDATA[Barilla prima in Italia per reputazione 
Ecco le aziende più stimate nel mondo 
Ai primi posti, secondo una ricerca del Reputation institute di New York pubblicata dalla rivista Forbes, Google Sony e Walt Disney. 
Nel settore alimentare la leadership è del gruppo parmigiano: "Risultato del legame emotivo che ha costruito con i suoi prodotti, la comunicazione e il coinvolgimento delle persone" 
Secondo una ricerca del Reputation institute di New York pubblicata dalla rivista americana Forbes, condotta tra le 600 aziende più importanti al mondo, classificate per fatturato, Barilla si aggiudica la diciannovesima posizione tra quelle con la migliore reputazione, prima tra le italiane e prima in assoluto nel settore alimentare. I risultati della ricerca sono stati ottenuti attraverso la consultazione diretta dei consumatori in 24 paesi nei diversi continenti. Le valutazioni sono state espresse su una serie di indicatori come l’offerta di prodotti e servizi, livello di innovazione, qualità del posto di lavoro, governance, performance finanziarie e leadership di mercato. 
LA CLASSIFICA - Al primo posto della classifica Google, seguito da Sony, Walt Disney, Bmw, Mercedes Benz, Apple, Nokia, Ikea, Volkswagen, Intel, Microsoft, Johnson & Jonhnson, Panasonic, Singapore airlines, Philips electronics. E ancora Nestlè , Oreal, Hp ed Ibm. Insomma, massiccia la presenza delle aziende tecnologiche, elettroniche e di auto. Barilla assieme a Nestlè è l'unica del settore Food. 
“La reputazione è un fattore decisivo per la competitività di un’azienda, soprattutto in un mercato che è sempre più globale”, sostiene Massimo Potenza, amministratore delegato del Gruppo Barilla. “Siamo quindi molto soddisfatti della posizione assegnataci, con un primato che dimostra il valore dell’eccellenza italiana nel mondo e il successo di scelte strategiche di lungo periodo in grado di assicurare un’ottima reputazione con tutti i nostri pubblici di riferimento”. 
Kasper Nielsen, managing partner del Reputation institute, spiega: “Nel momento in cui le aziende leader a livello mondiale cercano di crescere e guadagnare quote fuori dai loro mercati domestici, diventa di vitale importanza assicurarsi fiducia e rispetto da parte dei consumatori in tutto il mondo. Barilla ha costruito nel tempo un’eccellente reputazione con le famiglie italiane e, come si evince dal Global Reputation Pulse 2010, gode anche di un forte legame emotivo con le famiglie nei mercati più sviluppati. Con un Reputation Pulse Score di 72,45 Barilla è al diciannovesimo posto nella lista delle aziende con la migliore reputazione al mondo. Questo è il risultato del legame emotivo che Barilla ha saputo costruire attraverso i sui prodotti, la comunicazione e il coinvolgimento delle persone. 
Barilla è nella posizione di poter rafforzare ulteriormente questo legame con i consumatori a livello globale facendo leva sulla sua storia, che gli è valsa la miglior reputazione tra le aziende italiane. Riuscire ad avere la stessa reputazione nei mercati che crescono potrebbe garantirgli una solida piattaforma di crescita e successo. I risultati del nostro studio, condotto in 24 paesi, suggeriscono che Barilla ha una base molto forte sulla quale costruire”. 
Il GRUPPO BARILLA -Nata a Parma nel 1877 da una bottega che produceva pane e pasta, Barilla è oggi tra i primi Gruppi alimentari italiani, leader mondiale nel mercato della pasta, dei sughi pronti in Europa continentale, dei prodotti da forno in Italia e dei pani croccanti nei Paesi scandinavi. Attualmente il Gruppo Barilla possiede 52 unità produttive (13 in Italia e 39 all’estero) ed esporta in più di 125 Paesi. Dagli stabilimenti escono ogni anno più di 2.700.000 tonnellate di prodotti alimentari, che vengono consumati sulle tavole di tutto il mondo, con i marchi: Barilla, Mulino Bianco, Voiello, Pavesi, Wasa, Harry’s (Francia, Spagna e Russia), Lieken Urkorn, Golden Toast e Kamps (Germania), Alixir, Academia Barilla, Misko (Grecia), Filiz (Turchia), Yemina e Vesta (Messico). Ai marchi di prodotto si affiancano i marchi Number 1, società del Gruppo specializzata in servizi logistici, e First per i servizi di vendita al dettaglio. La coerenza con principi e valori antichi ma sempre attuali, la gestione delle risorse umane come patrimonio fondamentale e i sistemi di produzione all’avanguardia fanno di Barilla una delle aziende alimentari più considerate nel mondo come espressione del “saper fare” italiano. (francesco nani) 
(25 maggio 2010) © Riproduzione riservata http://parma.repubblica.it/cronaca/2010/05/25/news/barilla_prima_in_italia_per_reputazione_lo_rivela_una_ricerca_usa-4317710/?ref=HREC2-3]]></description><pubDate><![CDATA[25/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Allergie alimentari, boom tra più piccoli]]></title><description><![CDATA[Shock anafilattici da cibo aumentati di 7 volte in 10 anni, soprattutto a scuola 
08 maggio, 14:27 
(di Maria Emilia Bonaccorso) 
Crescono le allergie alimentari, soprattutto fra i più piccoli, e le crisi anafilattiche una volta su tre esplodono fra i banchi di scuola dove solo raramente il personale è addestrato a gestire l'emergenza. Sono oltre mezzo milione gli under 18 allergici ai cibi e 270mila i bimbi fra zero e cinque anni che soffrono di allergia a uno o più alimenti: cinquantamila non tollerano noci, nocciole e arachidi, circa ottantamila le uova, centomila sono allergici al latte vaccino. Il problema è in continua crescita, come segnalano gli esperti in occasione della Settimana Mondiale dell'Allergia Alimentare, dal 9 al 15 maggio. Negli ultimi dieci anni il numero dei bambini allergici è cresciuto del 20 per cento, mentre i ricoveri per shock anafilattico nella fascia fra 0 e 14 anni sono aumentati di sette volte e le visite ambulatoriali pediatriche per allergie alimentari sono triplicate. Il cibo è un pericolo per sempre più bambini e ragazzi. Circa 5000 bambini con meno di 5 anni sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro la vita, se vengono accidentalmente in contatto con gli alimenti proibiti; si stima che ogni anno nel nostro Paese siano circa 40 i morti per anafilassi, molti dei quali non riconosciuti come allergici. 
"L'allergia alimentare, in particolare verso latte, uova e nocciole è la causa più frequente di shock anafilattico e spesso segna l'inizio dell'evoluzione verso altre malattie allergiche quali la rinite e l'asma - spiega Maria Antonella Muraro, responsabile del Centro dedicato allo Studio e alla Cura delle Allergie e delle Intolleranze Alimentari dell'Università di Padova (www.centroallergiealimentari.eu ) - Sono in corso nel mondo sperimentazioni di possibili cure che vanno dalla desensibilizzazione per via orale o sublinguale ai preparati contenenti estratti derivati dalle erbe cinesi, fino alla realizzazione di veri e propri vaccini". L'allergia più frequente è quella al latte vaccino: non lo tollerano oltre 100mila bimbi fra zero e cinque anni, costretti a ricorrere a latti speciali molto costosi, spiega ancora Muraro. 
Un grosso problema, perché se i piccoli non introducono un adeguato sostituto del latte vaccino possono andare incontro a gravi squilibri nutrizionali con una compromissione della crescita e vera e propria malnutrizione e un barattolo da 400 grammi di latte speciale per bambini allergici alle proteine del latte vaccino costa dai 20 ai 48 euro, informa Marcia Podestà, presidente di Food Allergy Italia (www.foodallergyitalia.org ), che fa parte di una rete internazionale di 15 Associazioni di pazienti con allergie alimentari. La spesa mensile si aggira così in media sui 500 euro e per i primi due anni di vita, in cui tali latti sono indispensabili, le famiglie italiane spendono complessivamente oltre 50 milioni di euro ogni anno. in Italia solo Lombardia, Friuli e Sardegna coprono i costi dei latti speciali, che altrove sono totalmente a carico della famiglia". Pochissimi infine i ragazzi allergici che portano con se la penna salvavita con adrenalina: gratuita per i pazienti dal 2005, è tuttora impiegata poco o male in molte Regioni, soprattutto al Sud. 
DA LATTE A NOCCIOLE, A QUANTI IL CIBO FA MALE - Latte prima di tutto, poi uova, noci e nocciole. Sono i cibi che provocano più allergie. Questi i numeri in Italia del fenomeno sempre più in crescita diffusi in occasione della settimana mondiale dell'Allergia Alimentare che parte domani. 
- 40. Si stima che siano tanti ogni anno (200 negli Stati Uniti) i morti per crisi anafilattiche molti dei quali non riconosciuti come allergici. - 40.000. Sono i piccoli che non tollerano grano, pomodoro, soia, crostacei, frutta e verdura - 50.000.I bambini che non tollerano noci e arachidi. - 80.000. Sono i bimbi allergici alle uova. - 270mila. Sono i bimbi con meno di 5 anni che soffrono di allergie alimentari, 5000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro anche la vita. - 100.000. Sono così in tanti a soffrire di allergia al latte vaccino, la piu0' frequente. Non lo tollerano oltre 100mila bimbi al di sotto dei 5 anni, costretti a ricorrere a latti speciali con una spesa complessiva per le famiglie di oltre 50 milioni di euro all'anno. - 570.000. Sono gli under 18 soffrono di allergie alimentari: 270mila i bimbi tra 0 e 5 anni; 150mila i bimbi tra 5 e 10 anni e circa 150mila tra 10 e 18 anni. - 1,5 milioni. Sono gli adulti allergici ad alimenti, pari al 3-4% della popolazione generale. 
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/05/08/visualizza_new.html_1790249961.html]]></description><pubDate><![CDATA[09/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Sicurezza alimentare: Coop e Crai schedano oltre 900 componenti]]></title><description><![CDATA[ALLERGIE 
Bollino blu al supermercato lista delle sostanze a rischio 
Torino, per prima, si adegua alle norme Ue . 
Sicurezza alimentare: Coop e Crai schedano oltre 900 componenti 
di VERA SCHIAVAZZI 
TORINO - Un passo avanti verso la "democrazia alimentare", per aiutare i malati di allergie a entrare al supermercato e a leggere etichette davvero trasparenti e sicure. È la prima tappa del progetto che la Scuola di sicurezza alimentare di Torino (che fa parte della Fondazione per le Biotecnologie), insieme alla Rete di Allergologia piemontese e a due grandi imprese di distribuzione, Coop e Crai, presenterà nei prossimi giorni: oltre 400 prodotti "a marchio" per un totale di 940 componenti schedati e resi evidenti anche quando sono presenti in piccolissime quantità. 
Dal codice a barre sarà così possibile risalire, attraverso lettori-totem nei negozi ma anche dal computer di casa e tra breve sul telefonino (la Themis sta lavorando per creare una nuova applicazione disponibile anche sui telefoni a basso costo) a tutti, ma proprio a tutti, gli ingredienti di un certo alimento, confrontandoli con la propria allergia e ottenendo risposte certe. Non bastano infatti i generici annunci ormai presenti su molti pacchetti di dolci o di pasta, come "senza glutine" o "senza latte", occorre essere certi che nel prodotto non siano rimaste neppure "tracce" delle sostanze che - negli allergici gravi - potrebbero comunque provocare conseguenze. È sufficiente infatti che uno stabilimento cambi linea di produzione, inserendo merendine o altri prodotti da forno privi di latte sugli stessi impianti che in precedenza hanno lavorato alimenti che lo contenevano, per creare una "contaminazione" e dunque le potenziali reazioni dei malati. 
In un futuro non troppo lontano, parole ancora ambigue tuttora presenti nelle etichette, come "può contenere tracce di..." dovranno sparire: la Commissione europea sta lavorando per un regolamento generale che tuteli i consumatori non soltanto dai potenziali rischi per la salute ma anche da frodi o omissioni che danneggiano prima di tutto il portafoglio. Nel frattempo però chi è davvero allergico - fino al 6 per cento dei piccoli tra 0 e 10 anni, il 3 per cento circa di adulti e ragazzi - ha bisogno di qualche sicurezza in più, e di poter fare la spesa al di fuori dei circuiti specializzati. "L'esperimento che parte da Torino è importantissimo - dice Marco Bordoli, amministratore delegato di Crai - perché ci consentirà tra l'altro di misurare le risposte del consumatore a iniziative di trasparenza che richiedono la sua partecipazione. Siamo già all'avanguardia sul fronte della celiachia, presto speriamo di essere pronti su tutti i diversi temi nutrizionali: è giusto e moderno che ogni cittadino trovi vicino a casa un negozio dove può comprare tutto ciò che gli serve tutelando nello stesso momento la sua salute". 
Maurizio Galimberti, medico e responsabile delle rete allergologica piemontese, aggiunge: "Spesso le etichette contengono il vero elenco degli ingredienti, ma utilizzano termini che non tutti sono in grado di comprendere, come frutta a guscio, oppure codici che riguardano addensanti e coloranti. Alcune quantità molto basse sono tollerate dal 95 per cento degli allergici ma non da tutti, ecco perché è importante rendere davvero accessibili le informazioni". 
(07 maggio 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/scienze/2010/05/07/news/allergie_bollino-3876142/]]></description><pubDate><![CDATA[09/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Exor, avanti su Fiat e altri dossier]]></title><description><![CDATA[30/4/2010 (7:47) 
Exor, avanti su Fiat e altri dossier 
L'assemblea dei soci approva il bilancio 2009. 
John Elkann: più valore con lo scorporo dell'auto, adesso nuovi investimenti 
LUCA FORNOVOTORINO 
Exor, la società d’investimenti della famiglia Agnelli, è pronta a beneficiare dello scorporo Fiat e a fare nuovi investimenti in un 2010 «iniziato bene». Nessuna intenzione da parte della famiglia di sciogliere l’accomandita Giovanni Agnelli e C., di cui John Elkann diventerà presidente il 14 maggio, né di ridurre le categorie di azioni della holding del gruppo. Anzi, «quello di cui si parla - ha detto Elkann - è la possibilità di un’accomandita in cui ci saranno dei rappresentanti della famiglia che devono essere di tutti i rami». 
Tra i temi dell’assemblea dei soci, a cui hanno assistito numerosi studenti del Politecnico di Torino, delle Facoltà di Economia e Legge e anche molti studenti del master della Scuola di alta formazione al management, c’è stato il futuro della Juventus, dopo la decisione di affidare la presidenza ad Andrea Agnelli per voltare pagina dopo un deludente campionato. Ma ha tenuto banco anche Fiat dopo la separazione delle attività industriali da quelle dell’auto. «Manterremo il nostro interesse azionario - spiega Elkann - sia in Fiat sia in Fiat Industrial. È un investimento importante perché siamo convinti delle prospettive e del valore delle due società. Vogliamo assicurare, tramite cariche sociali e la presenza di uomini designati da Exor in entrambi i cda, il buon andamento e il raggiungimento di obiettivi che consideriamo coraggiosi ma realisti». Insomma, «appoggio pieno dell’azionista», dice Elkann e definisce il piano presentato il 21 aprile «ambizioso ma credibile, che fa chiarezza all’orizzonte per i prossimi 5 anni». 
Ricorda anche «l’impegno forte sulle sue radici, visto che molto di quello che la Fiat farà nei prossimi cinque anni sarà determinato dall’Italia». «L’Auto - afferma Elkann - non ha bisogno di soci. C’è una collaborazione forte con Chrysler ed è quella su cui stiamo lavorando». Il presidente di Exor e Fiat ribadisce la disponibilità a diluire la quota di controllo perché è meglio «essere azionisti di una grande Fiat o di una Fiat più grande piuttosto che impedire che questo avvenga». «Il ritorno degli Agnelli è un buon punto per me di chiusura e per John Elkann di partenza» ha detto poi il presidente dell’accomandita Giovani Agnelli e C. e presidente d’onore di Exor, Gianluigi Gabetti, commentando i nuovi assetti del gruppo, che vedono John Elkann alla presidenza della Fiat e fra qualche giorno assumere anche quella dell’accomandita e Andrea Agnelli ai vertici della Juve. 
Exor vuole poi continuare a investire in nuove attività. Elkann precisa che preferisce non parlare di asset strategici e non ma di investimenti capaci di soddisfare i requisiti di Exor. «Riteniamo che nel corso dell’anno - dice Elkann - si presenteranno opportunità per investire, in particolare in Europa e Usa». L’interesse è anche per i Paesi emergenti, Russia, India e Cina, ma è chiaro che «se si presenteranno opportunità in Italia siamo interessati e sapremo coglierle». Resta aperto il dossier Kbl, la private bank belga: «È un settore che ci piace - spiega l’ad di Exor, Carlo Sant’Albano - Kbl è interessante ma ci devono essere le condizioni giuste per investire». Sant’Albano ha aggiunto, poi, di essere soddisfatto dei buoni risultati di Alpitour, la società del gruppo leader nel turismo. 
Il 2010 per Exor è iniziato bene. Basti pensare che nei primi 4 mesi il valore del Nav (Net asset value) è cresciuto dell’8%. Al netto del valore di Fiat è cresciuto del 16%. «Ci sono tanti progetti in corso - sottolinea Elkann - e quest’anno la maggior parte delle nostre società sarà in grado di distribuire dividendi. In un contesto molto difficile, nessuna società del gruppo ha richiesto capitali». L’assemblea dei soci Exor ha dato poi l’ok al bilancio 2009 chiuso con un utile netto di 88,8 milioni (49,1 milioni nel 2008) e deliberato la distribuzione di un dividendo di 0,27 euro per ogni azione ordinaria, di 0,3217 per ogni azione privilegiata e di 0,3481 per ogni azione di risparmio, per un totale di 67,9 milioni. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[01/05/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ora si scopre che il default sarebbe servito]]></title><description><![CDATA[Ora si scopre che il default sarebbe servito 
di Daniele Bellasio 
L'asticella dei miliardi di euro necessari per salvare con un piano triennale la Grecia ha raggiunto quota 120 e punta verso 130. «Uno spreco di risorse», ha detto ieri al Sole 24 Ore Nouriel Roubini, l'economista che aveva previsto lo scoppio della bolla immobiliare. Il tempo è denaro, e passa. Questi sono i giorni delle rassicurazioni (sì agli aiuti, dicono in Europa; sì alle riforme, dicono in Grecia), poi di solito seguono i giorni delle trattative. Intanto i debiti crescono. Ancora ieri il Financial Times ricordava ai leader europei la scelta da fare: o tirate fuori subito i soldi per la Grecia o decidete che il paese è in default e agite di conseguenza. 
Tutto ciò accade sette mesi dopo l'annuncio dell'enorme debito di Atene da parte del premier greco. Ma allora non aveva ragione Otmar Issing? L'ex capo economista della Bundesbank e della Bce aveva detto al Sole 24 Ore dell'11 febbraio 2010: «La verità è che aiutando la Grecia l'Europa entrerebbe in negoziato permanente e difficile con Atene sul futuro della sua politica economica, rendendo l'idea di Europa sempre più impopolare, specie in quegli stati che saranno costretti ad aumentare le tasse per pagare gli aiuti». 
In sostanza: la Grecia andava fatta andare in default subito. Così la speculazione non avrebbe potuto scommettere sulla debolezza di una politica incapace di imporre riforme a Bruxelles come a Berlino e ad Atene. I mercati avrebbero subìto tensioni per meno tempo e avrebbero apprezzato il decisionismo di leadership consapevoli dei propri limiti. Tutti avrebbero recepito quale soluzione si profila per chi non tiene in ordine i conti. Ora i mercati, di fronte a vertici o decisioni che affidano la sorte alla data delle elezioni qui e là nel Vecchio continente, iniziano a fidarsi sempre meno». 
L'indecisione tra salvataggio e default ha prodotto effetti negativi e rischia di produrne ancora. Con il default e una sorta di amministrazione controllata, i creditori della Grecia avrebbero avuto la certezza di rivedere almeno una parte dei loro soldi, sebbene con un debito greco ristrutturato. Atene sarebbe stata costretta ad avviare un processo di riforme non solo a ripianare i debiti pregressi ma a non eccedere nei debiti futuri. La leadership greca avrebbe potuto meglio spiegare le riforme ai suoi elettori, dando “la colpa”, che poi è in realtà “un merito”, all'Fmi o all'Europa, a seconda di chi si fosse preso in carico il ruolo di giudice fallimentare. L'euro avrebbe dimostrato la sua forza facendo rispettare le regole. I paesi europei avrebbero poi potuto aiutare con accordi bilaterali la Grecia, magari come fosse un'area depressa dell'Europa in cui sono concesse alcune forme di aiuto di stato. 
Tutto ciò finora non è stato fatto. Così è facile per noi fare la storia con i se e per David Marsh, chairman di Scco International e autore di The Euro – The Politics of the New Global Currency, criticare sul Financial Times lo stesso Issing riportando due sue frasi. Nel 2006 Issing aveva detto che l'unione monetaria «può funzionare e sopravvivere» anche senza una completa unione politica. Mentre oggi lo stesso Issing dice che «negli anni 90 molti economisti – e io tra questi – avevano avvertito che avviare l'unione monetaria senza aver stabilito un'unione politica significava mettere il carro davanti ai buoi». Forse il problema sta tutto qui. Delle due l'una: o è forte l'unione politica che decide, e allora le ferree regole dell'unione monetaria possono diventare meno ferree senza mettere a rischio l'euro, o è meglio preservare la forza dell'unione monetaria sperando che presto si rafforzi anche quella politica. 
Venerdí 30 Aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[30/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Bufera greca, 5 consigli per non perderci]]></title><description><![CDATA[LA CRISI DI ATENE 
Bufera greca, 5 consigli per non perderci 
Risparmio, investimenti e rischi 
Cosa fare con i titoli di Stato della Grecia?Dopo il declassamento deciso da Standard & Poor's il rendimento dei titoli di Stato greci si è impennato, arrivando ieri vicino al 20% per le scadenze a due anni, mentre il decennale, che solitamente ha un rendimento superiore alle scadenze a breve e medio termine, è salito all'11%. Tenerli o vendere? Certamente non comprare, è il consiglio degli esperti, a meno di non voler incrementare notevolmente il profilo di rischio dei propri investimenti. Se la convinzione è che Atene farà crac nei prossimi mesi allora meglio chiudere subito le posizioni e quindi vendere. Se invece si è convinti che l'operazione di salvataggio della Grecia riuscirà è meglio mantenere la posizione e, in caso di ristrutturazione del debito, prepararsi però a un possibile allungamento delle scadenze. 
Bot e Btp, su quali emissioni puntare?I timori per il default greco hanno contagiato soprattutto i Paesi dell'Europa meridionale come Spagna e Portogallo finiti nel mirino di Standard & Poor's. L’Italia, pur facendo parte di questa macroarea, per deficit e disavanzo primario è invece accomunata ai Paesi più virtuosi come Francia o Germania e quindi il risparmiatore potrebbe avere qualche beneficio. In un momento comunque di incertezza meglio rivolgere l'attenzione ai titoli di Stato con scadenze di medio termine in vista di un rialzo dei rendimenti che, seppur lieve, c'è già stato: l'asta di ieri ha visto il rendimento lordo dei Bot salire allo 0,81% dallo 0,56% di un mese fa. Oggi il Tesoro collocherà fino a 8 miliardi tra Btp a 3 e 10 anni e Cct e l'attesa è per un ulteriore ritocco verso l'alto della cedola e una forte richiesta. 
L’euro debole farà salire l’inflazione?Con il rafforzamento del dollaro il rischio maggiore è proprio la ripresa dell’inflazione in Europa. Se infatti da un lato l’euro debole può dare una forte spinta all’export, dall’altro la necessità di importare materie prime denominate in dollari, petrolio in particolare, può provocare un aumento dei costi di produzione che finirebbe per scaricarsi sui prezzi finali dei prodotti. Tanto più in quei Paesi europei dove la ripresa è già in atto e i consumi in crescita. Gli operatori ritengono che se il greggio salirà oltre i 100 dollari al barile (ieri era a 84 dollari) è quasi certo che in Europa l’inflazione inizierà a crescere. 
Come proteggersi dal rischio contagio?Il rischio default per la Grecia e i timori su Spagna e Portogallo hanno scatenato una corsa all’oro. Tuttavia lo scenario non è così nero da giustificare una corsa al bene rifugio per eccellenza, che infatti ieri si è fermata. Chi ha liquidità da investire, e non vuole assumere rischi, i Bund tedeschi offrono rendimenti superiori al 3%. Per sfruttare invece l’effetto dollaro una buona opportunità potrebbe arrivare dai corporate bond Usa con rating elevato. Anche le emissioni in dollari di aziende italiane vanno bene: per esempio Telecom Italia scadenza 2019 rende il 6% mentre Enel Finance il 5,26%, più di quanto rendono i bond degli stessi emittenti in euro. 
Dove andare in vacanza con l’euro debole?Chi aveva in programma un viaggio negli Stati Uniti forse dovrebbe ripensarci o almeno rinviarlo. Il vantaggio del dollaro basso, che negli ultimi due anni ha reso molto conveniente il turismo e lo shopping negli Usa e nei Paesi agganciati al dollaro, è diminuito e, secondo gli esperti, potrebbe ridursi ulteriormente. Biglietti aerei, soggiorni in albergo e gli acquisti in genere sono quindi meno convenienti con il biglietto verde a 1,31 contro l'euro. Per le vacanze meglio Grecia o Spagna, verrebbe da dire, sebbene al momento nelle principali località turistiche dei due Paesi l'elevato numero di prenotazioni non ha intaccato più di tanto prezzi e tariffe. 
Federico De Rosa 
29 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[30/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Maastricht: Regole più severe]]></title><description><![CDATA[IL PIANO 
Il Trattato di Maastricht sarà rivisto entro l'anno una task force Ue-Bce 
Regole più severe: obbligo di surplus per chi è superindebitato. 
La riforma potrà dare maggiori garanzie a chi, come Berlino, chiede più rigore 
dal nostro inviato ELENA POLIDORI 
WASHINGTON - Ci vuole più rigore. E così, di fronte all'entità della crisi greca e alle resistenze tedesche, tra i top official di Eurolandia, si comincia a parlare di una revisione del Trattato di Maastricht e quindi del Patto di stabilità. Entro l'anno, in seno alla Commissione europea, verrà costituita una apposita task- force, formata dagli esperti di ciascun paese, della Ue e della stessa Bce, per studiare come rendere più restrittivi i criteri di rigore che già vincolano tra loro i bilanci dei paesi Ue, ovvero il rapporto di deficit e debito col Pil. L'obiettivo, in ultima analisi, è un surplus per chi è ha un superdebito. Al tempo stesso gli europei intendono dotarsi di un meccanismo di risoluzione delle crisi, oggi inesistente. E per finire vogliono che Eurostat, l'organismo statistico della Ue, sia in grado di poter effettuare "audit" veri e diretti per meglio verificare il quadro contabile dei paesi, così da evitare brutte sorprese come è accaduto nel caso di Atene. 
Secondo quel che si apprende, per fare tutto questo occorre appunto riprendere in mano il Trattato di Maastricht del 1992 e quindi il Patto di Stabilità. In quel patto ci sono due parametri che i paesi dell'euro sono chiamati a rispettare. Il primo stabilisce che il rapporto deficit-Pil deve essere del 3%: chi sfora, è colpito da una procedura d'infrazione e deve rientrare. 
Il secondo parametro riguarda il rapporto debito-Pil che deve "tendere" - e su quest'espressione ci fu nelle discussioni preparatorie dell'epoca una dura battaglia del ministro Guido Carli - al livello del 60%, con un ritmo adeguato. Ebbene, in questi anni, Eurolandia ha guardato soprattutto al primo dei due parametri, lasciando più in disparte il secondo. Ora che la crisi finanziaria ha fatto dilatare il debito di tutti e che il caso greco costringe i partner a mettere sul piatto un fiume di miliardi, s'è deciso che questa "voce" deve avere in futuro più peso. Già all'ultimo vertice Ecofin di Madrid era filtrato questo messaggio, che per un paese indebitato come l'Italia significa in prospettiva grandi sacrifici. Adesso però, proprio per via della vicenda greca, si vogliono stringere i tempi. Di nuovo ieri la Germania, attraverso il ministro degli esteri Westerwelle, ha fatto sapere che il suo paese "non farà alcun assegno in bianco alla Grecia". E la collega francese Lagarde, che pure pagherà per il salvataggio, ha ribadito che Atene "non ha mantenuto i suoi impegni in seno alla zona euro", presentando "dei conti sbagliati". 
Ed ecco il punto: tutelarsi da chi ha i bilanci in disordine e presenta conti fasulli. Naturalmente la task force sa benissimo che non si riduce il moloch del debito con la bacchetta magica e che un'operazione del genere richiede anni di rigore. E dunque, secondo gli orientamenti allo studio, l'idea è di rendere ancora più stringente il primo dei due parametri. Volendo riassumere, il motto del domani suona così: più alto è il debito, più basso deve essere il deficit o addirittura ci deve essere un surplus di bilancio. Sul piano più tecnico, questa colossale operazione di risanamento potrebbe passare attraverso un aggiustamento del bilancio primario, al netto degli interessi e del ciclo: qualche esercizio è già stato fatto dallo studioso dell'Fmi, Carlo Cottarelli ed è finito nella tabellina che il ministro Giulio Tremonti ha mostrato l'altro giorno in tv. 
Ma la lezione greca dice anche che, per fare piani di austerity credibili, ci vogliono statistiche sicure, non più basate solo su quello che i governi riferiscono. Di qui il rafforzamento di Eurostat. E poiché se i conti saltano, bisogna salvare chi è in difficoltà, meglio se con le sole forze europee, ecco che Eurolandia punta a dotarsi di un meccanismo di gestione delle crisi, capace di affrontare l'emergenza ma anche di accompagnare il paese in crisi verso la normalità. 
(26 aprile 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[26/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ecco il piano di Marchionne per cambiare il gruppo]]></title><description><![CDATA[E' nata un'altra Fiat 
di Maurizio Maggi e Luca Piana 
Settore auto diviso dal resto. Integrazione con Chrysler. 
Produzione raddoppiata in Italia. E l'obiettivo di 6 milioni di vetture vendute. 
Ecco il piano di Marchionne per cambiare il gruppo 
Sboccia a primavera, la Nuova Fiat. Al Lingotto di Torino, nelle giornate del 20 e del 21 aprile, Sergio Marchionne consolida il ruolo di plenipotenziario e promette di vendere 6 milioni di vetture nel 2014, mentre il giovane John Elkann, 35 anni da compiere, si siede sulla poltrona che fu del nonno Gianni e dello zio Umberto e che, dal 2004 a oggi, è stata occupata da Luca Cordero di Montezemolo. Prima con l'improvvisa conferenza stampa di martedì, con l'annuncio dell'addio alla presidenza di Montezemolo, e il giorno dopo al cospetto di analisti e giornalisti di mezzo mondo convocati per conoscere le strategie del gruppo da qui al 2014, la Fiat ha annunciato di voler essere sempre meno italo-brasiliana e sempre più globale. Anche se l'Italia resta importante: anche se Termini Imerese chiuderà, 26 dei circa 40 miliardi di investimenti previsti nel periodo sono destinati all'Italia. Dove la produzione tricolore dovrà passare dai 650 mila pezzi del 2009 a 1,4 milioni nel 2014. Il 65 per cento delle auto realizzate qui saranno destinate all'export e 350 mila voleranno negli Usa. In Europa, l'aumento di vendite in budget per il 2014 (1,25 milioni di veicoli) è del 64 per cento, con l'Alfa che dovrà sudare per salire a 350 mila unità. Ora cominceranno i tira-e-molla col sindacato per un modello da costruire qui, un turno da aggiungere o togliere là; i calcoli sui vantaggi e gli svantaggi della separazione tra il Fiat Group e i camion e i trattori (lo scorporo sarà concluso entro l'anno); illazioni e rumors sulle future alleanze industriali e forse azionarie. Ma la scommessa è lanciata: un esponente della famiglia Agnelli torna al vertice e il tandem Marchionne- Elkann alza l'asticella. Nel puzzle disegnato col “piano quinquennale” - così, in stile sovietico, è stato scherzosamente definito da Montezemolo durante il passo d'addio - le tessere che lo compongono dovranno essere un po' più simili, in quanto a dimensioni, di quanto non lo siano ora. 
Per raggiungere quota 6 milioni - un clamoroso salto del 50 per cento rispetto al 2009 - la Fiat e l'alleata americana dovranno aumentare la propria presenza in paesi ad alta potenzialità di crescita (Cina, Russia, India). L'accordo con la Chrysler, ha detto Marchionne, "ci permette di raggiungere un'adeguata massa critica per ottenere grandi economie di scala, di aumentare i volumi associati alle singole piattaforme, di sfruttare ogni possibile sinergia e di estendere la nostra presenza geografica. Tutto ciò è la più chiara testimonianza che al pessimismo della ragione, che avrebbe indotto molti a rinunciare all'impresa, la Fiat ha messo avanti l'ottimismo della volontà". Una citazione gramsciana che forse ha fatto sorridere i duri della Fiom. Ai quali, invece, non avrà fatto piacere scoprire una nuova sigla, Bcc. Sta per Best cost countries e vuol dire che una delle linee guida si basa sulla volontà di accrescere la percentuale di componenti realizzati nei paesi dove costano meno. Due uffici Bcc sono stati aperti a Shanghai e in India. Nel periodo 2010- 2014, il gruppo prevede di risparmiare 2,9 miliardi, sul fronte degli acquisti, e oltre un miliardo di risparmi sarà ottenuto grazie alle sinergie con la Chrysler. Il piano industriale svelato al Lingotto dice che entro il 2014 saranno lanciati ben 34 modelli nuovi e ne saranno rinnovati 17: due terzi proverranno dai marchi Fiat, il resto dai brand americani. Lancia e Chrysler saranno totalmente integrate e su ogni singola piattaforma del gruppo saranno costruiti molti più modelli. Ogni architettura, così la chiamano i tecnici, nel 2014 avrà 7,6 modelli e ciascuna dovrà viaggiare al ritmo di 800 mila pezzi l'anno. Marchionne vuole che il gruppo conti di più nel segmento C, quello della Bravo, la cui nuova versione sarà pronta nel 2013, come la nuova citycar, che si collocherà sotto la Panda. I monovolume a 5 e 7 posti debutteranno prima, nel 2012. Festa carioca, lacrime asiatiche Il Brasile si è confermata la roccaforte del gruppo, che nel 2009 ha venduto 737 mila vetture su un mercato di oltre 3 milioni di auto. 
da espresso.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[25/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L’allarme causato dall’eruzione del vulcano islandese...]]></title><description><![CDATA[22/4/2010 
Il tradimento del dio computer 
VITTORIO SABADIN 
L’allarme causato dall’eruzione del vulcano islandese, che ha avuto come conseguenza il blocco dei voli su quasi tutta l’Europa, è stato ampiamente esagerato da modelli matematici imprecisi e da computer che hanno elaborato dati non supportati da alcuna prova scientifica. Passata l’emergenza che ha causato gravi disagi a milioni di persone e 1,7 miliardi di euro di danni (li pagheremo con le nostre tasse, sotto forma di rimborsi statali alle compagnie aeree), gli esperti ricominciano a ragionare con maggiore calma. E non tutti sono convinti che la decisione di chiudere gli scali sia stata quella giusta. 
La confusione che ha regnato per una settimana nei centri di controllo era tale che i computer di Eurocontrol (l’agenzia che gestisce il traffico aereo europeo) segnalavano la presenza di cenere vulcanica solo in due ampie zone dell’Oceano Atlantico, mentre quelli del servizio meteo inglese e del centro di controllo Nats, che coordina migliaia di voli intorno alla Gran Bretagna, affermavano che la nube nera aveva invece coperto ampie zone dell’Europa. 
Anche i possibili danni ai motori, causati dall’impatto con ceneri già ampiamente disperse nell’atmosfera, è stato esagerato dai modelli matematici: alcune compagnie, come Klm e British Airways, hanno effettuato test in volo, senza riscontrare danni ai propulsori. Secondo Aage Duenhaupt, portavoce di Lufthansa, «quello che i nostri piloti hanno verificato in quota non corrispondeva per nulla a quello che ci avevano detto i computer». 
Se le inchieste in corso confermeranno quanto sta emergendo, dovremo concludere che non è stata la natura selvaggia a piegare il nostro mondo tecnologico. E’ stata anzi l’eccessiva fiducia che riponiamo nella tecnologia a causarci gravi danni. Non sarebbe la prima volta. Molti sospettano ad esempio che la grande crisi economica che stiamo attraversando sia stata favorita lo scorso anno dalla perdita di controllo sugli algoritmi che ormai governano quasi tutte le operazioni finanziarie. 
Banalmente, gli algoritmi sono un elenco di passi da compiere in un determinato ordine per ottenere il risultato che si desidera. Anche una ricetta di cucina o il libretto di istruzioni del telefonino sono a loro modo algoritmi. Al London Stock Exchange quasi il 50% degli scambi è ormai gestito da supercomputer che eseguono i passi necessari per ottenere il risultato da sempre più desiderato: fare molti soldi. Negli equity markets americani l’80 per cento delle operazioni non vede più coinvolti esseri umani, se non i «quantities analysts», brillanti laureati in Fisica o in Matematica che i gestori si contendono per progettare algoritmi sempre più intricati. 
George Dyson, figlio del fisico quantistico Freeman, ha scritto un saggio per cercare di spiegare da un punto di vista matematico l’ultima crisi economica. E’ arrivato alla conclusione che «i mercati non sono mai stati tanto automatizzati: siamo in balìa di un sistema finanziario basato su operazioni così complesse da poter essere eseguite unicamente da macchine». 
La dipendenza dai computer non riguarda però solo i grandi sistemi, ma caratterizza ormai le più semplici azioni della nostra vita quotidiana. Il «Financial Times» ha dedicato giorni fa una pagina a come le applicazioni della Apple per l’iPhone o per l’iPad stiano cambiando il mondo e il nostro modo di vivere: ce ne sarà una per ogni necessità che riusciamo a immaginare e il nostro piccolo computer portatile ci darà tutte le risposte che vogliamo. Questo facile accesso alla conoscenza sta facendo in modo che la conoscenza stessa non sia più indispensabile al singolo individuo, sia che si tratti di giudicare gli effetti di una eruzione vulcanica che di movimentare miliardi di dollari in Borsa. Persino gli studenti stanno scoprendo che non vale la pena di fare tanta fatica per imparare a memoria quando è morto Napoleone: se mai un giorno avranno necessità di saperlo, lo chiederanno con il telefonino a Wikipedia. 
Molti studiosi ritengono che i computer non facciano alle persone tutto il bene che si pensava. Alcuni, come Howard Rheingold, autore del libro «The Virtual Community», sospettano che stiano dando origine a una nuova specie umana, dotata di sistemi neuronali diversi e totalmente dipendente dalla tecnologia. Lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov pose al primo punto delle sue leggi sulla robotica l’imperativo che una macchina intelligente non possa recar danno a un essere umano. Forse è necessaria una legge analoga anche per i computer. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[23/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Fiat Industrial]]></title><description><![CDATA[Marchionne: spin off entro 6 mesi 
Marchionne: bisogna accettare il piano, già pronta l'ipotesi B ma non è bella 
22 aprile, 07:41 TORINO - Il gruppo Fiat scorporera' le attivita' di Iveco, Cnh e parte di Powertrain in una societa' che chiamera' Fiat Industrial. Lo ha annunciato l'amministratore delegato SergioMarchionne durante l'incontro con gli analisti finanziari. Lo scorporo delle attivita' auto di Fiat avverra' ''nel giro sei mesi'', ha detto l'ad sottolineando che ''iniziera' una nuova storia della Fiat, con due aziende dotate di massima autonomia per svilupparsi''. 
Bisogna accettare il piano, perché "é già pronto un piano B che non è molto bello". E' il monito a governo e sindacati lanciato da Sergio Marchionne rispondendo agli analisti finanziari. "Mi sono avvicinato a questo progetto - ha detto Marchionne - con le migliori intenzioni, anche se tante sere sono tornato a casa disgustato da alcune cose che ho visto nelle relazioni industriali. Non è questo il modo per creare una grande azienda". Ci sono "storie orrende che girano in Europa sui sindacati americani - ha poi sottolineato - ma vi posso dire che quando ho trattato con loro, una volta risolte le questioni e concordato un piano, non ho mai avuto obiezione su ciò che si è fatto per far progredire l'azienda. La volontà - ha concluso - e la mente aperta sono fondamentali e spero sia così anche qui". "Non è un piano di sacrifici, io parlo di impegno", ha detto l'amministratore delegato, sostenendo che "non ci sarà alcun taglio, ma anzi incremento degli organici". Marchionne ha parlato nel corso della conferenza stampa dopo la presentazione del nuovo piano industriale. 
MARCHIONNE, RADDOPPIA PRODUZIONE AUTO ITALIA 2014 - Con il progetto 'Fabbrica Italia', il gruppo Fiat prevede di raddoppiare la produzione di auto in Italia, portandola dalle 650.000 unità del 2009 a 1,4 milioni di auto nel 2014. Lo ha detto l'a.d. Sergio Marchionne presentando il piano agli analisti finanziari. 
10 NUOVI MODELLI E 6 RESTYLING ENTRO 2014 La Fiat prevede entro il 2014 il lancio di dieci nuovi modelli e sei restyling. Una nuova city car sarà presentata nel 2013 e un modello ingresso B arriverà nel 2012. Nel 2013 toccherà ai restyling di Croma, Multipla e Ulisse. Lo ha detto l'amministratore delegato, Sergio Marchionne, durante la presentazione del piano agli analisti finanziari. Per l'Alfa Romeo sono previsti 7 nuovi modelli e 2 restyling. 
BRILLANTE IN BORSA (+1,7%) SU ANNUNCIO SCORPORO Chiusura brillante per Fiat in Piazza Affari. Il titolo del Lingotto ha segnato un rialzo finale dell'1,73% a 10,6 euro. Brillanti gli scambi, per oltre 138 milioni di pezzi, pari al 12,66% del capitale, nel giorno in cui oltre ai dati trimestrali e al piano industriale fino al 2014, è stato annunciato lo scorporo di Iveco, Cnh (movimento terra) e parte della divisione Power Train (cambi e motori). 
STANDING OVATION PER JOHN ELKANN AL LINGOTTO Standing ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari, presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo, Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann é stato preso d'assolto dai flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne. 
MARCHIONNE, INDISPENSABILE FLESSIBILITA' LAVORO - Il successo del piano industriale della Fiat è legato alla flessibilità della forza lavoro e dei dirigenti. Lo ha sottolineato l'amministratore delegato Sergio Marchionne durante la presentazione del piano. "E' un elemento indispensabile - ha sottolineato - perché gli stabilimenti possono funzionare solo se lavorano a piena capacità". 
Le radici della Fiat Auto "sono e resteranno in Italia", dove il gruppo prevede di produrre, nel 2014, 1,4 milioni di vetture l'anno, il 65% per le esportazioni a fronte del 40% del 2009, ha detto Marchionne che ha confermato che a Termini Imerese la produzione cesserà entro la fine del prossimo anno. A Mirafiori i volumi aumenteranno da da 100.000 a 170.000 unità, a Cassino saranno prodotte entro il 2014 oltre 400.000 vetture. "Il piano rappresenta un'opportunità unica per chiudere con il passato e aprire una pagina nuova. Dobbiamo discutere con i sindacati, è un'occasione di quelle che arrivano una sola volta nella vita", ha detto Marchionne. 
Il consiglio di amministrazione della Fiat ha nominato John Elkann presidente. Il cda, riunito al Lingotto, "ha preso atto, con rammarico - dice una nota - delle dimissioni di Luca Cordero di Montezemolo dalla carica di presidente e lo ha ringraziato per l'opera svolta a favore del gruppo in un periodo particolarmente delicato per la vita dell'azienda". 
Standing ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari, presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo, Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann é stato preso d'assolto dai flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne. "Con Elkann e Gabetti, che continua a essere mio grandissimo amico - ha detto Marchionne - abbiamo navigato in acque molto difficili. Io e John siamo entrambi cresciuti, ora ha raggiunto la maturità giusta per fare il presidente. Abbiamo anche voluto dimostrare con questa scelta la fiducia che abbiamo negli uomini e donne della Fiat". Marchionne ha poi ringraziato Luca Cordero di Montezemolo: "Se siamo qui oggi è perché siamo riusciti a superare un periodo buio. Lo ringrazio personalmente per il sostegno che mi ha dato in questi anni, in cui siamo diventati amici anche a livello personale". 
UTILE GESTIONE ORDINARIA 352 MLN - L'utile della gestione ordinaria del gruppo Fiat ha raggiunto nel primo trimestre i 352 milioni di euro rispetto alla perdita di 48 milioni di euro dello stesso periodo 2009, con oltre la metà del risultato determinato dai business delle Automobili. 
Fiat Group Automobiles ha registrato un utile della gestione ordinaria di 153 milioni di euro a fronte della perdita di 30 milioni di euro del primo trimestre 2009, "per effetto - spiega la nota della casa torinese - di volumi significativamente più elevati e di un miglior mix delle vendite, grazie al maggior contributo dei veicoli commerciali leggeri". Cnh ha registrato un utile della gestione ordinaria di 127 milioni di euro (49 milioni di euro nel primo trimestre 2009), Iveco di 3 milioni di euro (perdita di 12 milioni di euro nel primo trimestre 2009). 
RISULTATO NETTO VICINO AL PAREGGIO - Il gruppo Fiat ha chiuso il primo trimestre 2010 con un risultato netto vicino al pareggio. La perdita è infatti di 21 milioni di euro rispetto a quella di 411 milioni di euro dello stesso periodo 2009. 
GRUPPO CONFERMA OBIETTIVI 2010 - Il gruppo Fiat conferma gli obiettivi del 2010 di un utile della gestione ordinaria superiore a 1,1 miliardi di euro e di un indebitamento netto industriale di oltre 5 miliardi di euro. 
La Fiat conferma anche per il 2010, considerato "un anno di transizione e di stabilizzazione", gli obiettivi di ricavi superiori a 50 miliardi di euro e di un risultato netto vicino al break even. Il Gruppo si attende per tutti i Settori una performance migliore rispetto all'anno scorso, con l'eccezione del business delle Automobili, la cui performance risentirà negli ultimi tre trimestri dell'anno della riduzione o dell'eliminazione dei programmi di eco-incentivi a sostegno della domanda in Europa Occidentale. La Fiat "disporrà comunque di risorse più che adeguate per una transizione a quello che ci si aspetta essere un contesto di mercato normalizzato nel 2011 e negli anni successivi". Per raggiungere gli obiettivi il gruppo continuerà a sviluppare la strategia di alleanze mirate. 
MARCHIONNE, DAL 2004 RAGGIUNTI TUTTI GLI OBIETTIVI - "Dal 2004 alla prima metà del 2008 abbiamo raggiunto passo dopo passo, se non superato, tutti gli obiettivi che ci eravamo posti". Lo ha sottolineato l'ad del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, nel suo discorso introduttivo agli analisti finanziari. Questo successo, secondo il manager del Lingotto, è stato raggiunto "grazie a due fattori chiave": "un team - ha detto - il cui coraggio è diventato uno stile di vita, una cultura della responsabilità in cui la visione di un futuro migliore non è un sogno, ma un compito da realizzare. Queste - ha continuato - sono le forze che hanno consentito alla Fiat di rompere con il passato per segnare l'inizio di una nuova era". Marchionne ha ricordato la presentazione, nel 2004, del piano per il turnaround della Fiat, "quello che ci avrebbe permesso - ha detto - di strapparla ad un destino cui sembrava predestinata". "Molti di quelli che ascoltarono e analizzarono i nostri piani li definirono ambiziosi, addirittura irrealizzabili - ha continuato il manager del Lingotto - ma tutti, alla fine, hanno dovuto prendere atto che ogni singolo target è stato raggiunto, quando non superato, fino a quando abbiamo potuto lavorare in un mondo normale". L'esplosione della crisi globale, che secondo Marchionne "ha riportato l'orologio dei mercati al Medioevo", ha "bruscamente interrotto" il percorso di sviluppo pianificato. La reazione dell'azienda, però, "é stata forte e rapida": "Abbiamo ripensato i nostri piani - ha detto l'ad - cercando ogni mezzo per rafforzare il Gruppo e per ristabilire punti certi in un mercato stravolto dall'incertezza". Tutto questo "é la più chiara testimonianza che, di fronte al pessimismo della ragione che avrebbe indotto molti a rinunciare all'impresa - ha concluso Marchionne - la Fiat ha messo avanti l'ottimismo della volontà. Gli shock, per un'azienda, servono anche a innescare le energie migliori, le più sane, esattamente come succede in periodo di ricostruzione dopo una guerra". 
MARCEGAGLIA, ELKANN HA CAPACITA' PER GESTIRE SFIDE - "A John Elkann vanno i nostri migliori auguri di buon lavoro". Questo il messaggio della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, al neopresidente Fiat, nominato oggi dal consiglio di amministrazione del gruppo automobilistico di Torino. "John Elkann ha tutte le capacità necessarie per gestire le nuove sfide che l'azienda dovrà affrontare per rimanere competitiva nel contesto mondiale nel quale opera. A Luca Cordero di Montezemolo va il nostro riconoscimento per il difficile e delicato lavoro svolto in questi anni al vertice della Fiat" sottolinea ancora la presidente di Confindustria. 
JOHN ELKANN AL TIMONE, DEBUTTA CON PIANO(di Amalia Angotti) TORINO - John Elkann avrà già da qualche ora il timone della Fiat, quando Sergio Marchionne illustrerà agli analisti finanziari il piano strategico del gruppo fino al 2014. Sarà il più giovane presidente della casa torinese e, con lui, la famiglia riprenderà in modo diretto le redini della società dopo la scomparsa dell'Avvocato e poi del fratello Umberto. Non è probabilmente un caso che il nuovo ruolo del rampollo di casa Agnelli venga sancito nello stesso giorno in cui potrebbe essere varata l'operazione di spin off, con lo scorporo dell'auto dal gruppo e la sua quotazione. Un'ipotesi ben considerata dai mercati e che in prospettiva potrebbe portare cambiamenti anche nella partecipazione azionaria della famiglia. Proprio Elkann non ha mai nascosto la possibilità che un giorno gli Agnelli possano rinunciare al controllo, purché questo significhi avere un'azienda più sana e solida. Luca Cordero di Montezemolo lascia la presidenza dopo sei anni e, come lui stesso ha detto, dopo averla traghettata in un periodo molto difficile, quando il futuro sembrava piuttosto buio. Insieme all'amministratore delegato Marchionne ha guidato la Fiat dal 2004, quando "la famiglia non aveva ancora un leader" e "l'azienda era vicina alla bancarotta", ma il piano "apre una pagina nuova". 
E sia Montezemolo sia Gianluigi Gabetti, numero dell'accomandita di famiglia, sono convinti che John Elkann, di cui hanno seguito la crescita in questi anni, sia pronto. Tra Montezemolo e Marchionne si è parlato di dissapori che non hanno però trovato conferme in una giornata caratterizzata da sorrisi e scambi di parole affettuose. "Sono stati sei anni d'intensa collaborazione e si sono create le condizioni per una grandissima relazione tra me e Luca, rimaniamo amici", dice l'amministratore delegato. E Montezemolo gli fa un plauso per il grande lavoro svolto per il risanamento dell'azienda. D'altra parte il suo non è un addio al gruppo, dal momento che mantiene la carica di consigliere della Fiat e di presidente della Ferrari. "Io, Sergio e John - dice Montezemolo - resteremo una squadra, come è stato in questi anni". Marchionne non entrerà nella Giovanni Agnelli e C., la cassaforte di famiglia, ipotesi ventilata da Maria Sole, la sorella dell'Avvocato. "La tendenza - spiega Elkann - è avere nell'accomandita sempre più persone della famiglia". 
MONTEZEMOLO, SALUTO A NAPOLITANO E A PREMIER: NO POLITICA (di Paolo Rubino)"Non scendo in politica", ribadisce Luca Cordero di Montezemolo, nel giorno in cui lascia la presidenza di Fiat, e gli occhi sono puntati sui suoi prossimi passi. Prima dell'annuncio ufficiale la visita al Quirinale, dove è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Poi a Palazzo Chigi, dal sottosegretario Gianni Letta. Mentre con Silvio Berlusconi, impegnato in un vertice internazionale, c'é stato, "un lungo, cordiale, affettuoso, colloquio telefonico - spiega la Presidenza del Consiglio - ". Quindi al Lingotto, per la conferenza stampa. "Ora finalmente potrò fare un mestiere solo, e potrò tornare a occuparmi di più della Ferrari". Chi conosce bene Montezemolo racconta che è difficile seguirlo nel ritmo delle sue giornate, una agenda impossibile per dare sempre una forte impronta personale. Così negli affari, così nell'impegno civile. 
"L'Italia è un paese bloccato. Muoviamoci!": promuovere l'associazione Italia Futura è per Montezemolo l'occasione per dare continuità all'impegno per il Paese portato avanti come presidente di Confindustria. Un continuo pungolo, un occhiolino alla politica, deludendo puntualmente le attese dei tanti che negli ultimi anni hanno più volte previsto una imminente discesa in campo. "Io in politica? Se rinascerò, in un'altra vita"... ribadisce ancora Montezemolo, ammettendo di aver resistito a "pressioni importanti" a lasciarsi arruolare, quando era il leader degli industriali. La voglia di impegnarsi prende quindi altre strade. Come la presidenza di Telethon, ereditando anni di impegno di Susanna Agnelli. Ricerca e formazione sono tra i cavalli di battaglia, impegno concretizzato come presidente della Luiss, incarico che probabilmente lascerà presto a Emma Marcegaglia come consuetudine per l'Università confindustriale. Poi il manager, e l'imprenditore. "Ho una grandissima passione nel mestiere che faccio" e "nella vita ognuno deve cercare di fare il suo mestiere", dice. 
Ancora in Ferrari, quindi. Ed in "una grande avventura imprenditoriale che mi affascina molto". Il treno ".italo", livrea rosso Ferrari, nome che ammicca all'italianità ed all'era di internet, lancerà nel 2011 la sfida del primo privato sui binari ad alta velocità: la società, Ntv, è stata creata nel 2006 da Montezemolo con Diego Della Valle, Gianni Punzo e Giuseppe Sciarrone. Poi si sono aggiunti altri soci. Innovazione e forza del made in Italy, parole d'ordine ripetute all'infinito alla guida di Confindustria, sono anche alla base degli investimenti nel lusso, creando Charme, che acquista Poltrona Frau e ne fa il fulcro di un polo del design di prestigio: Cassina, Cappellini, Gebruder Thonet Vienna, Gufram, Alias. E l'eccellenza del cachemire scozzese Ballantyne che, in un progetto con Alfredo Canessa, sposa la moda italiana: sede a Milano, cuore della produzione e direzione creativa in Umbria, boutique che riapre nella londinese Bond Street. 
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Mario Bellini: "La creatività non conosce la crisi" 
Milano: «E' un unico organismo con cuore e cervello, funziona tutto o niente» 
ALAIN ELKANN 
Mario Bellini, dopo tanti successi con il design e otto Compassi d’oro lei è tornato a occuparsi di architettura.«Sì, ma l’ho fatto già alla fine degli anni Ottanta: a Milano ho realizzato i tre edifici del Portello e sul lago di Como nel parco della Villa Erba Visconti a Cernobbio ho disegnato un complesso e- spositivo congressuale. Poi negli Anni Novanta in Giappone ho disegnato il Tokyo Design Center». 
Adesso cosa sta facendo?«Prima di tutto al Louvre ho progettato la copertura della Cour Visconti, una specie di velo dorato che scende nel cortile senza posarsi sul suolo e racchiude uno spazio irreale. Qui all’inizio del 2012 verrà inaugurato il nuovo museo islamico». 
Quali sono i suoi progetti a Torino?«Ho vinto il concorso per la più grande biblioteca pubblica mai fatta, dovrebbe contenere oltre un milione di documenti e si trova sulla Spina 2. I progetti esecutivi sono completati, adesso aspettiamo di cominciare i lavori, che però per il momento sono ancora fermi». 
Cosa ne dice il sindaco Chiamparino?«Il progetto gli piace molto, so che Torino ci tiene tantissimo e la Fondazione San Paolo dovrebbe mettere i finanziamenti. Ma dopo le Olimpiadi ci sono stati dei momenti un po’ difficili e quindi una sospensione dei lavori. Spero possano cominciare tra un anno». 
Altri progetti?«A Verona Sud parte un progetto di uffici, alberghi e parchi commerciali. Sarà finito entro il 2010». 
C’è anche un altro progetto a Francoforte?«Sì. La nuova sede centrale della Deutsche Bank, un edificio ecocompatibile, lo hanno chiamato Green Building». 
Ma a Milano, la sua città, dove vive e lavora, non fa nulla?«Sto trasformando uno dei tre edifici del Portello che diventerà il più grande centro congressi d’Europa con 18 mila posti complessivi». 
Insomma per lei, architetto, sembra davvero che non ci sia crisi.«Per adesso no, sto anche progettando a Genova il Parco Scientifico Tecnologico, un complesso di 450 mila metri quadrati che guarda sopra l'aeroporto, comprende un campus per le facoltà di ingegneria, uffici ad alta tecnologia e abitazioni private». 
E il design, che è stata una delle sue grandi passioni?«Lo continuo come un piacere, con il gusto colto di frequentare la pittura dell’abitare che trova in Italia una grande tradizione. Fare l’architetto e disegnare gli arredi del resto è comune a molti altri, penso per esempio a Le Corbusier». 
Lei per chi disegna questi mobili?«Per Cassina, Kartell, Flou». 
Che tipo di oggetti realizza?«Poltrone, vassoi, divani, sedie e molto altro». 
Quando è stato il momento magico del design?«Con la Olivetti, con Cassina e con B&B, all’inizio degli Anni Sessanta e tra gli Anni Settanta e Ottanta. Un periodo irripetibile di creatività di cui ho avuto la fortuna di essere trai i protagonisti. Venticinque mie opere che sono nella collezione permanente nel Museo d’Arte Moderna (Moma) di New York che nel 1987 mi ha dedicato una personale». 
Alla Olivetti ha lavorato tanto?«Si, per trent’anni. Ho creato il Divisumma, una macchina da calcolo gialla di gomma con i tasti integrati e le prime macchine da scrivere elettroniche». 
E adesso?«Sono concentrato sul design italiano, che però oggi è diverso in quanto è concepito da creativi di tutto il mondo ma sempre per aziende e imprenditori italiani per il 95 per cento. Si capisce così come l’imprenditore sia importante nel progetto creativo del design, come una specie di mecenate del mondo di oggi». 
Che ne pensa dei saloni come quello del mobile di Milano in corso in questi giorni?«Sono un’ottima idea, tutto il mondo si dà appuntamento: designer, fotografi, giornalisti, venditori, uomini di cultura, stilisti della moda. È un grandissimo avvenimento. Nella vecchia città ci si è resi conto del successo anche solo guardando il traffico e poi anche soprattutto per il fatto che tutta la regione è immersa in questo show, non è semplicemente concentrata in un solo polo ma ovunque». 
Milano è cambiata?«E’ una strana città, molto creativa e allo stesso tempo una capitale imprenditoriale. Alterna momenti di sonno e di attesa a grandi manifestazioni legate a moda e design. È monocentrica, a differenza di Tokyo, Parigi, New York e della stessa Roma che sono policentriche. È come un unico organismo con cuore, polmoni e cervello che quando funziona, funziona tutto e quando non funziona, non funziona niente». 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[18/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Armando Testa con la sua inseparabile matita]]></title><description><![CDATA[18/4/2010 (7:53) - IN UNA MOSTRA A MILANO LE OPERE PRIVATE 
La Testa che giocava col mondo 
Armando Testa con la sua inseparabile matita 
Quadri astratti, mobili, sculture: il genio artistico del grande pubblicitario 
BRUNO VENTAVOLIMILANO 
S’annoiava ad una conferenza, e da tutte le parole in libertà che sentiva strizzò appena due lettere, le disegnò su un dépliant a mo’ di sedia. La A di Armando per sedile, la T di Testa come ampio schienale per consentire a tutti solenni dormite. La «Sedia AT» è diventata poi oggetto concreto, non per pisolare ai simposi, ma per farne un’installazione artistica. Perché l’ironia, la vita quotidiana, il genio s’amalgamarono ininterrottamente nella lunga carriera di Armando Testa. Al Pac di Milano «Povero ma moderno» una gioiosa mostra curata da Gemma De Angelis Testa e Giorgio Verzotti (aperta fino al 13 giugno), presenta la sua produzione inedita, meno nota, più personale. 
Per raccontare Testa non si può naturalmente prescindere dalla pubblicità, di cui fu il geniale sovvertitore. E così spicca il nero, con al centro l’origami giallo, bianco, rosso del suo primo manifesto, per l’Industria italiana colori. Era il 1937, e Testa, appena ventenne, era povero in tasca, ma modernissimo nelle idee. Fin da bambino aveva lavorato umilmente. Gli piaceva ballare, gareggiare in bicicletta, sfogare idee, e capì che poteva dare un’anima artistica ai consigli per gli acquisti. Prendeva Seurat, Sironi, bestie fantastiche di Bosch, Mondrian, lampadine, limoni, elefanti, e ne faceva affreschi della modernità consumista. Per propagandare «Costumi Beatrix», mise sul corpo nudo di una bellissima modella una pecetta nera sopra i seni. I manifesti per strada venivano strappati, come se il viandante infoiato cercasse di svellere la molesta censura. Testa si compiaceva dei piccoli vandalismi erotici. Significava che la «comunicazione» funzionava. 
«La pubblicità mi ha imposto le leggi del marketing e l’obbligo di comunicare in modo semplice e piacevole per riuscire a parcheggiare nella memoria di tutti i consumatori», diceva. Faceva caroselli e slogan che diventavano modi di dire e di pensare. Eppure, come i grandi demiurghi, non s’accontentava della fama, delle medaglie, degli onori per quel che aveva fatto nelle comunicazioni di massa. In privato, Testa produceva dipinti, sculture, fotografie, giocando con le stesse forme e gli stessi colori dell’advertising. Ma in piena libertà, committente solo del proprio estro. 
In serigrafie su seta si divertiva a creare bestiari fantastici, il «Topo rapanello», il «Ritratto di giovane porco», il «Cane randagio», raffigurato come un tubo che esala una lingua rossa liquida. Con segni semplici diceva un mondo. Ma dipingeva anche astratto. Colate di rosso, fustigate dal nero, spezzate dal blu. «Castelli», «Angolo erotico». E un divertito omaggio al «Brainstorming», la liturgia talvolta geniale, talaltre inconcludente (dipende dai cervelli effettivamente presenti), che si recita nelle sale delle aziende moderne. 
Il cibo che il Testa professionista doveva esaltare tra posate preziose e labbra avide, nel Testa privato è personaggio. La mortadella è una busta postale, l’asparago, un mostro che divora la sedotta sprovveduta, una noce, un inquietante bestiaccia. La sedia, su cui trascorreva ore a lavorare e creare, ispira sculture a metà tra l’arte sogghignante e il design masochistico come la «Sedia con matita»; la «Sedia antropomorfa», appoggiata su un piano di cristallo, ha gambe che sembrano arti umani furbescamente accavallati. 
La scultura «Il tempo» è quasi ignota. Rappresenta una mano gigante che gemma a catena nuove mani dalle dita. Altre sculture son fatte di mani giunte, tese, innervosite, tutte in ceramica, con colori meravigliosamente pop. Mentre dita, «magnifiche protagoniste della vita umana», compaiono in decine di disegni, intente a dialogare, amoreggiare, battibeccare, fiorire. La mano e le sue parti erano un’ossessione estetica per Testa, forse esistenziale. Le aveva usate tanto per lavorare da giovane, per fare la pubblicità, per tradurre idee in materia. Le sue mani non stavano mai ferme. Mentre parlava, ascoltava, pensava, disegnava compulsivamente. Prendeva appunti visivi con guazze, tempere, carboncini su fogli A4. Poi li ritagliava. Li ricomponeva. Li consegnava ad altri per sviluppare idee. La maggior parte li buttava via con ironica generosità, costringendo la moglie Gemma a recuperare nei cestini quanto poteva. 
Artista totale, Artesta sulfureo, era anche design. Progettava biro, orologi, mobili. In mostra ci sono due magnifici armadi neri, con le lettere X e Y sulle ante. Testa li aveva concepiti per la sua casa al mare. Aveva in mente di realizzarne uno per ogni lettera dell’alfabeto, in modo che si potessero combinare in infinite parole. Come da giovane: per guadagnarsi il pane aveva lavorato in tipografia, e lì, componendo i caratteri mobili, aveva capito che avrebbe potuto rimontare il mondo con la fantasia. I mobili restarono due. Anche perché le case di Testa erano vuote al limite dello zen. Avrebbe voluto con un sistema di carrucole far scomparire persino i pochi tavoli e le poche sedie domestici. Il nomade della genialità sapeva che per esplorare nuove steppe bisogna essere liberi da fardelli. «Nel meno c’è il più», diceva come Mies van der Rohe, cercando la concisione, l’essenzialità. La casa, come la vita, doveva essere un foglio bianco. Da riempire sempre di nuove idee. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[18/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Accordo alla Zf. "Più felici e produttivi".]]></title><description><![CDATA[Accordo alla Zf. "Più felici e produttivi". 
L'arco d'impiego si adatta alla vita familiare via gli straordinari, ogni addetto presenta un piano e un software lo combina con i bisogni aziendali 
Padova, la fabbrica senza orari l'operaio sceglie quanto lavorare 
dal nostro inviato CINZIA SASSO 
PADOVA - La fabbrica dove non esiste l'orario di lavoro è un rettangolo bianco che compare in fondo a una strada bianca. Si chiama Zf, è un'azienda metalmeccanica, con gli operai in pantaloni blu e maglietta bianca con il logo aziendale che armeggiano in mezzo a un frastuono infernale. 
Si trova a Caselle di Selvazzano, alle porte di Padova, è il terminale italiano di una multinazionale tedesca e produce soprattutto ingranaggi per motori marini. Solo che gli operai, 200 su 360 dipendenti, non ci vanno tutti dalle 8 alle 17: la produzione è continua, ma l'orario di ognuno è a sua scelta. L'hanno chiamato "orario a menù" ed è un miracolo che perfino il Politecnico di Milano ha studiato, la realizzazione concreta di un sogno che sembrava irrealizzabile: conciliare il tempo del lavoro con il tempo della vita. 
Per non continuare ad affrontare i picchi di lavoro con lo straordinario, azienda e sindacati si sono messi a un tavolo e hanno inventato una soluzione che una ricerca europea indica come esempio da seguire: ogni due mesi i lavoratori compilano una richiesta con le loro preferenze sui tempi di lavoro mentre l'impresa presenta il piano sulle necessità produttive. Un software apposito incrocia le diverse esigenze. Quello che ne esce è l'orario di ognuno. Si può avere un "orario di carico", che significa lavorare di più. Ma si può scegliere anche quello di "scarico", per avere più tempo libero. Il bilancio delle ore si fa a fine anno, tenuto conto che in ogni settimana si dovrebbe lavorare 40 ore. Nella sala del consiglio di fabbrica, sotto un manifesto ormai ingiallito di Luciano Lama, Luca Bettio, delle Rsu, racconta: "Ci abbiamo guadagnato tutti. Abbiamo abolito lo straordinario, strumento in mano ai capetti, e l'abbiamo sostituito con un premio per la flessibilità. Così ognuno può bilanciare la sua vita familiare con quella della fabbrica, e in tempi di asili che chiudono e di anziani da accudire non è poco". 
Così c'è chi, come Daniele Olivieri, 30 anni, addetto al montaggio, riesce a gestire un'associazione di volontariato, la Zattera Urbana, che si occupa di integrazione. E chi, come Daniele Agostini, al mattino può accudire i figli, mentre la moglie è al lavoro. Renzo Soranzo, occupato alle "isole di montaggio", racconta di un collega che nel tempo liberato si è laureato in ingegneria. E Gianluca Badoer spiega: "La fabbrica era una gabbia rigidissima, come nella Manchester dell'800, noi siamo riusciti a rompere quel meccanismo e a gestire la flessibilità in modo collettivo e con vantaggio reciproco". L'assenteismo è diminuito, aumentata la puntualità nella consegna, così come i margini di redditività. Marina Piazza, sociologa, sottolinea un altro aspetto virtuoso della rivoluzione Zf: per rendere possibile l'orario a menù, tutti hanno dovuto imparare a fare di tutto, aumentando la professionalità di ciascuno. "È la prova - dice - che non bisogna avere paura a cercare orizzonti più ampi, importante in un periodo in cui si deve immaginare una nuova mappa del welfare". Non è solo l'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro a suggerire l'urgenza di immaginare un nuovo equilibrio tra vita e lavoro. Eurofound, l'agenzia della Ue per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, conclude nel suo rapporto del 2009 che la flessibilità è uno degli strumenti per rispondere meglio alla crisi. I Paesi più dinamici e competitivi sono quelli che sanno innovare. Iniziando dagli orari di lavoro. 
© Riproduzione riservata (14 aprile 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[14/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Atene e la Ue vittime di se stesse]]></title><description><![CDATA[Atene e la Ue vittime di se stesse

