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QUI SEGNALIAMO LE PRODUZIONI DI CUI APPREZZIAMO LA BUONA QUALITA'.

Intendiamo riferirci soprattutto alla buona qualità dei prodotti, ma se e quando le riscontriamo con sufficiente certezza anche ad altre peculiarità dell'azienda. 

Oggetto delle nostra analisi non saranno le caratteristiche personali degli Imprenditori o Dirigenti che reggono le aziende segnalate, bensì i risultati realizzati e la soddisfazione della clientela. 

L'inserimento, in questa sezione del nostro sito di aziende e/o dei loro prodotti viene deciso a nostro insindacabile giudizio e senza richiedere contributi o autorizzazioni.

Le aziende che, eventualmente, non gradissero d'essere segnalate, possono chiederci la cancellazione della nota che le riguarda.


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VIVACITA' INTELLETTIVA E INTUITO


Vivacità intellettiva
La vivacità intellettiva è la rapidità e la flessibilità con cui l'individuo recepisce gli stimoli del mondo esterno, li capisce, li assimila, li elabora, li associa tra loro e infine reagisce alle sollecitazioni. Questo comporta:

- prontezza nelle reazioni e nell'apprendimento,

- capacità di adattare l'esperienza passata alla situazione attuale,

- abilità a cogliere l'essenza in una situazione complessa,

- attitudine a risolvere problemi nuovi.

Intuito
L'intuito si inquadra in questo contesto di prontezza intellettiva, e costituisce una forma di "pre-comprensione" cioè di conoscenza immediata della realtà.

Viene favorito dalla rapidità ricettiva, di comprensione e associativa, e li influenza a sua volta. L'intuito stesso cioè facilita l'immediatezza di tutti questi processi, come pure la prontezza nel cogliere l'essenza delle cose, la sveltezza e l'originalità nella risoluzione di problemi.

Si noti che, affinché la vivacità intellettiva dell'individuo sia realmente costruttiva, l'intuito deve interagire in modo armonico col ragionamento, che elabora e sottopone a verifica le intuizioni.
 
 
da  analisigrafologica.it
 

 

13/1/2010 (7:45)  - OLTRE LA CRISI - L'IMPRENDITORE

"Ho messo tutto nell'azienda"

Moritz Mantero, 63 anni potevo vendere, invece ho impegnato gli ultimi 5 milioni

MICHELE BRAMBILLA
COMO

Nell’Italia al tempo della crisi non ci sono solo cassa integrazione e licenziamenti: ci sono anche imprenditori che mettono mano ai propri risparmi personali per salvare una storia ed evitare che i dipendenti salgano, disperati, sul tetto della fabbrica. È successo a Como, dove l’imprenditore tessile Moritz Mantero ha venduto tutto ciò di personale che aveva e lo ha messo in azienda.

Cinque milioni di euro, non proprio una quisquilia. La Mantero è una delle due storiche aziende della seta di Como: la fondò nel 1902 un piemontese della provincia di Alessandria, Riccardo Mantero, arrivato in riva al lago con una bicicletta e qualche idea. L’altra storica azienda della seta è la Ratti, fondata sessant’anni fa da Antonio Ratti, che era invece un comasco doc. La seta ha fatto la fortuna di Como quasi quanto la bellezza del lago. Ci sono stati gli anni, anzi i decenni, delle vacche grasse. Poi sono arrivati quelli delle vacche magre. La concorrenza della Cina. Il calo del fatturato. I tagli al personale. Non era solo un fatto di recessione economica. Era anche il venir meno di una tradizione, il mutare pelle e anima a una città. Come se a Biella non ci fosse più il tessile, a Sassuolo la ceramica, in Romagna il turismo.

La sede della Mantero è in via Volta, nella città murata. Moritz, 63 anni, è un signore gentile, che sembra d’altri tempi. Riceve in una sorta di foresteria che rende l’idea di una grande azienda che ha mantenuto la dimensione familiare. «Il tessile - ci spiega - ha sempre avuto alti e bassi. L’ultima crisi era stata quella del biennio 2001-2003. Poi si era ripreso un po’, ma era stata un’illusione. Dal 2004 è cominciato a scendere di nuovo fino alla crisi attuale, che non è più solo settoriale ma generalizzata». Risultato: i consumi calati del 30-35 per cento, i dipendenti che passano dai mille del 2000 ai meno di cinquecento di adesso.

La produzione della Mantero è divisa in due. Metà sono prodotti finiti: foulard, sciarpe, cravatte, che non vanno in commercio con il marchio Mantero ma con quello di grandi griffe; l’altra metà sono tessuti venduti ad aziende che confezionano abiti da donna. Per dare un’idea: una cravatta della Mantero costa in negozio, a seconda del marchio, dagli 80 ai 110 euro. Una cravatta di seta made in Cina, un quarto o