di Alessandro Plateroti
	

«Opacity on public policy means no public policy». Per il gestore di un importante hedge fund americano, il vero problema della Grecia e soprattutto dell'eurozona si può riassumere così: l'opacità sulle politiche di intervento pubblico nasconde l'assenza di vere politiche di intervento pubblico. Si tratta di una battuta, ma il messaggio dei mercati è chiarissimo: l'impennata dei tassi sui titoli di stato della Grecia, la paura di un crollo dell'intero sistema bancario ellenico e la caduta costante dell'euro sui mercati valutari sono il risultato inevitabile di una gestione europea della crisi assai poco convincente. A due settimane dall'annuncio dell'accordo Europa-Fmi per salvare la Grecia non si è ancora visto un piano concreto di aiuti, nessuno ha spiegato come si dovrebbe concretizzare l'intervento, quali paesi dovrebbero intervenire a fianco del Fondo monetario e in quale misura.

In questa situazione, neppure l'ipotesi che la Grecia emetta un bond in dollari è bastata per placare la tensione: la percezione diffusa nella comunità finanziaria internazionale è che l'opacità del piano di salvataggio e le divergenze politiche dell'eurozona possano ostacolare una rapida erogazione degli aiuti ad Atene, a danno della Grecia e della credibilità dell'Unione monetaria.
Che cosa vuole, dunque, il mercato? La risposta più semplice è che cali il sipario sulla commedia del piano di salvataggio: se davvero c'è un accordo sugli aiuti, che la Grecia lo chiami subito, dissipando così l'impressione di un grande «bluff» ai danni del mercato. Contare sulla benevolenza degli investitori è ormai un'illusione: il balzo dei tassi sui titoli decennali greci fino al 7,49% toccato ieri (un livello che non si vedeva dal 1998) dice chiaramente che i costi di indebitamento di Atene sono e resteranno proibitivi, aumentando le possibilità di un default. Ieri il Governatore della Bce Trichet ha escluso una tale eventualità, contribuendo così a limitare il crollo della Borse e la caduta di Atene dalla rupe dei mercati, ma per gli investitori - e soprattutto per i grandi speculatori internazionali - domani è sempre un altro giorno: o la Grecia chiede subito gli aiuti - e le condizioni proibitive dei mercati le danno la possibilità di farlo - o la tempesta finanziaria diventerà sempre più forte e contagiosa.

I segnali che la Grecia sia a fine corsa, del resto, hanno passato ormai il livello di guardia e il mercato del debito sovrano è chiaramente in mano alla grande speculazione internazionale: ciò che dovrebbe preoccupare di più, infatti, non è la corsa dei tassi a lungo termine, ma quella dei rendimenti dei titoli di stato a breve (sei mesi e due anni) e soprattutto la volatilità dei prezzi. I bond greci a due anni sono saliti di oltre due punti percentuali in appena due giorni fino al 7,68%, cioè il 6,78% in più rispetto al debito tedesco. Non solo. Già mercoledì, i titoli di Stato con scadenza equivalente a circa sei mesi sono saliti fino a 6,4%, secondo le stime della Rbs Research, arrivando a un rendimento pari al doppio della mattina precedente e a 6 punti percentuali in più sull'equivalente tedesco. Ieri, il titolo di Stato greco con scadenza ottobre 2010 è addirittura passato al 6,4% dal 5,6% di mercoledì, un andamento che conferma l'estrema volatilità nella «short-end» del mercato del debito pubblico greco. È ovvio che si tratta di rendimenti insostenibili per il debito pubblico a breve, specialmente nell'eurozona. Ma soprattutto, si tratta di tassi che indicano due sbocchi contrapposti della crisi: da un lato, implicano un imminente default della Grecia; dall'altro, un'occasione di acquisto da non perdere per gli speculatori internazionali. È noto infatti che quando la curva dei rendimenti si appiattisce, con i tassi a breve che si allineano a quelli dei t-bond a lungo termine, la prospettiva di default è altissima. Ebbene, anche se Trichet ha escluso che l'Europa permetta alla Grecia di fallire, i rendimenti dei tassi a lunga continuano a riflettere questa possibilità, che per quanto teorica resta oggetto di dibattito.

Ma se la speculazione prende il controllo del mercato, l'effetto più immediato è proprio l'impennata dei tassi a breve: da titoli relativamente sicuri, i titoli a breve scadenza diventano così estremamente rischiosi, i loro tassi volano e i prezzi, che si muovono in direzione opposta dei rendimenti, crollano. Poichè è chiaro a tutti che un default della Grecia avrebbe effetti devastanti sull'intera eurozona, più che di scommesse su un default di Atene quelle degli speculatori sono vere e proprie scommesse sul fatto che Atene sarà costretta a chiedere il più presto possibile l'aiuto della Ue e del Fondo Monetario. E proprio qui scatterebbe il guadagno miliardario di chi sta accentuando la crisi greca sui mercati finanziari: non appena la Grecia riceve i prestiti internazionali, i prezzi dei titoli di Stato a breve tornano a salire e i rendimenti a scendere, generando fortissimi guadagni per chi ha speculato nella crisi acquistando i t-bond a prezzi di realizzo.

Insomma, mentre tutti i fari sono stati puntati - spesso ingiustamente - sugli effetti distorsivi dei Credit default swap (le polizze assicurative sul rischio di insolvenza dei bond), la grande speculazione internazionale sembra aver manovrato del tutto indisturbata direttamente sul mercato dei titoli di Stato a breve termine. Per la politica c'è abbastanza materia per riflettere. Aver invocato per mesi misure straordinarie per colpire gli speculatori che manipolavano il mercato dei Cds sul debito sovrano senza aver poi varato alcuna riforma o misura correttiva, non ha fatto altro che esacerbare gli animi e indirizzare la speculazione laddove nessuno si era spinto finora in Europa.

alessandro.plateroti@ilsole24ore.com

09 Aprile 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[09/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[E Marchionne evoca lo spettro cinese]]></title><description><![CDATA[L'Ad Fiat: "Pechino una minaccia per il nostro prodotto interno lordo"

Ma sulle condizioni per competere battibecco con il leader Cgil

Occupazione, scontro con Epifani

E Marchionne evoca lo spettro cinese

di RAFFAELE CASTAGNO


PARMA - Lo spettro che incombe sulle economie occidentali arriva dall'Oriente. È grande un miliardo e rotti di persone. Cresce a un ritmo del 9,5% e per la fine dell'anno potrebbe diventare la seconoda economia planetaria, dietro solo agli Stati Uniti. Il fantasma si chiama Cina e si è materializzato al convegno di Confindustria "Libertà e benessere: l'Italia al Futuro" ospitato alle Fiere di Parma.

A evocare la paura del grande drago, nel primo giorno del meeting, è stato l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che ha parlato del gigante orientale con frasi che lasciano poco spazio ai dubbi e alle interpretazioni: "La Cina è una minaccia per le economie del mondo occidentale, il 10% di quello che producono è sufficiente a distruggere il nostro prodotto interno lordo".

Marchionne è intervenuto alla tavola rotonda, moderata dal direttore del Corriere della Sera Ferrucio De Bortoli, che ha registrato anche gli interventi di Roberto Colaninno (presidente della Piaggio), Antonio Tajani (vice presidente della Commissione euoropea per l'industria) e Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, protagonista di un vivace battibecco con l'ad Fiat che ha richiamato, tra gli applausi della platea, le sigle sindacali a fare la loro parte: "'L'industria ha l'obbligo di cercare tutte le condizioni per competere - afferma - ma i sindacati invece di ripetere le stesse cantilene - qui l'ovazione dei presenti - devono diventare parte della soluzione".

La replica di Epifani non si è fatta attendere: "Se la Fiat resta l'unico produttore di auto, se il destino dell'auto in Italia è il destino di un'azienda la cosa non funziona''. La diatriba si è quindi spostata sulla Cina con il leader della Cgil che di fronte al suggerimento di Marchionne di guardare a Pechino, ha fatto notare, accompagnato comunque da applausi, la grave condizione dei lavoratori cinesi "che non hanno la libertà di formare un sindacato, la libertà è anche questa, altrimenti si importa un modello che comprime libertà e diritti". "Mi fa piacere che si preoccupi della qualità della vita in Cina", ha ironizzato Marchionne che ha ribadito l'importanza di puntare sulla competitività.

Epifani ha fatto presente la necessità di investire nel Paese se "si crede all'Italia", suscitando ancora la replica dell'ad Fiat: "Su 8 miliardi di investimenti, 2 sono in Italia, di più non possiamo fare". E non sembrano esserci spiragli sul futuro di Termini Imerese: "Il 31 dicembre 2011 sarà l'ultimo giorno di produzione, la gente di Termini Imerese deve essere messa in condizione di guardare al futuro dal giorno dopo". A chiudere il match, suscitando le risate della sala, ha pensato Colannino, con una battuta sulle esportazioni: "In Cina dovremo esportare Epifani".

Ma il gigante giallo suscita un sentimento misto di timore e curiosità. Lo dicono anche i numeri snocciolati da Li-Gang Liu, direttore economico di Anz Banking Group: "Quest'anno avremo una crescita del 9,5%, e la Cina dovrebbe sostituire il Giappone, diventando la seconda economia del mondo" ha spiegato alla platea. E il futuro parlerà mandarino: "L'economia della Cina dovrà trasformarsi, puntando più sulla domanda interna, ma il nostro Paese esporterà molti capitali, la riserva estera in dollari ammonta a 2,4 trillioni". Nei piani dell'impero di mezzo sembra esserci anche l'Italia: "Nei prossimi anni aumenteremo gli investimenti".

E Marchionne non sembra avere dubbi. A De Bortoli che gli domandava se non si fosse aspettato troppo ad andare in Cina, ha risposto: "Il problema non è andarci, è che arrivano loro".

© Riproduzione riservata (09 aprile 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[09/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Consob è alla vigilia di un rinnovo al vertice.]]></title><description><![CDATA[CONSOB: PER NON PERDERE ALTRI SETTE ANNI

07.04.2010 


Con il presidente Lamberto Cardia in scadenza (dopo 13 anni in Commissione, di cui sette come numero uno) e un commissario appena dimesso, la Consob è alla vigilia di un rinnovo al vertice.

In questi ultimi anni si è affermata come crocevia notarile nelle grandi operazioni finanziarie, non come paladino degli investitori. Importante che la scelta cada su persone in grado di garantire all'autorità del mercato mobiliare una vera indipendenza dalla politica e dagli interessi di parte.

Entro poche settimane scadrà il mandato di Lamberto Cardia, nominato commissario Consob nella primavera del 1997, ben 13 anni fa, e presidente dal 2003. Inoltre, dovrà essere nominato un altro commissario, al posto di Paolo Di Benedetto (il commissario più anonimo e silente della storia dell’istituzione: dei 93 interventi di presidente e commissari riportati sul sito, solo uno – del 27 febbraio 2006 – lo vede protagonista). Nominando il nuovo presidente e un commissario meno inconsistente dell’attuale, il Governo può segnare fortemente il futuro dell’autorità di regolazione dei mercati. Ma quali sono i problemi da risolvere e quali gli obiettivi da perseguire?

BILANCIO DI UN LUNGO COMANDO

Il primo passo da fare è di redigere il bilancio degli ultimi anni, dunque quelli della presidenza Cardia, che è stato al timone dell’autorità per più anni di qualsiasi altro suo predecessore nella storia dell’istituzione, nata nel 1974. Non c’è dubbio che Cardia lascia una Consob che ha visto ulteriormente crescere i suoi compiti e le sue responsabilità, rispetto a quelli già considerevoli introdotti dal Testo unico della finanza del 1998. Contemporaneamente, sono cresciuti la dotazione di personale e il costo complessivo. Quest’ultimo però oggi non grava più sul bilancio statale, neanche in minima parte, ma è totalmente posto a carico dei soggetti vigilati e del mercato, come si può vedere nei grafici qui sotto. Le spese per il personale sono aumentate sia sotto la gestione Spaventa sia sotto quella Cardia senza che questo abbia permesso alla Consob di prevenire episodi come Cirio e Parmalat.

UN’AUTORITÀ NOTARILE

Sono cresciute in modo almeno proporzionale l’efficacia degli interventi della Consob e la sua autorevolezza? Difficile dare una risposta affermativa. Se una costante si può trovare nelle vicende degli ultimi anni è stata quella di agire con grande prudenza, dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di legge (nelle storie di Cirio e Parmalat l’autorità, e Cardia in particolare, misureranno sempre la loro azione in termini di numero di “atti di vigilanza”, come un generale che valutasse la battaglia in termini di colpi sparati), ma si fa fatica a rintracciare nella storia recente un momento in cui la Consob abbia voluto o saputo svolgere il ruolo di investors’ advocate (paladino degli investitori) come recita il motto della Sec, l’autorità americana. Nella primavera-estate del 2005, in occasione delle controverse scalate bancarie, la Consob per la verità intervenne con una decisione clamorosa, rilevando che il banchiere Gianpiero Fiorani della Popolare Italiana aveva agito di concerto con altri soggetti (i famosi “furbetti”) e bloccando l’Opa sull’Antonveneta. Peccato che nel processo di Milano, Fiorani abbia dichiarato di aver presentato molto tempo prima il progetto al presidente della Consob: si tratta di una dichiarazione di parte, ovviamente, che dovrà essere ulteriormente approfondita in sede dibattimentale e probabilmente anche altrove, ma che quanto meno impone di sospendere il giudizio su una delle vittorie più limpide.
Il fatto è che la Consob, soprattutto nella presidenza Cardia, si è preoccupata prevalentemente di essere uno dei crocevia di alcuni passaggi fondamentali del capitalismo italiano. Non proprio un arbitro al di sopra delle parti (e caso mai con un occhio di riguardo per gli inconsapevoli investitori), ma uno dei soggetti da cui dipendono vicende fondamentali delle società quotate italiane e del sistema finanziario. Sempre con un rapporto preferenziale con il Governo: non a caso Cardia (che ha regnato sia con Prodi che Berlusconi) si vanta sempre della sua esperienza come sottosegretario Palazzo Chigi (e con delega ai servizi segreti, aggiunge sempre misteriosamente). Un’interpretazione non nuova nella storia dell’istituto, perché si riallaccia idealmente alla figura di un altro importante presidente della Consob, Franco Piga. Peccato che quella fase coincida con uno dei momenti più difficili della storia dell’istituzione, in cui la sua indipendenza dal potere politico ha toccato i minimi.

L’INVADENZA DELLA POLITICA

La deriva verso il potere politico è visibile in altre autorità amministrative. Le telefonate fra Berlusconi e altri politici ai componenti dell’Agcom sono la dimostrazione più evidente che ormai la lottizzazione è entrata a pieno titolo almeno in quell’organismo. La spudoratezza con cui presidente e componenti hanno reagito, affermando a chiare lettere di essere perfettamente legittimati ad avere un canale preferenziale con la maggioranza che li ha nominati, sono prove più che sufficienti per dimostrare che ormai certe istituzioni ragionano solo con il manuale Cencelli alla mano. Non diversamente da quanto accade alla Rai e non certo da oggi, con la rilevante differenza che queste dovrebbero essere “autorità amministrative indipendenti”. In realtà, non meritano il nome di autorità e soprattutto non mostrano più parvenza di indipendenza.
Rischia la stessa sorte anche la Consob? Non bisogna essere troppo pessimisti, perché l’istituzione di via Martini ha due punti di forza importanti. Primo: la direzione deve essere collegiale e dunque il presidente deve guadagnarsi il consenso di almeno due commissari (e non a caso un goffo tentativo di Cardia di mettere in difficoltà i suoi commissari con dimissioni motivate proprio dal loro dissenso su questioni fondamentali si è rivelato controproducente). Secondo: la Consob ha un personale di alto livello, in grado di operare con il rigore professionale che è la prima condizione di indipendenza.

LA SCELTA DEL SUCCESSORE

Ma tutto dipende dall’identikit del futuro commissario e del futuro presidente. La legge impone requisiti molto stringenti nella scelta dei componenti della Commissione: “scelti tra persone di specifica e comprovata competenza ed esperienza e di indiscussa moralità e indipendenza”. Donne e uomini dotati di questi requisiti ci sono in tutte le categorie professionali. Ma anche persone degnissime possono trovare limiti alla loro indipendenza nei ruoli che hanno ricoperto in precedenza. È doveroso segnalare che vi sono alcuni rischi da evitare con attenzione.
Il primo è che attingere tra le competenze della alta amministrazione statale comporti un controllo implicito della politica sulle scelte delle autorità. In altri paesi si stigmatizza, e giustamente, l’esistenza di revolving doors tra mercato e autorità di controllo. Ma se le porte girevoli immettono direttamente nel Governo e nei palazzi adiacenti, non sembra affatto meglio.
Il secondo è che negli organismi di controllo risulti eccessivo il peso di persone che siano troppo direttamente portatori di interessi del mercato. Il fatto che oggi la Consob sia totalmente a carico dei soggetti vigilati non è da considerare con favore e comunque non è una ragione per cui questi siano rappresentati direttamente nella commissione. È bene che i commissari abbiano esperienze operative, ma è anche opportuno che, una volta indossata la nuova divisa, essi si dimentichino totalmente degli interessi che rappresentavano fino a quel momento.
Purtroppo in passato il governo Berlusconi ha calpestato i corretti criteri di scelta dei componenti delle autorità: basti ricordare la nomina all’Antitrust nel 2005 di persone che non disponevano neppure di adeguata formazione professionale. Le candidature alla Consob di cui si parla oggi non si discostano dal copione seguito allora e per la verità l’opposizione non sembra capace di porre il problema con la dovuta forza. Il triste risultato è che si rendono le autorità di controllo sempre più amministrative e meno indipendenti.

 ... vedi grafici su www.lavoce.info


 da lavoce.info]]></description><pubDate><![CDATA[07/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ocse: rallenta la ripresa]]></title><description><![CDATA[La ripresa fragile deve «rendere cauti nel rimuovere le misure di sostegno all'economia»

Ocse: rallenta la ripresa, il Pil italiano aumenterà dello 0,5% nel 2° trimestre

Fino a marzo ipotizzata invece una crescita dell'1,2%. Francia e Germania crescono più velocemente


MILANO - La ripresa sarà più lenta del previsto. Almeno per l'Ocse, che stima ora una crescita del Pil italiano dell'1,2% nel primo trimestre 2010 (dato annualizzato, rispetto al trimestre precedente), e dello 0,5% nel secondo trimestre dell'anno. Nella sua ultima previsione, che risale al novembre del 2009, l'istituto parigino prevedeva per l'Italia una crescita di 1,1% nel 2010 e di 1,5% nel 2011.

CRESCITA RALLENTATA - La dinamica di crescita delineata per l'Italia si discosta dalla media delle prime tre economie dell'area euro (oltre al nostro Paese anche Germania e Francia) influenzata quest'ultima dalle attese per la Germania dove invece, secondo l'Ocse, la crescita resterà ancora negativa nel primo quarto dell'anno (-0,4% annualizzato) per poi balzare al 2,8% nei successivi tre mesi. Per la cronaca per l'Ocse la media dei primi tre paesi dell'euro sarà di 0,9% per gennaio-marzo e di 1,9% per aprile-giugno. La crescita attesa in Francia ha un andamento simile a quello italiano, con una prevista decelerazione nel secondo trimestre, ma viaggia su ritmi più robusti con un 2,3% annualizzato nel primo trimestre e un 1,7% nel secondo. Il Pil Usa invece crescerà più in fretta di quello delle prime tre economie dell'area euro: +2,4% nel primo trimestre e +2,3% nel secondo. In Giappone sarà di +1,1% e +2,3%. Per il complesso dei paesi G7 le stime trimestrali annualizzate sono di 1,9% e 2,3%, rispettivamente, per i primi due trimestri dell'anno.

LIQUIDITA' - L'Ocse vede quindi una ripresa per l'economia mondiale ma prevede un rallentamento della crescita nelle prima metà del 2010. Secondo l'Ocse la ripresa fragile e la debolezza del mercato del lavoro devono «rendere cauti nel rimuovere le misure di sostegno all'economia». Le banche centrali hanno già iniziato a mettere le briglie all'eccezionale stimolo di liquidità iniettato durante la recessione, nota l'Ocse, indicando che «ulteriori iniziative in questo ambito dovranno essere guidate dalle condizioni finanziarie». Quanto alla politica dei tassi di interesse, la «normalizzazione dovrebbe essere effettuata a un ritmo che dipenderà dalla forza della ripresa nei singoli Paesi e dalle prospettive di inflazione oltre l'orizzonte delle proiezioni di medio termine». Sul fronte della politica fiscale l'Organizzazione annota che il forte aumento del debito pubblico nell'area Ocse durante la recessione richiede «ambiziosi e ben comunicati programmi di risanamento nel medio termine in molti Paesi», ma il consolidamento dovrebbe iniziare nel 2011, salvo eccezioni, «per non ostacolare la ripresa».

Redazione online
07 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[07/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L'Fmi rivede al rialzo le stime]]></title><description><![CDATA[3/4/2010 (11:39) - IL DATO

"L'economia mondiale riparte"

L'Fmi rivede al rialzo le stime

L'Ue lenta, rischio debito e contagio con la Grecia. Il Pil italiano a +0,8%

ROMA

L’economia mondiale è ripartita e lo ha fatto in modo migliore di quanto si potesse prevedere, spingendo il Fondo Monetario Internazionale a rimetter mano alle previsioni di crescita rivedendole generalmente al rialzo.

La ripresa in corso, tuttavia, mostra un andamento a due velocità, con l’Asia che traina il ben più lento vagone delle economie avanzate sul quale pesa soprattutto il rischio dovuto a bilanci pubblici fragili e a un debito pubblico sempre più elevato. L’Europa, in particolare, sta sperimentando una crescita debole e non è indenne dal rischio di contagio da parte della Grecia. E tra i partner di Eurolandia, se si escludono Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, l’Italia sarà il paese con la performance di crescita più debole.

La descrizione della scena economica mondiale è contenuta nell’ultima bozza del World Economic Outlook, la cui versione definitiva sarà pubblicata alle riunioni di primavera di Fmi e Banca Mondiale che si terranno a Washington il 24 e 25 aprile. La crescita mondiale, per il Fondo, quest’anno si attesterà al 4,1%, con un rialzo di ben un punto percentuale rispetto alle previsioni dell’ottobre scorso. Nel 2011 poi il mondo avanzerà del 4,3%. Le economie che stanno sperimentando un avvio forte con ogni probabilità continueranno a trainare la ripresa, mentre la crescita nelle altre è frenata dai danni che la crisi ha causato al settore finanziario e ai bilanci familiari.

«L’attività - dice il Fmi - continua a dipendere da politiche accomodanti ed è soggetta a rischi al ribasso» a causa soprattutto delle fragilità dei bilanci pubblici. Il Fondo chiede dunque che le politiche fiscali e monetarie continuino nel 2010 a sostenere crescita e occupazione. E in Europa, in particolare, la Bce dovrà mantenere ancora i tassi di interesse fermi agli attuali minimi storici. Passando in rassegna le diverse aree, il Fmi osserva che nella maggior parte dei paesi avanzati la ripresa sarà fiacca, con una performance migliore negli Stati Uniti che in Europa e in Giappone. Il Pil Usa salirà del 3% quest’anno (+0,3 punti rispetto alle stime di gennaio) e del 2,4% nel 2011, quello di Eurolandia di appena lo 0,8% nel 2010 (-0,1) e dell’1,5% nel 2011, mentre quello giapponese segnerà rispettivamente un +1,7 e +2,1%. A guidare la ripresa globale sono i paesi dell’Asia, con Cina e India in testa che quest’anno e il prossimo avranno un ritmo di crescita attorno al 10% la prima, e vicino all’8% la seconda.

Si sta consolidando poi la crescita anche in America Latina, mentre continua ad essere rallentata la congiuntura in molti paesi dell’Europa emergente. Per l’Italia, le stime del Fmi vedono una crescita dello 0,8% nel 2010 e dell’1,1% nel 2011: per il dato di quest’anno si tratta di una revisione al ribasso di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio, ma al rialzo di 0,6 punti a confronto con l’Outlook di ottobre. Le previsioni del 2010 sono tuttavia inferiori a quelle del governo che si attende un rialzo del Pil dell’1,1%. Peggio dell’Italia quest’anno faranno Grecia (-2%), Irlanda (-1,5%), Spagna (-0,4%) e Portogallo (+0,3%). Molti governi dei paesi più avanzati, avverte ancora il Fmi, dovranno adottare «urgentemente» strategie credibili di medio periodo per contenere il debito pubblico e poi riportarlo su livelli prudenti. Un’altra priorità «massima» è poi quella di riformare e risanare il settore finanziario. Soffermandosi infine sulla situazione europea, il Fmi osserva che il maggior rischio per tutti i paesi dell’area è rappresentato dai timori dei mercati per la solvibilità della Grecia e per un eventuale contagio. 

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[04/04/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Pmi, 9 miliardi di debiti "congelati"]]></title><description><![CDATA[A febbraio le richieste sono cresciute del 13% malgrado l'intesa sia in vigore da 6 mesi

L'accordo Abi-imprese prevede la sospensione delle rate di quota capitale per un anno

Pmi, 9 miliardi di debiti "congelati" boom di domande per la moratoria


ROMA - Nove miliardi di debiti "congelati" e domande che continuano a crescere. E' questo il dato principale, alla fine di febbraio, della moratoria sui debiti delle piccole e medie imprese. L'intesa tra Abi e associazioni degli imprenditori, sottoscritta al ministero delle Finanze alla fine dell'estate scorsa per lasciare ossigeno all'economia in un momento di crisi straordinaria, prevede in primo luogo la sospensione per 12 mesi del pagamento della quota capitale dei mutui e delle operazioni di leasing immobiliare (6 mesi per quello mobiliare).

Alla fine di febbraio, 153mila imprenditori avevano presentato domanda per la moratoria, il 13% in più rispetto a gennaio. Proprio questo incremento ha sorpreso il ministero dell'Economia e Finanze (Mef), dal momento che l'avviso comune per la sospensione dei debiti è in vigore da quasi sei mesi. Delle 153.468 domande presentate, quasi 23.000 (22.886) sono ancora in corso d'esame, mentre quelle non accolte sono 3.314 (2,2%). Le domande accolte al 28 febbraio sono state quasi 114.000 (113.682) per circa 9 miliardi di mutui e leasing sospesi. "9 miliardi lasciati nella disponibilità delle imprese", come ha voluto rimarcare Corrado Faissola, presidente dell'Abi.
L'Avviso comune sulla moratoria inoltre, si legge in una nota del Mef, "ha recentemente incluso alcune fattispecie di operazioni di particolare interesse per il settore agricolo nonché è stata ampliata anche ai mutui con agevolazione pubblica, se esplicitamente deliberato dall'Ente erogante".

Oltre al sistema bancario, all'Avviso comune hanno aderito numerose Camere di commercio e le Regioni Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria. Per presentare domanda c'è tempo fino al prossimo 30 giugno. L'obiettivo dell'intesa è principalmente quello di garantire la continuità aziendale a quelle imprese che hanno bisogno di pronta liquidità di cassa per superare il periodo di difficoltà dovuto alla crisi.

Rispetto ai settori di provenienza delle domande, spiccano in particolare industria, commercio/alberghiero e servizi. Se si guarda alla provenienza geografica (per sede legale dell'impresa), il 54,1% delle domande viene dal Nord Italia; il resto dal centro e dal sud. 

Al 25 marzo, le banche e intermediari finanziari che hanno aderito sono 584, pari a 33.555 sportelli (il 98,3% del totale sportelli presenti in Italia).

(29 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[30/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[VOLVO AI CINESI...]]></title><description><![CDATA[Meglio comprare che copiare: Volvo ai cinesi
	
MARCO SODANO

La Quantità s’è comprata la Qualità. Una Volvo cinese? Fino a pochi anni fa non poteva che essere una copia a prezzo stracciato dell’auto svedese sinonimo di sicurezza e affidabilità. Sedili in cotone, particolari in plastica, autoradio travestita da computer di bordo. E invece da ieri le Volvo - quelle originali, radiche e selleria in pelle comprese - sono cinesi e basta, hanno cambiato residenza. Da Göteborg alla provincia di Zhejiang, nel Sud-Est del Paese del Dragone. Arriveranno le fabbriche cinesi, arriveranno i rivenditori cinesi, ma il senso dell’affare è un altro. Li Shofu - il miliardario che ha comprato con la sua Geely il marchio da Ford spendendo 1,8 miliardi di dollari - non l’ha fatto per cinesizzare la Volvo ma per volvizzare la sua cinesissima industria.

Primi al mondo nelle produzioni di quantità, gli industriali cinesi non intendono aspettare che i loro ingegneri siano abbastanza bravi per progettare una Volvo. Hanno fretta di imparare a fare auto buone come quelle europee e americane per venderle agli europei e agli americani, e - già che ci sono - vogliono una testa di ponte in Occidente. Più che un produttore di auto Li Shofu ha comperato una scatola di idee e una vetrina nel salotto buono delle quattro ruote: disegni, capacità e prodotti che in Cina non ci sono ancora. Ora potrà smontarli, copiarli e rimontarli a suo piacimento. La Volvo resterà la Volvo. Cambieranno, e in fretta, le fabbriche cinesi. 

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[29/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Marchionne accusa politici e sindacati]]></title><description><![CDATA[La relazione agli azionisti: «il mercato europeo dell'auto in calo del 15% nel 2010»

Marchionne accusa politici e sindacati «Contro di noi un tiro al bersaglio»

Poi l'amministratore delegato di Fiat rassicura: «Il baricentro di Fiat resta in Italia»


MILANO -«Fiat non è andata all’estero per capriccio e dimenticando l’Italia, ma l’ha fatto per crescere, senza spostare il nostro baricentro che rimane italiano, abbiamo solo allargato la base operativa». Rassicura gli azionisti l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne parlando all'assemblea. Ma poi avverte: «Oggi stiamo vivendo un altro gioco pericoloso, un nuovo tiro al bersaglio contro la nostra azienda». «Mi riferiscono - ha precisato Marchionne - non solo a quello che scrivono i giornali, che nella maggior parte dei casi fanno il loro lavoro e riportano dichiarazioni, penso piuttosto alle dichiarazioni di alcuni esponenti del mondo politico, sindacale e a volte imprenditoriale. La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti, ci piacerebbe vedere un po' di equilibrio».

CREDIAMO NEL FUTURO DEL PAESE - «Nessuno può dire che viviamo alle spalle dello Stato o che vogliamo abbandonare il Paese» sottolinea ancora Marchionne. «Crediamo nel futuro italiano del Paese - ha aggiunto Marchionne - quello che va bene per l'Italia va bene anche per noi, ma non esistono rapporti a senso unico». Per questo motivo, Marchionne ha chiesto «rispetto per la Fiat, che fa delle gran belle macchine», e ha ricordato che le va riconosciuta «libertà di agire nel contesto mondiale». «Ogni azienda - ha detto al riguardo - ha il diritto e il dovere di fare le proprie scelte».

TERMINI IMERESE - «Fiat intende assumersi le sue responsabilità per Termini. Stiamo facendo la nostra parte perchè il passaggio avvenga nel modo meno brusco possibile» ha poi aggiunto l'amministratore delegato del Lingotto. Da parte nostra, ha ribadito Marchionne, «c'è il massimo spirito di collaborazione con il governo. Siamo totalmente disponibili a valutare il tipo di supporto che Fiat può dare e pronti a mettere a disposizione lo stabilimento». «Sappiamo - ha aggiunto - che i sindacati tra le varie iniziative privilegiano quelle con vocazione automobilistica. Voglio ribadire che la collaborazione di Fiat ci sarà anche in questo caso». Per gli investimenti nell'impianto di Termini Imerese, ma anche per la gestione della cassa integrazione negli ultimi dieci anni la Fiat ha dato più di quanto ricevuto dalla Stato ha poi rimarcato Tremonti.

POLITICI E SINDACATI - «A volte ho l’impressione che il mondo politico e i sindacati non si rendano conto delle dimensioni della crisi che ha investito il nostro Paese, che riguarda solo in parte il settore dell’auto» ha detto ancora Marchionne. Alcuni esponenti sindacali sembrano «vivere in un altro mondo» ha sottolineato Marchionne, durante l'assemblea. «Neanche di fronte al crollo del mercato abbiamo ceduto a soluzioni radicali - ha detto - nel 2009 abbiamo fatto 30 milioni di ore di Cassa integrazione per evitare i licenziamenti. I toni e i comportamenti di alcuni esponenti sindacali invece mi danno l'idea che queste cose non siano state capite o apprezzate volutamente. Chiedere soluzioni incompatibili con la crisi significa vivere in un altro mondo».

«ENTRO 24 MESI AL 35% DI CHRYSLER» - «Nei prossimi 24 mesi al massimo dovremmo arrivare al 35% di Chrysler», ha poi detto Marchionne. Il manager ha precisato: «Dal 20% attuale al 35% ci sono tre step del 5 per cento. La prima porzione verrà presa a fine anno quando sarà lanciata la 500 elettrica, il resto è legato ad altri due impegni industriali, uno dei quali legato alla distribuzione Chrysler al di fuori degli Stati Uniti: quest'anno abbiamo annunciato l'integrazione della rete commerciale in Europa, stiamo lavorando a una soluzione per l'America Latina e questo dovrebbe darci la possibilità di arrivare all'altro 5%. Sono cose che esistono come diritti della Fiat, non scadono. Arriveranno quando arriveranno, non sono in dubbio. La cosa più importante - ha aggiunto - è che la Chrysler sta procedendo sul piano di risanamento, i risultati sono buoni».

MERCATO - Il mercato europeo dell'auto scenderà nel 2010 del 15% ha affermato ancora Marchionne, durante l'assemblea. «Siamo arrivati a livelli così bassi che non si vedevano dal '94 - ha detto - nel giro di tre anni si è perso un quarto dei volumi precedenti».

DATI DI BILANCIO - Il fatturato del Gruppo Fiat, pari a 50,1 miliardi di euro, e diminuito del 16% rispetto ai livelli record del 2008 ha successivamente rimarcato Marchionne, precisando che il calo è stato più marcato nella prima parte dell’anno e si è progressivamente ridotto nei mesi successivi». «L’ultimo trimestre infatti - sottolinea Marchionne - ha registrato un aumento del ricavi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008».

MONTEZEMOLO - «La fase peggiore e più drammatica l'abbiamo lasciata alle spalle e iniziamo a intravedere una ripresa che sarà lunga e lente. Il gruppo Fiat è in buone condizioni» aveva affermato in precedenza il presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, sempre all'assemblea degli azionisti. «Anche per la Fiat - ha detto Montezemolo - il 2009 è stato un anno complicato, in tutti i settori, in particolare per i veicoli industriali e le macchine movimento terra. L'azienda ha saputo reagire con velocità raggiungendo e addirittura superando gli obiettivi che c'eravamo prefissati. La nostra storia, le nostre radici e il nostro cuore sono e saranno in Italia».

Redazione online
26 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[28/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il gruppo Fiat si trova "in buone condizioni"...]]></title><description><![CDATA[L'Italia nel cuore di Fiat, Fidelity sale al 4,61%

26/03/2010


Il gruppo Fiat si trova "in buone condizioni", le controllate Iveco e Cnh "sono ben posizionate" in caso di recupero dei mercati, l'Italia rimane al centro delle iniziative del gruppo. E' il quadro delineato dal presidente Luca Cordero di Montezemolo agli azionisti riuniti oggi in assemblea.

Tra questi risulta un aumento della partecipazione di Fidelity Management Research (Fmr Llc) al 4,61% dal 2,18% rilevata nel sito Consob. Sono stabili Exor, presente con il 30,42% del capitale, Capital Research al 4,77%, Blackrock Inc al 2,74%.

''Abbiamo dovuto necessariamente rivedere", ha aggiunto Montezemolo, "molti dei piani previsti, tra cui anche i lanci dei nuovi modelli. Ciò nonostante, abbiamo presentato alcune importanti novità di prodotto, tra cui mi sembra importante segnalare la Punto Evo''. E' la dimostrazione, secondo Montezemolo, che ''Fiat è un'azienda che, per quanto difficile sia il contesto in cui si muove, continua a investire nel proprio futuro''.

Il Lingotto nel 2009 ha risparmiato 500 milioni su acquisti di materiali e su questo fronte ci sarà un ulteriore miglioramento nel 2010. Mentre l'integrazione con Chrysler procede secondo i piani, per Iveco, da quanto risulta dall'andamento dei primi mesi di quest'anno, l'Ad Paolo Monferino ha previsto che le vendite nei veicoli leggeri saliranno al 10-15% nel 2010, rispetto alle previsioni del 7-8% fatte alla fine dell'anno scorso. Il mercato dei camion pesanti è invece stato definito "piatto".

In Europa le vendite di veicoli commerciali europei sono calate del 3,1% su anno a febbraio con il mercato che si è stabilizzato, ma ha evidenziato segnali insufficienti di ripresa. Produttori come i tedeschi Daimler e Man se, gli svedesi Volvo e Scania e Iveco hanno subito il più forte calo del mercato da decenni dopo la crisi iniziata a fine 2008.

Mentre i mezzi pesanti hanno segnato un ribasso del 32% su anno in Europa, che include gli stati membri dell'Unione europea più le nazioni dell'EFTA, escluse Cipro e Malta, mentre i veicoli leggeri hanno segnato un aumento dell'1,8%. In borsa al momento il titolo scende dello 0,75% a 9,89 euro.

Ieri la controllata CNH a Wall Street è salita del 7% a 31,6 dollari, nuovi massimi da settembre 2008, in scia alle speculazioni in merito al possibile spin-off della società all'interno del reshuffle di portafoglio che verrà annunciato nella presentazione del business plan al 2013.

"Francamente non riteniamo sia uno scenario probabile; piuttosto, una volta deciso lo spin-off dell'Auto e qualora Fiat Spa avesse le risorse finanziarie, avrebbe senso un buy-out delle minorities che oggi valgono 0,6 miliardi di euro", commentano gli analistio di Equita sim.

"Poichè nella nostra somma delle parti includiamo Cnh a prezzo di mercato, per il semplice aggiornamento del prezzo e tenendo conto della rivalutazione del dollaro a parità di tutte le altre condizioni il nostro target price a 12,4 euro (buy, ndr) salirebbe oltre 13 euro per azione", precisano alla sim.

Intanto, come prevedibile, riparte la cassa integrazione per una settimana per 5mila dipendenti di Fiat Auto. Il gruppo ha annunciato un nuovo pacchetto di cassa integrazione nel mese di aprile per lo stabilimento torinese di Mirafiori. Nei giorni 22 e 23 aprile andranno in cassa integrazione gli addetti alla linea Punto-Musa-Idea.

Ma proprio a Mirafiori potrebbe essere prodotto il monovolume a motore ibrido. Lo ha annunciato Mercedes Bresso, presidente della Regione e candidata del centrosinistra, stamani davanti ai cancelli della fabbrica, in compagnia del segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani.

La stessa Bresso ha svelato di aver incontrato, con l'assessore regionale alla Ricerca, Andrea Bairati, l'Ad del Lingotto Marchionne. ''Non solo", ha detto la presidente della Regione, "ci ha dato la rassicurazione che Mirafiori per Fiat resta essenziale, il cuore progettuale dell'azienda, ma ci ha dato anche la disponibilità a collaborare sul piano della ricerca e dell'innovazione, per la realizzazione dell'auto del futuro proprio a Torino''.

Il 21 aprile l'azienda presenterà il piano, ''ci stanno lavorando", ha aggiunto Bairati. "Marchionne ci ha assicurato che non prevede alcun effetto negativo per Mirafiori e ci ha dato la sua disponibilità a collaborare per fare a Torino la prima auto a motore ibrido, termico-elettrico. L'ibrido a Mirafiori può essere una vera integrazione con quanto si sta facendo negli Usa con la 500 elettrica''.

Francesca Gerosa


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MF Online

Fiat si vede vicino a breakeven nel 2010 e non dimentica l'Italia

26/03/2010

L'Italia rimane centrale per il gruppo Fiat nonostante la prossima chiusura di Termini Imerese e l'espansione all'estero per fronteggiare la crisi. Respingendo gli attacchi sulla strategia della società, l'Ad Sergio Marchionne oggi nel corso dell'assemblea degli azionisti (Fidelity Management Research è salita dal 2,18% al 4,61% del capitale) ha difeso le scelte di Fiat dicendo che, se ci fossero state alternative, non avrebbe deciso di chiudere l'impianto siciliano.

Marchionne ha poi replicato a chi parla di "disattenzione" del gruppo per l'Italia, ricordando che il piano presentato a dicembre 2009 prevede di passare in tre anni da 650.000 a 900.000 vetture prodotte nel Paese. "Fiat non è andata all'estero per capriccio e di sicuro non ha dimenticato l'Italia", ha sottolineato Marchionne.

"A volte ho l'impressione che politica e sindacati non abbiano compreso gli sforzi che Fiat ha fatto per gestire una situazione così critica", ha spiegato, ricordando gli effetti della crisi finanziaria sui livelli produttivi. Fiat ha detto più volte che intende chiudere Termini Imerese, che occupa 1.500 persone a inizio 2011. Nei giorni scorsi indiscrezioni di stampa hanno però parlato di 5.000 esuberi, 2.500 in più rispetto al piano. Torino e i sindacati hanno subito smentito.

Rumors a parte, il gruppo è "in buone condizioni", parola del presidente Montezemolo, e prevede vendite di auto in calo del 15% sui livelli del 1994. Ci vorranno quindi quattro anni per tornare ai volumi pre-crisi. Il gruppo dovrebbe altresì portarsi vicino al breakeven quest'anno e, dopo aver risparmiato 500 milioni su acquisti di materiali, si aspetta su questo fronte un ulteriore miglioramento.

Infine, a chi ha criticato la scelta di Torino di distribuire il dividendo Marchionne ha risposto che hanno dimenticato che lo scorso anno "gli azionisti non hanno avuto neanche un centesimo. Se il 2008 per Fiat ha segnato il trading profit più alto della sua storia gli azionisti non hanno avuto dividendi". C'era allora una situazione di forte incertezza sul futuro e si preferì privilegiare la liquidità.

"Adesso non c'è più quella incertezza e pagare i dividendi è un atto dovuto. Alla luce dei risultati e anche sulla base di prospettive più certe per il futuro", ha concluso l'Ad, non vedendo invece le condizioni per portare Comau in Borsa dove oggi il titolo Fiat cede il 2,31% a 9,74 euro, dopo aver toccato però un massimo a 10,04 euro, livello che non vedeva da inizio febbraio 2010.

Invece a Wall Street sale ancora il titolo della controllata Cnh (+0,60% a 31,83 dollari) aggiornando i massimi da settembre 2008 a 32,35 dollari, in scia alle speculazioni in merito al possibile spin-off della società all'interno del reshuffle di portafoglio che verrà annunciato nella presentazione del business plan al 2013.

"Francamente non riteniamo sia uno scenario probabile; piuttosto, una volta deciso lo spin-off dell'Auto e qualora Fiat Spa avesse le risorse finanziarie, avrebbe senso un buy-out delle minorities che oggi valgono 0,6 miliardi di euro", commentano gli analisti di Equita sim.

"Poichè nella nostra somma delle parti includiamo Cnh a prezzo di mercato, per il semplice aggiornamento del prezzo e tenendo conto della rivalutazione del dollaro a parità di tutte le altre condizioni il nostro target price a 12,4 euro (buy, ndr) salirebbe oltre 13 euro per azione", precisano alla sim.

Appuntamento quindi al 21 aprile prossimo, un'ulteriore occasione per il management di Fiat per fare chiarezza innanzitutto sul taglio costi (probabile anche in Italia, malgrado le smentite) oltre che sulle condizioni per uno spin off dell'auto che comunque non sarà nell'immediato.

Francesca Gerosa
da milanofinanza.it]]></description><pubDate><![CDATA[28/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Sempre più in Polonia la produzione di utilitarie]]></title><description><![CDATA[IL DOSSIER. 

750 milioni per la rivoluzione di Pomigliano

Sempre più in Polonia la produzione di utilitarie

Fabbriche più piccole e 8 modelli Prepensionamenti per attutire il colpo

di PAOLO GRISERI


TORINO - In gergo si chiama "operazione downsize" ed è il trattamento che gli ingegneri Fiat riservano in laboratorio ai motori tradizionali per ridurne la cilindrata e aumentarne contemporaneamente la potenza. Una cosa simile accadrà nei prossimi cinque anni agli stabilimenti italiani del gruppo: fabbriche più piccole, con meno addetti ma con maggiore produzione. Nel dettaglio, le indiscrezioni sul piano parlano di una Fiat profondamente modificata sia negli stabilimenti di assemblaggio finale (le classiche linee di montaggio) sia nella produzione di motori e cambi.

L'assemblaggio finale si farà in quattro dei cinque stabilimenti oggi in produzione perché il piano confermerà la chiusura di Termini Imerese. Alle Carrozzerie di Mirafiori dei 5 modelli oggi in produzione (Idea, Musa, Punto, Multipla e Mito) si salverà solo la Mito. Si aggiungerà invece un nuovo prodotto (oggi noto con il nome in codice "L1"), una monovolume di grandi dimensioni che potrà avere 5 o 7 posti. Le tre attuali linee di montaggio verranno ridotte a una che produrrà contemporaneamente MiTo e L1. Questo significa che, senza l'aggiunta di altre produzioni, i 5.000 addetti al montaggio finale potrebbero ridursi anche della metà, a 2.500. Un taglio considerevole anche se l'età media degli addetti di Mirafiori è abbastanza alta da consentire un sistema di prepensionamenti entro i prossimi cinque anni che attutisca l'effetto sociale della riduzione d'organico. Non ci dovrebbero essere particolari problemi invece a Melfi dove si continuerà a produrre la Punto anche se difficilmente nei prossimi anni si raggiungerà il record di 290.000 auto prodotte nel 2009 grazie agli incentivi: gran parte dei paesi europei infatti hanno chiuso il rubinetto.

A Cassino, stabilimento dedicato al segmento C, cambieranno i modelli e l'occupazione sarà ridotta di 500 persone rispetto ai 4.600 addetti di oggi. Si tratterà di uscite volontarie verso la pensione, come prevede un accordo sindacale. La Bravo verrà sostituita da un'altra media del marchio Fiat mentre la Croma cesserà la produzione. Oltre alla nuova Bravo arriveranno un crossover e l'Alfa Giulietta (già in produzione in queste settimane). Confermata la produzione della Lancia Delta.

La rivoluzione più profonda sarà a Pomigliano dove la Panda comincerà la produzione delle preserie nell'autunno del 2011. Il Lingotto pensa di spendere 750 milioni nella riconversione della fabbrica che cesserà di produrre le Alfa per passare all'utilitaria. Le due linee oggi in funzione (quella della 147 e quella della 159 e Gt) saranno sostituite da almeno due linee di Panda destinate a realizzare 250 mila auto all'anno. Ma nessuno riesce a prevedere quali effetti avrà questa rivoluzione sull'indotto, tutto calibrato sui modelli di fascia medio-alta del Biscione. I sindacati temono che anche tra i dipendenti diretti si avrà una riduzione di 500 persone sugli attuali 5.100 addetti.

A questi stabilimenti si aggiungerà il prossimo anno la carrozzeria Bertone di Grugliasco (To) dove le indiscrezioni già circolate in autunno prevedono la produzione di tre modelli Chrysler: la 300C, il Grand Voyager e la Jeep Grand Cherokee. Sono i tre modelli attualmente realizzati a Graz dalla Magna. Alcuni hanno visto nella scelta la vendetta di Fiat verso i concorrenti vincitori nella battaglia Opel (poi persa da tutti perché Gm decise di non vendere la sua costola europea).

Il futuro dei due principali stabilimenti di produzione dei motori è incerto. A Pratola Serra (Av) la Fma che produce cilindrate medio alte (da 1.600 cc in su) ha subìto gli effetti della crisi passando dai 500 mila motori del 2006 ai 170 mila dello scorso anno. A Termoli invece il boom delle utilitarie dovuto agli incentivi ha fatto lievitare la produzione dei piccoli motori fino a 900 mila pezzi all'anno. Il futuro è incerto perché la Fiat avrebbe intenzione di realizzare in Polonia, a Bielsko Biala, tutti i nuovi motori bicilindrici destinati a sostituire il quattro tempi nelle piccole e medie vetture (sono previste versioni del due tempi fino a 105 cavalli).

Alcune indiscrezioni cominciano a circolare anche sulla produzione negli Usa dove i marchi del Lingotto dovrebbero essere rappresentati da sette modelli: un restyling Lancia della 300C e del Voyager, tre modelli Alfa (Giulietta, l'ammiraglia 169 e uno sportover) e una versione del Turney con marchio Fiat. Questi sei modelli dovrebbero garantire una produzione annua di 250 mila auto alle quali aggiungere le 100 mila previste per la 500.

(24 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[24/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[E' pronto il piano Marchionne]]></title><description><![CDATA[Aumenterà del 50 per cento la produzione nazionale

Ma ci saranno tagli anche a Mirafiori: si parla di -2.500

E' pronto il piano Marchionne

La Fiat con 5mila posti in meno


TORINO - Quasi cinquemila dipendenti in meno, riduzione di un quarto del numero dei modelli prodotti (da 12 a 8) e aumento del 50 per cento dell'attuale produzione italiana ( da 600 a 900 mila auto, soprattutto grazie all'arrivo della Panda a Pomigliano). Il piano strategico 2010-2014 che Marchionne presenterà il 21 aprile comincia a prendere forma nelle analisi e nelle indiscrezioni che circolano nei cinque stabilimenti di assemblaggio finale e nei tre dedicati alla produzione dei motori e dei cambi. Queste indiscrezioni parlano anche di sette modelli con marchio Fiat, Alfa e Lancia realizzati negli Usa per il mercato d'Oltreoceano, per una produzione complessiva che dovrebbe superare le 350 mila unità sull'altra sponda dell'Atlantico. Particolarmente critica, in base ai programmi, la situazione della produzione motoristica in Italia.

Il piano prevederebbe dunque il taglio del 15 per cento degli organici degli addetti al montaggio finale, quei 30.000 operai di linea che nei mesi scorsi sono rimasti fermi per due settimane quando ha cominciato a farsi sentire l'effetto dello stop agli incentivi. Nel calcolo sono compresi i 1.500 dipendenti diretti di Fiat a Termini Imerese (come è noto lo stabilimento siciliano chiuderà il 31 dicembre del 2011) e i 500 dipendenti che andranno in mobilità volontaria a Cassino sulla base di un accordo sindacale firmato nei mesi scorsi. Sono una novità invece i 2.000-2.500 addetti in meno alle Carrozzerie di Mirafiori e le 500 tute blu che il sindacato stima possano perdere il posto a Pomigliano in seguito al passaggio dalle produzioni Alfa alla Panda.

Dopo la presentazione del piano, il 21 aprile, toccherà ai sindacati discutere, stabilimento per stabilimento, come raggiungere la saturazione degli impianti senza ridurre gli organici. È anche probabile che nelle prossime settimane dal Lingotto giungano ancora aggiustamenti. A preoccupare le organizzazioni dei lavoratori non è solo il futuro di coloro che perderanno il posto (molti, nell'arco dei prossimi quattro anni, matureranno i requisiti per la pensione) ma anche la riduzione secca degli organici nel futuro: "Dobbiamo considerare chiusa la fase in cui si identificava la Fiat con la produzione di auto in Italia", dice Enzo Masini, responsabile nazionale auto della Fiom-Cgil. E aggiunge: "Dovremo incalzare l'azienda perché aumenti il numero dei modelli rispetto alle indiscrezioni di questi giorni. Dovremo anche chiedere al Lingotto di portare in Italia produzioni di qualità e di dare un futuro agli stabilimenti italiani di produzione dei motori". Il futuro degli impianti motoristici sarà discusso il 30 marzo prossimo al ministero dello sviluppo economico. Quanto a Termini, se ne parlerà il 13 aprile: "In quella sede - chiede Masini - sarà necessario avere un quadro completo delle proposte in campo".

(p. g.)

(24 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[24/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Addio a Emanuele Pirella]]></title><description><![CDATA[EDITORIA

Addio a Emanuele Pirella

Una vita tra satira e pubblicità

Fu autore di celebri campagne, dal "10 e Lode" della banana Chiquita a "Nuovo? No! Lavato con Perlana". Insieme a Tullio Pericoli, ideò "Tutti da Fulvia il sabato sera", la strip de La Repubblica del sabato. Fondò una scuola per giovani talenti


ROMA - E' morto a Milano Emanuele Pirella, veterano della pubblicità italiana e guru della creatività, fondatore e presidente dell'agenzia pubblicitaria Lowe Pirella Fronzoni e della "Scuola di Emanuele Pirella". Originario di Reggio Emilia, dove nacque nel 1940, Pirella era malato da oltre un anno. E' stato grande pubblicitario, giornalista e autore di satira, in coppia con il disegnatore Tullio Pericoli. 
In campo pubblicitario fu autore di celebri campagne, come quella per la banana Chiquita il cui slogan, "Dieci e lode", entrò nella storia della pubblicità italiana. Suo anche il lancio del quotidiano La Repubblica, per il quale creò, sempre insieme a Pericoli, la strip del sabato: "Tutti da Fulvia sabato sera".

I suoi progetti per il 2010, dedicarsi completamente alla "sua" scuola: non semplicemente un'agenzia, ma anche un laboratorio-incubatrice di nuovi talenti. Il suo, di talento, non ci mise molto a venir fuori. Dopo aver studiato alla facoltà di Lettere Moderne a Bologna, ancora giovanissimo Pirella si trasferì a Milano con la speranza di intrufolarsi in una casa editrice o in un'agenzia di pubblicità. 
E così avvenne: nel 1965 entrò nell'agenzia CPV, poi fu la volta della Young&Rubicam.

E la sua scuola ora gli rende omaggio con un lungo e commosso ricordo. "Per chi l'ha conosciuto, per chi ci ha lavorato a stretto contatto per anni o anche solo per un breve periodo della sua vita, Emanuele Pirella resterà un punto fermo. Come il famoso 'punto Pirella', che doveva chiudere per forza anche il più breve dei titoli creati dall'agenzia. Altrimenti, raramente, si arrabbiava. Ciao, Emanuele".


"La parola 'pubblicitario' - si legge nel ricordo della Scuola - è qualcosa di estremamente riduttivo per definire Emanuele Pirella: lui ha certamente creato campagne di successo, diventate veri e propri fenomeni di costume. Il suo tratto più evidente è stato però quello di aver saputo mescolare in modo originale professione e cultura, portando nella pubblicità uno sguardo ironico e intelligente e rendendo così questo mestiere più amato e anche molto più rispettato da tutti".

'''Vado a lavorare da Pirella è stata negli anni una frase che giovani pubblicitari - continua la lettera-ricordo - hanno più volte detto con orgoglio ai propri colleghi, come il rivendicare il privilegio di far parte di un gruppo scelto. Questi giovani, diventati con il tempo un pò meno giovani, hanno poi portato in altre agenzie uno stile riconoscibile, asciutto e insieme sorridente come era Emanuele".

Come direttore creativo dell'Agenzia Italia/BBDO, fondata nel 1971 con Michele Göttsche e Gianni Muccini, Pirella ideò alcune delle campagne più note e aggressive degli anni Settanta, dai "Jesus Jeans" ("Non avrai altro jeans all'infuori di me. Chi mi ama mi segua") al tormentone di "Nuovo? No! Lavato con Perlana". Nel 1981 fondò, sempre con Michele Göttsche, la Pirella Göttsche, diventata poi Lowe Pirella Fronzoni. Si devono a lui, tra le molte idee, il celebre slogan "O così o Pomì" e campagne innovative come quella con il veterinario dell'amaro Montenegro e dei tortellini sponsorizzati da Giovanni Rana in persona: il padrone dell'azienda che diventa protagonista dello spot veicolando con il suo volto un forte messaggio di fiducia e vicinanza al marchio.

Con la sua agenzia ha ricevuto numerosi "Leoni" al Festival di Cannes: di Bronzo nel 1997, d'Oro nel 1998, poi Bronzo nel 1999, Argento nel 2000 e ancora Bronzo nel 2002. Come autore di satira, in collaborazione con Tullio Pericoli, ha lavorato, oltre che per La Repubblica, per L'Espresso, Linus e il Corriere della sera. Si occupò anche di una campagna per Panorama: un'idea che lui stesso definì "open", in cui si lasciava che i viaggiatori completassero dei manifesti affissi in metropolitana. Per L'Espresso, ha curato la rubrica di recensioni televisive vincendo nel 2000 il Premio Flaiano.

(23 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[26/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il male oscuro del capitalismo italiano...]]></title><description><![CDATA[Oggi cambia la composizione dell'Ftse/Mib, l'indice delle 40 maggiori società quotate

Esce la Mondadori: azienda Italia spa, ecco come in 15 anni siamo rimasti indietro 

Piazza Affari e il male oscuro del capitalismo italiano

di ALESSANDRO PENATI

Oggi cambia la composizione dell'indice Ftse/Mib: il paniere delle 40 maggiori società quotate, che meglio rappresenta Piazza Affari. Esce Mondadori, un'icona della nostra industria, ed entra Azimut, risparmio gestito. Il cambiamento della composizione di un indice di Borsa è un fatto marginale sia per il mercato azionario, sia per le società coinvolte; e irrilevante per l'economia nel suo complesso. Ma ha una valenza simbolica. Ed è un buon pretesto per fotografare il nostro capitalismo, e confrontarlo con quello degli altri, dopo i postumi della crisi e a 15 anni dall'avvio del processo di risanamento economico, privatizzazioni, liberalizzazioni, regolamentazioni, sfociato nella costituzione dell'Eurozona.

L'immagine del capitalismo italiano che si riflette nello specchio dell'indice Ftse/Mib sembra una fotografia ingiallita di 15 anni fa. La cosa dovrebbe farci riflettere perché rappresenta un'ipoteca sul nostro futuro benessere. Invece, sembra provocare solo scarso interesse, se non paradossali sussulti d'orgoglio per una ipotetica "via italiana" al capitalismo che, come l'isola di Peter Pan, non c'è, ma è un mito troppo bello per essere sfatato.

La Borsa italiana oggi è fatta da pochissime grandi imprese. Le 40 del Ftse/Mib rappresentano l'87% della capitalizzazione totale (valore di mercato di tutte le imprese quotate). Dei primi 150 titoli del listino, la metà ha una capitalizzazione inferiore ai 696 milioni. Il numero delle società quotate è limitato, non molto distante da quello di 25 anni fa. L'intero mercato azionario italiano vale, ai prezzi attuali, solo il 30% del Pil 2009. Non è neppure pensabile un confronto con gli Stati Uniti: basti ricordare che negli USA, anche dopo la crisi, il rapporto tra valore della Borsa e Pil è al 103%, e nelle prime 150 società, la metà vale più di 25 miliardi euro. Ma siamo il fanalino di coda anche dell'Europa Continentale: il nostro rapporto borsa/Pil è meno della metà di quello francese (74%), ed è inferiore anche a quello tedesco (40%), anche se in Germania, tradizionalmente le imprese si sono sviluppate al di fuori del mercato azionario; ma dove, tra le prime 150 società, la mediana è grande il triplo della nostra.

Questa non è l'inevitabile conseguenza del nostro capitalismo, familiare e manifatturiero. Anche in Francia e Germania molte imprese sono controllate da un gruppo spesso ricollegabile al fondatore, ma il peso delle grandi imprese nei settori dei beni di consumo e industriali è il doppio del nostro: tra le principali 40 società quotate francesi e tedesche ci sono colossi in settori come moda, beni per la persona, alimentare (Luis Vuitton, Adidas, Danone, Beiersdorf, Hermes, ...) anche cinque, dieci volte più grandi delle nostre medie imprese d'eccellenza. Per non parlare della meccanica. I vantaggi delle economie di scala ci sono, e notevoli, anche nel settore manifatturiero tradizionale, specie se la fonte di crescita dell'economia mondiale è sempre più lontana dall'Europa. Vantaggi non solo per le aziende, ma pure per il Paese, visto che i grandi gruppi necessitano di figure più qualificate sotto il profilo professionale, richiedono mediamente maggiori competenze e pagano quindi remunerazioni più elevate. La quotazione è poi indispensabile per permettere l'espansione all'estero tramite acquisizioni, come dimostrano anche i rari casi italiani presenti nel Ftse/Mib: Luxottica, Lottomatica, Mediaset, Autogrill, Campari.

Ma è la composizione settoriale delle maggiori società quotate che ci distacca maggiormente dal resto dell'Eurozona, per non parlare degli Stati Uniti. Da noi, anche dopo la crisi, il 35% dell'indice è costituito da banche e servizi finanziari: quasi il doppio di Francia e Germania. Negli Usa, dove la bulimia del settore finanziario aveva innescato la crisi, banche e finanza pesano oggi la metà che in Italia. Un ridimensionamento drastico quanto salutare.

Il resto di Piazza Affari è fatto di servizi di pubblica utilità ed Eni: insieme alle banche, fanno quasi l'80%. È il retaggio del peso dominante nella nostra economia dello Stato imprenditore. Un peso però ancora presente, dato che il 41% delle aziende nel Ftse/Mib ha un'azionista di riferimento pubblico, Stato o Ente locale (tra le banche ho considerato il solo Monte Paschi). Se a queste aggiungiamo le società interamente cedute dallo Stato ai privati (come Autostrade, Sme, Telecom o le genco dell'Enel), si arriva all'assurdo che il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica. Inevitabile in un capitalismo storicamente senza capitali? No. È vero che 20 anni fa, senza mobilità internazionale dei capitali, il risparmio degli italiani doveva necessariamente finanziare il deficit pubblico. E in mancanza di un mercato finanziario, tutto passava per le banche. Ma l'Euro, le liberalizzazioni, lo sviluppo e l'integrazione dei mercati, avrebbero dovuto liberare i nostri capitalisti dallo storico vincolo della carenza di capitali.

Invece, il mercato dei corporate bond è stato ucciso sul nascere da Cirio e Parmalat. Possono emettere un bond solo le poche aziende private che hanno accesso ai mercati esteri. E la crisi ha affossato anche quel poco di cartolarizzazioni non bancarie che c'erano in Italia. La Borsa è servita soprattutto allo Stato per vendere e far cassa; a molti gruppi privati di vecchio lignaggio, per compiere operazioni ad alta leva finanziaria; e a troppi imprenditori per sfruttare le ricorrenti ondate di facili entusiasmi per collocare a caro prezzo quote di minoranza (investendo altrove il ricavato): la triste scia di perdite causate dalle matricole è li a rammentarcelo. Negli Usa la bolla delle dot. com ha provocato tanti disastri, ma l'euforia per gli investimenti azionari ha anche reso possibile la nascita di giganti, come Google, Amazon, Qualcomm, o Cisco. Da noi, invece, l'unica realtà di successo sopravvissuta al Nuovo Mercato è Fastweb: non esattamente un caso da indicare a esempio.

Con il pretesto di difendere l'italianità si è sbarrato la strada ai capitali esteri. Così, i flussi finanziari in Italia sono tornati a passare obbligatoriamente per il sistema bancario nazionale. Come vent'anni fa. Solo che ora il numero delle banche si è ridotto e l'influenza della politica è meno trasparente (ma forse non meno efficace). Da un capitalismo senza capitali, siamo passati a un capitalismo senza capitalisti: gestire relazioni e rapporti col settore pubblico è altro che creare imperi economici.

L'ultimo elemento della fotografia che dovrebbe far riflettere è la totale assenza in Italia di grandi imprese nei settori a maggior crescita della produttività: non solo tecnologia, informatica e farmaceutica (39% negli Stati Uniti) ma anche settori tradizionali che incorporano innovazione tecnologica e manageriale come i beni di largo consumo per il tempo libero e la grande distribuzione. In questo, anche il resto dell'Europa non tiene il passo degli Usa, e non sembra capace di sfruttare la crisi per cambiare il modello produttivo. In Italia il gap sembra incolmabile. Ma, purtroppo, il reddito delle generazioni future dipende proprio dalla capacità di spostare le risorse nei settori a maggior crescita della produttività.

© Riproduzione riservata (22 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[22/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Una scuola sulla spiaggia in Senegal]]></title><description><![CDATA[Passaparola / 

Il romanzo di Emiliano Sbaraglia inizia con una lettera aperta al ministro Gelmini poi racconta l'entusiasmo di insegnare ritrovato con quei bambini in cerca di una speranza

Una scuola sulla spiaggia in Senegal

L'esperienza di un precario italiano

di SILVANA MAZZOCCHI


Stanco di aspettare che tra la posta ci sia finalmente la convocazione per l'ennesima supplenza che invece non arriva mai, un giovane insegnante precario da sempre (e per sempre?) decide di lasciare l'Italia. Parte per il Senegal e, in un villaggio di pescatori, con l'aiuto di due maestri, Pierre e Baba - cattolico il primo, musulmano il secondo - manda avanti una scuola sulla spiaggia. Va a cercare nelle case i bambini da istruire, convince i padri a privarsi del loro aiuto sulle barche perché i figli possano sperare in un futuro migliore e, in una zona dove l'alfabetizzazione è ancora una sfida, ritrova finalmente le ragioni per le quali aveva scelto l'insegnamento.

Questa sua esperienza Emiliano Sbaraglia l'ha trasformata in un romanzo, Il bambino della spiaggia (Fanucci). In linea con i tempi l'incipit: in una lettera aperta al ministro dell'Istruzione che, con la sua riforma, ha appena tagliato una buona fetta di cattedre, Sbaraglia espone l'amarezza per la sua condizione di precario senza futuro. "Sono stanco", scrive e allega un lungo elenco dei perché del suo sconforto, ben noti agli innumerevoli precari d'Italia. In aereo incontra Fatima, una donna senegalese che confeziona vestiti nel suo paese e che fa la spola con Roma dove smista e vende la sua merce. Prologo curioso (almeno per quanto smentisce certi triti luoghi comuni) il dialogo tra loro, in cui il giovane uomo italiano gioca il ruolo dell'emigrante e Fatima quello della piccola imprenditrice che lavora con l'Italia, ma che nel Senegal vive.

Arrivato al villaggio, il maestro di strada comincia il suo lavoro. Le difficoltà sono enormi, ma vengono superate e metabolizzate grazie al desiderio di imparare dei ragazzi. E lui ritrova quell'entusiasmo e quel buon umore che il suo paese gli aveva sottratto. Mentre la sua attività non si esaurisce nell'insegnare il francese, e continua nella vita quotidiana dei ragazzi restituendo, finalmente, piena dignità a una professione in Italia troppo spesso umiliata.

Il bambino della spiaggia è un libro fresco e coinvolgente che, nei nostri tempi bui, accende almeno un barlume speranza.

Lei è un insegnante precario, uno dei moltissimi in Italia. Come è nata l'idea di andare in Africa?
L'idea nasce dopo un reportage fatto in Senegal insieme a un mio amico fotoreporter freelance, Stefano Dottorini, nell'estate del 2009. Siamo rimasti per circa due settimane, e lì abbiamo conosciuto i responsabili del centro di accoglienza "Giovanni Quadroni", che si trova nella comunità dei villaggi di pescatori a sud di Dakar. Sono stati loro, nell'ottobre scorso, a contattarmi via mail per chiedermi se conoscevo qualcuno disposto ad affrontare l'esperienza di coordinatore didattico nei villaggi. Così, dato che le convocazioni per le supplenze nelle scuole pubbliche tardavano ad arrivare, mi sono detto "perché no?". Ho fatto il bagaglio e in due giorni sono partito. E non vedo l'ora di tornare... I bambini mi mancano molto, soprattutto alcuni di loro con i quali ho legato particolarmente dopo averli lavati, curati, sfamati, dopo aver giocato con loro a calcio sulla spiaggia, dopo aver dato una mano nei corsi di alfabetizzazione agli insegnanti senegalesi del centro di accoglienza. Dopo tutto questo è difficile tornare indietro, tornare alla vita che siamo abituati quotidianamente a sostenere qui. E tengo a precisare che non si tratta di "mal d'Africa", ma del fatto di sentirsi utili e legati ad altre persone in un modo che nel nostro mondo è sempre più difficile creare.

Essere un insegnante di strada in Senegal. Descriva una sua giornata...
La mattina ci si alza piuttosto presto, verso le sette, e si fa colazione tutti insieme nella cucina del centro di accoglienza. Poi con i due insegnanti senegalesi, l'uno musulmano, l'altro cattolico, andiamo in spiaggia per cercare i bambini o parlare con i loro genitori, chiedendo il motivo per cui i loro figli non frequentano le scuole pubbliche. Fatto questo spesso mi intrufolo proprio nelle classi delle scuole pubbliche, seguo le lezioni tra i banchi insieme agli alunni, per comprendere i metodi e il livello didattico dell'istruzione pubblica del luogo. Si incontrano i professori, si chiacchiera, si scambiano opinioni. Il pomeriggio mi dedico ai corsi che si tengono nel centro d'accoglienza, aiutando i due insegnanti come posso, dal temperare i colori al tenere alta la concentrazione dei bimbi. La sera si va a fare un bagno o magari una partita di calcio tutti insieme, poi si mangia quello che c'è, si guardano le stelle, si ascolta il mare. E domani è un altro giorno...

Che cosa le ha lasciato dentro l'esperienza della scuola sulla spiaggia?
Da un punto di vista strettamente didattico questa esperienza mi ha fatto capire quanto sia importante il ruolo di insegnante, non soltanto a sud di Dakar, ma in qualsiasi parte del mondo. E la differenza che intercorre tra l'esercitare questa professione in un paese come l'Italia, dove insegnare in pratica è diventato un lavoro di ripiego mal pagato e poco considerato, e il farlo in paesi come il Senegal, dove studiare, o più semplicemente imparare a scrivere e a parlare nella lingua nazionale, spesso significa aggrapparsi a una prospettiva di vita, o meglio di sopravvivenza, che ti consenta di sognare, ancor prima che costruire un futuro diverso da quello che altrimenti inevitabilmente si profila all'orizzonte. L'altra cosa che mi ha lasciato dentro è che in ogni caso, se si gode di buona salute, malgrado i tagli alla scuola pubblica, la crisi economica italiana e internazionale, e chi più ne ha più ne metta, si può comunque continuare a essere artefici del proprio destino. Basta sapere ciò che si vuole e ciò che si sente. A me piace insegnare, credo sia la cosa che sappia fare meglio. E se secondo il ministro Gelmini sono un esubero, ho pensato che nel resto del mondo forse potevo trovare qualcuno di diverso avviso....

Emiliano Sbaraglia
Il bambino della spiaggia
Fanucci
Pag 165, euro 13.]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Occorre evolvere le teste di zucca... parola di Coach]]></title><description><![CDATA[16/03/2010

Se le Piccole Imprese "adottano" un professionista 

di Dario Di Vico
Scritto alle 09:14


Negli Usa le aziende adottano le highway, le strade, da noi le piccole e medie potrebbero adottare ciascuna un professionista. Un`operazione tutt`altro che disinteressata perché le prime a giovarsene sarebbero proprio le imprese con pochi dipendenti.

Il professor Enzo Rullani sostiene con forza questa sinergia e fa un esempio concreto: «Mettiamo che io sia un avvocato e voglia specializzarmi nella conoscenza del mercato russo. Ci vorranno almeno due anni di studi e frequentazioni e se non ho clienti è praticamente impossibile iniziare. Mentre se faccio un accordo, con un`azienda e poi con altre interessate a svilupparsi su quel mercato, il mio progetto diventa praticabile».

Di esempi così se ne possono far mille, la morale è che nelle piccole imprese oggi oggettivamente non c`è stretta_di_mano.jpg spazio per i ruoli che Rullani chiama di «intelligenza manageriale», perché con soltanto il proprio giro d`affari un`azienda artigiana non riesce ad assumere e pagare un mago della finanza, del marketing o della logistica. Meglio, dunque, utilizzarlo dall`esterno. Le Pmi sono culturalmente orientate alla produzione, sottolinea Giuseppe Bruni presidente di Cna InProprio di Bologna, l`associazione che vuole rappresentare i professionisti, «e quindi è difficile che possano avere al loro interno luoghi di riflessione.

Hanno bisogno, di conseguenza, di sintonizzarsi con qualcuno che dica loro come cambia il mondo e come adeguarsi». Le piccole imprese sono nate spesso sulla base di competenze tecniche che magari il fondatore ha appreso nell`azienda dove lavorava come dipendente.

Ed è scontato che proseguendo il cammino il neoimprenditore sia portato in primo luogo a seguire l`evoluzione tecnologica del suo settore e a sottovalutare altre culture che non sono prettamente tecniche. «Penso al marketing e alla presenza sui mercati emergenti» aggiunge Bruni. Cristina Mariani è, per l`appunto, un`esperta di marketing che ha pubblicato un libro e aperto un blog destinato alle piccole aziende.

Sostiene che il marketing insegnato nelle università e in gran parte dei corsi di formazione è destinato «alle grandi aziende multinazionali con budget a sei zeri» e per di più viene somministrato in termini gergali o inglesi che fanno sentire i non addetti ai lavori degli competenti assoluti.

Ora è vero che i Piccoli sono talmente occupati con mille altre cose che la comunicazione commerciale è l`ultima delle loro preoccupazioni «ma è una cosa sbagliatissima» dice Mariani, perché nei mercati globali è necessario comunicare e farlo nel modo giusto. Oltre al marketing le competenze da recuperare riguardano finanza e logistica e in giro per l`Italia sono sorte o stanno sorgendo diverse iniziative che vanno nella direzione marketing.jpg di favorire «le adozioni di professionisti».

A Padova, per esempio, opera Apri, un`associazione per il risanamento delle imprese, che offre competenze di finanza, diritto e più in generale di turnaround aziendale. Viste dall`altra parte della barricata le adozioni rappresentano un toccasana in epoca di Grande Crisi. Secondo i numeri forniti da Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, il 70%o dei professionisti ha toccato con mano la crisi economica con cali di fatturato vicini al 40%.

Ci vogliono dunque politiche di rilancio e il rapporto con i Piccoli può equivalere ad entrare in un mercato quasi del tutto aperto. Del resto una conferma della necessità «strategica» di far dialogare competenze e Pmi viene dall`intervista rilasciata da Arrigo Sadun del Fimi al «Sole 24 Ore». Il direttore esecutivo per l`Italia, alla vigilia del giro di audizioni che gli economisti del Fondo terranno a Roma, ha invitato i piccoli «a continuare a giocare sul loro terreno tradizionale, specializzandosi ancora di più ed elevando la qualità e il valore aggiunto dei prodotto».

Ps. Ma, riconosciuto il valore delle Pmi, perché gli uomini del Fmi incontrano tutti e non le associazioni delle piccole imprese?

Dario Di Vico ddivico@rcs.it

da generazionepropro.corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[INTERNET TRASPARENZA E FIDUCIA]]></title><description><![CDATA[16/3/2010

Internet la trasparenza aiuta la fiducia

	
LAWRENCE LESSIG*

Ho avuto l’onore di tenere una lezione al Parlamento italiano, all’interno di una serie di dibattiti sul futuro di Internet voluti dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Al Congresso degli Stati Uniti nessuno ha mai tenuto dibattiti del genere, né ricevuto la stessa attenzione. E’ stato bello vedere membri di una delle democrazie chiave in Europa impegnarsi per capire il funzionamento della più importante piattaforma per la crescita economica nel mondo.

I relatori sono stati introdotti dal presidente della Camera, che ha sottolineato l’importanza critica della Rete per i giovani e la necessità di difenderla da leggi protezionistiche irrazionali. L’Italia sta promuovendo la candidatura di Internet al Nobel per la Pace e molti parlamentari hanno firmato la petizione.

La mia lectio magistralis enfatizzava il bisogno dei governi di resistere agli opposti estremismi che stanno segnando sempre di più il dibattito sul web. I fan e gli oppositori di Internet fanno poco per capire le verità nel campo dell’avversario. Nonostante la rete abbia ispirato tanta creatività, gli artisti hanno ragione a lamentarsi che lo scambio illegale di brani li danneggia. E anche se l’esplosione di notizie gratis o quasi ci ha dato un accesso senza precedenti all’informazione di tutto il mondo, i giornalisti hanno ragione a preoccuparsi per i rischi che corre la carta stampata. E nonostante i nuovi standard di trasparenza dei governi, spinti specialmente dall’amministrazione Obama, abbiano reso disponibile a tutti una quantità e varietà di dati governativi senza precedenti, i critici hanno ragione a preoccuparsi che questa trasparenza indebolisca, anziché rafforzare, la fiducia nei governi. In ciascuno di questi contesti, dobbiamo riconoscere che Internet resterà e che dovremmo celebrarne il valore, ma bisogna trovare una via per ridurre i danni che potrebbe creare.

Alla fine del mio discorso sono rimasto sorpreso dal vice-ministro Paolo Romani che mi ha criticato perché non avevo offerto «soluzioni specifiche» al problema della regolamentazione politica. Gli americani spesso sono troppo diretti ed io nel tentativo di compensare sono stato troppo evasivo. Ma in ogni area critiche che ho toccato, ho descritto specifiche raccomandazioni per le regole politiche che ogni governo democratico dovrebbe adottare.

1) Il copyright. I governi devono riconoscere che la guerra che facciamo contro i nostri figli per fermare lo scambio illegale di file non si può vincere e che bisogna trovare un modo perché gli artisti siano compensati senza criminalizzare una generazione. 2) Il giornalismo. Servono maggiori protezioni per i giornalisti indipendenti, per assicurare un controllo significativo sull’operato del governo e dei poteri forti.

3) La fiducia. I governi devono essere sensibili ai tipi di conflitti che indeboliscono la fiducia nella democrazia.

Ognuna di queste tre aree è direttamente rilevante per il caso del cosiddetto «decreto Romani», che equipara i siti video come YouTube alle aziende televisive. Io ho criticato questo approccio, e alla luce delle tre aree di regole politiche che avevo delineato, non è difficile capire come mai. Rispetto al copyright, il decreto equipara per meglio proteggere gli autori. Ma non c’è equivalenza rilevante tra una trasmissione da uno a tanti curata da una singola azienda, rispetto a una piattaforma da tanti a tanti, che rende disponibili per chiunque i contenuti non selezionati che sono stati caricati sul Web. Costringere entrambe le tipologie di piattaforme a vivere sotto le stesse regole significa costringere tutti gli YouTube del mondo ad adottare regole che bloccano un mondo di contenuti creati in modo amatoriale che non può permettersi i costi delle liberatorie che si possono permettere i proprietari di contenuti professionali. Un «trattamento uguale» significa favorire l’attuale sistema televisivo.

Lo stesso vale per la difesa dell’idea secondo cui piattaforme come YouTube dovrebbero avere responsabilità equivalenti per linguaggi offensivi o che danneggiano, come l’orribile video dei teenager che insultano un adolescente con disabilità mentali. Così come non esiste un algoritmo per filtrare il porno su YouTube, così non ne esiste uno per bloccare le offese. Il porno su YouTube è proibito, ma la sua eliminazione si basa sull’autoregolamentazione degli utenti, che lo recensiscono. E non c’è nessun informatico al mondo che crede di avere inventato un algoritmo per distinguere automaticamente tra gli insulti vergognosi di un manipolo di bulli a un disabile e l’interazione giocosa tra ragazzi. Per cui, ancora una volta, una regola che tratta questi diversi servizi come «uguali» è semplicemente una regola che favorisce la televisione rispetto a Internet.

Questo vale anche per la mia preoccupazione sul giornalismo: servizi come YouTube sono diventati uno strumento critico per i giornalisti investigativi. Diversamente dalle trasmissioni tv, che una volta trasmesse scompaiono, i servizi alla YouTube non dimenticano mai. Quello che un politico dice una settimana può essere confrontato con quello che dirà la prossima. Infine, la fiducia. Come ho detto, più capiamo che cosa fa un governo, più è facile che ci siano anche incomprensioni.

Il sostegno che il presidente della Camera Fini ha dato ai principi veri di Internet e la leadership dell’Italia nella campagna per portare la Commissione Nobel a riconoscere questo «strumento di costruzione di massa» è un modello che il resto del mondo dovrebbe seguire. Ma sfortunatamente, il conflitto dei media del 20° secolo che appesantiscono quelli del 21° è un sistema già troppo seguito dal mondo. E l’effetto infanga il messaggio di buona politica.

*Professore di legge a Harvard, direttore dell’Edmond J. Safra Foundation Center for Ethics

da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[16/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[CHE FORZA QUEI CINQUANTENNI.]]></title><description><![CDATA[Che forza quei cinquantenni

di Mariaveronica Orrigoni

Quando i dipendenti di oggi andranno in pensione nelle aziende si creerà un problema di competenze. Perché nessuno ha pensato a formare le nuove leve
 

Oggi sono visti come una barriera invalicabile piazzata all'ingresso del mercato del lavoro. Un ostacolo all'inserimento delle nuove leve, costrette a un interminabile riscaldamento a bordo campo. Ma domani, quando andranno in pensione, gli ultra-cinquantenni di oggi rappresenteranno di nuovo un problema, sia pure di profilo ben diverso. Il loro esodo rischia infatti di impoverire, in termini di qualità e di competenze, il sistema produttivo nazionale.

L'Italia non è un paese per giovani. Avere una popolazione anziana come la nostra comporta conseguenze analizzate fino a oggi prevalentemente in un'ottica previdenziale. Per la prima volta, la Boston Consulting Group, in collaborazione con l'Aidp (l'Associazione italiana dei direttori del personale), ha fotografato la situazione di 250 aziende italiane nello studio 'Creating people advantage', valutandone le ricadute sull'economia reale. Dal report esce l'immagine di un paese ad alto rischio demografico: la percentuale dei lavoratori tra i 50 e i 65 anni, oltre a essere al primo posto in Europa, è in quasi tutti i settori di gran lunga più alta rispetto a quella dei giovani. Nei trasporti e nell'industria, per esempio, supera il 20 per cento, mentre nel mondo dell'educazione e della sanità sfiora picchi del 35 per cento. E questa tendenza, secondo le stime, crescerà a un ritmo sempre maggiore.

"Il problema si avrà quando questi lavoratori andranno simultaneamente in pensione e mancheranno le persone in grado di compensare la perdita di esperienza. Tutto ciò porterà a un passaggio di consegne complicato", spiega Lamberto Biscarini, il partner e managing director della Boston Consulting Group che ha seguito la ricerca in Italia. Aggiunge il manager della Boston: "Entro il 2020, in assenza di un netto cambiamento di rotta, il peso dei dipendenti con alta anzianità raddoppierà in quasi tutti i campi. Basta pensare alla pubblica amministrazione, dove i cinquantenni, che oggi sono uno su tre, tra dieci anni saranno più della metà".


E le difficoltà economiche dei mesi scorsi potrebbero aver accelerato i tempi, come spiega Roberto Savini Zangrandi, presidente dell'Aidp: "Le nostre aziende hanno dovuto tagliare i costi, ma purtroppo spesso non hanno operato una selezione che tenesse conto delle professionalità strategiche richieste". La crisi, quindi, si è sovrapposta al rischio demografico: "Molti hanno risparmiato sul reclutamento. Un errore che rischia di trasformarsi in un volano negativo, che allunga ancora il tempo necessario a recuperare il gap conoscitivo causato da tante fuoriuscite e poche assunzioni".

A monte di questa situazione ci sono le dinamiche demografiche del nostro Paese, dove l'aumento costante di anziani non viene compensato dall'immigrazione e dalle nascite, sempre più in caduta libera: "L'Italia, insieme a Germania e Giappone, ha un tasso di invecchiamento tra i più elevati al mondo: basti pensare che nel 1965 è nato un milione di bambini, mentre i ventenni di oggi sono poco più di 600 mila", spiega Giampiero Della Zuanna, preside della facoltà di Scienze statistiche dell'Università di Padova. "Inoltre, siamo penalizzati da una struttura gerarchica basata sulla data di nascita. Negli anni Cinquanta anche i giovani potevano trasformarsi in imprenditori, ma quello era un periodo di sviluppo vivace e oggi non ci sono certo queste condizioni".

L'indicatore del rischio sfiora la vetta quando si parla di pubblico, dove l'età media nel 2008 era di 47,5 anni, uno in più rispetto al 2006. Dati che non sorprendono, se pensiamo agli insegnanti delle scuole statali, più della metà tra i 50 e i 60 anni. Nelle forze armate e nella difesa la cifra è più bassa, mentre nella carriera penitenziaria e dietro le scrivanie dei ministeri la media si assesta intorno ai 50 anni. Un trend che coinvolge i livelli più alti: "Da un'indagine di due anni fa emergeva che, negli enti locali, i dirigenti hanno un'età media superiore ai 52 anni, che sale a quota 54,7 nei ministeri", aggiunge Giovanni Valotti, professore di Economia delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi. Negli anni Settanta nel pubblico si assumeva a mani basse, e le conseguenze le stiamo pagando adesso, con organici saturi, pochi giovani e controlli della spesa sempre più serrati che ne impediscono l'inserimento: "Bisogna gestire con intelligenza il turn over, considerando un orizzonte temporale di almeno tre anni", sostiene Valotti.

Nei prossimi anni abbandonerà il campo un numero molto significativo di operai qualificati, quadri specializzati e dirigenti di alto livello e quasi nessuno ha pensato a mettere a punto un piano di sostituzione. Se non cambia niente, nel 2016 in molte categorie professionali come ingegneria meccanica, o di ricerca e sviluppo, ci potrebbe essere una forbice notevole tra domanda e offerta. "Insieme al tasso di invecchiamento più alto d'Europa, l'Italia vanta anche il primato nella sottovalutazione del problema", commenta Biscarini. "Bisogna passare all'azione e in fretta. In paesi come la Germania, dove la situazione demografica è simile alla nostra, hanno iniziato a fare queste riflessioni già qualche anno fa e molte aziende hanno lanciato programmi per gestire il rischio demografico".

È il caso della Rwe, il colosso dell'energia tedesca che ha reagito alla prospettiva di non avere quasi più ingegneri elettrici tra dieci anni intervenendo sulla filiera del reclutamento. Ha così iniziato una politica di marketing nelle università e nelle scuole superiori, cercando figure professionali simili in mercati adiacenti e all'estero, facendo oggi scorta di quella risorsa che domani diventerà scarsa. "L'economia occidentale si baserà sempre di più sulle persone, sulle loro qualità e capacità; attirarle e trattenerle in un determinato ambiente sarà fondamentale", conclude Biscarini.

Ma come si può controllare quest'esodo imminente salvaguardando al tempo stesso la competitività del sistema Italia? Per Savini Zangrandi i fronti su cui lavorare sono tanti: "I responsabili delle risorse umane devono cambiare il loro modo di pensare. In Italia più del 60 per cento ha ammesso di pianificare su un orizzonte di un anno, troppo breve per una gestione efficace". Ogni realtà deve mettere in atto uno screening delle proprie competenze, una sorta di budget delle professionalità a medio lungo termine da tenere bene a mente nelle decisioni aziendali. "Oggi solo pochissime imprese italiane hanno iniziato ad affrontare il problema, e chi lo ha fatto ha investito soprattutto nella ricerca di menti brillanti", sottolinea Savini: "La Finmeccanica, per esempio, negli ultimi anni ha rilanciato il programma per la gestione dei talenti con il Business Education Strategic Ten, un master in cui i dipendenti più promettenti, in azienda da meno di tre anni, vengono formati in maniera specifica, con corsi tenuti da docenti scelti tra i dirigenti e della società".

(10 marzo 2010)
da espresso.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[15/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT PIU' FORTE, CUORE E TESTA IN ITALIA]]></title><description><![CDATA[In un incontro torinese, per la prima volta il presidente di Exor e vicepresidente del Longotto racconta e si racconta

"Ecco la Fiat dei miei sogni più forte, cuore e testa in Italia"

di SALVATORE TROPEA


TORINO - «Vorrei parlarvi del mio sogno che è quello di una Fiat sempre più forte, quello che ho vissuto in questi anni. E per farlo voglio iniziare dal 2002». La Fiat raccontata per la prima volta da John Elkann sta in questi otto anni, tra l´azienda che c´era e non c´è più, e quella che sarà ma non c´è ancora. La Fiat del Novecento finita con l´Avvocato e la Fiat di Sergio Marchionne che cerca spazi nel mondo per restare tra i big player dopo essersi affacciata pericolosamente sull´abisso della scomparsa. «Una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell´Italia, con il cuore e la testa a Torino» E´ una serata molto torinese quella in cui il giovane vicepresidente della Fiat e presidente di Exor racconta e si racconta, in un salone dell´Unione Industriali davanti a una platea di soci del Rotary. Primo capitolo, la paura del declino.

L´addio all´Avvocato
«E´ il 2002, l´anno in cui il dottor Gianluigi Gabetti è rientrato dalla Svizzera e io dagli Stati Uniti. Siamo tornati per senso del dovere e perché c´erano tante cose che pensavamo potessero essere fatte. Mio nonno era gravemente malato e l´azienda stava attraversando un momento difficilissimo. Alla sua morte, mio zio Umberto assunse la presidenza. Fu allora che decidemmo di investire 250 milioni di risparmi come famiglia: eravamo convinti che la situazione non fosse così disperata come veniva descritta».

E´ la breve e turbolenta stagione della Fiat guidata da Giuseppe Morchio e della malattia di Umberto Agnelli. La svolta avviene ancor prima dei funerali di Umberto. «L´ingegner Morchio fece sapere a Gabetti e a Franzo Grande Stevens che era sua intenzione convocare un consiglio di amministrazione al quale sottoporre la proposta dell´assunzione del doppio incarico, di presidente e amministratore delegato. Da tempo però noi avevamo considerato che, per il buon funzionamento dell´azienda, fosse necessario tenere distinti i due ruoli. Un equilibrio adeguato che non avevamo intenzione di modificare. Il 31 maggio c´era l´assemblea della Banca d´Italia e Morchio voleva essere sicuro di arrivare a quell´appuntamento con il doppio incarico. Noi ritenemmo che ciò non fosse possibile».

Da Morchio a Marchionne
In un giorno di lutto per la famiglia Agnelli si chiude l´era Morchio. «Con Gabetti e Franzo Grande Stevens cominciammo a pensare quali potevano essere le alternative qualora Morchio avesse insistito nella sua richiesta. Nel cda della Fiat avevamo già una persona che aveva dimostrato la sua capacità in una società che si chiama Sgs di cui eravamo azionisti da anni: il dottor Sergio Marchionne. Assieme a Gabetti c´eravamo preparati all´eventualità e avevamo incontrato Marchionne il quale ci disse che in quella situazione la cosa più importante era assicurare il massimo di continuità. Nel giorno dei funerali dello zio, Morchio convocò un cda al quale intendeva presentare la sua proposta. Ma venne anticipato da Gabetti che riunì la famiglia e, in previsione di quanto sarebbe accaduto, senza mai fare il nome di Marchionne, propose la soluzione della presidenza affidata a Montezemolo, allora nel cda Fiat, e la vicepresidenza a me. Così, dopo la rinuncia di Morchio, avremmo potuto procedere alla nomina di Marchionne come ad». Al consiglio da lui convocato Morchio non si presenta. Il rumore delle pale di un elicottero che si alza in volo dalla pista del Lingotto è il segnale della sua uscita dalla Fiat.

Il nodo del convertendo
«In quei giorni il destino della Fiat Auto è ancora una volta molto incerto. La General Motors era azionista al 20% e c´era anche il diritto che Fiat poteva esercitare di vendere tutta la società dell´auto a Gm. Dovemmo fronteggiare allora tre grosse difficoltà: la prima di tipo finanziario perchè la Fiat aveva un forte debito, la seconda operativa in quanto la sua attività non andava bene, la terza di identità perché nessuno sapeva quale sarebbe stato il futuro. Nel 2005 il problema più grosso era il prestito convertendo di 3 miliardi di euro con le banche che alla scadenza poteva trasformarsi in una perdita del controllo della società. C´erano segnali di miglioramento ma erano difficili da identificare e c´era anche la preoccupazione crescente per gli appetiti che andavano manifestandosi anche perché Fiat aveva valore in settori diversi dall´auto».

«Fu allora che Gabetti e Grande Stevens trovarono una soluzione che nel settembre del 2005 consentì a Ifil di chiudere la partita del convertendo conservano la quota di controllo di Fiat». E´ questo il passaggio, ancora oggi materia di un contenzioso sul quale sta per esprimersi la magistratura. John Elkann non sfiora l´argomento, ma si limita a ricordare che «senza la soluzione studiata da Gabetti e Grande Stevens sarebbe stato difficile sapere come sarebbe evoluta la situazione». Quello che è certo è che per la Fiat comincia un nuovo periodo. «Da quel momento si cominciò a lavorate con uno spirito positivo nuovo. La Grande Punto fu il primo successo, il segnale della svolta vera e di un recupero che avrebbe avuto un seguito negli anni a venire. Il momento più bello fu, subito dopo, il lancio della 500 avvenuto non a caso a Torino. Poi, come talvolta accade quando si lavora in armonia, un successo tirò l´altro. Nel 2008 Fiat registrò i migliori risultati della sua storia».

La crisi globale
Ma all´orizzonte c´è già la grande crisi. «Nell´ultimo trimestre fummo costretti a confrontarci con le impreviste difficoltà imposte dalla crisi mondiale che si sono tradotte in un calo della domanda in tutti i mestieri del nostro gruppo e in una forte tensione sulla liquidità».
Il racconto del vicepresidente torna ad assumere toni preoccupati, ma di una preoccupazione molto diversa da quella di metà del decennio. «Con la crisi ci siamo resi conto non potevamo restare marginali. Un mercato sempre più contratto e i volumi in calo avevano creato necessità finanziarie enormi. E così nel 2009 abbiamo cercato nuove alleanze dialogando con costruttori e governi. Siamo stati fortunati a incrociare con Chrysler che è un´azienda che produce come Fiat. Sono tornato qualche ora fa dal salone Ginevra dove ho potuto constatare l´ampiezza dell´offerta che oggi è in grado di offrire il nuovo gruppo».

Fuori dal tunnel?
«Con Chrysler possiamo fare ciò che da soli non avremmo mai potuto fare. Stiamo lavorando con grande entusiasmo, sapendo che sui mercati mondiali dell´auto ci sono ora i paesi emergenti con i quali dobbiamo confrontarci. Nel 2009 la Cina è stata il primo mercato automobilistico del mondo. Nello stesso anno abbiamo risposto con accordi in Messico, Russia, Cina e Brasile dove, appena tre giorni fa, Marchionne ha firmato un´intesa per la produzione di mezzi agricoli. Siamo impegnati in una sfida globale che comprende anche il lavoro per presidiare le nuove tecnologie compatibili con l´ambiente sulle quali siamo già avanti come dimostra il motore presentato a Ginevra».

Che cosa resta da fare in un momento nel quale, peraltro, è ancora aperto il drammatico capitolo di Termini Imerese con il futuro senza certezze per oltre mille lavoratori ? «Lavorare molto sull´integrazione con Chrysler, rafforzare la presenza nei paesi emergenti, mantenerci all´avanguardia sul fronte dell´innovazione. L´altra sfida è far sì che le persone che lavorano in Fiat siano al passo con tutto questo». In una serata in cui il tema degli ospiti rotariani era "Il sogno", John Elkann ha raccontato il suo. Domanda: ma lei sogna in americano o in italiano?
«Io sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo».

© Riproduzione riservata (06 marzo 2010) 
da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[06/03/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[I cinesi vogliono copiare il meglio del made in Italy]]></title><description><![CDATA[27/2/2010 (7:35) - IL CASO 
Il genoma per buongustai 
La Cina vuole mappare il dna di centinaia di specie vegetali «I ricercatori cinesi vogliono mappare il meglio del made in Italy per clonarlo» 
MAURIZIO TROPEANO 
Allarme per lo «shopping scientifico» cinese: «Da Pechino stanno contattando scienziati di tutto il mondo per clonare i cibi doc italiani». 
Fantascienza? No. I cacciatori di genoma cinesi hanno già «tracciato» il Dna del riso nel 2002 e poi alla fine del 2009 l’hanno fatto con il melone. E ci sono anche gli animali: il panda poche settimane fa e ora il programma di ricerca punta sul genoma dell’orso polare e del pinguino. Il pericolo più imminente per l’agricoltura italiana, però, è legato ai vegetali. 
In campo cinquecento ricercatori. Un budget di 100 milioni di dollari. L’acquisto di 130 sequenziatori per il Dna di ultima generazione. Un programma per tracciare il genoma di 500 animali e 500 vegetali in due anni. I numeri del «Beijing genomic institute» (Bgi) hanno impressionato Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. I due ricercatori, ieri, in anteprima mondiale, hanno reso noto il genoma di uno dei vitigni tipici, la Corvina, che serve per produrre l’Amarone. Uno scacco matto che, secondo i due scienziati, può arrivare in tre mosse. 
La prima: «La presa di possesso delle “chiavi” della vita delle produzioni italiane». La seconda: «L’individuazione di un microclima ideale per le coltivazioni». La terza: «L’adozione delle nostre stesse tecniche di produzione». Alla fine il «re», cioè il made in Italy alimentare è sconfitto perché «il passo verso la concorrenza diretta, fatta con gli stessi prodotti del made in Italy, è ormai breve», concludono i due ricercatori dell’Università di Verona. 
A rischio sono soprattutto le «produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo», precisa Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Allarmismo, si dirà, ma il leader di Confagri non la pensa così: «Dal genoma del pomodoro, annunciato per i primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica». 
Incalcolabili, dunque, i danni per il made in Italy. Si parla di decine e decine di miliardi di euro, visto che già oggi il giro d’affari dell’agro-pirateria internazionale che copia i nostri prodotti è di 60 miliardi l’anno. Lo denuncia il dossier presentato ieri dalla Cia a conclusione del congresso nazionale. Spiega il presidente, Giuseppe Politi: «In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale». 
Questa lunghissima lista di prodotti certificati fattura al consumo 8851 miliardi con un export di 1844. Ancora Politi: «A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli». 
Certo, falsi e tarocchi sono diversi dalle ricerche sul Dna, ma è evidente che c’è la necessità di sviluppare una strategia di difesa. Secondo Vecchioni, «è necessario incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il patrimonio genetico delle nostre tipicità». 
La Coldiretti ha una posizione diversa: «La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione». Da qui la proposta di realizzare una banca del Dna per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità. 
Secondo Coldiretti, dunque, «i risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da Ogm ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni». 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[27/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[MONTEZEMOLO e MARCEGAGLIA: su CORRUZIONE E RIFORME]]></title><description><![CDATA[Montezemolo: «Combattere corruzione? 
E' un'impresa titanica: servono riforme» 
Marcegaglia: non si può più aspettare, bisogna muoversi per reagire al declino. Pisanu: oggi peggio di tangentopoli ROMA (23 febbraio) - «La lotta alla corruzione è un'impresa titanica» ma il Paese deve reagire evitando di «autoflagellarsi» e la politica ha «una precisa responsabilità: quella di non avere introdotto riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato». Lo ha detto il presidente della Luiss, e della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, inaugurando la nuova School of Government. 
Le colpe della corruzione, dice Montezemolo, non sono tutte nella politica ma la politica ha la responsabilità di non aver introdotto riforme per far funzionare la macchina dello Stato: «Dove lo Stato non funziona si afferma quella 'società fai da tè dove ognuno si sente autorizzato ad arrangiarsi come può, e dunque anche attraverso la corruttela». Il compito della politica «alta e responsabile» deve quindi essere quella di tornare ad un «profondo senso dello Stato, della costruzione di un tessuto civile dove il malaffare sia l'eccezione e non la regola della mediazione» continua Montezemolo ricordando che l'impresa «titanica» contro la corruzione rischia di occupare lo spazio di una generazione, grandi sforzi e lungimiranza. L'importante, si legge nel testo dell'intervento di Montezemolo, è evitare di «autoflagellarsi». «Proprio in questi giorni torniamo ad interrogarci sulla diffusione del malaffare, dello sperpero del denaro pubblico e sul loro impatto per la credibilità delle classi dirigenti. Ma - continua Montezemolo - proprio in questi giorni occorre tornare a guardare con fiducia all'Italia, alle sue risorse morali e alla grande maggioranza di italiani che si dedicano con impegno ed onestà al proprio lavoro e alla costruzione del futuro comune. Dobbiamo fare in modo - continua - che questa maggioranza di italiani si affermi e si renda sempre più visibile nel Paese». Anche l'inaugurazione di una scuola per la formazione di una nuova classe dirigente rientra, spiega Montezemolo, in questo obiettivo. 
Marcegaglia: riforme dopo le regionali. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sottolinea come l'Italia abbia retto alla crisi «ma ora - dice durante l'inaugurazione della Luiss School of Government - è ora di cambiare passo: immaginare uno scenario nuovo. Investire in innovazione, ricerca e tecnologia per uscire dalla crisi». Secondo Marcegaglia, in questo quadro «gli imprenditori devono fare la loro parte, per stare sul mercato» ma «anche le istituzioni devono fare la propria parte magari dopo le elezioni. Dopo le regionali le forze politiche si mettano insieme per fare le grandi riforme a partire da quella della pubblica amministrazione. Non si può più aspettare. Non ci possiamo rassegnare al declino e stare fermi in una sorta di immobilismo». 
Pisanu: oggi peggio di tangentopoli. La corruzione oggi «è dilagante» e l'Italia «può rimanere schiacciata». A dirlo, in un colloquio con il Corriere della Sera, è Giuseppe Pisanu, presidente della commissione parlamentare Antimafia, secondo il quale oggi «per certi versi siamo oltre» Tangentopoli, perchè «allora crollò il sistema di finanziamento ai partiti. La coesione sociale e l'unità nazionale sono messe in discussione al punto da venire apertamente negata anche da forze di governo». «Non credo di esagerare - aggiunge l'ex ministro dell' Interno - se dico che è il Paese a essere corrotto», anche se, spiega, «non parlerei di nuova Tangentopoli» perchè «il contesto è diverso anche se il fango è lo stesso». Ma ora «il Paese rischia di piegarsi sotto il peso dell'illegalità». Le soluzioni passano attraverso l'approvazione «subito» delle «proposte anticorruzione di Berlusconi», ma anche «il riordino della pubblica amministrazione», il «taglio dei rapporti incestuosi tra economia e politica», i «regolamenti antimafia per la formazione delle liste». E queste misure «non basteranno» perchè «si dovrà agire più in profondità»: il problema «è innanzitutto politico e non possiamo certo risolverlo con il bipolarismo selvaggio e con lo scontro sistematico tra maggioranza e opposizione che ha trasformato questo scorcio di legislatura in una snervante campagna elettorale». Quello che serve, conclude, «è un profondo rinnovamento del ceto politico» che non sia guidato «dalla magistratura, ma dalla politica, o meglio, dagli elettori attraverso una nuova legge elettorale che consenta ampia libertà di scelta». 
 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilmessaggero.it]]></description><pubDate><![CDATA[23/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Alla ricerca della qualità...]]></title><description><![CDATA[Progetto Fimont 
Un navigatore per trovare i prodotti tipici 
Censiti 4.500 alimenti delle zone montane non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela 
MILANO - Trovare il ristorante migliore, il museo, le bellezze della natura e da oggi, grazie al progetto WebGIS, anche i prodotti alimentari tipici. Uno studio capillare che è durato tre anni ma che ha portato al censimento di quasi 4.500 prodotti tradizionali della montagna e non, censiti nell’ambito del progetto Fimont. Metodi e sistemi per aumentare il valore aggiunto degli alimenti tradizionali delle zone montane. Un aiuto per i turisti, ma anche per gli addetti del settore, perché si tratta di prodotti della montagna non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela, e quindi che spesso possono rappresentare una piacevole scoperta. Il database si accompagna all’applicazione WebGIS, che permette la consultazione geografica dei prodotti censiti attraverso il computer. L’idea, infatti, è di caratterizzare geograficamente, attraverso la creazione di mappe dinamiche, ogni singolo prodotto del territorio interessato. 
CASI STUDIO - Sono stati poi individuati cinque "casi studio" rappresentativi di cinque filiere alimentari, diversi per collocazione geografica e contesto socio-produttivo: piante officinali della Valle Camonica, toma della Valsesia, pecora Sopravissana, pane con le patate della Garfagnana, noce di Montagna. Da questo studio è stato realizzato anche il volume Prodotti agroalimentari tradizionali della montagna italiana, frutto di una sinergia tra università ed enti di ricerca, che «rappresenta uno spunto di riflessione, un utile approfondimento per nuove programmazioni, un’impostazione di linee di intervento di un sistema che possa creare valore intorno al territorio montano - sottolinea Massimo Romagnoli, presidente dell’Ente italiano della montagna (Eim) -. Siamo solo all’inizio di un lungo percorso, che punta alla valorizzazione delle attività tradizionali agricole di montagna e delle imprese agroalimentari, al consolidamento dell’immagine della località nei confronti degli utenti esterni, nella ricomposizione dei saperi, delle pratiche, delle strategie. Queste nostro Ente, attraverso iniziative simili, può offrire il suo contributo, affinchè la valorizzazione di un prodotto tradizionale possa ‘catalizzare’ processi di sviluppo di ampio respiro». 
CONTINUITÀ - «Non è sufficiente la promozione commerciale dei prodotti tipici delle montagne se non si trova il modo di assicurare continuità ed economicità della loro produzione e distribuzione – spiega Giacomo Elias, responsabile scientifico del progetto Fimont -. Bisogna incentivare gli operatori a continuare il lavoro e a migliorarlo, nonostante le situazioni iniziali produttività modesta, logistica impervia e basso rendimento economico. Quindi, anche se restano essenziali le soluzioni di problemi agronomici, tecnologici e di marketing, è necessario garantire le condizioni produttive, organizzative e socio-economiche». Nella ricerca del progetto Fimont si è cominciato con un inventario dei prodotti tipici, con schede in dettaglio, e la loro mappatura per poter individuare le aree di produzione. Quindi sono stati scelti i "casi studio". «In seguito - spiega Rosanna Farina, coordinatrice del progetto - sono state caratterizzate le filiere dei prodotti dal punto di vista tecnologico e produttivo. E rese tracciabili. Sono state definite le soluzioni normative, di marketing e finanziarie. Infine, ci siamo concentrati sugli aspetti di divulgazione e comunicazione, promuovendo anche seminari incontri con allevatori e agricoltori, associazioni di categoria. Arrivando alla realizzazione del portale Fimont e del volume». 
IL CONVEGNO - I risultati del progetto Fimont saranno presentati mercoledì 24 febbraio dalle 9.30 alle 13.30 presso la Sala delle Conferenze - Palazzo Marini a Roma, in occasione del convegno «Salviamo una montagna di sapori», organizzato dall’Ente italiano della montagna. Presenti i ministri Raffaele Fitto (Rapporti con le Regioni) e Mariastella Gelmini (Istruzione, università e ricerca). La ricerca ha fatto ricorso a competenze fortemente interdisciplinari. I partner coinvolti sono: l’Ente italiano della montagna, capofila, l’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr, il Dipartimento di ingegneria agraria dell’Università degli Studi di Milano, il Polo per la qualificazione del sistema Agroindustriale e la Fondazione Iard. 
Mario Pappagallo20 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[21/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Industria migliora nel secondo semestre]]></title><description><![CDATA[Nella media dell'anno scorso gli ordinativi sono arretrati del 22,4%, peggiore calo dal 2000 
A dicembre però +4,7% su novembre, +10,1% su base annua e +5,1% ultimo trimestre sul III 
Industria, fatturato -18,7% nel 2009 Ma a dicembre prevale il segno più 
A dicembre volano i dati sulle automobili, favoriti dagli incentivi all'acquisto 
ROMA - Nella media del 2009 il fatturato dell'industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008. Lo rende noto l'Istat. Scesi a picco anche gli ordinativi che hanno segnato un -22,4% rispetto allo scorso anno. L'Istat precisa che si tratta del peggiore calo dal 2000. Sul dato estremamente negativo hanno inciso maggiormente i primi nove mesi del 2009, mentre negli ultimi mesi si è registrato un miglioramento. Infatti nel confronto tra l'ultimo trimestre 2009 con quello precedente le variazioni congiunturali sono state pari a +1,4% per il fatturato e a +5,1% per gli ordinativi. 
In particolare a dicembre il fatturato è aumentato dell'1,9% rispetto a novembre dello 0,8% rispetto a dicembre 2008, ma è calato del 2,5% (corretto per gli effetti di calendario) rispetto allo stesso mese del 2008. Gli ordinativi a dicembre sono cresciuti del 4,7% su base mensile, e del 10,1% su base annua (dato grezzo, non corretto per gli effetti di calendario). Spiccano i dati del settore autoveicoli. Infatti a dicembre il fatturato degli autoveicoli è aumentato infatti del 23,2% su base annua; ottimi risultati anche per gli ordinativi, cresciuti del 31,5% tendenziale. 
Tornando all'analisi dell'intero 2009, il fatturato totale dell'industria è calato del 17,4% sul mercato interno e del 21,6% su quello estero. Analogo andamento per gli ordinativi totali: quelli nazionali sono calati del 21,7% e quelli esteri del 23,7% rispetto all'intero 2008. 
Per quanto riguarda i diversi settori di attività economica il calo più forte ha riguardato il settore della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-34% tendenziale). Male anche la fabbricazione di coke e petroliferi raffinati (-27,6%), macchinari (-22,9%), e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (-21,6%). Hanno contenuto le perdite solo i settori della produzione di prodotto farmaceutici (rispetto al 2008 hanno perso solo lo 0,3%), e l'industria alimentare (-4% tendenziale). 
A dicembre, nel confronto con lo stesso mese del 2008, l'indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha segnato le variazioni positive più ampie nei settori della fabbricazione di mezzi di trasporto (+ 15,2%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+10,3%) e fabbricazione di prodotti chimici (+7,8%). 
I risultati negativi più marcati hanno riguardato la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-14,8%), le industrie tessili, abbigliamento, pelli eaccessori (-11,5%) e le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (- 9,3%). 
L'indice grezzo degli ordinativi ha registrato gli incrementi tendenziali maggiori per la fabbricazione di mezzi di trasporto (+51,8%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+49,9%) e le fabbricazioni di prodotti chimici (+11,1%). Flessioni si sono state registrate nella fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-4,6%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-2%). 
(19 febbraio 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[20/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Industria cresce posti di lavoro calano...]]></title><description><![CDATA[Fatturato industriale a +1,9%, ma la media del 2009 è -18,7% 
Istat, ripartono ordini e fatturato 
Crollo record per le automobili 
Ordinativi industriali a +4,7% rispetto a novembre, ma l'anno scorso su base annua sono crollati del 22,4% 
MILANO - Forte ripresa per gli ordini dell'industria a dicembre: +4,7% rispetto a novembre e +10,1% rispetto a dicembre 2008. Lo comunica l'Istat precisando che l'incremento su base annua e il migliore da febbraio 2008. Anche il fatturato dell'industria, sempre secondo l'Istat, è aumentato a dicembre dell'1,9% rispetto a novembre e dello 0,8% rispetto a dicembre 2008. L'ente di statistica sottolinea però che su base tendenziale il fatturato è calato del 2,5% se considerato corretto per gli effetti di calendario. 
RISULTATI 2009 - Tuttavia nella media del 2009 il fatturato dell'industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008. Lo rende noto l'Istat. Scesi a picco anche gli ordinativi che hanno segnato un -22,4% rispetto allo scorso anno. L'Istat precisa che si tratta del peggiore calo dal 2000. Sempre considerando l'intero 2009 il fatturato totale dell'industria è calato del 17,4% sul mercato interno e del 21,6% su quello estero. Analogo andamento per gli ordinativi totali: quelli nazionali sono calati del 21,7% e quelli esteri del 23,7% rispetto all'intero 2008. Per quanto riguarda i diversi settori di attività economica il calo più forte ha riguardato, sempre nell'intero periodo gennaio-dicembre 2009, il settore della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-34% tendenziale). Male anche la fabbricazione di coke e petroliferi raffinati (-27,6%), macchinari (-22,9%), e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (-21,6%). Hanno «contenuto le perdite» i settori della produzione di prodotto farmaceutici (rispetto al 2008 hanno perso solo lo 0,3%), e l'industria alimentare (-4% tendenziale). 
AUTO - Crolli record anche per l'industria automobilistica nel 2009. Come rileva sempre l'Istat nella media dell'intero 2009 gli ordinativi e il fatturato del settore auto hanno registrato il peggior calo, rispetto all'anno precedente, da quando i dati vengono registrati, ovvero almeno dal 1991. Il crollo è stato rispettivamente del 22,9% per il fatturato e del 18,1% per gli ordini. 
Redazione online 
19 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[19/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[BIT e crisi..]]></title><description><![CDATA[Turismo, 2009 nero. 
Il Bit per provare il rilancio 
I dati dell'Istat sull'ultimo anno: il numero dei viaggi degli italiani è calato del 9 per cento rispetto al 2008. 
Al via la Borsa milanese, 130 Paesi con molte new entry, e 5000 espositori 
Turismo in caduta libera, nel 2009, e segnali di ripresa ancora flebili. Questa è la cornice nella quale si presenta la 30ma edizione del Bit, la Borsa internazionale del turismo, che aprirà i battenti domani a Milano, per chiudersi domenica. Centotrenta paesi presenti, con new entry tra cui il Laos. E tanta voglia d'Africa 
Gli italiani viaggiano meno. Gli italiani nel 2009 hanno viaggiato meno rispetto all'anno precedente e, dato in controtendenza rispetto agli ultimi anni, sono diminuite soprattutto le vacanze brevi. Lo illustra l'Istat, nel rapporto su "Viaggi e vacanze in Italia e all'estero" relativamente al 2009. L'anno scorso i viaggi con pernottamento sono stati 113 milioni e 46 mila, per un totale di 676 milioni e 244 mila notti. Rispetto al 2008, la diminuzione del numero di viaggi è dell'8%. 
In particolare, i viaggi di vacanza, che pesano per l'86,6% sul totale, mostrano una flessione (-8,3%) dovuta, come si diceva, alla consistente diminuzione delle vacanze brevi (-11,6%). I viaggi di vacanza lunga (di almeno 4 notti), invece, si mantengono sostanzialmente stabili, così come il relativo numero di pernottamenti. I viaggi per motivi di lavoro, che rappresentano il restante 13,4%, sono sostanzialmente stabili, così come il numero di notti. 
Diminuiscono i viaggi di vacanza con l'obiettivo di far visita a parenti o amici (-19,3%), soprattutto se effettuati in occasione di vacanze brevi (-24,4%). Rispetto alle destinazioni, si sono ridotti del 9,4% gli spostamenti con meta italiana, che rappresentano l'82,7% dei viaggi complessivi, con una contrazione più marcata per i viaggi diretti verso le regioni del Mezzogiorno (-19,7%), dove diminuiscono sia le vacanze brevi (-25,3%) sia quelle lunghe (-17,5%). Gli spostamenti verso l'estero, invece, sono stabili. 
Francia, Usa, Lazio ed Emilia Romagna al top.Lazio, Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia e Veneto sono le regioni italiane più visitate dagli italiani: ospitano complessivamente il 44,6% dei flussi turistici interni, con quote comprese tra il 10,3% del Lazio e il 6,9% del Veneto, risultando le mete più frequentate sia per motivi personali sia per lavoro. 
Tra le mete estere, la Francia è ancora una volta il paese più visitato (17,8% dei viaggi all'estero), seguita dalla Spagna (13,3%) e dalla Germania (8,2%). Tra le maggiori mete turistiche estere del 2009 l'Istat, nel rapporto su "Viaggi e vacanze in italia e all'estero" nel 2009 segnala anche la Croazia (7,4%) e la Grecia (5,5%). Fuori dall'Europa, Stati Uniti ed Egitto sono le mete più frequentate (rispettivamente 4% e 3,6% dei viaggi all'estero), principalmente per trascorrere periodi di vacanza (entrambe 4,2% delle vacanze), soprattutto di lunga durata (rispettivamente 5,6% e 5,5% delle vacanze lunghe). Gli Stati Uniti (2,9%) e la Cina (2%), invece, si confermano mete importanti per i viaggi di lavoro. 
Nel 2009 le mete preferite per le vacanze estive in Italia si confermano le regioni del Mezzogiorno: nel trimestre luglio-settembre tra le principali destinazioni per le vacanze lunghe ci sono la Puglia (9,8% delle vacanze lunghe in Italia), la Sardegna (7,4%), la Sicilia (7,1%). 
Stabili le tipologie di vacanze: per quelle di riposo, piacere o svago, nel 44,2% si sceglie una vacanza al mare e nel 20,7% una vacanza in montagna. Altre tipologie, come la vacanza-sport, la gita scolastica, la partecipazione a manifestazioni culturali, spettacoli o mostre, la vacanza-studio e la visita a parchi tematici o di divertimento riguardano complessivamente l'8,3% dei soggiorni. Unica variazione significativa, i giri turistici, in calo del 23,5%. 
Infine, anche nel 2009 il principale mezzo di trasporto è l'auto (65,7% dei viaggi), mentre l'aereo e il treno si utilizzano nel 15,7% e nell'8,3% dei casi. Rispetto al 2008, nel caso di vacanze brevi diminuisce la quota di quelle effettuate in pullman (da 6,6% nel 2008 a 4,8% nel 2009), mentre per le vacanze lunghe diminuisce l'uso della nave (da 7,7% nel 2008 a 5,7% nel 2009). 
Un rilancio (anche) dal Bit?. In questa cornice, non confortante, l'edizione n.30 del Bit prova a invertire la tendenza con una grande ricchezza di contenuti e programmi. Dal Sudafrica, che quest'anno ospiterà i Mondiali di calcio, ad Abu Dhabi, che punta sempre di più sul mercato italiano, e poi new entry come Ecuador, Sudan, Laos, Vietnam, e ritorni come Olanda, Antigua, Lettonia: sono 130 i Paesi esteri presenti alla Borsa, che si tiene a Fieramilano. 
Senza dimenticare i percorsi attraverso le bellezze e i sapori delle regioni italiane che, salvo il Molise, saranno tutte presenti in fiera. Un vero e proprio viaggio del mondo in quattro giorni, insomma, che vedrà protagoniste 5.000 realtà rappresentate tra gli stand in otto padiglioni e che, come ogni anno, promette di attirare sotto la Vela di Fuksas almeno 150 mila visitatori. Agli operatori del settore saranno dedicati i primi due giorni della rassegna, mentre nel weekend, come di consueto, il quartiere espositivo aprirà le porte al grande pubblico, che affollerà i padiglioni alla ricerca di un'idea per le vacanze o un viaggio diverso. 
"La forza di Bit - spiega l'amministratore unico di Fiera Milano Rassegne, Enrico Pazzali - si esprime nella sua formula che permette di coniugare la focalizzazione di un evento rivolto al business con l'interesse che riscuote un grande appuntamento aperto al pubblico dei viaggiatori". La manifestazione, prosegue inoltre Pazzali, è poi "attenta a cogliere le opportunità offerte al mercato da segmenti nuovi e nicchie particolari". Per questo, durante i quattro giorni, troveranno spazio nuove iniziative come un workshop sul turismo religioso nelle tre fedi monoteiste o dei focus sul turismo sportivo all'aperto, dedicato agli amanti del golf, della bicicletta, della montagna. 
da viaggi.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[17/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Acqua politicizzata.]]></title><description><![CDATA[Acqua privatizzata? No, politicizzata 
«Solo il 7% delle gestioni sono davvero in mano privata». Il 20 marzo in piazza il popolo degli «scontenti» 
Un libro del giornalista Giuseppe Marino 
La privatizzazione dell’acqua non è andata giù a parecchi italiani. Tanto che il popolo degli scontenti si è dato appuntamento il 20 marzo a Roma per una manifestazione nazionale che vuole chiedere a gran voce al «palazzo» di fare un passo indietro e riportare le risorse idriche sotto il controllo pubblico. 
MOVIMENTI E INIZIATIVE - I movimenti per l’acqua pubblica sono sorti spontaneamente un po’ dappertutto, dalla Lombardia, alla Toscana, al Lazio, alla Sicilia, contestano il forte aumento delle tariffe, lievitate del 47 per cento in dieci anni e invocano gestioni più aperte al dialogo con le comunità locali, accusando le aziende di voler lucrare su un bene essenziale. Ma un libro inchiesta in uscita in questi giorni, inquadra la questione sotto una luce diversa. Secondo l’autore, il giornalista Giuseppe Marino, a mettere le mani sull’acqua è stata una casta legata soprattutto alla politica. «Solo sette gestioni su cento sono davvero affidate ad aziende private - spiega Marino - oltre la metà parte è rimasto, senza gara d’appalto, a società interamente pubbliche. La parte restante è costituita da società miste in cui il socio privato è spesso rappresentato dalle ex municipalizzate, dunque aziende che non sono estranee, ancora oggi, all’influenza della politica». 
LA CASTA DELL'ACQUA - La tesi del libro, (La casta dell’acqua, ed. Nuovi Mondi, 12 euro) è che il dibattito sulla scelta tra gestione pubblica e privata dell’acqua perde di vista il vero problema, l’assenza di regole e parametri che obblighino a una gestione sana dell’oro blu, e la mancanza di un controllore dotato di competenze e poteri di intervento per controllare chi ha in mano gli acquedotti e sanzionare disservizi e storture. La riforma varata nel ’94 ha diviso l’Italia in 91 zone grosso modo corrispondenti alle province e affidato questo compito agli «Ato», una sorta di mini-parlamentini formati dai rappresentanti dei comuni della zona. «Altre poltrone per politici locali - spiega Marino - che costano ai cittadini quasi 50 milioni di euro l’anno e si sono dimostrati incapaci di assolvere ai propri compiti. Nei consigli d’amministrazione delle società che avrebbero il compito di controllare ci sono esponenti della stessa maggioranza che nomina (e domina) gli Ato. E infatti, nonostante i disservizi, raramente dagli Ato arrivano serie contestazioni ai gestori». 
IL BUCO NERO DELL'ACQUA - Eppure di buchi neri la gestione ne ha tanti: le bollette sono aumentate ma solo la metà degli investimenti sulla rete idrica sono stati realizzati. Dopo 15 anni dalla riforma che mirava a ridurre le perdite, queste sono ancora calcolate tra il 30 e il 40% (a seconda delle stime) considerando la dispersione dai tubi e l'acqua erogata ma non conteggiata per problemi amministrativi. Inoltre, molte aziende hanno accumulato indebitamenti di decine di milioni di euro. E questo vale sia per società pubbliche, come Gaia, che gestisce l’acqua nella zona di Massa Carrara, sia per quelle miste, come Acqualatina, gestore del Basso Lazio. In più si moltiplicano i tentativi di inserire nelle tariffe costi impropri, dallo scarico delle acque piovane a contributi per le comunità montane. E i “controllori” politici? «Avallano tutto o quasi -accusa Marino- come a Frosinone dove sono stati approvati aumenti retroattivi bocciati poi dal Coviri, la commissione di controllo che pure ha scarsi poteri. E così anche l’acqua è diventata di destra o di sinistra, a seconda della maggioranza che controlla l’Ato e ha piazzato i propri rappresentanti e consiglieri d’amministrazione in decine di poltrone. A volte costose come quelle dell’Arra, la siciliana Agenzia regionale rifiuti e acque alla cui guida è stato nominato il burocrate più pagato d’Italia, che percepisce intorno ai 550mila euro l’anno». 
Paolo Ligammari 
16 febbraio 2010(ultima modifica: 17 febbraio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[17/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Olio, vino, cereali e legumi dall'azienda a emissioni zero]]></title><description><![CDATA[LA STORIA 
Olio, vino, cereali e legumi dall'azienda a emissioni zero 
In Umbria la Castello Monte Vibiano Vecchio, una tenuta agricola, è la prima impresa "verde" del nostro paese, secondo una delle più autorevoli società internazionali di certificazione 
di VALERIO GUALERZI 
FOLIGNO non sarà di certo "lu centru de lu munnu", come sostengono i suoi abitanti, ma Monte Vibiano, un altro piccolo paese dell'Umbria, è sicuramente il centro della rivoluzione verde italiana. A sostenerlo non è infatti l'orgoglio campanilistico, ma una delle più autorevoli società internazionali di certificazione. Secondo quanto garantisce la Det Norske Veritas, la Castello Monte Vibiano Vecchio, una tenuta agricola che nei suoi trecento ettari di terra e quattrocento di bosco produce olio, vino, cereali e legumi, è la prima azienda italiana a zero emissioni. 
"È la prima in Italia e una delle prime al mondo a raggiungere questo obiettivo in accordo con la norma internazionale ISO 14064 - spiegano dalla DNV - Monte Vibiano è passata da 287 tonnellate di CO2 nel 2004 a meno 764 tonnellate di CO2 nel 2008, raggiungendo quindi valori ben al di sotto dello zero". Il tutto ottenuto senza acquisti esterni di riduzione. Tutti gli interventi di efficienza e sostenibilità sono stati applicati infatti all'interno del processo produttivo dell'azienda. Un ventaglio molto ampio di azioni portate avanti con la consulenza della stessa DNV e la collaborazione del Centro di Ricerca sulle Biomasse dell'Università di Perugia. 
Oltre a migliorie più tradizionali e "banali", come l'installazione di pannelli fotovoltaici e la razionalizzazione dei consumi energetici, alla Monte Vibiano sono stati introdotti anche accorgimenti ancora poco sfruttati su vasta scala, come la tinteggiatura dei tetti dei silos con il "bianco riflettente", un sistema che riduce l'effetto del riscaldamento globale incrementando l'albedo terrestre, ovvero la capacità delle superfici chiare di rimandare indietro i raggi solari, limitandone l'influenza sulla temperatura (il contributo della Monte Vibiano è stato calcolato pari alla sottrazione di 25 tonnellate di CO2 dall'atmosfera). 
Un'attenzione particolare è stata poi rivolta alla revisione della mobilità aziendale: sono stati adottati una serie di veicoli e scooter elettrici installando una innovativa stazione di ricarica elettrica attrezzata con un sistema di batterie al vanadium, uno speciale dispositivo per l'immagazzinamento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili. Certo, le dimensioni dell'azienda e la sua conduzione familiare hanno reso l'obiettivo emissioni zero più semplice. La Monte Vibiano ha una sessantina di dipendenti e nel 2009 le 340 mila bottiglie di vino e olio vendute in Italia e all'estero hanno portato ad un fatturato di circa 7 milioni di euro, ma ciò non toglie che inseguire con tanta perseveranza questo traguardo è costato soldi e coraggio. 
"Siamo partiti nel '98 e anno dopo anno gli investimenti in sostenibilità sono arrivati a sfiorare i dieci milioni di euro", spiega l'amministratore Lorenzo Fasola Bologna. "Per noi - ricorda - puntare sull'ambiente significa semplicemente cercare di fare un prodotto sempre migliore perché crediamo sia questa la missione di un'azienda che produce vino e olio. Per rientrare delle spese ci vorranno almeno venti anni, ma sono convinto che chi non si sarà mosso in questa direzione potrebbe essere costretto a rimanere fuori da mercati importanti molto prima". 
E sbaglia chi a questo punto si è fatto l'idea che il costo di tutto questo impegno "verde" non possa che finire per essere scaricato sul consumatore. Il Villa Monte Vibiano, un rosso in vendita ad appena 5-6 euro, è stato premiato infatti dalla Guida dei vini d'Italia 2010 dell'Espresso come migliore bottiglia per rapporto qualità prezzo. 
(11 febbraio 2010) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[13/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Morgan Stanley rilancia Ipo Fiat]]></title><description><![CDATA[Con Sollers 9 modelli entro 2016, Morgan Stanley rilancia Ipo Fiat Auto 
11/02/2010 
Fiat perde lo slancio iniziale. Dopo un top intraday a quota 8,335 euro, l'azione del Lingotto si è sgonfiata e ora scambia a quota 8,19 euro, limitandosi a un rialzo dello 0,12% nonostante le buone notizie dalla Russia. La joint venture tra Torino e Sollers, annunciata ieri dal Governo russo, avrá entro il 2016 una piattaforma produttiva composta di 9 modelli sia della casa torinese che della partecipata statunitense Chrysler. 
In particolare, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza del dossier all'agenzia Dow Jones Newswires, la joint venture produrrà jeep, suv e pick-up nello stabilimento della Sollers a Naberezhniye Chelny, nel Tatarstan, che attualmente ha una capacità produttiva annua di 80 mila auto. 
Gli investimenti della Sollers destinati alla joint venture nella misura di 2,4 miliardi di euro saranno finanziati con prestiti a tassi di interesse agevolati concessi dal Governo russo, mentre Fiat apporterà soprattutto tecnologie. Oggi Morgan Stanley ha confermato la raccomandazione overweight sul titolo del Lingotto con un target price a 18,5 euro. 
Per la banca d'affari Fiat resta il titolo preferito del comparto auto europeo, soprattutto adesso che le recenti vendite hanno abbassato la quotazione. Gli attuali prezzi di Fiat, hanno spiegato gli analisti di MS, implicano una valutazione negativa della quota che l'azienda detiene in Chrysler, per circa due euro per azione, mentre secondo gli analisti vale almeno 8,5 euro per azione, pur tenendo conto che ci vorranno anni prima che siano realizzate le sinergie tra le due società. 
Ancora una volta Morgan Stanley indica la possibilità che i vertici della casa torinese possano decidere l'Ipo di Chrysler e Fiat Auto. In tal caso, da una parte sarebbero favorite le sinergie potenziali del business dell'auto, mentre dall'altro avverrebbe un rerating delle altre attività del gruppo, da Iveco a Cnh fino a Fiat Powertrain technology e alla Ferrari. 
Fiat Auto e Chrysler sarebbero valutate con un rapporto enterprise value e fatturato pari al 30%, mentre la cosiddetta Fiat Industrial sarebbe stimata con un rapporto tra enterprise value e fatturato pari all'80%. L'operazione potrebbe avvenire ancor prima che siano raccolte le sinergie dell'integrazione tra Fiat e Chrysler, ma solamente dopo che la casa americana avrà presentato i propri prodotti. "Fiat Auto", si legge nella nota, "starebbe meglio con Chrysler e Fiat Industrial starebbe meglio senza la divisione auto". 
Intermonte non è così ottimista come Morgan Stanley. Oggi ha tagliato le stime 2010 per adattarle a uno scenario di mancato rinnovo incentivi auto in Italia e ad un livello più favorevole del cambio euro/dollaro. Ma, dopo avere perso più del 15% negli ultimi mesi, ritiene che il titolo cominci a incorporare le attese di peggiori prospettive per il 2010 e anche dal punto di vista valutativo ritiene gli attuali livelli più fair. 
"Nel breve il titolo resta esposto al rischio di tagli di stime e valutazione da parte del consensus troppo generoso, ma siamo convinti che con la decisione di ieri di non rinnovare gli incentivi il titolo abbia raggiunto il picco delle cattive notizie e lo upgradiamo pertanto a neutral da underperform" con un target price che però passa da 9 a 8,8 euro. 
Questo a seguito della revisione al ribasso di alcune stime (Eps 2009 passa da -0,35 a -0,34, quello 2010 da 0,27 a 0,08 e quello 2011 da 0,80 a 0,67). In particolare, si legge nella nota della sim, senza incentivi le immatricolazioni di auto Fiat nell'Europa occidentale dovrebbero scendere del 13,5% nel 2010. Inoltre è prevista solo una moderata ripresa per i camion e la controllata Cnh. 
Francesca Gerosada milanofinanza.it]]></description><pubDate><![CDATA[11/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Il caso Fiat mostra le insufficienze del governo...]]></title><description><![CDATA[IL CASO FIAT 
La fine degli scambi corporativi e le ragioni industriali del governo 
Sono giorni importanti nella storia dell’industria italiana. Dopo un periodo di incertezza, il governo Berlusconi sembra ormai orientato a non rinnovare gli incentivi pubblici per la rottamazione delle automobili. Gli incentivi, sostengono i ministri, aumentano artificialmente la domanda nell’immediato preparandone il calo nel futuro; e Sergio Marchionne si è detto d’accordo, pur avendoli invocati un paio di mesi fa. La sequenza degli scambi corporativi tra il più grande gruppo industriale italiano e lo Stato interventista sembra interrompersi, dopo un secolo di applausi e di polemiche. Ma la novità riguarda solo l’Italia, perché la Fiat ha riannodato la trama con la spesa pubblica grazie all’ingresso nella Chrysler, assistito dal Tesoro Usa, già alfiere del liberismo. 
In realtà, la fine degli incentivi non dipende dalle ragioni di teoria economica sbandierate ieri: questo genere di aiuti è stato più volte rinnovato da governi di ogni colore, ovunque. La vera ragione è l’indisponibilità della Fiat a pagare il prezzo che chiedevano Silvio Berlusconi e il suo ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola: la salvaguardia delle fabbriche italiane, compresa Termini Imerese. La pretesa del governo non era peregrina. In Francia, il presidente Sarkozy ha condizionato il supporto pubblico alla Renault all’impegno del suo gerente, Carlos Ghosn, a non trasferire lavorazioni in Turchia. Chi mette capitali in un’impresa, sia pure sotto forma di incentivi, ha diritto di chiedere controprestazioni. Ma chi guida un’impresa può ragionare sulle alternative. E Marchionne è convinto di averne. Qualche centinaio di milioni di euro di incentivi, nella sua opinione, non valgono gli extracosti permanenti di impianti mal concepiti. Tanto più se il baricentro di Fiat Auto si va spostando fuori dall’Italia. Perché altrove sono i mercati più promettenti e i governi più generosi. Già oggi il Brasile è il Paese dove Fiat Auto vende di più. 
E domani, se la scommessa sulla Chrysler andrà bene, molto peserà l’America. Nei piani presentati a Palazzo Chigi prima di Natale, la Fiat del futuro farà un po’ più di 5 milioni di vetture, la metà con i marchi Chrysler. In Brasile e negli Usa si concentreranno i 3-4 quinti della produzione e delle vendite, e con margini più alti di quelli europei. Certo, il Brasile in passato ha avuto alti e bassi clamorosi; con Chrysler la Mercedes ci ha provato per anni e poi, dopo aver perso molte decine di miliardi di dollari, ha alzato bandiera bianca; l’Italia è un mercato conosciuto e a suo modo stabile. Ma Marchionne è convinto di potersela giocare. Il Brasile di Lula è un gigante che si è svegliato. Negli Usa la Fiat trova aiuti per 8 miliardi e una libertà di tagliare che le regala costi sconosciuti in Europa. E gli analisti, che un anno fa attribuivano a Chrysler un avviamento negativo, ora la valutano da un quarto a metà di Fiat Auto. Se sfonderà a Detroit, Marchionne passerà alla storia dell’industria senza essere mai stato un car guy, come gli americani chiamano gli ingegneri cresciuti a latte, benzina e motori. E a quel punto, tra due o tre anni, Chrysler sarà un magnete capace di attirare nella sua orbita la casa madre italiana. Poco importa se la Fiat Spa si troverà in società con i sindacati e il Tesoro degli Stati Uniti. Anzi, meglio: così avverrà il distacco da Fiat Auto che gli Agnelli sognano da qualche anno. 
Del resto, Marchionne da tempo ripete che la Fiat Spa non metterà più un euro nell’auto perché questa attività non ripaga da anni il capitale investito. E l’Italia? Le vetture piccole danno margini piccoli, ha ricordato il leader della Fiat nell’intervista di ieri alla Stampa. La fine degli incentivi riporta l’attenzione sui margini operativi, e allora anche la promessa di trasferire la produzione della nuova Panda dalla Polonia a Pomigliano d’Arco sembra— senza ulteriori spiegazioni —più una mossa politica che un progetto industriale. La svalutazione delle piattaforme per 125 milioni di euro, effettuata nel bilancio 2009, è un piccolo indizio dell’orientamento della produzione delle cilindrate maggiori oltre Atlantico. D’altra parte, perfino la General Motors sta esaminando il progetto di trasferire il quartier generale a Shanghai, visto che ormai è la Cina il Paese dove vende di più e meglio. I radicamenti territoriali omai cambiano in funzione dei mercati. E se le aziende non hanno investito abbastanza quando avrebbero dovuto per posizionarsi nelle fasce alte della produzione, come ha fatto la Volkswagen e non la Fiat, le sole forze capaci di contrastare la tendenza sono i governi: quelli che ne hanno i mezzi, un’élite della quale non fa parte il governo italiano. 
Massimo Mucchetti 
05 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAda corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[05/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FIAT: non è una bottega... sotto Marchionne]]></title><description><![CDATA[4/2/2010 (7:1) - INTERVISTA 
Marchionne: "Nessun ricatto io cerco il dialogo" 
L'ad della Fiat: "cassa" annunciata subito per non finire a ridosso delle elezioni 
MARIO CALABRESITORINO 
«Sono agnostico sugli incentivi: il governo faccia la sua scelta e noi la accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di decisioni in tempi brevi e di uscire dall'incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia». Senza giri di parole Sergio Marchionne parte subito dai problemi più spinosi, ci tiene a presentarsi sereno e collaborativo e riesce anche a fumare meno: «La decisione di smettere di produrre a Termini Imerese è stata presa, ma siamo pronti a fare la nostra parte, a farci carico, insieme al governo, dei costi sociali di questa scelta. Cerco il dialogo e chiedo di mettere da parte la dietrologia: nella decisione di fermare le fabbriche per due settimane non c'è nessuna provocazione e nessun ricatto». 
Sulla scrivania del suo ufficio al Lingotto c’è un'immensa rassegna stampa che annuncia lo sciopero in corso e riepiloga le polemiche delle ultime settimane. L'amministratore delegato della Fiat ha voglia di spiegare e per una volta spegne tutti e cinque i suoi telefoni. Dalla busta che li contiene spunta una piccola statuetta della divinità indiana Ganesh - quella con la testa di elefante -, «Chi me l'ha regalata dice che porta fortuna e di questi tempi ogni cosa è ben accetta». 
Fino all'anno scorso lei riceveva applausi da destra a sinistra, metteva d'accordo tutti e veniva definito il salvatore della Fiat e il manager dei miracoli. Oggi il clima è completamente diverso, cos'è cambiato?«Nulla. Zero. Sono sempre lo stesso, è il mondo che è cambiato. Il mio impegno è uguale, come le mie idee, ma quando sono arrivato c'era solo la crisi della Fiat ora c'è una crisi globale. Il contesto è completamente diverso. Il mercato dell'auto in Europa scenderà quest’anno tra il 12 e il 16 per cento, che significa tra un milione e mezzo e due milioni di macchine in meno, tante quante ne vende la Fiat nel continente. Abbiamo rimesso in piedi l'azienda ma se ora non interveniamo per risolvere i problemi strutturali derivanti dalla crisi allora rischiamo di distruggere tutto e di giocarci il futuro».Marchionne tira fuori da un cassetto un suo discorso del giugno del 2006 e comincia a leggere dei passaggi ad alta voce: «Ascolti cosa dicevo: "E' nell’interesse della società appoggiare le persone che soffrono le conseguenze delle trasformazioni causate dai movimenti dei mercati. Queste persone hanno bisogno di sostegno per permettere loro di trovare un nuovo lavoro e mantenerle integrati nella società". Oggi la penso allo stesso modo e per questo ci faremo carico dei costi sociali delle ristrutturazioni». Mentre parla tiene una calcolatrice in mano, fa e rifà conti: «Oggi la Fiat rispetto al 2004 ha 12 mila persone in più che lavorano nel gruppo. Ma sembra che la Fiat sia diventata l'unico problema nazionale. Ci si rifiuta di guardare a ciò che sta accadendo nel mondo, di vedere il quadro della crisi globale, di riconoscere che l'industria dell’auto è costretta a ristrutturarsi in ogni Paese. Sei anni fa la General Motors era la più grande azienda automobilistica del mondo, ed è fallita, come la Chrysler, nel 2009. Ogni volta che parlo del problema dell'industria automotive in Italia devo ricominciare a spiegare da capo qual è la situazione. Certo è chiaro che non si può chiedere all'operaio di Termini di farsi carico della crisi globale, ma lo devono fare insieme governo, sindacati e Fiat». 
Come procede il tavolo a Palazzo Chigi?«Siamo gente seria e vogliamo dialogare con controparti che capiscano la realtà industriale e che gestiscano con noi questa crisi. Vedo e apprezzo gli sforzi del governo e dei sindacati e comprendo il livello di preoccupazione, per questo mi auguro di lavorare bene insieme per uscire da questa impasse». 
Ma la decisione di fermare tutte le fabbriche per due settimane, a fine febbraio, è stata letta come un segnale completamente diverso, come una pressione sul governo.«La legge prevede che la cassa integrazione sia comunicata 25 giorni prima. Se avessimo aspettato un mese in più avrebbero detto che volevamo alzare la tensione in prossimità delle elezioni. La verità è nei dati, che ci raccontano come gli ordini in Italia a gennaio siano crollati del cinquanta per cento rispetto a dicembre e sono quasi del 10 per cento più bassi di gennaio dell’anno scorso quando il mercato era in piena crisi. Con questa contrazione della domanda non si poteva fare altro che fermare la produzione. Non c'è nessuna provocazione e nessun ricatto». 
Vuole dirci che non ci sono legami con gli incentivi?«No, se non che per programmare la produzione c'è bisogno di certezze. E’ importante che il governo decida se ci sono le condizioni per darli nuovamente o no. E chiaro che gli incentivi sono una misura temporanea e che erano stati decisi per traghettare l’industria dell’auto fuori dalla grande crisi. Capisco che prima o poi debbano essere eliminati per tornare a un mercato normale. Protrarli troppo a lungo sarebbe un danno che pagheremmo con minori vendite nei prossimi anni. Fisiologico che si vada verso una normalizzazione del mercato, che ci permetterà di fare piani di lungo periodo non legati agli incentivi. E poi non dimentichiamo che noi abbiamo il 30 per cento del mercato, il restante 70 per cento va ai nostri concorrenti». 
Da più parti si obietta che mentre programmate di chiudere uno stabilimento ricevete un aiuto dallo Stato.«Non si possono mescolare discorsi completamente diversi, mettere insieme gli incentivi e Termini Imerese, una cosa non può essere legata all’altra: dobbiamo avere la possibilità di porre le basi per una Fiat sempre più forte». 
Cosa succederà a Termini Imerese?«La decisione di non fare più automobili a Termini Imerese dal 2011 è stata presa: non ci sono i requisiti perché possa continuare a produrre vetture. Non possiamo più permetterci di tenere aperto un impianto che da troppi anni funziona in perdita. Produrre un'auto lì costa fino a mille euro in più e più ne facciamo e più perdiamo. Non è in grado di stare in piedi. Per assurdo, per noi sarebbe più conveniente continuare a pagare tutti i dipendenti fino alla pensione tenendoli a casa. Abbiamo studiato ogni possibile soluzione di produzione alternativa, dai motori ai componenti, ma si continuerebbe a perdere». 
Ma i costi sociali dello stop alla produzione sono alti e vi arrivano richiami da più parti a ripensarci.«Non conosco filosofia industriale al mondo che giustifichi questo assunto: più produciamo più soldi perdiamo. E non è colpa dei siciliani o della qualità del lavoro ma del fatto che non esiste un indotto nell’area e i costi di logistica sono enormi. Sarebbe come se l'Ikea producesse tutti i pezzi dei suoi mobili da una parte, poi li spedisse dall’altro capo del Paese per montarli e poi li ricaricasse sulla nave per rimandarli indietro. Non ha senso». 
Ma per anni ha funzionato, perché solo adesso si pone il problema?«Quando lo stabilimento di Termini è stato costruito 40 anni fa la Fiat aveva un sostanziale monopolio sul mercato italiano, gli stranieri non potevano entrare e competere e i maggiori costi venivano scaricati sui clienti. Ricordo quando mio padre si comprò la prima Cinquecento, era l’inizio degli Anni Sessanta e io ero un bambino: si mise in fila alla concessionaria di Chieti e gli dissero di aspettare sei mesi e non riuscì nemmeno ad avere il colore che desiderava, ce la diedero bianca con i sedili neri. O prendevi quella o niente. C’era un monopolio e allora produrre a Termini o sulle Alpi non faceva differenza. Oggi il mercato è aperto, c'è la concorrenza, i margini su vetture dei segmenti piccoli sono ridicoli e le auto prodotte a Termini non sono in grado di competere». 
I critici sostengono però che la fabbrica ha goduto di grandi aiuti pubblici.«Si dice che la nostra azienda è stata tenuta in piedi con le risorse dello Stato, ma se guardo alla mia gestione non c'è paragone tra tutto quello che abbiamo messo e perso e quello che abbiamo ricevuto. Per essere completamente chiari, a Termini Imerese, dal 1969, la Fiat ha investito 552 milioni di euro, ha avuto contributi a fondo perduto per 93 milioni e ha ricevuto finanziamenti per 164 milioni, che sono stati totalmente ripagati. Come vede, niente a che fare con il miliardo di aiuti di cui si parla. E poi voglio ricordare ancora che la Fiat dal 2004 al 2009 ha investito nel mondo 25 miliardi di euro, 16 dei quali in Italia con agevolazioni statali pari al 3,8 per cento». 
Allora che soluzioni sono possibili?«Non ci possono chiedere di restare, è irresponsabile produrre in perdita, ma siamo pronti a fare la nostra parte, insieme al governo e ai sindacati, per ridurre al minimo l’impatto sociale. L'ho detto in passato e lo ripeto oggi: riconosco la differenza tra il sistema americano e quello europeo, negli Usa l’azienda che taglia non ha una responsabilità civile e collettiva, qui sì. Ma non si può puntare il dito solo verso di noi: sindacati e governo devono fare la loro parte. Deve funzionare un dialogo a tre per trovare soluzioni valide e sostenibili». 
Pensa ci siano progetti validi tra quelli presentati al governo?«I progetti presentati al governo non li conosciamo, aspettiamo di capire di cosa si tratta». 
Marchionne è appena arrivato da Detroit, starà a Torino fino a domenica, poi andrà in Messico, a New York, Chicago, poi ancora Toronto, Detroit e di nuovo Torino, sempre volando di notte, dormendo in aereo. Forse per questo dicono che non ha più la testa in Italia?«Guardi che la decisione su Termini Imerese fa parte di un progetto più ampio, che punta proprio sul rafforzamento della produzione in Italia. Togliendo il peso di quelle perdite dai nostri conti siamo pronti a rafforzare il resto della rete industriale, a partire dallo spostamento della Panda dalla Polonia a Pomigliano, che produrrà così quasi 300 mila vetture all’anno. Tornare dall'Est europeo all’Italia è qualcosa di storico, che non fa nessuno, andrebbe apprezzato». 
Riconferma l'impegno della Fiat in Italia?«Assolutamente sì: in Italia vogliamo arrivare nel 2012 a fare 900 mila auto (nel 2009 sono state 650 mila). A queste bisogna aggiungere 220 mila veicoli commerciali che saranno prodotti dalla Sevel in Abruzzo. Basta col dire che non mi interesso del nostro Paese, guardiamo alla realtà dei fatti. Guardiamo a quante aziende dell'indotto abbiamo salvato: in maniera silenziosa abbiamo evitato uno sfacelo sociale. Ora si parla di Termini ma ci si dimentica della Bertone e dei suoi 1100 dipendenti. Non è serio guardare solo una cosa e perdere di vista tutto il resto». 
Anche a Torino riaffiorano preoccupazioni per un disimpegno.«Mirafiori continuerà ad essere il centro dell'auto, il cervello delle nostre produzioni è qui. Costruiremo i nuovi monovolume e vorremmo arrivare a produrre mille vetture al giorno». 
La guida della Chrysler e la permanenza a Detroit hanno cambiato il rapporto con gli azionisti?«No, il rapporto è perfetto: c’è una collaborazione stretta e continua, soprattutto con John Elkann, e penso siano soddisfatti di quello che la squadra sta facendo. C’è assoluto allineamento tra noi e le scelte strategiche sono tutte condivise». 
Ha qualcosa da rimproverarsi?«Forse ho cercato troppo poco i microfoni, ma ho sempre pensato che sia giusto far parlare i risultati e quelli ci sono: sarebbe osceno dimenticare tutte le cose positive che sono state fatte. Non solo nel business: si chieda ai nostri operai se è cambiata o meno la qualità della loro vita? Abbiamo lavorato tantissimo per costruire cose buone e dare alla nostra gente un ambiente più umano, capace di creare le basi di una Fiat forte». 
Di cosa è più soddisfatto?«Siamo un'azienda in continuo movimento, ci espandiamo, e alla fine dell’anno la Cinquecento sbarcherà negli Stati Uniti e per me è motivo d’orgoglio. I risultati si vedranno nel lungo periodo, ma è fondamentale entrare in modo significativo in un mercato come quello americano dove non eravamo considerati all'altezza. Stiamo facendo una fatica bestiale ma oggi a Detroit veniamo trattati alla pari e sta crescendo una nuova classe dirigente italiana: ogni settimana 50 persone volano negli Usa per confrontarsi, crescere, per diventare manager di un'azienda globale». 
Prima di concludere l'intervista e mettersi a lavorare sentendo un cd di Glenn Gould - «E' il più grande di tutti, insuperabile» - tira fuori dalla tasca una pennetta su cui c'è lo spot della Chrysler che verrà trasmesso negli Stati Uniti durante il Superbowl: «E’ molto bello e originale, lo vedranno 90 milioni di persone e voglio che sia il segnale che anche la Chrysler è tornata». 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[05/02/2010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Quando un industrale è distratto...]]></title><description><![CDATA[Il tranquillo regno della lavatrice scopre chiusure e licenziamenti 
di Rinaldo Gianola 
Il ritratto di Aristide Merloni domina la stanza del sindaco di Fabriano che s’affaccia sulla splendida fontana Sturinalto. Anche il primo cittadino Roberto Sorci, un ex democristiano forlaniano traghettato fino al pd, è un dipendente dei Merloni, lavora alla Indesit, la multinazionale degli elettrodomestici guidata da Vittorio, ex presidente della Confindustria. Se c’è una company town, un luogo dove una dinastia imprenditoriale si identifica con una comunità, questa è Fabriano. Qui il fondatore Aristide mise le solide basi del gruppo (Ariston, in origine), portandolo al successo e miscelando la sua funzione industriale con il ruolo di amministratore, di sindaco. Le sue intuizioni e la sua eredità imprenditoriale sono divise tra la Indesit, la Merloni Termosanitari di Francesco già ministro dei lavori pubblici negli anni Novanta e la Antonio Merloni, industria del “bianco” finita sul lastrico. 
A prima vista si potrebbe dire che Fabriano, 31.740 abitanti suddivisi in 33 frazioni, è un’isola felice, nonostante tutto, se il sindaco, dotato di una lingua tagliente, non cancellasse l’impressione con la sua analisi:«Veniamo da oltre quarant’anni di sviluppo continuo, siamo un caso studiato dalle università, questa era una terra di emigrazione, io stesso sono nato in Belgio, ma grazie a industriali come Merloni e ai sacrifici della nostra gente abbiamo potuto crescere e vivere bene. Ma oggi siamo nei guai, siamo in pericolo. La crisi sta indebolendo il tessuto sociale, oltre a disarticolare quello produttivo. E in più le scelte politiche in materia di lavoro e impresa stanno produce danni enormi». Ad esempio? Il sindaco si scalda:«La più grande idiozia è il lavoro interinale, il precariato istituzionalizzato. Io volevo tassare le agenzie interinali, lo farei anche oggi. Sa cosa succede? Qui sono presenti cittadini di ben 72 nazioni diverse, mai avuto un problema: la gente accorreva perché c’era lavoro, le agenzie rastrellavano pure gli appartamenti da affittare e hanno rovinato il mercato della casa perché non si possono chiedere 400, 600 euro al mese a un operaio, magari straniero, che ne guadagna 900 o 1000. E ora che questi lavoratori non hanno lavoro dove li mettiamo, come facciamo a garantire un reddito, una casa?». 
La gente è abituata a rimboccarsi le maniche, a non lamentarsi. Per cultura e consuetudine i problemi si affrontano e i guai, se ci sono, si tengono in famiglia. Verso lo stato, tuttavia, si nota quel fastidio crescente da parte di chi ritiene di aver qualche diritto da esercitare. I collegamenti stradali, ad esempio, sono un disastro, anche se siamo in uno dei centri industriali più forti del paese. La “nuova” Pedemontana, che dovrebbe collegare i comuni della zona, è stata avviata 43 anni fa e non è finita, sembra la Salerno-Reggio Calabria. Il progetto Quadrilatero, la nuova rete di collegamento per le regioni del centro italia, è stato mille volte annunciato, ma non ci sono i soldi. Eppure i cantieri potrebbero occupare un migliaio di addetti. 
Lino Zingaretti, segretario della locale Camera del lavoro, spiega:«La situazione sociale è diventata molto preoccupante perché non ci sono nuove iniziative imprenditoriali, qui una volta le aziende si rubavano gli operai, venivano dai paesi vicini a lavorare in fabbrica, ma se oggi chiude un’azienda non ci sono alternative di occupazione».Il problema più grave è la Antonio Merloni, produttrice di elettrodomestici, finita sotto la tutela della “legge Marzano”. Questa Merloni ha sempre svolto un lavoro da terzista per altre grandi imprese, produceva, ad esempio, le lavatrici che poi venivano vendute con altri marchi. Mentre la Indesit di Vittorio ha conquistato il secondo posto di Europa con prodotti di alta gamma, la Merloni del fratello Antonio ha giocato più in basso: per molti anni è andata bene, ma poi sono arrivati concorrenti feroci, come la Turchia, che producono a costi estremamente bassi. Così l’azienda, dopo aver sbagliato alcuni investimenti compresa la costruzione di una fabbrica in Ucraina mai decollata, è rimasta senza fiato. Il risultato: 1200 lavoratori in cassa integrazione, un blocco che colpisce un indotto di altri 7000-8000 addetti nella zona. 
I dipendenti della A.Merloni presidiano le fabbriche dal 14 ottobre 2008. Davanti ai cancelli dello stabilimento c’è un grande tendone bianco, il tetto è bucato per far passare il tubo della stufa. Come se non bastassero tutti guai, ha ripreso a nevicare e fa freddo. I lavoratori resistono e fanno i turni, anche se è sempre più faticoso. Andrea Giacobelli, 52 anni, racconta: «Sono stato assunto nel 1995 dopo aver lavoratori vent’anni nei cantieri navali di Ancona. Non so dove andremo a finire, se non ci sarà un vero accordo di programma per avviare nuove produzioni, con altre idee e altri imprenditori, qui finisce male. La crisi c’è, ma noi paghiamo anche gravi errori del passato. Magari uno potrebbe pensare che gli altri fratelli Merloni possono correre in soccorso, ma ognuno va per i fatti suoi». 
Siccome la politica non è mai disgiunta dall’impresa da queste parti, va segnalato che il capo del personale della A.Merloni è Luigi Viventi, consigliere regionale Udc. Un emergente, raccontano, anche se non ancora famoso come Maria Paola Merloni, ramo Indesit,parlamentare del pd, che litigò con alcuni suoi colleghi quando l’azienda voleva chiudere lo stabilimento di None (poi ristrutturato e ridimensionato), e il senatore del pdl Francesco Casoli, proprietario di Elica, leader delle cappe. Andrea Cocco, segretario provinciale della Fim-Cisl, è perplesso sulla capacità della politica di incidere: «Assistiamo alle sfilate bipartisan dei politici, le elezioni moltiplicano le presenze, ma questa crisi è iniziata da quasi due anni e non si vedono progetti, iniziative concrete e coerenti. Qui i lavoratori si sono sempre comportati bene, hanno prodotto profitti per le aziende e ricchezza per il Paese, ora hanno diritto a un aiuto». 
Roberta Gianni, 36 anni, lavora in fabbrica da 20. È accompagnata dal fedele Ski, «cane metalmeccanico»:«Stavo alle presse, una volta qui dentro le donne non le prendevano. La crisi ha cambiato tutto, siamo sempre stati bene sul lavoro, ma ora molti lavoratori sono scomparsi, non si fanno vedere. Qualcuno prova a risolvere questa situazione da solo, ma penso che solo restando uniti possiamo fare qualcosa. Io non mi vedo da un’altra parte, ho sempre lavorato in fabbrica, non ho titoli di studio, cosa posso fare?». 
Si beve un caffè, si sfogliano i giornali, mentre continua a nevicare sulla tenda. Giulio Petrelli, 46 anni, operaio, si interroga sul suo destino: «Sono di Roma, 16 anni fa ho fatto domanda alla A.Merloni e mi hanno assunto subito. Mi sono trasferito, ho messo su casa e famiglia. Ma ora se perdo il lavoro mi tocca ricominciare dall’inizio».Ha ragione il sindaco: Fabriano non è più in paradiso. 
02 febbraio 2010da unita.it]]></description><pubDate><![CDATA[02/02/1010 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Imprese Crisi avvertita ma in molti non evolvono]]></title><description><![CDATA[ECONOMIA I dati resi noti da un occasional paper della Banca d'Italia in quelle aree il 30% delle aziende ha sentito "molto" la recessione 
Imprese, crisi avvertita di più nel Nord-Ovest e nel Centro 
ROMA - La crisi ha pesato di più sulle imprese del Nord-Ovest e del Centro. Lo rivela un'indagine pubblicata nell'occasional paper di Bankitalia intitolato "la crisi internazionale e il sistema produttivo italiano". Hanno risentito "molto" della crisi il 30% delle imprese localizzate nelle regioni nord-occidentali e in quelle centrali, contro il 26% di quelle nel Nord-Est e il 23% di quelle nel Meridione. 
"La quasi totalità delle imprese ha dichiarato di aver subito gli effetti della crisi - si legge nello studio - giudicandola più grave delle precedenti e indicando nell'autunno 2008 l'avvio della sua fase più acuto". Solo l'8,7% delle imprese del Nord-Ovest e del Centro ha dichiarato di non aver sofferto "per nulla" gli effetti della crisi, contro il 10,4% di aziende del Meridione che si sono dichiarate "immuni" dalla recessione globale. 
Tra le principali difficoltà riscontrate e dichiarate dalle imprese nel corso dell'indagine, svetta il calo della domanda (ne ha sofferto il 60,3%), il pagamento dei committenti (problema che ha riguardato il 62,8%). Meno difficoltà per il reperimento dei fondi (20,8%) e soprattutto per quello delle materie prime. 
Se invece ci si concentra sulle iniziative promosse per far fronte alla crisi, il 50,8% del totale (industria e servizi) ha contenuto i costi, il 21,4% ha contratto i margini, il 13,5% ha tentato la diversificazione dei mercati. Soltanto il 5,5% ha puntato sul miglioramento dei prodotti. 
"Solo alcune delle imprese più grandi, con oltre 500 dipendenti - si legge nell'occasional paper - hanno preso in considerazione la possibilità di delocalizzare i propri impianti produttivi, anche se quasi nessuna segnalava questa modalità come la principale strategia di risposta alla recessione". 
In ogni caso, il 51% delle imprese ha dichiarato che avrebbe continuato ad applicare la stessa strategia aziendale, crisi o non crisi, mentre il 15,3% ha dichiarato di puntare sugli investimenti nel marchio o nel brand. 
(27 dicembre 2009) da repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[28/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Rally di fine d'anno?]]></title><description><![CDATA[Borsa: nell'anno nero a rischio il rally di fine anno 
Analisi di Walter Riolfi 
Ma quale rally di fine anno, lamentavano ieri gli operatori osservando l'S&P che a mala pena era riuscito a stare a galla. E perché mai dovrebbe correre ancora la borsa? Ribattevano altri facendo notare come, dopo un rialzo del 65% dai minimi di marzo, Wall Street ne aveva fatta di strada, e forse un po' più del dovuto. Ma a quanti s'aspettano il rialzo di fine anno, come fosse un atto dovuto, una tradizione del festaiolo dicembre, quel 2,2% guadagnato dall'S&P500 da inizio mese (e tutto maturato nelle ultime 4 sedute) sembra assai poca cosa. E in effetti c'è qualcosa di strano nel compassato comportamento delle borse in queste ultime settimane, specie se lo si accosta al crescente ottimismo sull'economia e i mercati azionari che s'è diffuso recentemente. 
Tuttavia non c'è nulla di anomalo: primo, perché il cosiddetto rally di fine anno non è né una necessità, né una tradizione; secondo perché con la chiusura di ieri sia la borsa americana, sia quelle europee (secondo l'indice Stoxx) sono ai massimi dell'anno. E se il mito del rialzo di fine anno trova giustificazione nella politica di abbellire i bilanci da parte delle banche e dei differenti fondi d'investimento, non si capisce come due o tre punti percentuali in più possano modificare un quadro dell'intero 2009 che si presenta ampiamente positivo per i risultati (S&P e Stoxx sono in crescita del 24% e i mercati emergenti addirittura del 70%) e soprattutto in termini relativi: perché un anno fa, quando tutti i mercati finanziari erano in caduta libera, ci si prefigurava un'altra grande depressione dopo quella degli anni Trenta. E invece tutto sembra essersi risolto con una recessione comparabile a quelle degli ultimi decenni e soprattutto con una grande paura. 
Ma c'è un fattore, diciamo tecnico, per cui questo dicembre non pare doversi chiudere con il "tradizionale" botto finale: il forte recupero del dollaro ha messo in crisi la facile pratica del carry trade, attraverso la quale gli investitori si sono finanziati a basso prezzo nella valuta americana per investire con ritorni più elevati sui mercati emergenti, sulle obbligazioni societarie, sulle materie prime e anche sui mercati azionari. A dire il vero, ci si sarebbe aspettati una significativa correzione delle borse in presenza delle chiusura delle posizioni di carry trade sul dollaro iniziata nella prima metà di ottobre. Ma, mentre il prezzo del petrolio e quello delle materie prime (indice Crb) raggiungono il loro massimo il 21 ottobre, per i mercati azionari c'è stata solo un rallentamento della crescita. Evidentemente, a fronte dei disinvestimenti dettati dall'inversione del carry trade, ci sono stati acquisti da parte di investitori con un orizzonte temporale un po' più lungo. 
Tra questi ultimi, si contano numerosi hedge fund. È noto come il grande rimbalzo delle borse dopo marzo abbia lasciato i gestori dei fondi alternativi piuttosto scettici e dunque "scarichi" di titoli azionari. I più pragmatici tra questi gestori, pur non credendo all'inversione di tendenza, s'erano tutelati comperando future sugli indici e basket (panieri) di opzioni call (al rialzo). Ma siccome i risultati dei loro fondi sono apparsi comunque deludenti, e siccome non s'è vista e nemmeno si profila alcuna doppia caduta delle borse come avevano pronosticato, è stato giocoforza adeguarsi alle ragioni del Toro. 
Questa tardiva conversione accomuna hedge fund dalle differenti convinzioni sulla sostenibilità delle crescita economica. C'è chi crede alla ripresa a «V» (ossia forte e rapida) dell'economia americana. Ma i più ritengono che le cose stiano migliorando quasi solo in virtù degli stimoli monetari e fiscali somministrati dalle banche centrali e dai governi. Quando questi verranno meno soffriranno l'economia e le borse. Ma nel frattempo è meglio godersi la festa, anche perché c'è la convinzione che la Fed non rialzerà i tassi d'interesse nel corso del prossimo anno. Probabilmente Ben Bernanke (se verrà riconfermato a capo della banca centrale Usa) comincerà prima a drenare un po' di quell'enorme liquidità immessa nel sistema (oltre mille miliardi di $) e poi ad alzare i tassi. Ma in ogni caso gli investitori potranno contare su una Fed amica ancora per parecchi mesi. 
24 Dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATAda ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[25/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[I Sindacati devono capire le problematiche aziendali per proteggere i lavoratori!]]></title><description><![CDATA[Marchionne: piano da 8 miliardi. 
Ma è scontro su Termini Imerese 
Sciopero di otto ore nello stabilimento di Termini Imerese, dopo l'annuncio che la Fiat intende fermare la produzione dal 2011, ufficializzato ieri dall'ad di Fiat Marchionne durante il vertice di Palazzo Chigi. La protesta da Roma, dove una delegazione di quattrocento operai aveva atteso l'esito del vertice tra azienda, governo e sindacati, è tornata in Sicilia. Il treno speciale, partito ieri notte da Termini dopo alcuni momenti di tensione con le forze dell'ordine, ha riportato a casa i 400 delegati, che ora si sono uniti in protesta agli altri operai. 
Anche a Pomiligiano d'Arco, nonostante l'impegno a produrre nello stabilimento napoltetano uno dei nuovi modelli Fiat, la nuova Panda, la protesta non si arresta. Una ventina di operai della Fiat di Pomigliano d'Arco (Napoli) si sono incatenati davanti al Municipio per protestare contro il mancato rinnovo del contratto in scadenza tra dicembre e marzo. I lavoratori da mercoledì scorso hanno occupato la sala consiliare e sono anche saliti sul tetto del Comune. 
Investimenti per 8 miliardi e lancio sul mercato di 11 nuovi modelli. Questo è stato il piano che l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, aveva illustrato ieri a Palazzo Chigi, durante il vertice tra governo, sindacati e azienda sul futuro del Lingotto. 
L'operazione Chrysler, ha spiegato Marchionne è un tassello fondamentale per il futuro della Fiat. «Abbiamo un piano ambizioso per Fiat, soprattutto in Italia», ha spiegato l'ad di Fiat. «Nei prossimi due anni prevediamo l'aggiornamento di 13 modelli esistenti e il lancio di 11 nuovi prodotti» . Tra questi la nuova Panda che verrà prodotta a Pomigliano. 
Quanto allo stabilimento di Termini Imerese, uno dei temi più scottanti sul tavolo: «Cesseremo di produrre auto dal dicembre 2011», ha confermato Marchionne. Ma «siamo pronti a mettere a disposizione lo stabilimento, a fronte di un progetto che dia certezza di lavoro ai nostri dipendenti». 
La sua ricetta - «conciliare costi industriali con responsabilità sociale; un puro calcolo economico avrebbe conseguenze dolorose che nessuno vuole ma un'attenzione esclusiva al sociale condurrebbe alla scomparsa dell'azienda» - non ha convinto però lavoratori e sindacati. 
«Marchionne ha mostrato tutta la sua arroganza, ha usato toni molto gravi su Termini Imerese. Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può permettere di mortificare la dignità di 3 mila persone che hanno contribuito a fare grande questa azienda che ha avuto tanto dai governi ma non ha avuto niente in cambio. La nostra risposta sarà decisa», ha replicato il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, presente all'incontro a Palazzo Chigi per la presentazione del piano industriale della Fiat. «Marchionne ha detto che la Fiat è un gruppo privato e che il problema sociale di Termini Imerese riguarda il governo - ha aggiunto Matrosimone - Anche a queste parole i lavoratori sapranno dare risposte». 
Ma se il punto di crisi è Termini Imerese il segretario nazionale Gianni Rinaldini fa sapere che il giudizio sul piano Marchionne è complessivamente negativo. «Il giudizio complessivo sulla proposta è negativo», spiega il segretario della Fiom Gianni Rinaldini: «E nello stesso tempo dobbiamo affrontare un problema: anche un piano migliore prolungherà la cassa integrazione. Si è parlato di grandi numeri ma il confronto va concretamente trasferito nelle aziende, bisogna capire cosa succede nell'indotto e nella componentistica. Alcune cose avranno una ricaduta su decine e decine di stabilimenti legati alla Fiat». 
Il presidio industriale della Fiat a Termini Imerese «va preservato», scandisce il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, durante Porta a Porta. «Se c'è da riconvertirlo- aggiunge- si dica come e si discuta. Se non ha redditività sufficiente, si veda come recuperarla anche con un'operazione di riconversione. Ma quello che non si può dire è: nel 2011 chiudo. Di quei territori lì - aggiunge il leader democratico - che cosa dobbiamo fare? Li mettiamo tutti in mano alla mafia?». 
22 dicembre 2009da unita.it]]></description><pubDate><![CDATA[24/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[MILIONARI 2009]]></title><description><![CDATA[Milionari 2009 
di Maurizio Maggi e Stefano Vergine 
Su Berlusconi, giù Moratti. Su Benetton giù Boroli. Ecco come sono usciti i grandi tycoon italiani dall'anno più duro della crisi 
Il Cavaliere e il Colonnello vanno a braccetto anche in Borsa. I due, quest'anno, si sono visti più volte, per parlare di immigrazione, petrolio, grandi opere. Chissà se, sotto la tenda o a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi hanno avuto tempo anche per scambiarsi qualche positiva impressione sull'andamento in Borsa dei loro titoli? Sia il presidente del Consiglio sia il leader libico, infatti, possono archiviare il 2009 con performance complessive di tutto rispetto: occupano, rispettivamente, il quarto e sesto posto nella classifica assoluta dei Paperoni della Borsa. 
Sono in buona compagnia. Mentre l'anno si chiude in Italia con una caduta del Prodotto interno lordo di quasi il cinque per cento e mezzo milione di disoccupati in più, per la maggioranza dei signori di Piazza degli Affari le cose sono andate tutt'altro che male. Le piazze finanziarie di tutto il mondo o quasi, del resto, sono scese in picchiata fino all'inizio di marzo e poi hanno cominciato a volare e il controvalore delle partecipazioni nelle società quotate è cresciuto in modo sensibile. Anche se lontane dai massimi raggiunti prima che esplodesse il crac globale, dalla primavera a oggi molte azioni si sono messe a correre alla velocità di Usain Bolt, primatista mondiale dei 100 e dei 200 metri di atletica. Tra i primi 10 della classifica calcolata nel periodo 15 dicembre 2008-15 dicembre 2009, nove dei dieci che guidano la graduatoria hanno visto crescere i propri pacchetti con percentuali tra il 19 per cento e il 104 per cento. Il balzo più strepitoso lo hanno compiuto quelli che già guidavano il plotone un anno fa, i fratelli Paolo e Gianfelice Rocca. 
I due, che nel dicembre 2008 facevano a gomitate per la leadership con Leonardo Del Vecchio, il patron della Luxottica, adesso dominano: il loro portafoglio vale quasi il doppio di quello dell'imprenditore milanese che ha fatto fortuna nel Bellunese e possiede oggi decine di marchi di occhiali, Ray-Ban compresi. A mettere il vento nelle vele del gruppo siderurgico bergamasco ha contribuito in grande misura la Ternium. La società, quotata a New York, che sta investendo massicciamente in Sudamerica, specie in Messico e in Argentina, in un anno ha più che triplicato il suo valore a Wall Street, gonfiando il pacchetto di controllo in mano ai Rocca da circa 900 milioni di euro a 2,8 miliardi. Ma neppure la Tenaris, la società che ha la sede legale in Lussemburgo ma è quotata a Milano (oltre che a New York, Buenos Aires e Città del Messico) ha scherzato, mettendo a segno una performance annuale superiore al 90 per cento: una ripresona da quattro miliardi di euro a vantaggio della San Faustin NV, la holding dei Rocca basata nelle Antille Olandesi, a sua volta controllata dalla Rocca & Partners SA che di casa sta a Road Town, località delle Isole Vergini Britanniche. A fare da contrasto stridente con l'immagine vincente dei Rocca sui listini si ergono le difficoltà dello storico impianto del gruppo di Dalmine, a pochi chilometri da Bergamo, per il quale è previsto il taglio di un posto di lavoro su tre. 
Crescono, ma a un ritmo meno incalzante, anche gli altri due occupanti del podio: sia Del Vecchio sia la galassia che fa capo alla famiglia Benetton si rimettono in carreggiata. Il leader mondiale degli occhiali di qualità ringrazia la sua Luxottica (lo stock di azioni che fanno capo alla sua holding lussemburghese Delfin si è rivalutato da 4,3 a 5,5 miliardi di euro) ma un aiutino giunge anche dalla vicina Francia. Dove la sua quota nella società immobiliare Foncière des Regions, azionista dell'italiana Beni Stabili, in 12 mesi è ingrassata di circa 300 milioni di euro. Avanza più o meno compatta anche la galassia di partecipazioni della famiglia Benetton. La più eclatante delle rivalutazioni riguarda Atlantia, la società che detiene Autostrade per l'Italia. La fettona degli imprenditori trevigiani, che valeva 2 miliardi circa un anno fa, adesso ne vale 3. 
È tutta una festa, l'autostrada, per i creatori del brand Benetton: alle performance al casello, si aggiungono quelle alle aree di ristoro, visto che il pacchetto di azioni Autogrill in mano loro è passata da 800 milioni a quasi 1,3 miliardi di euro. Anche per Silvio Berlusconi è stata una buona annata, quella che si sta concludendo: il suo cospicuo patrimonio quotato è risalito sopra la soglia dei quattro miliardi, anche se non tutte le società del listino berlusconiano viaggiano alla stessa andatura. In termini percentuali, la soddisfazione maggiore al premier la regala l'antico sodale Ennio Doris: la compagnia di assicurazioni Mediolanum, di cui il capo del governo è storico partner, è risalita infatti del 41 per cento, incrementando il pacchetto controllato da Berlusconi per circa 300 milioni. Ha fatto dunque meglio della corazzata Mediaset, la cui performance del 36 per cento ha fatto guadagnare quasi 700 milioni di euro al padrone del Milan. La pecora nera è la Mondadori, una delle poche azioni dell'indice Ftse Mib (che raggruppa i titoli principali della Borsa italiana) a perdere significativamente nel corso degli ultimi dodici mesi, svalutandosi del 16,2 per cento. 
Alle spalle di Berlusconi, nettamente distanziate, arrancano, si fa per dire, le famiglie Drago e Boroli, azioniste del gruppo De Agostini: il loro 'conto corrente borsistico' è l'unico in rosso tra i top ten (anche se solo del 2 per cento). Nonostante il boom dei giochi, infatti, la Lottomatica, la società del Gratta e Vinci, è un'altra delle blue chip meno in forma sul listino, dove ha perso un quarto del valore dall'inizio dell'anno. La società presieduta da Lorenzo Pellicioli si è presenta in solitudine alla gara per ri-aggiudicarsi la concessione del Gratta e Vinci per altri nove anni ma il Tribunale amministrativo del Lazio ha accolto il ricorso della Sisal e la partita è dunque da rigiocare. Ottima, invece, la prestazione della 'squadra' patrocinata dalla Libia del colonnello Gheddafi. A rimpolpare il patrimonio riconducibile alle finanziarie del dittatore nordafricano è stata in particolare la prestazione del titolo Unicredit: l'azione del gruppo bancario guidato da Alessandro Profumo, che l'anno scorso era stato bersagliato dai ribassi allo scoppio dello choc finanziario mondiale, rispetto alla metà del dicembre 2008 ha più che raddoppiato il proprio valore. Pur rimanendo ben lontana dalle punte toccate nella prima parte dell'anno scorso, quando superò addirittura i cinque euro: attualmente veleggia intorno a quota 2,3 euro. In totale, il leader arabo ha potenzialmente guadagnato quasi 800 milioni di euro in 12 mesi. 
Appena sotto il colonnello si colloca un altro portafoglio assai diversificato, quello di Francesco Gaetano Caltagirone, che si è ingrossato non solo perché i titoli sono saliti in Borsa, ma anche perché l'imprenditore romano ha comprato ulteriori pacchetti di Generali e Acea. Ora, la compagnia di assicurazioni triestina è diventata, e di gran lunga, la partecipazione più importante per Caltagirone in quanto a controvalore (oltre 530 milioni di euro). Tra i big, la debolezza del petrolio ha procurato qualche dispiacere: la performance peggiore vede protagonista la quota della famiglia Moratti nella Saras, che ha fatto rinculare il portafoglio complessivo dei proprietari dell'Inter di quasi 300 milioni. Ha innestato la retromarcia, ma con meno veemenza, l'altro gruppo italiano all'opera nel calcio e negli idrocarburi, quello della famiglia Garrone (padrona della Sampdoria), che a causa dell'arretramento dell'azione Erg ha perso poco più di 25 milioni di euro. Se si esclude il particolare caso degli Agnelli, impossibile da confrontare su base annua per la fusione delle vecchie holding nella Exor (quotata soltanto dal marzo scorso), è nella fascia compresa tra il ventesimo e il trentesimo posto del rank dei ricconi che si trovano gli autori delle impennate più vistose. La miglior performance assoluta è appannaggio di Anna Formiggini: grazie alla sua Amplifon, leader negli apparecchi per l'udito, ha visto lievitare il portafoglio di oltre il 300 per cento. Ma non vanno sottovalutate le impetuose risalite di Gianpietro Benedetti con la Danieli e di Giuseppe De' Longhi con l'omonima azienda. 
La società friulana che costruisce e installa impianti per la produzione d'acciaio e la marca veneta famosa per i piccoli elettrodomestici hanno abbondantemente raddoppiato il controvalore delle quote detenute dai proprietari. Nella classifica dei Paperoni non appare la famiglia Ferrero, che la rivista americana 'Forbes' considera la più ricca d'Italia e quarantesima a livello mondiale. Il motivo è banale: il gruppo piemontese capitanato da Michele Ferrero, conosciuto ovunque grazie all'immortale Nutella, non è quotato in Borsa. E dunque, non è possibile valutarne puntualmente il 'peso' basandosi sulle quotazioni, visto che l'unica società di Piazza Affari in cui i Ferrero sono presenti è Mediobanca. 
La partecipazione nella blasonata banca d'affari porta in pancia per quest'anno un guadagno ipotetico di tre milioni di euro. Noccioline, al cospetto dei 9,5 miliardi di dollari di patrimonio che 'Forbes' attribuisce agli industriali di Alba. Per lo stesso motivo, fuori dai big della Borsa restano altri pezzi da novanta come i Barilla, mentre nomi celebri dell'economia e della finanza, come Luca Cordero di Montezemolo e Marco Tronchetti Provera, sono lontani anni luce dalle prime cinquanta posizioni per l'esiguità dei loro pacchetti o per la bassa consistenza sul listino delle società di cui detengono quote importanti. La Poltrona Frau di Montezemolo e la Camfin di Tronchetti, per esempio, il 15 dicembre scorso capitalizzavano rispettivamente 118 e 110 milioni di euro. Troppo poco per farsi largo nella ressa dei 'very rich' italiani. 
(22 dicembre 2009)da espresso.repubblica.it]]></description><pubDate><![CDATA[22/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[FORD licenzia 41000 operai]]></title><description><![CDATA[MF Online 
Ford negozia un piano di esuberi e licenzia 41mila operai 
22/12/2009 8.45 
Tagli anche in casa Ford Motors. Benchè sia la meno in crisi delle tre grandi case automobilistiche di Detroit, e la sola a non aver chiesto l'aiuto del Governo, il colosso Usa ha annunciato ai sindacati un piano per 41mila uscite di dipendenti tramite incentivi e prepensionamenti. 
Il gruppo automobilistico non ha un obiettivo preciso del numero di uscite da realizzare in Usa ma ha sottolineato l'eccesso di dipendenti e la necessità di questo piano. L'obiettivo in realtà è un solo: il ritorno all'utile nel 2011. L'offerta riguarda i lavoratori iscritti al sindacato Uaw che sono scesi da oltre 100mila del 2005 a 50mila circa di oggi e comprende vari incentivi tra cui un bonus per acquistare un auto. 
I dipendenti Ford hanno tempo fino a fine gennaio 2010 per accettare la proposta. Il mese scorso il sindacato aveva detto no un accordo per il taglio dei costi che avrebbe cambiato i termini del contratto di lavoro in scadenza nel 2011. Gli incentivi all'uscita prevedono un'offerta di 50mila dollari in contanti più un buono per l'acquisto di un auto Ford da 25mila dollari o altro cash per 20mila dollari. 
Anche i prepensionamenti prevedono, oltre alla pensione, un buono per l'acquisto di una Ford o 20mila dollari in contante. I lavoratori che diranno sì lasceranno il gruppo nel mese di febbraio. Lo scorso 2 novembre Ford Motor ha sorpreso positivamente il mercato, registrando nel terzo trimestre un utile netto di 997 milioni di dollari. Inoltre i ricavi si sono attestati a 30,9 miliardi, grazie a un taglio dei costi, a un miglioramento dei crediti e a un aumento della quota di mercato. La società in quell'occasione ha inoltre affermato di vedersi "saldamente in utile nel 2011". 
da milanofinanza.it]]></description><pubDate><![CDATA[22/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Aziende dove si lavora meglio...]]></title><description><![CDATA[La classifica delle aziende in cui si lavora meglio 
 
Classifica Aziende 
1 Microsoft Italia 855 dipendenti www.microsoft.it Settore: ICT - Software Proprietà: Quotata in borsa 
2 Mars Italia 236 dipendenti www.mars.it Settore: Industria manifatturiera - Prodotti alimentari Proprietà: Di proprietà privata 
3 Cisco Systems Italy 479 dipendenti www.cisco.com Settore: Telecomunicazioni Proprietà: Di proprietà privata 
4 Elica 1227 dipendenti www.elica.com Settore: Industria manifatturiera - Mobili Proprietà: Quotata in borsa 
5 Nissan Italia 187 dipendenti www.nissan.it Settore: Industria manifatturiera - Distribuzione carburanti Proprietà: Di proprietà privata 
6 W.L. GORE & Associati 87 dipendenti www.gore.com Settore: Industria manifatturiera - Tessile e prodotti per il tessile Proprietà: Di proprietà privata 
7 Tetra Pak 704 dipendenti www.tetrapak.com Settore: Industria manifatturiera - Macchine e apparecchiature Proprietà: Di proprietà privata 
8 Janssen-Cilag 634 dipendenti www.janssen-cilag.it Settore: Biotecnologia e Farmaceutica - Farmaceutica Proprietà: Quotata in borsa 
9 FedEx Express 892 dipendenti www.fedex.com Settore: Trasporti - Trasporti aerei commerciali Proprietà: Quotata in borsa 
10 Medtronic Italia 506 dipendenti www.medtronic.it Settore: Medicale - Distributori farmaceutici Proprietà: Quotata in borsa 11 Decathlon Italia 4418 dipendenti www.decathlon.it Settore: Grande distribuzione - Specialità Proprietà: Di proprietà privata 12 PepsiCo Italia 264 dipendenti www.pepsi.it Settore: Industria manifatturiera - Prodotti alimentari Proprietà: Quotata in borsa 13 Novartis Farma 1716 dipendenti www.novartis.it Settore: Biotecnologia e Farmaceutica - Farmaceutica Proprietà: Quotata in borsa 14 S.C. Johnson Italy 163 dipendenti www.scjohnson.it Settore: Industria manifatturiera - Chimico Proprietà: Di proprietà privata 15 HILTI ITALIA 1258 dipendenti www.hilti.it Settore: Industria manifatturiera - Costruzioni Proprietà: Di proprietà privata 16 Bristol-Myers Squibb 651 dipendenti www.bms.it Settore: Biotecnologia e Farmaceutica Proprietà: Quotata in borsa 17 Sanofi-aventis Stabilimento di Scoppito (AQ) 342 dipendenti www.sanofi-aventis.it Settore: Medicale - Distributori farmaceutici Proprietà: Quotata in borsa 18 Innovex 189 dipendenti www.innovex.com Settore: Medicale - Servizi sanitari Proprietà: Di proprietà privata 19 MEDIAMARKET (Media World e Saturn) 6222 dipendenti www.mediamarkt.de Settore: Grande distribuzione - Elettronica e computer Proprietà: Di proprietà privata 20 Zeta Service 55 dipendenti www.zetaservice.com Settore: Servizi professionali Proprietà: Di proprietà privata 21 National Instruments Italy 65 dipendenti www.ni.com/Italy Settore: ICT - Hardware Proprietà: Quotata in borsa 22 ConTe.it 161 dipendenti www.ni.com/Italy Settore: Servizi finanziari e assicurativi - Assicurazione auto Proprietà: Di proprietà privata 23 McDonald's Italia 3075 dipendenti www.mcdonalds.it Settore: Strutture per il turismo - Servizi di ristoro 24 Leroy Merlin Italia 5611 dipendenti www.leroymerlin.it Settore: Grande distribuzione - Specialità Proprietà: Di proprietà privata 25 Kellogg Italia 134 dipendenti www.kelloggs.it Settore: Industria manifatturiera - Prodotti alimentari Proprietà: Di proprietà privata 26 RE/MAX Italia 1400 dipendenti www.remax.it Settore: Costruzioni e Proprietà immobiliari - Proprietà immobiliari Proprietà: Di proprietà privata 27 Best Western Italia 61 dipendenti www.bestwestern.it Settore: Strutture per il turismo - Alberghi Proprietà: Cooperativa 28 Merck Serono 621 dipendenti www.merckserono.it Settore: Biotecnologia e Farmaceutica Proprietà: Quotata in borsa 29 JT International Italia 114 dipendenti www.jti.com Settore: Servizi industriali Proprietà: Di proprietà privata 30 Bon Prix 292 dipendenti www.bonprix.it Settore: Grande distribuzione - Abbigliamento Proprietà: Di proprietà privata 31 Guaber 86 dipendenti www.guaber.com Settore: Industria manifatturiera Proprietà: Di proprietà privata 32 Phoenix Contact 87 dipendenti www.phoenixcontact.it Settore: Elettronica Proprietà: Di proprietà privata 33 Difa Cooper 71 dipendenti www.difacooper.com Settore: Biotecnologia e Farmaceutica - Farmaceutica Proprietà: Di proprietà privata 34 Everis Italia 183 dipendenti www.everis.it Settore: ICT - Consulenza IT Proprietà: Di proprietà privata 35 GetaLine 57 dipendenti www.euronova-italia.it Settore: ICT - Gestione base dati Proprietà: Di proprietà privata 
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[18/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Quando e come la crisi finirà?]]></title><description><![CDATA[18/12/2009 
Un vecchio modello di sviluppo IRENE TINAGLI 
Gli ultimi dati sulla disoccupazione in Italia mostrano una situazione molto drammatica. Di fronte a questo quadro tutti si chiedono quando la crisi finirà. 
Ma pochi si chiedono come. Si cerca una ripresa, una qualsiasi, senza chiederci se questa sarà davvero l’occasione per ristrutturare l’economia e il sistema produttivo italiano. Perché dietro ai dati drammatici di questi giorni non c’è solo la crisi congiunturale mondiale esplosa l’anno scorso, ma una crisi più lenta e profonda del sistema economico-produttivo italiano che si protrae ormai da quasi trent’anni e su cui nessuno è mai intervenuto. Già dalla fine degli Anni Settanta, in Italia come in tutte le economia avanzate, si era cominciato a parlare di processi di deindustrializzazione. Eppure mentre in altri Paesi come l’Inghilterra o la Svezia tali processi sono stati avviati con determinazione e accompagnati con politiche economiche e sociali conseguenti, in Italia tutto questo non è avvenuto. 
Checché se ne dica, l’Italia alla fine era ed è ancora un Paese molto industriale, non è un caso se oltre il 60% dei 500 mila posti di lavoro persi quest’anno vengono dall’industria (quasi l’80% se si includono le costruzioni). I tanto menzionati servizi avanzati, quelli che in altri Paesi hanno trainato l’ingresso nella nuova economia e il dispiegarsi della cosiddetta economia della conoscenza o della creatività, in Italia non si sono mai sviluppati pienamente. Anche per questo la domanda di laureati e di profili altamente qualificati in Italia non è mai decollata negli ultimi anni, registrando variazioni minime e tenendosi sempre sotto il 10% della domanda espressa dalle imprese. Il settore dei servizi in Italia è cresciuto, sì, ma meno che altrove, e solo in pochi casi si è trattato di aziende e sistemi davvero all’avanguardia e di respiro internazionale in grado di generare occupazione di qualità e valore aggiunto. 
Basta pensare che nel mercato del lavoro italiano la richiesta di competenze linguistiche è più bassa nei servizi (18%) che nell’industria (20%) - e questo includendo tra i servizi anche tutto il settore turistico! La maggior parte del nostro settore dei servizi è ancora dominato da piccole aziende di livello medio-basso, ben lontana dello sviluppo vertiginoso di servizi professionali legati al design, ingegneria, architettura, oppure settori come l’informatica e l’elettronica, l’entertainment multimediale, la ricerca tecnologica e biomedica che si è visto in altre realtà. In altri Paesi questi settori hanno visto lo sviluppo di vere e proprie multinazionali, che assumono e formano competenze di altissimo livello e che operano su scale globali. Settori e aziende che certo non hanno impedito a questi Paesi di soffrire la crisi dell’ultimo anno, ma che hanno consentito loro di trasformare veramente le economie nazionali e locali nel corso degli ultimi venti anni, rendendole più dinamiche e più capaci poi di cavalcare le riprese che seguono alle crisi. L’Italia resta invece il regno dei piccoli studi professionali o dei professionisti a partita Iva e forfettino. Individui che, da soli e col sistema burocratico e fiscale italiano difficilmente riusciranno a crescere e sfondare sul mercato globale e che saranno sempre scoperti di fronte a ogni colpo di vento. 
La ripresa, se e quando avverrà, li farà tornare a galla, ma difficilmente potranno veleggiare spediti nel mare dell’economia mondiale, che sarà sempre più dominato da chi ha saputo investire davvero nelle competenze, nei saperi, in tecnologie e professionalità. Questo è il prezzo che l’Italia paga per essere rimasta attaccata a modelli produttivi e occupazionali vecchi e inadeguati, e per non aver mai affrontato davvero problemi cruciali come, per esempio, la liberalizzazione delle professioni e dei servizi, la gestione di nuove forme di lavoro e della fiscalità ad esse collegata, la riorganizzazione della ricerca e dell’Università, l’emergere delle industrie culturali e creative su scala globale. Finché l’Italia non affronterà di petto tali questioni sarà costretta ad aspettare sempre di uscire dalle crisi a traino, e mai come locomotore. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[18/12/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Se la finanza spegne il lavoro]]></title><description><![CDATA[IL CASO DI SAFILO E DI MOLTI ALTRI 
Se la finanza spegne il lavoro 
Un oscuro brac&shy;cio di ferro tra gli olandesi del&shy;la Hal e i posses&shy;sori di obbligazioni sta bloccando il passaggio di mano e il salvataggio della Safilo, uno dei maggiori produttori mondiali di oc&shy;chiali. Così l'azienda vene&shy;ta rischia il fallimento mentre la vera discussio&shy;ne da fare in questi giorni dovrebbe vertere sulle strategie industriali, sulle licenze, i brand, la rivisita&shy;zione delle politiche com&shy;merciali e distributive fin qui (malamente) seguite. E invece no, a decidere il futuro dell'azienda e degli 8 mila dipendenti (all'in&shy;circa un terzo degli addet&shy;ti Fiat Auto in Italia) sarà il tornaconto di un fondo straniero e/o quello di un gruppetto di investitori in&shy;ternazionali. 
Il caso Safilo precipita in un momento della Grande Crisi nel quale un po' tutti sono portati a sot&shy;tolineare quanto sia velo&shy;ce nei recuperi la finanza e quanto sia lenta l'econo&shy;mia reale nel ripartire. Per carità, sarebbe da sciocchi rendersene conto solo og&shy;gi, la novità però è che nel frattempo la sensibilità dell'opinione pubblica è mutata. Basta chiederlo a coloro che rilevano umori e orientamenti degli elet&shy;tori. I finanzieri stile Gor&shy;don Gekko del film «Wall Street» oggi appaiono fi&shy;gure totalmente estranee allo spirito del tempo. Del resto più passano le settimane più diventa chiaro che l'uscita dalla crisi comporterà un dima&shy;grimento forzoso della ca&shy;pacità produttiva dell'in&shy;dustria italiana. Forse ne&shy;gli anni della crescita si è investito troppo e male, gettando il cuore oltre l'ostacolo e non si sono te&shy;nuti nel debito conto i pro&shy;fondi cambiamenti della domanda dovuti all'econo&shy;mia globale. Ma, pur am&shy;mettendo gli errori, non si può permettere che la selezione avvenga casual&shy;mente, senza che nel frat&shy;tempo siamo stati capaci di elaborare criteri che ci permettano di discernere se una azienda vada mes&shy;sa in condizione di conti&shy;nuare la sua attività oppu&shy;re convenga lasciarla anda&shy;re al suo destino. Prenden&shy;dosi carico del solo futuro dei suoi addetti. 
La finanza, per quanto egemonizzata da una cul&shy;tura orientata al breve ter&shy;mine, in passato ha sapu&shy;to scommettere sui vinci&shy;tori anche aspettando il giusto. Amazon non ha prodotto profitti nei pri&shy;mi cinque anni, e senza gli gnomi che hanno cre&shy;duto in Google o in Skype non ci saremmo giovati di alcune straordinarie inno&shy;vazioni. Ma sono esempi di buona finanza bilancia&shy;ti da una ricca casistica di segno contrario. Anche la debole ripresa italiana avrebbe bisogno di una finanza d'accompa&shy;gnamento. Prendiamo an&shy;cora una volta il destino dei distretti industriali, quelli che solo qualche an&shy;no fa ci venivano invidiati da mezzo mondo. Quanto c'è da fare nelle Sassuolo e nelle Lumezzane d'Italia per innovare, per introdur&shy;re nuovi strumenti di fi&shy;nanziamento, per cercare soluzioni avanzate come le reti di impresa? Tanto, sicuramente tanto. In quanti ci stanno lavoran&shy;do? In pochi, dannatamen&shy;te in pochi. Ed è in questa contraddizione che la ri&shy;flessione sul caso Safilo aggiunge una nota d'ama&shy;ro. Ci dividiamo quasi quotidianamente tra otti&shy;misti e pessimisti, basta un bollettino dell'Ocse più o meno sbilanciato nell'una o nell'altra dire&shy;zione per accendere il falò delle dichiarazioni, ma non stiamo assolutamen&shy;te costruendo il nostro fu&shy;turo. Purtroppo sembra che non ci interessi. 
Dario Di Vicoddivico@rcs.it 
28 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[29/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Se nascono nuove bolle]]></title><description><![CDATA[27/11/2009 
Se nascono nuove bolle FRANCO BRUNI 
Le difficoltà finanziarie di Dubai rischiano di configurare un caso di grave insolvenza. Le ripercussioni internazionali possono mettere a tacere le fragili prospettive di ripresa sulle quali si esercita da qualche tempo l’ottimismo di non pochi operatori e politici. Oltre all’impatto diretto sulle banche creditrici, molte delle quali europee, il pericolo può diramarsi al sistema finanziario globale e a settori più o meno direttamente collegati all’economia degli emirati e al mondo immobiliare. Le Borse e i premi di assicurazione sui titoli di debito, compresi quelli «sovrani», cioè garantiti dai governi, hanno subito registrato la gravità del problema. 
Il quale però non si limita alla potenziale diffusione del danno causato dal caso specifico di Dubai e dei suoi progetti in difficoltà. E’ vero che si tratta di un caso per molti versi particolare e davvero costruito sulla sabbia. Ma, per quanto gravi siano i suoi riflessi, limitandosi a guardarlo in sé e per sé si sottovaluta il significato di quanto sta succedendo. Lo scenario diventa più buio se il fatto di Dubai viene interpretato come un sintomo del permanere di squilibri e distorsioni nei mercati monetari e finanziari del mondo le cui malattie, emerse con la crisi cominciata nel 2007, sono ancor lungi dalla guarigione.Purtroppo viene in mente che, per molti mesi, anche le gravi disavventure del mercato dei prestiti sub-prime americani sono state considerate un «caso particolare». 
Un grave incidente con possibili conseguenze diffuse ma pur sempre un incidente specifico a quell’angolo del sistema economico-finanziario globale. E’ occorso molto tempo per capire che si trattava invece del sintomo di un vastissimo malessere radicato nell’eccesso di indebitamento dei più svariati tipi di operatori economici privati e pubblici, collocati un po’ dovunque nel mondo. Un incauto indebitamento incentivato da anni di politiche economiche imprudenti, soprattutto quelle monetarie, di carenze nelle regole dei mercati finanziari e nelle vigilanze delle autorità nazionali e internazionali. Il mondo non è stato contagiato da un virus fabbricato dagli ingegneri dei sub-prime: il mondo era già globalmente infetto e la crisi dei sub-prime era un sintomo. 
Anche Dubai rischia di rendere più evidente quello che prima dicevamo in pochi ma negli ultimi tempi vanno dicendo in molti: che la crisi finanziaria iniziata nel 2007 è stata curata male e lentamente. Si è fatto troppo conto sulle iniezioni di liquidità e sui tassi di interesse superbassi. Gli intermediari e i mercati finanziari ne hanno approfittato per tornare a cercar rischi speculativi alimentati con fondi a basso costo. A questo atteggiamento, che ha gonfiato bolle di vario genere e spiega in parte notevole la ripresa dei corsi azionari e obbligazionari di questi ultimi mesi, va ricondotta anche la mancata cautela nei confronti dei pasticci di Dubai e delle autorità preposte a quella regione. Le iniezioni di liquidità e di debito pubblico e i tassi bassi dovevano servire a «comprare tempo» per fare le riforme delle regole e dei controlli finanziari, ristrutturare e ricapitalizzare banche e imprese, accelerare la centralizzazione regionale e mondiale della vigilanza finanziaria, rimettere le politiche macroeconomiche e l’economia mondiale su un sentiero di crescita più sostenibile. Sono passati due anni e mezzo dall’inizio della crisi e c’è un diffuso parlare di ripresa. Ma il processo di riforma, anche se ben abbozzato sul piano tecnico, stenta a trovare la forza politica e la cooperazione necessaria per venir messo in atto. Tutto è troppo lento, sta sparendo il senso dell’urgenza, il tempo comprato con la droga della liquidità a buon mercato e l’ingigantirsi dei deficit pubblici non viene usato con la dovuta intensità. Come ha osservato due settimane fa il presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi, «il miglioramento della situazione accresce la forza dei gruppi di interesse che sono contrari a qualunque riforma sostanziale». 
Bisognerebbe sperare che il guaio di Dubai rinfocoli la consapevolezza dell’urgenza di riforme, di nuove regole, di vertici internazionali più concreti nelle loro deliberazioni, di politiche economiche meno legate all’effimero miglioramento degli indici congiunturali. Ma ci sono due rischi. Il primo è che quel guaio ne faccia emergere altri, fabbricati in questo periodo di «ripresa» o residuati tossici rimasti nascosti dai tempi prima della crisi. Il secondo è che ci si limiti a reagire comprando ancora tempo con nuovi salvataggi, nuovi debiti, altra liquidità, tassi vicini allo zero per chissà quanto: che Dubai venga presentato come un incidente specifico in una piazza d’affari screditata, del quale occuparsi mettendo toppe a un sistema che non si fa toccare nella sostanza delle sue regole e dei suoi assetti di potere. 
franco.bruni@unibocconi.it 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[27/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[La Lezione Etica di Google vs. "Vivi Down"]]></title><description><![CDATA[NEWS 
25/11/2009 - ANALISI 
La Lezione Etica di Google vs. "Vivi Down" Oggi (mercoledì 25 novembre) la requisitoria finale, davanti al giudice di Milano, dei pm del caso che vede imputati i vertici del motore di ricerca per illecito trattamento dei dati e diffamazione nel caso torinese di bullismo su YouTube contro un bambino Down 
LUCIANO FLORIDI* 
MILANOI pm di Milano Alfredo Robledo e Francesco Cajani hanno chiesto la condanna a pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione, per quattro dirigenti ed exdirigenti di Google accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy in relazione a un video caricato su Google Video nel 2006 in cui un minore disabile veniva insultato e vessato dai compagni di scuola di un istituto tecnico torinese. In particolare, i pm nella loro requisitoria davanti al giudice monocratico della Quarta sezione penale di Milano hannochiesto la condanna per tre imputati a un anno e per uno di loro a 6 mesi (Ansa). 
L'ANALISISi può dire che la cultura è ciò che resta dopo che si è assimilato quello che si è appreso. La definizione, forse un po’ retorica, appare giustificata nel caso della così detta “cultura della rete”. Nella società dell’informazione, abbiamo ormai acquisito nuovi o rinnovati valori etici, regole morali, e principi di convivenza civile legati alla vita online, che consideriamo indisputabili e condivisi. La cultura della rete, che emerge da questo processo, ci insegna, per esempio, che la protezione della proprietà intellettuale è perfettamente compatibile con la libera circolazione delle informazioni, grazie al concetto di “safe harbor”, che protegge legalmente chi contravviene alle leggi sul copyright inavvertitamente e in buona fede. 
Il processo a carico di Google, per il reato di concorso in diffamazione aggravata ai danni dell’associazione Vividown, va considerato alla luce di questa cultura della rete e della sua etica dell’informazione. Si tratta della triste vicenda del filmato, poi caricato su Google Video, in cui sono ripresi i maltrattamenti contro un ragazzo disabile. Nel video, uno dei ragazzi diffama l’associazione Vividown. Appena allertata, Google ha rimosso il video, collaborato attivamente con le forze dell’ordine, e offerto le proprie scuse pubblicamente. I bulli sono stati puniti.La famiglia del ragazzo ha scelto di non prendere parte al processo. Le domande etiche che sorgono sono: Google si è comportata bene? Qual è la sua responsabilità morale? Le risposte richiedono tre chiarimenti. 
Primo, legalità e moralità non sono due facce della stessa medaglia. Un comportamento legale può essere immorale (lapidare un colpevole) e un comportamento morale può essere illegale (difendere il diritto di voto delle donne). Secondo, le applicazioni tecnologiche raramente sono neutre: esse tendono a essere moralmente buone (stufa elettrica) o cattive (sedia elettrica). Terzo, ci sono alcuni principi universali che aiutano a capire se un’azione è buona o cattiva: non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi; agire come se tutti dovessero imitarci; scegliere l’azione che massimizza il benessere del maggior numero di persone coinvolte; rispettare e migliorare l’ambiente in cui si agisce. 
Questi chiarimenti mostrano che Google si è comportata giustamente e in modo moralmente responsabile, in senso positivo, a favore del miglioramento dell’ambiente informazionale e per il genere di esistenza che vi si conduce al suo interno. Nello specifico: il comportamento di Google nel caso Vividown è lodabile moralmente e universalizzabile eticamente: tutti dovrebbero prendere esempio dalla sua condotta, che soddisfa principi etici basilari. 
La lettrice attenta potrà forse ricordare due potenziali critiche circolate sulla stampa. La prima è che, nel caso dei mass media o di applicazioni tecnologiche come i blogs, chi offre certe informazioni ne è anche responsabile, almeno moralmente, e i video non sono un’eccezione. Questo è vero. La confusione subentra quando, per un’analogia errata, si compara Google Video a una testata giornalistica o televisiva. Google offre uno spazio digitale in cui gli utenti possono scambiarsi i propri files, impegnandosi a rispettare le regole dell’offerta (terms of service) e la legislazione vigente. Se queste regole o leggi sono violate, Google giustamente interviene, come ha fatto prontamente nel caso Vividown. Accusare Google di responsabilità morale è quindi come accusare un parcheggio perché dei ladri sono stati in grado di abbandonarvi momentaneamente una vettura rubata: si deve essere molto confusi. 
La seconda obiezione è che, riprendendo l’esempio precedente, il parcheggio può non essere in grado di prevenire l’abbandono della macchina rubata nel suo spazio, ma nel mondo digitale ciò è tecnicamente fattibile. Quindi la responsabilità morale di Google sarebbe quella di non aver fatto abbastanza: avrebbe dovuto monitorare quale sorta di video veniva caricato e impedirne la diffusione a monte, senza aspettare di rimuoverlo a valle. L’errore, in questo caso, è duplice. Da una parte, si pecca di ingenuità. La mera possibilità tecnica non implica la responsabilità morale: anche il parcheggio potrebbe installare strumenti di prevenzione tecnologica, come videocamere collegate con le banche dati della polizia, ma ovviamente a nessuno passa per la mente di incolparlo moralmente se non adotta questa soluzione. Così, sarebbe possibile che ciascuno di noi rinunciasse a tutto per alleviare le vite di coloro che soffrono, ma sarebbe assurdo parlare di obbligo morale. Il problema è ben noto e si chiama “superogazione”, termine che indica il “chiedere troppo”, al di là del moralmente doveroso e del fattibile praticamente. A questo la risposta sembra essere che, nel migliore dei mondi possibili, Google avrebbe potuto prevenire il caricamento e la diffusione del video. Così si pecca di irrealismo, e questa è l’altra parte dell’errore: in quel “migliore dei mondi possibili” non ci sarebbero stati né maltrattamenti né registrazione. 
In questo mondo reale, il grande beneficio recato da strumenti di diffusione e interazione informativa come Google Video devono e possono essere conciliati sinergeticamente con la protezione dei diritti umani. Eticamente, la strategia migliore non è instaurare un’autoritaria censura preventiva, che causerebbe un immenso danno al libero scambio delle informazioni e soffocherebbe una buona cultura della rete, ma censurare tempestivamente e fermamente chi non rispetta le regole della convivenza civile online. In altre parole: applicare regole come quella del safe harbor, che fanno prosperare il nostro ambiente digitale e la cultura liberale che esso promuove. 
Esattamente come ha fatto Google nel caso Vividown. 
Luciano Floridi* 
* uno dei massimi esperti di etica informazionale ( http://www.philosophyofinformation.net/ e http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Floridi ), fondatore e coordinatore del gruppo di ricerca interdipartimentale sulla filosofia dell’informazione all’Università di Oxford. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[25/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[A Como discutendo di crisi e professioni]]></title><description><![CDATA[20/11/2009 
Ma i "piccoli" di Como parlano di Cina, non di Irap 
La sorpresa dell'ospite la si può sintetizzare così: la parola di gran lunga più pronunciata in due ore di assemblea dai cento professionisti e industriali presenti in sala è «Cina» e non «Irap». A Como discutendo di crisi e professioni con il Gruppo dei Giovani - un organismo che riunisce undici organizzazioni della generazione pro.pro., dagli industriali ai commercialisti, dagli artigiani agli ingegneri, dagli architetti agli albergatori - si tocca con mano come la città lariana tema fortemente di diventare una seconda Prato. 
«C'era una volta il tessile comasco» è il refrain di tanti interventi che segnalano una sorta di giro di boa, con la vecchia e gloriosa specializzazione dell'industria locale che non riesce più a tenere il passo dell'economia globale. «La Cina ci sta mangiando» dicono in tanti ed è uno slogan a doppia chiave. I pro.pro. leggono i giornali e sanno che la governance del mondo si sta indirizzando verso la formula G2 (Usa & Cina), ma vivono anche a Como e vedono i laboratori tessili cinesi crescere come funghi. La somma delle due tendenze produce una fastidiosa sensazione di accerchiamento. 
Ci si domanda se tutto quello che sta avvenendo non poteva esser previsto ed è tutto sommato facile compilare un piccolo catalogo degli errori. Roberto Briccola, vice-presidente nazionale dei pellettieri, sostiene - ad esempio - che «la concertazione ha impoverito la nostra industria». Il sindacato ha impedito che «discutessimo seriamente di produttività e il risultato è che siamo più deboli davanti ai cinesi. Avremmo dovuto fabbricare prodotti vincenti a prezzi ragionevoli, ma non siamo stati capaci». 
Arianna Minoretti, una giovane ingegnere, si alza per dire che «ci dovevamo pensare prima, dovevamo tutelare il prodotto italiano, ora è tardi e il made in Italy rischia di abdicare». Ed è lo stesso Briccola a dare alla platea una piccola notizia: anche lui andrà a produrre in Cina. «Spiegherò agli artigiani della Cna che lavorano per me perché lo faccio. Loro non sono più in grado di garantirmi condizioni competitive». 
La platea ascolta e assorbe il colpo, magari non convivide ma capisce. Anche perché oltre ai cinesi c'è da fare i conti pure con i ticinesi. Sembra un calembour, eppure è la verità: un altro ingegnere e costruttore edile, Luca Guffanti, racconta come le autorità del Canton Ticino hanno lanciato il programma Copernico, incentivi e facilitazioni per chi investe sul loro territorio. E sarebbero tante le griffe italiane che hanno già abbracciato Copernico, «portano il marketing e la creatività di là» e tagliano il terziario in Italia. 
Come può reagire una città come Como al rischio di rimanere senza la sua base industriale e non solo? «Svegliandosi» è la risposta che viene dalla platea. Spiega Andrea Tagliabue, presidente del Gruppo dei Giovani e organizzatore della serata: «Como è una bella addormentata che punta solo sulle bellezze del paesaggio. Varese e Lecco invece si muovono, rinnovano, le aziende cercano di salire di gamma e noi invece non sappiamo cosa fare da grandi». 
L'argomento è di quelli destinati ad accendere qualsiasi platea. Si alza, infatti, subito dopo Federico Costa della Confartigianato: «Noi che facciamo rappresentanza delle imprese forse a questo punto dobbiamo fare un salto culturale. Metterci lo zaino in spalla e prenderci la responsabilità di costruire il nostro futuro». E' chiaro a tutti che, seppur in controluce, si sta parlando di politica ma c'è un sottile pudore che porta tutti a non nominare leader, partiti e coalizioni. A suo modo è una piccola e silenziosa secessione. 
Dario Di Vicoda generazionepropro.corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[20/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Tre vie maestre per allearsi contro la crisi]]></title><description><![CDATA[Tre vie maestre per allearsi contro la crisi 
di Nino Ciravegna 
Paolo Musumeci, imprenditore di Aosta, ricorda: «La mia azienda era troppo piccola per permettermi di ragionare in grande e troppo grande per operare come piccola impresa locale . 
Per questo ho cercato una fusione con un concorrente, in Svizzera». 
 Mirco Cainelli, fondatore della Capi group di Trento, spiega: «I distretti tradizionali, da soli, non bastano più. Bisogna guardare più lontano invece di concentrarsi nel fare la concorrenza al vicino di casa. Ho avuto la fortuna di trovare colleghi imprenditori che hanno avuto il coraggio di procedere su una strada nuova, il micro-distretto industriale in cui le imprese si sono alleate con uno scambio azionario e collaborano a progetti comuni». Paolo Iavarone, alla guida di un consorzio di piccole imprese specializzate nell'Aerospaziale, racconta come l'alleanza abbia permesso di affrontare e servire meglio i big mondiali con offerte integrate: «Non è stato facile: spesso i grandi gruppi preferiscono trattare con le singole aziende, secondo il classico metodo divide et impera».Storie e approcci diversi, con un unico filo conduttore: alleanze, fusioni, aggregazioni. Che in Italia sono poche, ma nel segno della grande fantasia e ingegnosità, come è naturale per le piccole imprese. Poche perché si tratta di un tema difficile per le Pmi, attente come non mai a chi comanda in fabbrica. Problemi di governance, dicono gli economisti. Problemi concreti, ribattono gli imprenditori, su chi decide le strategie, i prezzi di vendita, le piccole innovazioni, la gestione dei dipendenti, con cui spesso si gioca a carte.La grande crisi, però, impone il tema. Lo ha ribadito Giuseppe Morandini, presidente della piccola industria di Confindustria al forum di Mantova: «Dobbiamo dare il via a una stagione di aggregazioni, alleanze, fusioni per portare questo Paese verso un sistema produttivo più strutturato, più patrimonializzato e che sia finalmente capace di attrarre anche gli investitori internazionali».Confindustria ha lanciato, a fine ottobre, l'Agenzia Retimpresa che ha il compito di stimolare e agevolare le aggregazioni con progetti innovativi come, per esempio, i contratti di rete o il leasing di filiera. E il fondo chiuso per le Pmi, allo studio del ministero guidato da Giulio Tremonti, prevede proprio di privilegiare i progetti di fusione e aggregazione.Ma le fusioni fatte finora, hanno funzionato? Sì, assicurano i protagonisti, tornare indietro non si potrebbe. Anzi, bisognerà accelerare, magari con un programma di incentivi, come propone Iavarone: «Una detassazione su alleanze e fusioni potrebbe favorire enormemente un processo cui guardano soprattutto gli imprenditori di seconda o terza generazione, più aperti ai problemi dei mercati globali». 
19 Novembre 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[19/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Commercialisti: contro la crisi più consulenza.]]></title><description><![CDATA[Commercialisti: contro la crisi più consulenza. 
di Marco Bellinazzo «Mi lasci dire una cosa. Non intendiamo avanzare rivendicazioni. Quello che abbiamo portato avanti in questi due anni, da quando è nato l'Albo unico, è un discorso più ampio che fa leva sulla centralità del pensiero tecnico e del merito, sul valore della professione anziché sulla difesa di sterili rendite di posizione». 
A quali risultati abbia condotto questa scelta, il presidente del Consiglio nazionale, Claudio Siciliotti, lo illustrerà oggi (si veda l'intervento che pubblichiamo in prima pagina e qui a fianco), nell'auditorium della conciliazione a Roma, nella relazione con cui aprirà la seconda conferenza annuale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. All'assemblea sono attesi circa 2mila professionisti, presidenti e consiglieri dei 143 ordini territoriali, rappresentanti dei 110mila iscritti.Il 40% dei commercialisti ha meno di quarant'anni. E nel giro di pochi anni si preparano a entrare nella professione circa 30mila praticanti. I numeri dei dottori commercialisti fotografano la realtà di una categoria diffusa in modo capillare su tutto il territorio, ricca di una consistente componente femminile.Ma dai numeri emerge anche la responsabilità di progettare il futuro per tantissimi giovani. Se si guarda alla consulenza fiscale, che è stata in questi anni l'attività di riferimento per molti professionisti, il mercato appare piuttosto maturo, stretto com'è dalla concorrenza delle associazioni imprenditoriali, ma anche da chi esercita senza l'iscrizione all'Albo. Senza contare che, nell'ottica della semplificazione, sempre più adempimenti dovrebbero diventare "automatici" tra ufficio e contribuente, saltando l'intervento del professionista.Il valore aggiunto e lo sbocco della professione va dunque cercato altrove. Nella consulenza strategica, per esempio, per accompagnare le aziende fuori dalla recessione, come dimostrano le esperienze raccontate sul Sole 24 Ore di ieri. L'assemblea di oggi diventa così una tappa per progettare il futuro, anche attraverso il confronto con molti ospiti.Il vertice dei commercialisti ha avviato in questi mesi un dialogo costante con l'amministrazione. «Siamo soddisfatti – dice Siciliotti – perché la lotta all'evasione sta andando verso il potenziamento di quegli strumenti sintetici di accertamento che stimano capacità di reddito e tenore di vita dei contribuenti evidenziandone le incongruenze. Più redditometro e meno studi di settore, insomma. Anche se riteniamo che il redditometro vada raffinato».A proposito di lotta all'evasione. Chi fa per mestiere il consulente fiscale vive in un conflitto d'interessi permanente. Da un lato la responsabilità di far pagare meno tasse ai propri clienti, dall'altro il dovere di suggerire modalità di risparmio che non debordino nell'illegalità. «Non c'è antinomia. Non c'è collusione nell'avvocato che difende l'assassino come non ce n'è nel commercialista che difende l'evasore. In uno stato di diritto non si difende l'assassinio o l'evasione». Sì, ma a volte è tutt'altro che semplice stabilire quando un modello di pianificazione o di arbitraggio fiscale aggressivo è "efficace" e quando invece istiga all'evasione? «La collaborazione con il legislatore nel predisporre le regole fiscali deve essere convinta e trasparente. Dopo di che spetta al singolo professionista consigliare i propri clienti sulle opportunità offerte dall'ordinamento. È il nostro compito. E chi sbaglia e va oltre il lecito è giusto che paghi le conseguenze». L'assemblea dei commercialisti chiederà più attenzione al governo. La lista delle misure di sostegno è già pronta (dalla Tremonti ter per gli investimenti in tecnologia alla deducibilità integrale dei costi per la formazione continua e le polizze assicurative). Va bene il profilo istituzionale, ma la crisi morde anche negli studi e a sopportarne il peso sono spesso i più giovani. 
19 NOVEMBRE 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[19/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Ascoltare di più le professioni]]></title><description><![CDATA[TRA CRISI D’IDENTITA' E RIFORME DISCUSSE 
Ascoltare di più le professioni 
In sette casi su dieci gli intervistati lamentano ritardi nei pagamenti. 
Le difficoltà nel garantire la liquidità 
I professionisti nelle società moderne han&shy;no il ruolo di applica&shy;re saperi e competen&shy;ze e di mettere in relazio&shy;ne la pubblica amministra&shy;zione con cittadini e im&shy;prese. Attraverso il loro de&shy;licato lavoro quotidiano contribuiscono a costruire quel tessuto fiduciario ne&shy;cessario per tenere insie&shy;me una comunità e guidar&shy;la verso obiettivi di interes&shy;se comune. In Italia pur&shy;troppo le cose non stanno andando così e il mondo delle professioni attraver&shy;sa una crisi identitaria che ha pochi precedenti. Di fronte a questa contraddi&shy;zione e a questo sperpero di chance le scienze sociali avrebbero do&shy;vuto studiare con maggiore impegno la materia e i po&shy;litici avrebbe&shy;ro dovuto de&shy;d icare più tempo all' ascolto. Ciò non è avvenu&shy;to negli anni in cui l'econo&shy;mia comun&shy;que cresceva e oggi ci ritro&shy;viamo nel pieno della Grande Crisi con problemi identitari irrisolti e con una condizione sociale, che almeno per le giovani reclute, rasenta l'emergen&shy;za. I professionisti che do&shy;vevano rappresentare l'ac&shy;celeratore della modernità italiana, si ritrovano rele&shy;gati in una condizione di invisibilità. 
Onestà vuole che si rico&shy;nosca come di errori ne so&shy;no stati fatti da tutte le par&shy;ti in causa. Il dibattito sul&shy;le liberalizzazioni, che è partito su spinta dell'Anti&shy;trust e poi ha attraversato più legislature, si è rivela&shy;to una grande occasione mancata. Le contrapposi&shy;zioni hanno avuto la me&shy;glio sulla ricerca delle solu&shy;zioni e alla fine si è giunti a uno straordinario risulta&shy;to: hanno perso tutti. Era sbagliata l'idea stessa di equiparare le professioni alle imprese e sottoporle a una regolazione tipica del&shy;le attività economiche? Probabilmente no, la riven&shy;dicazione del carattere in&shy;tellettuale del loro prodot&shy;to non era sufficiente per distinguere gli studi pro&shy;fessionali dalle imprese commerciali. Perché que&shy;sto principio dovrebbe va&shy;lere per un architetto e non per la Microsoft che un discreto contributo al&shy;lo sviluppo della cultura moderna lo ha pur dato? Gli errori dei liberalizzato&shy;ri sono stati altri. Aver fat&shy;t o credere che si volesse&shy;ro abolire gli Ordini e non riformarli, aver messo al centro della loro iniziativa il solo tema della concor&shy;renza. È con&shy;vincimento di alcuni prota&shy;g onisti di quella stagione - come Giuliano Amato - che al&shy;la fine più che di un con&shy;fronto costruttivo si trattò di una guerra nutrita da una ostilità che i liberal non avrebbero mai osato mostrare nei confronti del&shy;le imprese industriali. 
I professionisti, come del resto la piccola e me&shy;dia impresa, hanno paga&shy;to un sistema di relazioni imperniato sulla grande politica, la grande impre&shy;sa e il grande sindacato. Un patto non scritto che ci ha governato per un lungo tratto della storia naziona&shy;le ma che ci ha portato più deboli dentro il tunnel del&shy;la crisi. Oggi il dibattito è centrato sul rischi di rattrappimento che il no&shy;stro apparato industriale sta cor&shy;rendo e sull’eventualità tutt’altro che remota che un’uscita lenta dalla recessione venga pagata du&shy;ramente in termini di posti di la&shy;voro. Tra qualche mese però quando saremo in grado di fare un censimento più realistico dei danni che la crisi avrà causato al nostro sistema produttivo e si tratterà di mettere in relazione le nostre imprese con il mutamen&shy;to del commercio internaziona&shy;le, finalmente ci occuperemo del&shy;lo stato di salute - si fa per dire - del nostro terziario avanzato. La fotografia che emerge dal&shy;l’indagine sulle aziende del ter&shy;ziario avanzato, condotta sul ter&shy;ritorio nazionale dalla Fondazio&shy;ne Nord Est, non è confortante. La contrazione degli ordini è pe&shy;sante perché le imprese stanno richiamando all’interno servizi che prima acquisivano sul mer&shy;cato. 
Il 70% degli intervistati la&shy;menta forti ritardi nei pagamen&shy;ti con conseguenti difficoltà nel garantire la liquidità delle pro&shy;prie aziende. L’occupazione non è crollata solo perché più del 50% delle aziende del terziario avanzato italiano ha uno o due addetti. Infine tre imprese su quattro hanno di fatto ridotto il loro raggio di competizione e si confrontano solo con concorren&shy;ti locali. È con questi dati che bisogna fare i conti. Giuste policy per fa&shy;vorire lo sviluppo del terziario e riforma delle professioni sono due iniziative che devono mar&shy;ciare parallele per essere credibi&shy;li, averle separate - anche solo concettualmente - non ci ha aiutato né nei «meravigliosi An&shy;ni 80» quando non era reato con&shy;frontare Milano con Londra né a cavallo del nuovo secolo quando competenze e mercato non han&shy;no trovato il modo di dialogare. 
P.S. Per come si sta profilando la Finanziaria non sembra rispon&shy;dere alle esigenze e alla richieste dei professionisti. Eppure dal lo&shy;ro coinvolgimento potrebbe veni&shy;re un importante contributo nel&shy;la lotta contro l’evasione fiscale. 
Dario Di Vico 
17 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[17/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[BANDA LARGA...]]></title><description><![CDATA[Banda larga? Meglio bipartisan 
di Paolo Gentiloni 
31 ottobre 2009 
Per una volta mi piacerebbe condividere una decisione annunciata dal governo Berlusconi, sempre che me ne sia offerta l'occasione. Sto parlando di banda larga. Proprio un anno fa il viceministro allo Sviluppo economico Paolo Romani aveva annunciato un grande progetto, affidandone la regia a Francesco Caio, il manager italiano che aveva elaborato per Gordon Brown la strategia poi tradotta nel piano Digital Britain. Caio ha lavorato seriamente, consegnando a Romani il suo piano ai primi di marzo. Da allora, tuttavia, sull'attuazione di quella strategia sono stati fatti pochi passi avanti, e molto incerti.Non mi riferisco solo alle reti di prossima generazione, la cosiddetta banda ultralarga con connettività fino a 100 Mbs, sulla quale anche nel resto d'Europa si cominciano a muovere solo i primi passi e non certo nel senso dei megainvestimenti asiatici. L'incertezza riguarda anche la parte più semplice e immediata degli interventi mirati a eliminare il divario digitale che ancora riguarda il 12% della popolazione e oltre un terzo dei comuni italiani. 
Assicurare a tutti i cittadini un collegamento base a internet (da 2 a 20 Mbs) non è un obiettivo di poco conto ed è quanto stanno facendo in questi mesi gli altri paesi europei, nel caso finlandese addirittura trasformandolo in un obbligo di legge. È importante innanzitutto per ragioni di principio: l'accesso a internet va infatti ormai annoverato tra i servizi di natura "universale", alla stregua di servizi come poste, luce o gas nel secolo scorso. Nei prossimi anni non è immaginabile che ci siano delle comunità o delle persone in Italia del tutto prive della possibilità di connettersi alla rete. La banda larga per tutti è inoltre indispensabile per arrivare a un vero e proprio switch off per alcuni servizi della pubblica amministrazione, servizi che attualmente vengono erogati sia online, sia nella tradizionale forma cartacea agli sportelli.Come ha ricordato il ministro Brunetta, chiudere del tutto la distribuzione tradizionale di alcuni servizi è indispensabile per un balzo in avanti dell'informatizzazione della pubblica amministrazione. Ma per farlo è necessario che almeno sulla carta il corrispondente servizio online sia accessibile a tutti. Infine, gli investimenti per eliminare il divario digitale sono la più classica delle attività "anticicliche", traducendosi in lavori immediatamente cantierabili. È difficile immaginare un altro tipo di investimento così immediatamente attivabile e così strategico per l'economia del futuro. 
Il governo Prodi aveva fissato il traguardo per assicurare un collegamento minimo in banda larga per tutti al 2011, sviluppando un percorso basato su accordi tra ministero delle Comunicazioni e regioni e sugli interventi diretti della società Infratel finanziati per 400 milioni nel triennio 2007-2009. Nonostante il taglio di 50 milioni operato dal governo Berlusconi per il 2009, il traguardo del 2011 è ancora raggiungibile. Ma solo se si esce dall'incertezza che circonda il piano annunciato dal viceministro Romani: un contributo governativo di 800 milioni capace di attivare ulteriori risorse pubbliche e private fino a un totale di 1,4 miliardi, che sono sufficienti ad assicurare in tre anni la banda larga per tutti. Piano importante e condivisibile, salvo il fatto che a cinque mesi dall'annuncio di quegli 800 milioni non si è visto un euro. Il tempo passa, e non è chiaro se e quando il finanziamento sarà sbloccato dal Cipe. 
E pensare che siamo di fronte a uno dei rari casi in cui un progetto importante per il paese è condiviso praticamente da tutti. Da maggioranza e opposizione. Dalle istituzioni locali. Dalle imprese, che sollecitano spesso il governo per bocca di Gabriele Galateri a nome di Confindustria. Dai sindacati e dagli operatori del settore. Insomma, in mezzo a tanti annunci di miracoli prossimi venturi - e in attesa di chiarirsi le idee sul modello italiano per realizzare la banda ultralarga - non sarebbe il caso di dare il via a un piano così semplice e così ricco di futuro? 
Paolo Gentiloni, deputato Pd, è stato ministro delle Comunicazioni nell'ultimo governo Prodi 
31 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATAda ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[01/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Caro-pasta, il Tar del Lazio conferma le multe dell'Antitrust a 22 aziende]]></title><description><![CDATA[Caro-pasta, il Tar del Lazio conferma le multe dell'Antitrust a 22 aziende ROMA (29 ottobre) - Il Tar del Lazio ha confermato le multe inflitte dall'Antitrust alla fine dello scorso febbraio a 22 società alimentari e due associazioni per aver creato un “cartello” per i prezzi della pasta. Le multe superavano i 12 milioni di euro complessivamente e variavano dai 5 milioni di euro circa (la più alta, inflitta a Barilla) ai 1.000 euro (la più bassa inflitta a Unionealimentare). 
Secondo l'Autorità garante della concorrenza le aziende hanno creato un'intesa restrittiva della concorrenza, nel periodo che va da ottobre 2006 a marzo 2008 per concertare gli aumenti del prezzo di vendita della pasta secca di semola da praticare al settore distributivo. 
Le aziende multate sono: Barilla (5,2 mln), Amato (405mila euro), Colussi (748mila euro), De Cecco (1,7 mln), Divella (1 mln circa), Garofalo (395mila euro), Nestlè (105mila euro), Rummo (529mila euro), Zara (89mila euro), Berruto (50mila euro), Delverde (149mila euro), Granoro (401mila euro), Riscossa (103mila euro), Tandoi (359mila euro), Cellino (49mila euro), Chirico (218mila euro), De Matteis (143mila euro), Di Martino (30mila euro), Fabianelli (37mila euro), Liguori (137mila euro), Mennucci (60mila euro) La Molisana (86mila euro). 
Il Tribunale amministrativo ha inoltre confermato anche le sanzioni inflitte dall'Autorità Antitrust a Unionalimentari (1.000 euro) e Unipi (Unione industriali pastai italiani), l'Associazione di categoria più rappresentativa, multata con circa 13mila euro. Il tribunale non ha invece esaminato il ricorso presentato da Russo (la società era stata sanzionata con 145mila euro) a causa dell'interruzione del giudizio legata al fallimento della società dichiarato lo scorso luglio dal Tribunale di Napoli. Tre delle società multate dall'Antitrust non avevano presentato ricorso: Ferrara, Tamma e Valdigrano. 
«Una vittoria del Codacons e dei consumatori italiani». Così Carlo Rienzi, alla guida dell'associazione dei consumatori, commenta la decisione del Tar del Lazio. «Nel 2008 abbiamo più volte denunciato all'Autorità come i prezzi al dettaglio della pasta crescessero senza alcuna ragione, mentre il costo del grano diminuiva sensibilmente (fino al -62%) - spiega Rienzi - una speculazione ora confermata dalla giustizia, che ha determinato un danno non indifferente per le famiglie italiane, ognuna delle quali nel 2008 ha speso 140 euro in più solo per gli aumenti ingiustificati su pane e pasta. Euro in più che ora devono essere restituiti ai consumatori: invitiamo i cittadini che hanno conservato scontrini o altri documenti che attestino l'acquisto nel periodo 2006/2008 di pacchi di pasta delle aziende multate, a chiedere dinanzi ai giudici di pace il rimborso delle maggiori somme pagate a causa del cartello anticoncorrenza». 
da ilmessaggero.it]]></description><pubDate><![CDATA[01/11/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Niente sarà più come prima]]></title><description><![CDATA[30/10/2009 
Niente sarà più come prima MARIO DEAGLIO 
Il prodotto interno lordo italiano è caduto al livello di dieci anni fa, la produzione industriale italiana, con il suo balzo all’indietro del venticinque per cento rispetto al marzo 2008, è precipitata al livello addirittura di vent’anni fa. Lo ha osservato ieri il governatore della Banca d’Italia nel suo intervento in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio. 
Proiettate su questo sfondo sgradevole ma ineludibile, le polemiche relative al taglio dell’Irap appaiono piuttosto meschine, prive del grande respiro necessario per uscire bene dalla crisi. 
Occorre infatti osservare che mentre la caduta produttiva è stata all’incirca uguale per tutti i Paesi avanzati - si colloca attorno al 5 - 6 per cento del prodotto lordo rispetto agli ultimi valori pre-crisi - per economie come quelle tedesca, francese e americana che normalmente crescono dell’1,5 - 2,5 per cento l’anno, ci vorranno 2-4 anni per tornare ai livelli produttivi precedenti, sempre che la fragilissima tendenza positiva degli ultimi 2-3 mesi si consolidi davvero. L’Italia, al contrario, se dovesse tornare alla crescita a passo di lumaca alla quale ci siamo abituati negli ultimi anni, ci metterebbe cinque, forse sette anni per recuperare il livello di prodotto per abitante del 2007-08: sette anni di vacche magre che seguirebbero a sette anni di vacche solo apparentemente grasse durante le quali non abbiamo messo quasi nulla nei granai. 
Ci ritroviamo, infatti, non solo con una popolazione invecchiata ma anche con meccanismi economici e fiscali arrugginiti e con settori in cui punte di straordinaria eccellenza convivono con ampie zone di quasi altrettanto straordinaria mediocrità, con imprese che fanno fatica a muoversi in un panorama mondiale divenuto sempre più competitivo senza avere alle spalle il tipo di supporto sul quale possono contare le loro concorrenti di altri paesi. 
Eppure riusciamo solo a pensare - e per di più disordinatamente - al futuro immediato. A trattare l’Irap soltanto come possibile oggetto di «sforbiciate» che tocchino, senza distinzione tra «buoni» e «cattivi», tutte le piccole o medie imprese non porterebbe ad alcun vero vantaggio. Tali «sforbiciate» non migliorerebbero, infatti, la situazione italiana di fronte a concorrenti che, grazie a bilanci pubblici decisamente più solidi e a visioni strategiche più chiare, hanno già messo in atto efficaci politiche di riqualificazione industriale. 
E’ deleterio che ci si limiti a parlare dell’Irap in termini di riduzione di quantità e non invece di aumento di «qualità», di modificazione profonda. Occorrerebbe partire dalla constatazione che, quale che sia il giudizio storico che se ne vuol dare, l’Irap è oggi un’imposta inadatta alle condizioni congiunturali e strutturali in cui si trova l’economia italiana, con forti effetti collaterali negativi sulle imprese. A parità di gettito, è sicuramente possibile immaginarne una maggiormente capace di stimolare investimenti e crescita e, in definitiva, di favorire l’occupazione. Basterebbe, all’occorrenza «copiare» a piene mani i meccanismi fiscali tedesco e francese di tassazione delle imprese. 
Più ancora del boccon di pane eventualmente dato a imprese affamate con una «sforbiciata» che costerebbe comunque diversi miliardi di euro, è importante uno strumento che permetta alle imprese buone di crescere e a quelle meno buone di essere assorbite o ristrutturate. E occorrerebbero punti di riferimento, l’individuazione di settori nei quali si vorrebbe crescere, di strade da percorrere e obiettivi da raggiungere. Su tutto questo, né dalla maggioranza né dall’opposizione pare esser stata avviata alcuna riflessione veramente importante. L’accenno fatto dal ministro dell’Economia durante la stessa Giornata Mondiale del Risparmio per «uno o più fondi di assistenza all’impresa per il rapporto tra debito e patrimonio» potrebbe contenere qualche novità interessante ma è un fiorellino solitario e striminzito in una landa deserta. Ed appare particolarmente infelice il termine «assistenza»: non abbiamo bisogno di un’economia assistita ma di fornire un sostegno che compensi le maggiori difficoltà strutturali delle imprese italiane rispetto a quelle degli altri Paesi. 
Il Paese appare quindi impreparato ad affrontare i propri problemi del lungo periodo. Purtroppo lo stesso si può dire anche per il breve periodo, dove la minaccia reale, enunciata chiaramente dalla presidente di Confindustria, è quella del collasso, entro brevissimo termine, di una parte consistente del tessuto delle imprese piccole e medie non tanto o non solo per incapacità propria quanto per motivi di liquidità legati a fattori esterni: rimborsi fiscali in irrimediabile ritardo fanno il paio con forniture non pagate, magari dalle stesse amministrazioni pubbliche che dovrebbero occuparsi della buona salute delle imprese. Se il governo vuole davvero far qualcosa, in primo luogo paghi i debiti commerciali; e riformi una legge ormai infelice. Con la consapevolezza che la partita sarà in ogni caso molto difficile. Come ha detto il governatore della Banca d’Italia parlando della situazione mondiale, «le cose non torneranno come prima». 
mario.deaglio@unito.it 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[30/10/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Un'altra tassa che non sarà mai abolita]]></title><description><![CDATA[24/10/2009 
Un'altra tassa che non sarà mai abolita LUCA RICOLFI 
Spero di sbagliarmi, ma non credo che entro la fine di questa legislatura Berlusconi abolirà l’Irap. Non ci credo, innanzitutto, perché è dal 1994 che promette riduzioni delle tasse, e non ha mai mantenuto la promessa di «abbattere la pressione fiscale» (dal «Contratto con gli italiani»). Non ha abolito l’Irap, non ha portato al 33% l’aliquota massima dell’imposta sui redditi. Durante i suoi governi la pressione fiscale non è mai diminuita. Per l’anno prossimo il governo stesso, nei suoi documenti, prevede un ulteriore aumento della pressione fiscale (dal 42,8% al 43,0%). Non ci credo perché, come elettore, constato che il 95% della politica è fatta di annunci, e non ho motivo di supporre che nel restante 5% di cose fatte e non solo annunciate debba ricadere proprio l’abolizione dell’Irap, un’operazione che da sola costerebbe la bellezza di 40 miliardi l’anno. Non ci credo, infine, perché l’abolizione dell’Irap è, al tempo stesso, la tipica cosa che si dovrebbe fare e che fare non si può. 
Perché sarebbe bene abolire (sottolineo: abolire, non limare o «rimodulare») un’imposta come l’Irap? La ragione di fondo è che, più di qualsiasi altra imposta, l’Irap pesa sui produttori - grandi imprese, piccole imprese, artigiani, professionisti - e per questa via abbassa il tasso di crescita dell’Italia. Se si ritiene che il «padre di tutti i problemi» dell’Italia sia la crescita, e che senza crescita c’è ben poco da redistribuire, l’Irap è la prima tassa da sopprimere, tanto più se si considera che ha due difetti molto gravi: penalizza le imprese che impiegano molto lavoro, si deve pagare anche quando l’impresa è in perdita. 
Ma l’Irap non si può abolire e non si abolirà, per tanti motivi. Il motivo ovvio, che suppongo stia dietro le perplessità del ministro Tremonti, è che la soppressione costa circa 40 miliardi di euro l’anno e il nostro debito pubblico, recentemente schizzato a 1750 miliardi (il 115% del Pil), ci impone la massima prudenza. Il motivo meno ovvio è che le cosiddette forze sociali sono compattamente contrarie: Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno già detto di no, l’opposizione di sinistra ha fatto sapere che preferirebbe altre misure. Perché? 
Fondamentalmente per il timore che l’abolizione dell’Irap venga finanziata con una riduzione della spesa pubblica, per di più non compensata da vantaggi fiscali per i lavoratori dipendenti e i pensionati, che costituiscono la larga maggioranza degli iscritti a queste organizzazioni. La preoccupazione non è infondata, ma è miope. E’ vero che, a breve, un’eventuale abolizione dell’Irap non lascerebbe nulla alle decine e decine di gruppi, categorie e clan che, specie in vista di una Finanziaria, si accalcano nell’anticamera del ministro dell’Economia per spartirsi le briciole della spesa pubblica. Ma è altrettanto vero che, se non si torna a crescere, di spesa pubblica ce ne sarà sempre di meno, e le briciole ora distribuite un po’ a tutti si pagheranno con meno posti di lavoro, meno opportunità di mercato, meno risorse per il completamento del nostro disarmonico Stato sociale (care forze sociali, vi siete dimenticate che mancano quasi del tutto asili nido, ammortizzatori sociali, aiuti per i poveri e i non autosufficienti?). 
So bene che, a questa riflessione, si obietta che se si devono abbassare le tasse si può cominciare dai lavoratori e dalle loro famiglie, con la riduzione del cuneo fiscale, la detassazione delle prossime tredicesime, eccetera. Ma l’obiezione è scarsamente compatibile con quel che si sa del funzionamento di un’economia di mercato, e soprattutto non fa i conti con quello che abbiamo imparato durante l’ultimo periodo di crescita (2001-2007). I Paesi che crescono di più non sono quelli con la pressione fiscale aggregata più bassa, ma quelli che hanno i migliori servizi e le imposte societarie più basse. La Finlandia e la Svezia, ad esempio, sono cresciute a un tasso molto più rapido del nostro nonostante una pressione fiscale altissima perché avevano imposte societarie basse (circa 10 punti meno di noi) e un Welfare efficiente. Simmetricamente Paesi come la Germania e il Giappone sono cresciuti poco perché, pur avendo una pressione fiscale aggregata relativamente bassa, soffrivano di imposte societarie troppo alte. In concreto vuol dire che, se l’obiettivo è aumentare il tasso di crescita dell’Italia, uno sgravio di 100 euro sull’Irap ha un impatto decisamente maggiore di uno sgravio di 100 euro sull’Irpef o sull’Iva. 
Perciò, alla fine, resto della mia idea. L’Irap verrà «rimodulata» un pochino, giusto per salvare la faccia. Qualche briciola sarà concessa alle forze sociali e agli enti locali, perché la politica è la politica. I sindacati si diranno parzialmente soddisfatti, la Confindustria dirà «meglio che niente». Nessuno avvertirà vantaggi significativi, nessuno sarà troppo penalizzato. Insomma, più o meno lo spettacolo cui assistiamo impotenti da una ventina d’anni. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[25/10/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Montezemolo: "Non siamo un partito"]]></title><description><![CDATA[Oggi a Roma l'esordio di Italia Futura 
Montezemolo: "Non siamo un partito" 
Il presidente Fiat: «Associazione di idee, contributo per il Paese» 
ROMAItalia Futura non è e non sarà un partito. Parola di Luca Cordero di Montezemolo che a Sky Tg24 ha spiegato lo spirito dell’associazione che fa il suo esordio oggi a Roma. «Voglio dire forte che Italia Futura non ha nè ruolo nè alcuna volontà di fare nè un partito nè un’associazione politica», ha assicurato. 
«Italia Futura è un associazione di idee, tra persone competenti e giovani che hanno a cuore il futuro del Paese e che vogliono dare un contributo per stabilire dove vogliamo essere non tra 20, 10 o 15 anni, ma tra 5 anni», ha spiegato. «Il futuro lo lasciamo ai futurologi, noi ci occupiamo di mettere al centro progetti che riteniamo fondamentali per dare un contributo serio di una società civile al futuro di un’Italia che ci sta a cuore,», ha insistito, «in un momento in cui tutto si fa meno che pensare al futuro». 
Quanto alle voci che Italia Futura potrebbe attrarre i centristi come Pier Ferdinando Casini o Francesco Rutelli, Montezemolo è stato chiaro. «È un problema che riguarda loro, lo dico con rispetto per persone che stimo», ha detto, «ma è un problema che non mi riguarda e che non mi riguarderà». Per il debutto della fondazione costituita da Montezemolo e presieduta da Andrea Romano (ex Italiani-europei ed ex Einaudi) è prevista la presentazione del primo rapporto sulla mobilità sociale in Italia, redatto da Irene Tinagli. All'evento ci saranno anche il presidente della Camera Fini, Enrico Letta e Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[07/10/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[LA LEZIONE DEL RAPPORTO PIRELLI]]></title><description><![CDATA[22/9/2009 
La lezione del rapporto Pirelli GIUSEPPE BERTA 
Nella storia d’Italia è ricorrente l’accusa alle élite economiche di sottrarsi al confronto politico aperto. Con frequenza periodica esse sono state attaccate per aver preferito la manovra occulta e le intese trasversali alla disponibilità a misurarsi esplicitamente sui grandi temi del Paese, nell’intento di assicurarsi posizioni di rendita, al riparo dei conflitti palesi e della competizione di partito. Di qui deriverebbe la tendenza dei ceti dirigenti dell’economia a garantirsi dei margini di influenza e di vantaggio, senza preoccuparsi di doversi costituire le basi di consenso di cui invece necessita ogni azione politica. 
In realtà, a guardare bene dentro la nostra storia, sono visibili momenti importanti in cui le élite economiche hanno deciso di affrontare direttamente il nodo del rapporto con la politica e le istituzioni allo scopo di indirizzare lo sviluppo italiano. La più significativa di queste occasioni si è verificata giusto quarant’anni fa, alla fine del decennio sessanta, quando l’élite imprenditoriale stabilì che era tempo di una profonda riforma della Confindustria, per fare di essa un soggetto capace di interagire col governo e le altre forze economiche e sociali, a cominciare dal sindacato, per imprimere un nuovo corso dell’economia italiana. 
Cade dunque in un frangente propizio l’iniziativa del Gruppo Giovani Imprenditori di Torino per ricordare, col convegno che si terrà oggi presso l’Unione Industriale, il Rapporto Pirelli, il tentativo più ambizioso di impostare una nuova stagione nelle relazioni fra le rappresentanze degli interessi e le istituzioni. 
Il Rapporto Pirelli, diffuso nel febbraio 1970, è stato consegnato alla memoria col nome prestigioso dell’imprenditore che presiedette la commissione incaricata della stesura di un documento destinato a modernizzare la Confindustria. Le sue origini tuttavia stanno a Torino: risalgono alle inquietudini dei giovani imprenditori d’allora, capeggiati da Enrico Salza, oggi al vertice di Intesa-SanPaolo, che ritenevano inadeguata la linea d’azione della Confindustria di Angelo Costa. Costa aveva pilotato con grande sapienza gli imprenditori italiani all’atto della nascita della Repubblica, ma negli Anni Sessanta il suo tempo migliore era passato. Avversava l’economia mista e la programmazione economica ed era per una chiusura intransigente dinanzi alle pressioni del sindacato. Da ciò la disaffezione dei giovani, che avrebbero desiderato un’impostazione più in linea coi tempi e soprattutto di maggiore attenzione al mondo esterno, davanti a cui Costa si mostrava molto riluttante. Poi, un giorno, Salza, per sbloccare la situazione, pensò di parlarne a Gianni Agnelli, che da poco aveva preso su di sé la presidenza della Fiat. 
Questi, allora impegnato a dare una svolta manageriale alla Fiat, non soltanto lo incoraggiò, ma gli dette il proprio avallo in Confindustria. Da lì trasse spunto la Commissione Pirelli, che raccolse l’apporto dei migliori industriali della generazione dei quarantenni (dagli stessi Pirelli e Agnelli fino a Roberto Olivetti), tutti accomunati dalla convinzione che la società italiana fosse a un passaggio determinante e che le istanze di modernizzazione dovessero prevalere, nell’impresa come all’esterno. 
A rileggere il Rapporto Pirelli non ci vuole molto ad accorgersi che alcune delle idee-guida che sarebbero riemerse nei decenni successivi trovano lì il loro incunabolo. A iniziare dalla politica della concertazione, che ancora non aveva trovato un nome e una definizione, ma che era già contenuta nel suo nucleo in quel documento. Il Rapporto Pirelli ipotizzava infatti un costante scambio triangolare fra le rappresentanze dell’impresa e del lavoro e gli organi della politica economica. Sosteneva inoltre il principio dell’autonomia dell’associazione imprenditoriale e delle rappresentanze di interesse, che agivano però in uno schema di relazioni interdipendenti, volto a raggiungere obiettivi di crescita a vantaggio dell’intera società. 
Eppure, le idee del Rapporto Pirelli ebbero poco ascolto, nonostante dovessero essere di fatto riprese, nella loro sostanza, nei decenni successivi. In un certo senso, esse pagarono il prezzo di giungere, al medesimo tempo, in ritardo e in anticipo. In ritardo sul clima sociale italiano, in cui ormai, all’indomani dell’Autunno Caldo, non si voleva sentir parlare di politica dei redditi o di compatibilità economiche, proprio quando il movimento della conflittualità nelle fabbriche cresceva a spirale su se stesso. Ma anche in anticipo, perché il linguaggio di quel documento delineava orizzonti e scenari con cui la politica avrebbe fatto i conti soltanto dagli Anni Ottanta in avanti. 
Rivisitato alla distanza, il Rapporto Pirelli resta la testimonianza di un’élite economica che si affacciava alle proprie responsabilità con un atteggiamento di lungimiranza e con un rispetto rigoroso delle competenze istituzionali. Vale ancora la pena di soffermarsi a leggerlo per ricordare che il ruolo proprio delle élite resta irrinunciabile per una grande nazione moderna. 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[22/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Soprattutto i "piccoli" hanno bisogno del Brand]]></title><description><![CDATA[Anche un piccolo vale un brand 
22 settembre 2009 
Coca Cola, Ibm, Microsft, Google e Toyota: colossi dell'alimentare, ma soprattutto dell'hi-tech e dell'automotive. Sono questi i marchi globali che valgono di più secondo la classifica 2009 di Interbrand. Solamente quattro brand italiani compaiono nella top 100: Gucci, Prada, Ferrari e Giorgio Armani, testimoni dell'unico "settore" che, stando alla classifica, rappresenta il made in Italy all'estero. 
Grandi assenti nomi come Fiat, Brembo, Barilla, Ferrero, Benetton che nulla hanno da invidiare ai brand classificati. Nulla, tranne le dimensioni (eccezion fatta per Fiat un'azienda, non un marchio, globale). Colpa, o forse merito, del modello industriale italiano fatto di piccole e medie imprese, eccellenze in molti settori, come l'hi-tech, ma troppo piccole per fare massa critica e competere con i giganti stranieri. 
Un bene o un male? Non c'è una regola: se per alcuni (Google, ad esempio) globalizzazione significa l'esistenza stessa, per altri potrebbe diventare appiattimento, perdita di valore e identità. La forza di un marchio sui mercati mondiali è importante, così come la qualità e la capacità di innovare anche con confini più limitati. 
22 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATAda ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[22/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Alberto Bombassei: «Concertazione tra le parti sociali»]]></title><description><![CDATA[Festa PD 
Alberto Bombassei: «Concertazione tra le parti sociali» 
Vivace confronto tra il vicepresidente di Confindustria e il segretario generale della Cgil alla festa del Pd di Modena, incentrata quest'anno sul tema del lavoro 
Se è vero che la nebbia della crisi comincia a diradarsi quale autunno dovremo aspettarci? E come sarà la ripresa? Domande e dubbi che sono finiti nel confronto che alla festa Pd di Modena ha visto misurarsi il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, il senatore Tiziano Treu e il presidente della commissione lavoro della Confcommercio Francesco Rivolta. 
«Il fondo lo abbiamo toccato», ha esordito Tiziano Treu, «ora però viene la parte più difficile: risalire il pozzo e agganciare il treno della ripresa. Per fare questo servono soldi veri a sostegno di imprese e lavoro. Nei prossimi tre o quattro anni ci attende una crescita lenta e insidiosa».Finora i posti di lavoro andati in fumo sono stati 577 mila. E nel 2010, c’è chi dice che saliranno di ulteriori 120 mila unità.«Il contesto economico», afferma Guglielmo Epifani, «si sta velocemente deteriorando: insieme ai livelli dell’occupazione scendono quelli di reddito e investimenti. Il settore metalmeccanico ha avuto un calo della produzione del 25 per cento e un quarto della sua forza lavoro è rimasta a casa. La crisi sarà pure arrivata al capolinea, ma la situazione è drammatica e quello che più conta, in questo frangente, è avere tempi di Guglielmo Epifanireazione rapidi. Bisogna uscire dal guado al più presto: alcune imprese, con l’ausilio della cassa integrazione, possono reggere ancora ma per quelle aziende che su questo sussidio non possono contare, ogni giorno che passa aumenta il rischio di chiusura». Consumi al palo e risorse maldistribuite sono, secondo il segretario generale della Cgil, motivi sufficienti per chiedere «la crescita dei massimali di cassa integrazione e l’aumento dell’indennità di disoccupazione. Dal tunnel si esce stimolando i redditi e riducendo le distanze tra le persone di questo Paese. Mi auguro che i nostri giovani, la prima generazione a stare peggio di chi li ha preceduti, quando la ripresa ci sarà non paghino un secondo scotto con il ritorno in auge dei contratti precari». 
Gli effetti della crisi preoccupano anche Alberto Bombassei che spezza però una lancia in favore delle misure prese dai principali governi occidentali: «Si tratta di provvedimenti che cominciano a funzionare, e che potranno dare un aiuto decisivo quando l’emergenza occupazione si farà ancora più pressante». Qualche segnale confortante, dopo mesi di totale smarrimento, affiora: Cina, India e Brasile ricominciano a crescere, in Borsa riprendono le quotazioni e negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è stabile. «In Italia» continua Bombassei, «la finanza non ha mai raggiunto gli eccessi speculativi americani e il sistema degli ammortizzatori sociali è una garanzia che in tanti ci invidiano. Dal fondo del pozzo si esce solo con una lunga e paziente concertazione tra le parti sociali. L’appello che rivolgo agli interlocutori di Confindustria è uno soltanto: mettiamoci intorno a un tavolo e discutiamo». 
Per Francesco Rivolta gli strumenti per evitare che i conflitti sociali si incanaglissero sono stati messi in campo ma, avverte, «non potremo mai sapere con certezza quanti e quali relitti resteranno adagiati sul fondo passata l’onda di piena: soltanto nel primo semestre del 2009 sono state costrette a chiudere l’attività 36 mila nostre aziende. È in contingenze come queste che la politica dovrebbe prendere in mano le sorti del Paese e tracciare nuove direttrici di sviluppo». 
In autunno prenderà il via la stagione dei rinnovi contrattuali. Almeno 23 contratti sono già scaduti. L’accordo separato sul rinnovo dei modelli contrattuali dello scorso 22 gennaio (firmato da Cisl e Uil ma non da Cgil) è un’ipotesi di condotta che potrebbe espandersi a ogni singolo settore. «La Cgil» spiega Epifani, «non ha sottoscritto quell’intesa perché deficitaria da troppi punti di vista. Nell’accordo si parla di una contrattazione di secondo livello che coinvolge solo il 25 per cento dei lavoratori, la base di calcolo su cui misurare la tutela del potere d’acquisto si abbassa enormemente, e viene introdotta una derogabilità dal contratto nazionale che ha come immediata conseguenza lo scatenamento di una competizione sleale tra le imprese e al ribasso per i lavoratori». «Si può firmare un accordo senza la Cgil, è vero», chiosa Epifani, «ma le regole, così come è accaduto con la Costituzione, dovrebbero essere scritte da tutti». 
Sulla riforma contrattuale, trovare il giusto compromesso con 26 organizzazioni datoriali, quattro sindacati e un governo non è un fatto da passare sotto silenzio, ribatte Bombassei e «in nessun posto al mondo c’è un sindacato che può permettersi il lusso di tenere in ostaggio la vita economica di un Paese. Il tempo di recuperare e di ricucire c’è, e noi riconosciamo alla Cgil valore e autorevolezza. Allo stesso tempo però, non è pensabile continuare ad aprire trattative con chi, sin dall’inizio, si sente arbitro supremo della competizione». 
Prima che il dibattito si concluda c’è il tempo affrontare il tema della partecipazione agli utili aziendali.«La cogestione degli utili è impraticabile», commenta Treu, «si rischia di arrivare a una deleteria commistione di ruoli. Credo piuttosto che ci sia da affrontare il tema della partecipazione in azienda in senso lato». A Epifani piace il sistema tedesco dei consigli di sorveglianza: «Piani, programmi e prospettive di investimento sono una garanzia per aziende e lavoratori».Per Bombassei invece «le regole che obbligano le aziende a fare maggiore informazione e coinvolgere di più i propri dipendenti ci sono e siano sufficienti». «Cogestione degli utili come già le gabbie salariali», chiude Rivolta, «sono boutade giornalistiche tipiche del periodo estivo che non meritano nemmeno un inizio di riflessione». 
(14 settembre 2009)da www.emmeweb.it]]></description><pubDate><![CDATA[17/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[TONNELLATE DI CIBO AVARIATO...]]></title><description><![CDATA[MELAMINA E VINO «AL CLORO» I CASI PIù CLAMOROSI 
Boom di sequestri di cibi avariati nel 2008 
Sesto rapporto sulla sicurezza alimentare: crescono del 142% i chili sequestrati dai Nas 
ROMA - Tonnellate di cibo avariato, dai formaggi agli insaccati, pesce scaduto o in cattivo stato di conservazione. Sono migliaia le frodi scoperte dalle forze dell'ordine nel 2008, con un aumento dei chili di prodotti sequestrati pari al 142% da parte dei Nas e addirittura al +642% in valore da parte dell'Ispettorato per il controllo della qualità dei prodotti (ICQ). 
IL RAPPORTO - Le cifre emergono dal VI Rapporto sulla sicurezza alimentare «Italia a tavola 2009», stilato da Movimento difesa del cittadino e Legambiente, che svela un vero e proprio boom di sequestri di cibi da parte delle Forze dell'ordine nel 2008. Un'indagine che rende conto di tutte le operazioni compiute da forze dell'ordine e istituzioni e che quest'anno si arricchisce del contributo dell'Agenzia delle Dogane e dei carabinieri per le politiche agricole. 
I NUMERI - In totale, sono oltre 34 milioni i chilogrammi di prodotti sequestrati dai Carabinieri per la Tutela della Salute (Nas) per un valore di circa 160 milioni di euro. L'incremento dei chilogrammi sequestrati e del loro valore rispetto al 2007 è notevole: rispettivamente del 142% e del 32%. Maggiori sono le cifre dei risultati delle ispezioni svolte dall'Ispettorato per il controllo della qualità dei prodotti (ICQ): 181 milioni di euro di cui 172 milioni solo nel settore vitivinicolo. 
I CONTROLLI - Intensa l'attività di controllo: oltre 28mila ispezioni da parte dei Nas, 37mila da parte dell'ICQ ben 157mila nel settore ittico a cura delle Capitanerie di Porto. Le operazioni dei Nas hanno portato a rilevare 5.866 infrazioni penali, all'arresto di 49 persone e alla chiusura di 836 le strutture per motivi di salute pubblica. Maggiori le cifre dei risultati delle ispezioni svolte dall'ICQ: 181 milioni di euro di cui 172 milioni nel settore vitivinicolo. Sono stati, invece, circa 53mila gli interventi dell'Agenzia delle Dogane. Non manca poi l'attivitá del Corpo Forestale (766 operazioni) e dei Carabinieri per le Politiche Agricole (969). L'attivitá di controllo della Guardia Costiera ha portato invece al sequestro di circa 330 mila chili di prodotti ittici e a oltre 5,5 milioni di euro di sanzioni comminate. La frode principale riguarda il ritrovamento di prodotti in cattivo stato di conservazione o comunque inadatti al consumo umano. In tutto il 2008 sono stati ritrovati oltre 220mila chilogrammi di prodotto. 
RISCHI D'IMPORTAZIONE - Le importazioni di prodotti del settore agroalimentare ammontano, annualmente, a oltre 13 milioni di tonnellate per un valore di circa 8 miliardi di euro. Su questa mole di merce l'Agenzia delle dogane nel 2008 ha svolto circa 53 mila ispezioni. Anche i risultati dei controlli dei bagagli al seguito dei passeggeri hanno condotto, nel 2007, al sequestro di circa 20 mila kg di prodotti di origine animali (carni, prodotti a base di carne, latte e prodotti lattiero caseari). Le difformità riscontrate nel 2008 nel corso di tali controlli sono state circa 1.200 ed hanno comportato il sequestro di oltre 1.800 tonnellate di prodotti alimentari e carne. Per quanto riguarda il sistema di allerta comunitario il 2008 ha registrato un aumento delle notifiche (+3,6%) con 3.040 segnalazioni. La problematica principale riguarda le micotossine, presenti soprattutto nella frutta secca, e le salmonelle. Anche quest'anno è la Cina (con 513 notifiche) il paese da cui provengono i principali prodotti irregolari. Segue la Turchia (311). 
I CASI PIÙ CLAMOROSI - Il 2008 può essere ricordato per i molti scandali alimentari: dal vino all'acido cloridrico scoperto a Veronella (VR), all'emergenza latte alla melamina alla carne suina alla diossina. E ancora: 54 tonnellate di prodotti ittici congelati scaduti o in cattivo stato di conservazione ritrovati a Bari, «pesce topo» (proveniente dall'Atlantico del Nord) spacciato per «cuoricini di merluzzo», 2 container sequestrati a Ravenna perchè contenenti 40 tonnellate di farina di riso contaminate da melamina. E come se non bastasse sono le frodi al Made in Italy e ai prodotti tipici del nostro territorio, a partire dalle 30 ordinanze di custodia cautelare emesse ad aprile per possibile truffa finalizzata alla produzione e vendita di olio extravergine di oliva sofisticato. Si trattava di olio di semi di soia mischiato con quello di girasole, a cui veniva aggiunto betacarotene e clorofilla industriale. 
ACCUSE ALL'AGENZIA EUROPEA - «Se la strada per uscire dalla crisi economica passa, a detta degli esperti, per la valorizzazione e promozione delle risorse tipiche del Belpaese, e quindi in primis dell'agroalimentare di qualità con le sue tradizioni e la sua notorietà all'estero - ha dichiarato Francesco Ferrante, della segreteria nazionale di Legambiente - la lotta alle contraffazioni e ai criminali che lucrano sulla fiducia e la salute dei cittadini diventa attività fondamentale e irrinunciabile. E se i dati di oggi dimostrano l'efficacia dei controlli, emerge con più forza la necessità di investire in prevenzione, attraverso un più serio e puntuale lavoro degli enti preposti, a partire dall'Agenzia per la sicurezza alimentare europea, che fino ad oggi ha invece brillato per assenza se non per sudditanza agli interessi economici di pochi grandi gruppi dell'agroalimentare». 
15 settembre 2009 da corriere.it]]></description><pubDate><![CDATA[15/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Opel e Fiat occasioni e prospettive.]]></title><description><![CDATA[10 settembre 2009 
Opel, le occasioni perdute e le prospettive per Fiat di Mario Cianflone 
Opel, i russi, i teschi, gli americani: una vera telenovela . Ma in tutta questa confusione una sola certezza che non è né politica né finanziaria ma semplicemente industriale: la Casa del Lampo continua a utilizzare tecnologia che ha comunque legami con l'Italia come i motori turbodiesel che nati in casa Fiat, e poi sviluppati in seno a Gm Powertrain, muovono le vetture più importanti della Casa del Lampo. Ad esempio la nuova 
Opel Insignia monta il turbodiesel 2.0 CDTI, che rappresenta l'evoluzione del classico 1910 cc Multijet di casa Fiat ed è stato progettato interamente presso il GM Engineering Center di Torino. Si tratta di un centro nato nel 2005 a seguito dello scioglimento della joint venture GM-Fiat e la cui nuova sede presso la Cittadella Politecnica verrà inaugurata ufficialmente il prossimo 16 giugno prossimo. 
Opel, inoltre, utilizza tecnologia e risorse di origine Fiat anche per quanto riguarda il citato common rail da 1.9 litri. Si tratta di un propulsore utilizzato da molti modelli del gruppo italiano e che la casa tedesca produce, in una variante idonea alle specifiche esigenze dei propri veicoli, presso lo stabilimento tedesco di Kaiserslautern. 
Nel cofano della Opel più piccole come la Agila e la Corsa gira anche un altro gioiellino della tecnologia common rail "italiana": si tratta del 1.3 Multijet (1.3 CdTi secondo la denominazione tedesca), un motore nato durante la joint venture e prodotto presso lo stabilimento polacco di Bielsko-Biala in comune con Fiat. 
La mancata fusione tra Fiat e Opel è stata davvero un'occasione mancata per il Lingotto e Marchionne si trova senza un tassello della sua strategia di crescita e di evoluzione: cercare di far diventare Fiat un costruttore di peso a livello continentale e mondiale con una gamma ampia, anzi finalmente completa, e volumi produttivi in grado di sostenere l'azienda economicamente grazie a economie di scala adeguiate ai tempi. 
Fiat, infatti, nello strategico segmento C quello delle auto medie mostra una voragine nella propria offerta: non dispone di una station wagon moderna e di appeal, ma soltanto di una berlina cinque porte (la Bravo) e delle sue derivate Alfa Romeo 147 e Lancia Delta. Contro regine del mercato europeo come la Ford Focus il gruppo italiano può opporre solo la vecchia Stilo wagon, decisamente poco competitiva in Italia e quasi inesistente sulle strade europee. E qui in virtù della fusione con Opel, che ha appena svelato la media Astra, potevano nascere sinergie ed efficienze produttive generati da volumi adeguati ai costi di sviluppo. 
Nello stesso segmento si nota che Fiat è, inoltre, carente nell'importante scacchiere dei monovolume di taglia media dove Opel schiera la Zafira, uno dei grandi successi - anche in tempi di crisi - del marchio tedesco. 
Sulle medie dunque si gioca la partita della competizione nel vecchio continente e qui Fiat è sola ma dispone di un asso nella manica: la piattaforma C-Evo sviluppata per l'Alfa Romeo Milano che sostituirà il prossimo anno la 147. 
Questo pianale potrebbe essere utilizzata anche per dare ossigeno alla Saab, qualora il Lingotto riesca a entrare in possesso della casa svedese, altro brandello dell'ex impero Gm. 
Nel segmento A, quello delle utilitarie, l'apporto di Opel, al momento, poteva essere non fondamentale, visto che è Fiat a dettare legge nel vecchio continente con la piattaforma sulla quale vengono costruite - in Polonia - Panda e 500 e anche la Ford Ka. Ad ogni modo, visto che la crisi dell'auto presuppone la ricerca di sinergie più ampie possibile e una enorme condivisione di componenti per abbattere i costi, con la casa di Russelheim poteva nascere la prossima generazione di compatte condividendo i costi di sviluppo. 
Nelle utilitarie di segmento B, Fiat e Opel condividono tecnologie e componenti fin dai tempi del fallito matrimonio con Gm visto che sulla stessa piattaforma vengono costruite la Opel Corsa e Punto (comprese le sue derivate come l'Alfa Romeo MiTo). Le mancate nozze con la Casa del Lampo fanno perdere a Fiat l'occasione di rinnovarsi sulla fascia superiore utilizzando il telaio della nuova Insignia. In questa area, difficile ma importante perché rappresenta una fetta importante del mercato delle flotte aziendali, la casa italiana schiera la non più fresca Croma che, basata sulla vecchia piattaforma Epsilon della Opel Signum, si trova ad affrontare con best seller come Volkswagen Passat o Ford Mondeo. 
Su segmenti superiori invece la partita si gioca con Chrysler che dispone di ottime basi a trazione posteriore come la 300C (che anche da noi ha riscosso un buon successo) e soprattutto dall'acquisizione della fallita casa di Detroit arriva per Fiat la possibilità di sfondare in nella area dei Suv e dei fuoristrada dove è praticamente assente. E potrà farlo con un brand leggendario: Jeep che da sempre è sinonimo di off road e sport utility. 
Fiat in questo segmento offre solo la Sedici, clone della Suzuki SX e ulteriore figlio del matrimonio fallito con Gm, nonché l'Iveco Campagnola che però è più un veicolo militare e un fuoristrada puro che un Suv. Invece con la campagna americana Marchionne ha la possibilità di ampliare l'offerta con prodotti apprezzati a livello globale, dando in dote l'eccellenza della tecnologia italiana Multijet e Multiair in primis. 
Il mancato accordo per Opel complica la situazione ma va detto che la porta per eventuali collaborazioni industriali (come quella in atto con Ford in Polonia) non è chiusa e soprattutto il Lingotto può guardare Oltralpe, a quella Psa Peugeot-Citroën Fiat, già alleata sul fronte dei veicoli commerciale e dei grandi monovolume. E lo stesso gruppo transalpino, a sua volta, è alleato con Ford il gigante americano in crisi che però sta cercando di stare a galla con ogni mezzo e che in Europa con la Fiesta sta mettendo puntelli importanti per restare un protagonista anche nel mondo dell'auto del dopo la crisi. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[10/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Anche le aziende hanno necessità di un Leader più che di un padrone...]]></title><description><![CDATA[E' l'arte di comunicare che fa il leader JOSEPH S. NYE 
Il miglior esempio attuale di leadership basata sull’abilità di comunicare è forse Barack Obama che, a questo punto della presidenza, ha dato tre volte più interviste di George W. Bush e tenuto quattro volte più conferenze di Bill Clinton nello stesso periodo. Alcuni critici si stanno ora chiedendo se tutto questo parlare sia una buona cosa. Tutti i leader capaci di ispirare comunicano in modo efficace. Winston Churchill attribuì spesso il suo successo alla padronanza delle frasi inglesi. I greci antichi avevano scuole di retorica per affinare le loro capacità. Cicerone lasciò il segno nel senato romano dopo aver studiato l’arte oratoria. 
Le doti retoriche aiutano a creare il «soft power», la capacità di attrarre e persuadere con la cultura e gli ideali politici. Martin Luther King jr trasse vantaggio dall’essere cresciuto nella tradizione di una Chiesa afro-americana, ricca di ritmi e parole dette ad alta voce. Clinton era capace di combinare il senso teatrale con l’arte di raccontare storie e una generica abilità di comunicare un argomento. 
L’eloquenza e la retorica ispirata, però, non sono le uniche forme di comunicazione con cui i leader formulano i temi e creano senso per i loro seguaci. Alan Greenspan, l’ex capo della Federal Reserve, non era certo un parlatore ispirato, ma i mercati e i politici pendevano da ogni sua parola, e lui adattava le sfumature del suo linguaggio per rafforzare la direzione in cui voleva pilotare la politica monetaria. Purtroppo, come ha dimostrato la crisi del 2008, sarebbe stato meglio se il Congresso avesse cercato di farlo comunicare in modo più chiaro. 
Anche i segnali non-verbali sono importanti. Simboli ed esempi possono essere molto efficaci. Alcuni leader capaci di ispirare il loro pubblico non sono grandi oratori: non lo era il Mahatma Gandhi, ma il simbolismo del suo abito contadino bianco e del suo stile di vita parlavano più delle parole. Se si confrontano quelle immagini con le foto giovanili di Gandhi, vestito come un avvocato inglese, si vede bene come avesse perfettamente compreso la comunicazione simbolica. Quando organizzò la famosa Marcia del Sale del 1930, si assicurò che venisse mantenuto un passo lento, che permetteva di far crescere il dramma e la tensione. La marcia era stata progettata per comunicare, e non per l’apparente ragione di opporsi al monopolio del governo coloniale sulla produzione del sale. 
Anche T. E. Lawrence (Lawrence d’Arabia) aveva capito come si comunica con i simboli. Quando, finita la prima guerra mondiale, andò alla Conferenza di Pace di Parigi, indossò abiti beduini per drammatizzare la causa araba. Un anno dopo, alla Conferenza del Cairo dove si negoziavano i confini della regione, passò all’uniforme dell’ufficiale britannico. 
I leader devono però saper comunicare anche a tu per tu o nei piccoli gruppi. In alcuni casi, la comunicazione ravvicinata è più importante della retorica pubblica. Le capacità organizzative - cioè l’abilità di attirare e ispirare una cerchia ristretta ma efficace di seguaci - può compensare l’insufficienza retorica, esattamente come una retorica pubblica efficace può parzialmente compensare modeste capacità organizzative. Hitler era abilissimo nel comunicare sia con un pubblico lontano sia con la cerchia degli intimi. Stalin faceva assegnamento soprattutto su questi ultimi. Harry Truman era un oratore modesto, ma abilissimo ad attrarre e gestire eccellenti consiglieri. 
Una buona capacità narrativa è una grande fonte di «soft power», e la prima regola che gli scrittori imparano è: «mostrare, non raccontare». Franklin Roosevelt usava la storia della canna per innaffiare il giardino, prestata al vicino la cui casa andava a fuoco, per spiegare agli americani, prima della seconda guerra mondiale, il complesso patto lend-lease, con cui avrebbe fornito materiale da guerra agli alleati. Ronald Reagan era un maestro negli aneddoti ben scelti. 
Fare l’esempio giusto è un’altra forma cruciale di comunicazione. Quando Singapore, nel 2007, alzò gli stipendi dei funzionari di governo, il primo ministro Lee Hsien Loong annunciò che lui personalmente vi avrebbe rinunciato, anticipando così le perplessità del pubblico. Dopo la recente crisi finanziaria, alcuni manager si sono ridotti i compensi per comunicare le loro preoccupazioni per i dipendenti e l’opinione pubblica. 
Durante la campagna elettorale 2008, Obama si è rivelato un comunicatore di grande talento. Non solo il suo stile retorico era efficace ma, dopo che alcuni commenti incendiari del suo pastore avevano minacciato di far deragliare la campagna, fece uno dei più bei discorsi sulla razza dai tempi di King. Anche adesso continua a comunicare in modo efficace, ma un presidente americano ha un problema di doppio pubblico. A volte la retorica che funziona bene in patria - come il secondo discorso inaugurale di Bush - suona ipocrita a orecchie straniere. Il discorso inaugurale di Obama, invece, è stato recepito bene sia in patria sia all’estero. 
I sondaggi hanno dimostrato che, con una serie di discorsi di politica estera - in particolare quello del Cairo al mondo musulmano - Obama è riuscito a riprendere una parte del «soft power» americano. Ma una leadership efficace è comunicata anche da azioni e politiche. A questo punto, è troppo presto per capire se le politiche di Obama rafforzeranno o ridurranno gli effetti delle sue parole. Aspettando i risultati, ci aiuta ricordare la complessità del rapporto tra leadership efficace e comunicazione. 
© Project Syndicate 2009 
da lastampa.it]]></description><pubDate><![CDATA[05/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[L'industria per crescere ha bisogno di modifiche al piano regolatore... (tragico).]]></title><description><![CDATA[Il destino scritto in un'autorizzazione tra burocrazia e capannoni 
Martedí 01 Settembre 2009 
Raccontate come la vostra azienda sta affrontando la ripresa 
Benedetta la linea che separa un comune dall'altro. Oppure, maledetto quel confine. No, non è una rivisitazione dell'Italia municipale, che si divide fra le virtù civiche alla Robert Putnam e i campanilismi guareschiani. È una storia molto più semplice, da Lecchese o da bassa Brianza di oggi: capannoni costruiti o rimasti sulla carta, niente di più. «Dieci anni fa - dice Walter Fontana, titolare del gruppo Fontana Pietro a Calolziocorte - ho comperato un terreno agricolo nel comune di Bosisio Parini. Si trovava a pochi chilometri dal mio stabilimento, ormai troppo piccolo. L'amministrazione di Bosisio non mi ha mai concesso la trasformazione in terreno industriale. Il prato è ancora lì». In questi campi, vicinissimi alla casa dove il cantante Lucio Battisti ha trascorso i suoi ultimi vent'anni, non ci sono il fiore del Perù o il passero della Mongrovia. Trovi erba alta, piante officiali e ortiche.A Lissone, invece, le cose sono andate diversamente. «Dieci anni fa abbiamo iniziato a crescere - racconta Giannantonio Brugola, dell'omonima ditta che produce viti per motori d'auto - e il municipio ci ha accompagnato in questa espansione, destinandoci aree pensate per lo sviluppo delle piccole aziende».Qui, si dirà, è in gioco al massimo un po' di fatturato o, al più, lo stato d'animo dell'imprenditore che vorrebbe avere un rapporto sereno con i sindaci del suo paese. Soltanto che, in tempo di crisi, l'autorizzazione negata o meno ad ampliare lo stabilimento diventa una questione non da poco. Perché influenza la capacità produttiva. E, nel pieno della carestia degli ordini che affligge il terremotato mercato mondiale dell'automotive, ogni contratto strappato permette di prendere una boccata d'ossigeno, sopra quel pelo dell'acqua composto dalla perenne tensione finanziaria internazionale e dall'ormai congenito umor nero del singolo imprenditore.Fontana, con i suoi 300 addetti e i 72 milioni di euro di fatturato, lavora per Audi, Bmw, Mercedes, McLaren e Ferrari: il 90% dei ricavi è ottenuto all'estero, la metà in Germania. Le scocche in alluminio della California e della Fiorano arrivano a Maranello da Calolziocorte. Fino a dieci anni fa, la Fontana produceva esclusivamente stampi per l'automotive. Da allora, progressivamente, si è specializzata anche nell'assemblaggio e nella lastratura dei veicoli di nicchia. Una attività che ha consentito, a un gruppo che a Istanbul ha una fabbrica con 200 addetti, di aumentare strutturalmente in Italia gli occupati. Solo da gennaio, il personale è salito dell'8 per cento. Da qui, la necessità di avere nuovi spazi. «Ogni tanto - riferisce sconsolato Fontana, perito meccanico con la passione per la tecnologia delle auto - di notte mi sogno ancora l'ordine da 80mila carrozzerie per Magna Steyr a cui ho dovuto rinunciare l'anno scorso. Una commessa da 200 milioni di euro in cinque anni. Ma non ce la facevo».Corpo industriale grande, vestito stretto. «Allora - sostiene -, dove ci sono sassi e erba, avrei creato 150 nuovi posti di lavoro. Mi fermarono dicendomi che il comune preferiva concentrare tutte le attività industriali in un'altra area. Benissimo, pensai. Hanno impiegato cinque anni per identificare la cosiddetta area del mais, fra Bosisio e Molteno. Di concreto non è successo niente. Si sono limitati ad affidare uno studio a Nomisma». Adesso, la situazione sembrerebbe prossima a sbloccarsi. «Domani la nuova giunta comunale verrà in azienda a farsi un'idea di chi siamo e di cosa facciamo. In quella famosa area del mais, dovremmo essere l'insediamento industriale trainante». Anche se l'ottimismo di Fontana è temperato: «Ci siamo fatti da soli l'analisi dell'area del mais. Abbiamo scoperto che sotto il suolo corrono le condutture del gas e, sopra, passa l'alta tensione. Consultando i documenti pubblici del catasto, abbiamo appreso che il terreno è diviso fra 72 proprietari diversi». E, a questo proposito, aggiunge: «Immagino che probabilmente non sarà facile realizzare gli espropri. Anche se apprezzo la buona volontà della nuova giunta di Bosisio».La prudenza, in questo imprenditore che dovrebbe miracolosamente chiudere l'attuale esercizio con un fatturato in linea con quello del 2008, è d'obbligo. «La nostra è un'azienda da lamiera - dice - per cui razionalmente le linee produttive e gli uffici devono stare vicini. Oggi siamo divisi fra la sede vecchia, dove lavorano in 200, e una che abbiamo preso in affitto, in cui ci sono gli altri. Nella nuova area produttiva potremmo concentrare tutte le attività. Vedremo. Intanto, però, dal 2005, quando siamo stati costretti ad affittare nuove aree a Calolziocorte, abbiamo speso non meno di 3 milioni di euro».Per dirla tremontianamente, il problema dello spirito dei luoghi, nel caso del nostro capitalismo a prato basso, non è trascurabile. Lo sa bene Giannantonio Brugola, il figlio dell'Egidio Brugola che ha industrializzato in Italia, alla fine degli anni Venti, le viti e le chiavi che hanno preso il suo nome. Da bambino, la domenica, dopo la messa Egidio, un geniaccio di paese dal pessimo carattere che litigò anche con Enzo Ferrari, portava il piccolo Giannantonio nella fabbrica, letteralmente incastonata dentro al paese, dietro la chiesa dei santi Pietro e Paolo. «Abbiamo iniziato ad aprire nuove sedi dodici anni fa - ricorda Brugola - , in questo è stata fondamentale la crescita a Lissone dove, grazie all'espansione verso il confine con Vedano al Lambro, oggi abbiamo quattro stabilimenti e due sedi di uffici: per un'azienda manifatturiera come la nostra, la logistica deve essere a un tiro di schioppo ed è bene che la maggioranza dei nostri 260 dipendenti vivano vicino al posto di lavoro». La Brugola Oeb fa viti per i motori delle auto. In 42 stabilimenti, le grandi case automobilistiche le montano su 85 motori diversi. Fra i clienti, ci sono Volkswagen, Ford, Renault e Opel. Dai motori a bassi consumi, che ormai garantiscono più del 60% del fatturato all'azienda di Lissone, al propulsore della Bugatti da mille e un cavallo, la Eb 110, su cui ne sono collocate dodici. 
Al mondo, un motore su quattro ha una vite di testata realizzata dalla Oeb. A Lissone, dove le strutture sono in grado di produrre una vite partendo dallo sviluppo e dalla prototipazione, hanno deciso di concentrarsi unicamente sulle auto: la nicchia della nicchia, «come se Valentino facesse esclusivamente vestiti da sera», dice senza false modestie il Brugola. Il principale concorrente europeo, la tedesca Kamax, un gigante grande quattro volte e mezzo il lilliput brianzolo, si dedica anche ai tir e al movimento terra. 
Dai mitici tempi della prima brugola, l'evoluzione ha riguardato i materiali e i rivestimenti come le tolleranze agli errori, sempre più piccole. E, negli ultimi dieci anni, i cambiamenti organizzativi e il riammodernamento delle linee produttive.Il fatturato nel 2007 si è attestato a 94 milioni di euro, l'anno scorso a 86 e «quest'anno, se va bene, a 65»: il 99% da export, un caso da manuale da multinazionale tascabile di pura impronta deritiana. «La situazione - riflette Brugola - è tremenda. Alla fine di quest'anno, tutti i dipendenti avranno trascorso un terzo del loro tempo in Cig. I grandi costruttori continuano a premere sulla filiera per avere più qualità a prezzi più bassi. È durissima». Uno spiraglio positivo riguarda la relazione con Ford. Oeb fornirà le viti per il motore Fox 3, il mille di cilindrata a bassi consumi che, dalla fine del 2010, verrà prodotto a Colonia, in Germania, e a Craiova, in Romania: un contratto da 10 milioni di euro all'anno.In un frangente tanto complesso, Brugola rivendica in pieno il suo essere brianzolo e italiano. «Non potrei spostare la mia fabbrica a 50 chilometri da qui - spiega nell'ufficio di Lissone - perché impiego quattro anni a formare un tecnico. Una volta, il tesoro era la manualità. Oggi, che è tutto automatizzato, conta il rapporto con le macchine e con i materiali. Qualcosa di molto complicato e impalpabile». Lo stesso senso di appartenenza riguarda la comunità più ampia, quella nazionale. Dura, dura, dura: il primo contratto in Germania, Herr Brugola l'ha strappato nel 1979. «Non si fidavano - ricorda - l'umiliazione maggiore era quando dovevo dire Ich bin mailänder, io sono milanese. Se dicevo Ich bin italiener, scattava la reazione pizza, mandolino, mafia».In un momento così complicato, l'identità rappresenta una radice a cui tenersi aggrappati. Anche se il ceto politico deve innaffiare la pianticella dell'attaccamento alla propria patria, grande e piccola. «Sono ottimista che questa volta la faccenda si sblocchi - afferma Fontana -, ma se così non fosse me ne potrei tranquillamente andare all'estero. Ho già un'area a Pitesti, in Romania, vicino allo stabilimento della Dacia. In sei mesi, costruisco lì quello che mi serve». Come in molte storie italiane, anche nelle cose che funzionano si avverte un retrogusto amarognolo. Perfino Brugola, che ha beneficiato della collaborazione del comune di Lissone, ha un terreno agricolo. «Non me ne faccia parlare - conclude - si tratta di 250mila metri quadrati a tre chilometri in linea d'aria da qui. Ma sono a Muggiò, il paese confinante. Sono di mia proprietà da trentacinque anni. Avrei potuto concentrare lì, in un'unica sede, ogni mia attività. Non me li hanno mai lasciati trasformare in area industriale. È un altro comune rispetto a Lissone». E tutto, come sempre nel nostro paese, ricomincia. 
© RIPRODUZIONE RISERVATAMartedí 01 Settembre 2009da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[03/09/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Sul «made in» il Nord Est si ribella alla Lega]]></title><description><![CDATA[Sul «made in» il Nord Est si ribella alla Lega 
di Bianca Di Giovanni 
Contrordine lombardi. Dopo aver annunciato ai quattro venti che grazie al Carroccio (ministro Luca Zaia in testa) il governo Berlusconi tutelava le produzioni italiane e combatte le contraffazioni (in primis quelle dei «famigerati» cinesi), ora l’esecutivo è costretto a una precipitosa marcia indietro. Giovedì prossimo, al primo consiglio dei ministri della ripresa, saranno «congelate» le norme sul made in Italy entrate in vigore a ferragosto. Si riscriveranno utilizzando forse il «decreto salva-infrazioni dall’Ue». 
Appena 20 giorni di vita, e quegli articoli sono già morti. Come mai? Il fatto è che le imprese sono in rivolta, specie quelle del nordest tanto care a Bossi e sodali. Tutte in allarme: produttori (di tutti i comparti), trasportatori, responsabili dei porti e dei container. E non solo. Anche le dogane si ritrovano nel caos più totale: non sanno come applicare le norme appena varate. Il risultato è devastante per l’economia già in profondo rosso. Il marchingegno messo in campo dal governo, infatti, imponendo regole più stringenti solo agli italiani, avvantaggia gli stranieri (che continuano come prima) e anche i «furbi», che cercano altri canali per importare merce in Italia. Le disposizioni infatti prevedono che sull’etichetta sia segnalata l’origine precisa del luogo di produzione o di fabbricazione delle merci, pena multe salate. Si tratta di un breve articolo nel più corposo provvedimento per lo sviluppo presentato da Claudio Scajola. Ma proprio quelle poche righe hanno provocato un vero terremoto. 
In primo luogo perché molti prodotti erano già stati etichettati in primavera, e in agosto si sono visti bloccare l’ingresso alla dogana. In secondo luogo perché le regole non valgono per tutti, così in alcuni settori, come ad esempio l’alta moda, competitor europei (si pensi a famosi marchi francesi) possono tranquillamente entrare e circolare con la loro etichetta, mentre i marchi italiani non possono utilizzare la dicitura «made in Italy». Già dalle prime avvisaglie di malumori, il governo ha tentato di correre ai ripari con una circolare, che autorizzava le imprese ad autocertificare la legalità per le etichette stampate prima. Ma questa ulteriore norma non ha fatto altro che creare caos alle dogane e ai porti. Con il risultato che molti produttori hanno scelto Rotterdam o i porti francesi come via d’ingresso in Europa. Provocando ulteriori danni ai trasportatori di casa nostra. Come dire: un danno dietro l’altro. 
Cosa manca davvero alla norma italiana, che pure si prefigge lo scopo della trasparenza e della tracciabilità? «Il fatto è che qui qualcuno non capisce che l’Italia è in Europa e nel mondo - commenta Massimo Calearo, imprenditore e deputato Pd - Dobbiamo lavorare insieme all’Europa per avere regole comuni, altrimenti è il caos. Oggi è difficile che un prodotto sia tutto made in Italy: tutti hanno delocalizzato. L’impostazione della Lega forse va bene per i piccolissimi artigiani, destinati comunque a crescere pena l’estinzione. Spero che chi ha votato il Carroccio oggi capisca cosa ha fatto». A dirla proprio tutta, non andrebbe bene neanche per i piccolissimi: si pensi ai filati in cashmere, prodotto italiano ma con filati sicuramente stranieri. «La Filtea e i sindacati europei del tessile - aggiunge la segretaria Valeria Fedeli -hanno sempre combattuto per la trasparenza e la tracciabilità. Questa è la battaglia, non quella del semplice made in Italy. Con Prodi prima all’Ue e poi a Palazzo Chigi siamo riusciti adottenere un regolamento europeo, che però alcuni stati membri (soprattutto quelli del nord, che non producono abbigliamento, ma distribuiscono, ndr) non vogliono adottare. Il governo deve farsi valere a Bruxelles, che tra l’altro è titolare delle politiche commerciali, non produrre norme “autarchiche”». 
Il pasticcio delle etichette si abbatte su comparti già in crisi nera, con la domanda bassissima e la produzione che resta ferma in dogana. Lo stesso vale per i trasportatori. La Confetra ha sfornato numeri da brivido sul primo semestre 2009: trasporti internazionali a -25% rispetto all’anno prima. E oggi si ritrova che clienti costretti a rivolgersi a olandesi e francesi. «Gran parte dei marchi italiani - spiega Pieri Luzzati, direttore generale Confetra - producono all’estero. Le leggi introdotte ricadono solo sugli italiani. Gli stranieri continuano come prima, gli italiani che non vogliono farsi travolgere sdoganano in un altro Paese. Per l’Italia c’è un duplice danno. I prodotti di qualità degli altri Paesi vengono avvantaggiati, e contemporaneamente si avvantaggia chi riesce ad aggirare le norme. È una legge autolesionista, che colpisce solo noi». 
Per ora l’allarme è rimasto in sordina. Un po’ perché i nuovi regolamenti sono entrati in vigore in pieno agosto, un po’ per l’escamotage dell’autocertificazione introdotto in corsa. Ma nei porti già ai primi di settembre ci si attende il caos, con merci da sdoganare non si sa bene come, o carichi da bloccare. Finora ciascuno si è regolato come meglio ha creduto: Genova ha accettato l’autocertificazione, Taranto non ha segnalato merce bloccata o soggetta a ulteriori certificati. ma prima o poi la materia è destinata ad esplodere.Di qui la decisione di congelare tutto. Sempre che giovedì prossimo le nuove indicazioni siano chiare. Altrimenti per le dogane e per i porti sarà nuovo caos. 
31 agosto 2009da unita.it]]></description><pubDate><![CDATA[31/08/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[Contratti, verso un autunno ad alta tensione]]></title><description><![CDATA[Lavoro 
Contratti, verso un autunno ad alta tensione 
Sacconi non smette di attaccare la Cgil e insiste sulla contrattazione decentrata. Corso Italia replica: “In tempi di crisi la contrattazione aziendale diminuisce, non aumenta”. Pd: “Il ministro non lavori per spaccare i sindacati”Innescata dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi in un’intervista al Corriere della Sera pochi giorni fa, si è aperta la complessa partita a scacchi dei rinnovi contrattuali e delle relazioni industriali in regime di accordo separato. E’ lo stesso Sacconi a tenere vivo il dibattito con successive dichiarazioni che insistono sempre sul mantra del nuovo modello contrattuale da applicare e della contrattazione decentrata, trovando sponde più o meno ampie in Cisl, Uil e Confindustria. Sponde fino a un certo punto, visto che il ministro ha risposto picche da un lato a Cisl e Uil che chiedevano l’azzeramento delle tasse sulle retribuzioni di secondo livello, e dall’altro alla Confindustria che pone l’esigenza di nuovi fondi per gli ammortizzatori sociali. 
Obiettivo polemico numero uno del ministro resta comunque la Cgil, rea di non aver sottoscritto l’accordo sui contratti (oggi, 26 agosto, il sindacato di Corso Italia ha ribadito in una nota le ragioni di quel no). "Come è noto – ha detto Sacconi - abbiamo ottimi rapporti con tutte le organizzazioni tranne la Cgil". “Noi rispettiamo l'autonomia delle parti, ma non siamo indifferenti al risultato”, ha detto ancora Sacconi commentando la stagione contrattuale. “Il governo - spiega - non può che auspicare la ripresa di un dialogo unitario tra le organizzazioni”. Bisogna sviluppare la contrattazione decentrata, a suo giudizio, “perché è l'unica che può far crescere salari, riflettendo anche ineluttabilmente il diverso costo della vita”. “Il contratto centralizzato – per Sacconi - ha di fatto prodotto bassi salari e bassa produttività, perché tarato sui vagoni più lenti del convoglio delle imprese”. 
“In tempi di crisi la contrattazione aziendale diminuisce, non aumenta”. Questa la risposta a Sacconi della segretaria confederale della Cgil, Susanna Camusso. "Sia Fiat che Ilva dovevano rinnovare gli accordi aziendali – spiega Camusso -: la Fiat ha dato un premio inferiore ai precedenti e l'Ilva ha versato solo un acconto, rinviando il resto a tempi migliori". Insomma, a suo avviso, "per mantenere il reddito bisogna agire sui contratti nazionali". L'emergenza dei prossimi mesi "sarà quella del lavoro, c'è bisogno di fare tutto quello che serve per salvare i posti". Al di là delle polemiche, in casa Cgil emerge proprio una ricetta diversa, un’opposta lettura del quadro economico e delle ricette da seguire. 
Rinnovare i contratti (di metalmeccanici e chimici in primis) con i sindacati divisi, non solo concentrati su piattaforme diverse ma su modelli antitetici, mentre la crisi economica minaccia colpi di coda e nuove fabbriche sono a rischio chiusura, e mentre il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti viene eroso dall’imposizione fiscale, se non più dall’inflazione ufficiale: sono alcuni dei temi sul tavolo dell’autunno. Una stagione che lo stesso Sacconi annuncia molto fredda, perché “pur avvicinandosi il tempo di uscita dalla crisi – dice il ministro - le imprese soffriranno dell'allungamento della crisi stessa e quindi dei problemi di liquidità e dunque anche i rapporti di lavoro conseguentemente potrebbero essere posti a rischio”. 
Concorda il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, che, ospite a Omnibus su La7, ha spiegato che in autunno “ci può essere assestamento e perdita posti”. Ragion per cui, ha detto Bombassei, bisogna “incentivare le imprese perché investano di più e i lavoratori perché abbiano maggiore produttività e quindi le aziende diventino più competitive e si riesca a fare maggiore esportazione". 
Nella stessa trasmissione, il segretario generale della Uil Luigi Angeletti ha affermato che ci saranno casi in cui l'atteggiamento della Cgil ostacolerà la contrattazione "in maniera molto differenziata, a seconda delle categorie. Se la Cgil fosse sempre della partita ci aiuterebbe, ma noi abbiamo dovere fare i contratti anche se non stiamo tutti insieme”. Mentre secondo il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, i sindacati devono “recuperare lo spirito del 2006-2007, il miglior biennio unitario degli ultimi vent'anni di storia sindacale. Conto su Guglielmo (Epifani, ndr) perché trovi la forza di andare fino in fondo”. Parole rivolte da Bonanni alla Stampa, in vista dei rinnovi contrattuali: “Ricordo che nel 2006, quando a Palazzo Chigi c'era Romano Prodi, Epifani lottò insieme a noi perché il governo concedesse la decontribuzione del salario aziendale. Poi però quella spinta unitaria si è persa”. E questo perché, secondo Bonanni, “Nella Cgil c'è ancora chi vede nei contratti aziendali una minaccia ai diritti dei lavoratori”. 
Come si vede, le incursioni anti Cgil di Sacconi trovano terreno fertile nel resto delle parti sociali. Cerca di rompere l’isolamento un altro dirigente di Corso Italia, il segretario confederale Agostino Megale, che ricorda come “l’impatto della crisi, con 6 punti in meno di Pil nel 2009, e le conseguenze sull’occupazione che nelle prossime settimane saranno drammatiche, non possono che spingere il sindacato a superare gli elementi di divisione”. “E’ quindi necessario – aggiunge Megale - operare affinché tutti i contratti nazionali aperti vengano chiusi unitariamente”. “Ricostruire l’unità del sindacato - a suo avviso -, e sconfiggere chi nel governo ha operato e opera per dividere le organizzazioni sindacali, ci dà una ragione in più nel mettere l’accento sul fatto che l’obiettivo di evitare i licenziamenti e ridurre le tasse sul lavoro passa inevitabilmente attraverso l’attuazione immediata di un tavolo anticrisi che il governo si ostina a non convocare”. Per uscire dalla crisi, infatti, “serve una riduzione delle tasse, come ricorda oggi Gavazzi, che possa portare, insieme all’allargamento del secondo livello di contrattazione, al sostengo dei redditi. E’ urgente - conclude Megale - ridurre di almeno due o tre punti l’Ipref e aumentare le detrazioni per lavoratori dipendenti e pensionati perché non è più accettabile che questi siano gli unici a pagare più tasse del dovuto”. 
“C'è bisogno di tutte le forze imprenditoriali e sindacali perché la crisi, prima di cedere il passo alla possibile ripresa, manifesterà ancora i suoi colpi di coda sull'occupazione”. Lo dice, infine, Marina Sereni, vicepresidente dei deputati del Partito Democratico. "C'è bisogno- aggiunge- che il Governo e il ministro del Welfare, in particolare, non lavorino per spaccare i sindacati e isolare la Cgil che, come ha dichiarato il segretario Epifani, è pronta al confronto sulla contrattazione di secondo livello sempre che questa non riguardi soltanto una parte esigua dei lavoratori. Ci auguriamo che la differenziazione salariale di cui parla Sacconi non sia quella che piace alla Lega, ovvero, le ‘gabbie’ tra il Nord e il Sud del Paese". Sereni conclude: "Bisogna premiare la produttività e il merito dovunque si esprimano: dalla Sicilia alla Lombardia. Ci auguriamo che il ministro ritiri il 'ricatto' sui tagli alla detassazione del secondo livello contrattuale e s'impegni davvero perché i prossimi accordi sui chimici e i metalmeccanici portino la firma di tutte le organizzazioni sindacali”. 
26/08/2009 18:47da www.rassegna.it]]></description><pubDate><![CDATA[27/08/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[TEGOLE FOTOVOLTAICHE]]></title><description><![CDATA[La piastrella? Si converte 
di Luca Salvioli 
21 luglio 2009 
Tre obiettivi ambiziosi. Primo: rendere il fotovoltaico un elemento di design, spingendolo persino sui tetti delle aree di interesse storico. Secondo: dare nuova linfa e continuità produttiva al mercato della ceramica, riconvertendo parte delle macchine alla produzione di tegole fotovoltaiche. Terzo: gettare le basi per la declinazione nostrana della green economy. La piena fase industriale partirà a settembre. Ma Area Industrie Ceramiche, maggiore polo produttivo dell'Italia centro-meridionale con sede ad Anagni, in provincia di Frosinone, è titolare del primo brevetto di tegola fotovoltaica già dal 2008. «Per il momento abbiamo avviato la produzione artigianale in una fornace veneta e nel nostro stabilimento, con una capacità di mille pezzi al giorno», spiega il presidente Francesco Borgomeo. In Toscana, in Veneto e nel Lazio ci sono già diverse installazioni, in particolare in quelle aree dove ci sono vincoli storici o paesaggistici che ostacolano l'ingresso del fotovoltaico tradizionale. 
La storia è iniziata qualche anno fa. «Nel 2000, nel corso della ristrutturazione del Castello di Acquabella, in Toscana, ci siamo resi conto che sulle tegole dei tetti c'era spazio che poteva essere riempito". Come? Con le celle fotovoltaiche. Nel 2004 la richiesta di brevetto, quattro anni dopo, con una certa pazienza, il via libera. Le tegole sono di due tipi: di argilla tradizionale per le aree con vincoli paesaggistici, di gres porcellanato per tutti gli altri casi. «Il vantaggio del gres è che è solido, robusto e flessibile – continua Borgomeo –. Fonde a 1200 gradi, mentre la terracotta tradizionale a 600. È un materiale freddo, che consente al pannello fotovoltaico sovrastante di lavorare alla massima efficienza». Il prodotto finale è il risultato della collaborazione, in fase di ricerca e sviluppo, con Marazzi, primo produttore al mondo di ceramica, e Jabil, colosso americano che generalmente mette le mani nel BlackBerry, ma in questo caso realizza le celle e la parte di connessione. 
La tegola fotovoltaica può rappresentare un'occasione di riconversione industriale per l'intero mondo della ceramica, uno dei fiori all'occhiello del "Made in Italy". «Sono convinto che possa rappresentare un'opportunità per l'intera filiera – dice Borgomeo – che sta vivendo un momento difficile con la produzione in eccesso. Non si tratta solo delle tegole fotovoltaiche, il gres porcellanato apre nuovi spazi per le tegole in generale. Basti pensare che con questa tecnica possono essere smaltate del colore desiderato». Il polo di Anagni, attivo da più di trent'anni, da settembre metterà in pratica questo principio con la conversione del 40% delle macchine. E coprendo il tetto delle fabbriche delle stesse tegole, trasformerà l'energia del Sole in elettricità. «Partiremo con una singola linea produttiva da due milioni di pezzi l'anno – spiega Borgomeo –. Abbiamo ordini per 5 milioni di euro. Grandi multinazionali, comuni e aree costiere». La domanda maggiore è a livello residenziale. Per raggiungere i 3 KW di picco di un'abitazione media, occorre una copertura di circa 275 tegole che coprono 38 metri quadrati esposti alla luce del Sole. 
L'investimento, per la famiglia, è di circa 14mila euro. 
luca.salvioli@ilsole24ore.com 21 luglio 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA 
da ilsole24ore.com]]></description><pubDate><![CDATA[26/08/2009 0.00.00]]></pubDate></item><item><title><![CDATA[I BIG INDUSTRIALI NATI DALLE CRISI]]></title><description><![CDATA[Ibm, Edison, Procter&Gamble 
I big industriali nati dalle crisi 
di Vittorio Carlini 
19 agosto 2009 
Tempi di recessione, tempi duri, di difficoltà economiche e non solo. Società che falliscono, aziende che chiudono, licenziamenti, gente che fatica ad arrivare alla fine del mese. Tempi, però, dove, magari senza troppo clamore, nascono anche idee e nuove imprese. Joseph Schumpeter parlava di «distruzione creatrice»: sotto la spinta dell' innovazione, soprattutto tecnologica, la selezione darwiniana agisce inesorabile. Aziende muoiono, altre, importanti, nascono. Nella storia passata degli Stati Uniti, da dove è partita l'attuale crisi mondiale da subprime, si ritrovano clamorosi esempi. Senza dimenticare, però, anche i casi italiani. 
Fortune e la crisi del '29Henry Robinson Luce, insieme al suo amico Briton Haden, aveva già lanciato sul mercato la rivista Time: era il marzo del 1923. Un giornale che, dopo un avvio catastrofico, nel terzo anno tirava ben 110mila copie. Un grande passo cui ne seguì uno altrettanto importante qualche anno dopo. E sì, perché la seconda grande impresa di Luce è certamente il magazine Fortune. Un'idea basata sul convincimento che: «Il business è il più grande denominatore comune degli interessi di tutti i cittadini degli Stati Uniti. I nostri uomini migliori sono gli uomini d'affari». Forte di questa impostazione, tre mesi dopo il crack dell'ottobre 1929, il primo numero di Fortune esce dalle rotative. Proprio il momento di difficoltà economica (per alcuni un po' paradossalmente) è tra le motivazioni di lettura del giornale: in edicola le prime copie vanno letteralmete a ruba. Poi, com è ovvio, le acque si calmano ma il foglio sopravvive alla depressione e, nel 1937, le entrare superano il mezzo milione di dollari. Fortune arriva alle 460mila copie. Luce, nei decenni seguenti, metterà in piedi un impero editoriale che pubblicherà tra gli altri (oltre a Time e Fortune) le riviste Life e Sport Illustrated. 
Luci a Milano di Edison, contro la recessionePer trovare aziende che possono vantano i loro natali durante un periodo di difficoltà economica non bisogna, però, sempre andare negli Stati Uniti. L'Italia, com è noto, tra il 1886 e il 1887 affronta una recessione, caratterizzata dal fallimento di numerose banche. Una crisi che, dal punto di vista dei crack di istituti finanziari, trova il suo culmine nel famoso scandalo della Banca Romana del 1882. Ebbene, proprio in questo periodo, a Milano c'è chi punta a fruttare il nuovo business dell'energia elettrica. Si tratta di Edison. Il gruppo elettrico è fondato da Giuseppe Colombo nel 1881, quando viene creato a nel capoluogo lombardo il Comitato promotore per l'applicazione dell'Energia elettrica in Italia. Ma è nel 1887 che viene stipulata la convenzione con la città per il servizio di illuminazione pubblica. Da allora parte una storia industriale che attraversa oltre due secoli di storia italiana. Una storia che trova, come molto spesso è accaduto in questi periodi, proprio nelle invezioni necessarie allo sviluppo industriale il proprio motore di propulsione. 
I saponi di Procter&Gamble e il grande panico del 1837Il produttore di candele William Procter e quello di saponi James Gamble, come ricorda Cnn Money, proprio nel 1837 decisero di dare vita a un piccolo business famigliare in quel di Cincinnati. Una scelta che, a quell'epoca, poteva apparire un vero e proprio azzardo. Il 10 maggio 1837, infatti, a New York scoppiò una delle più grandi bolle speculative di tutti i tempi. Negli anni precedenti i prezzi di molti terreni, a causa dei progetti di nuove infrastrutture (come la costruzione di chilometri e chilometri di ferrovie), schizzarono verso le stelle: si vendevano e ricompravano gli appezzamenti, utilizzando soprattutto banconote di carta. Una situazione che diede il via a un'inflazione pazzesca. Cui si aggiunse, da un lato, la scelta di impedire la trasformazione delle banconote in oro o argento; dall'altro, il crollo dei prezzi dei terreni. Il risultato? Cinque anni di depressione con il fallimento di molte banche e la disoccupazione alle stelle. Ebbene, in questo "allegro" quadro, i due soci riuscirono comunque a sopravvivere, arrivando a concludere un importantissimo (per loro) contratto di fornitura all'esercito dell'Unione durante la guerra civile americana (1861-1865). E adesso? Adesso, Procter&Gamble è uno dei colossi mondiali dell'industria dei prodotti per la casa. Nel 2008 ha generato un fatturato di 83,5 miliardi di dollari. 
La lampadina di Edison per la crisi finanziaria del 1873In molti hanno studiato sui libri di economia il panico finanziario che travolse il New York Stock Exchange nel 1873. Un crack, avviato dal fallimento di una delle grandi banche d'affari del tempo (la Jay Cooke & Co), che durò almeno sei anni. In pochi, però, sanno che Thomas Alva Edison, nel 1876, decise di aprire un laboratorio nel New Jersey a Menlo Park . Qui il grande scienziato, con i suoi collaboratori, perfezionò il fonografo per lanciarlo sul mercato nel dicembre del 1877 . Il prodotto ottiene un grande successo. Ma sarà di lì a poco, nel 1879, che Edison avvierà le sperimentazioni con i filamenti incandescenti e lampadine di vetro per quella che diventerà la sua più importante invenzione: la lampadina elettrica. Un'innovazione che andrà di pari passo con la creazione della Edison General Electric Company, oggi più nota come General Electric. L'unica società, tutt'ora quotata al Dow Jones, che può vantarsi di avere fatto parte, nel 1896, del primo paniere del "vecchio" indice industriale. Da allora il gruppo elettrico ne ha fatta di strada, trasformandosi in un conglomerato industriale planetario. E, seppure colpito anch'esso dallo tsunami subprime, nel 2008 la società è riuscita a scrivere sulla prima riga di bilancio un fatturato di 183 miliardi di dollari. 
I computer di Ibm e la lunga depressioneTra il 1873 e il 1896 si susseguono una serie di eventi negativi per l'economia statunitense, e non solo. Basta ricordare il Coinage Act del 1873, che stabilisce il gold 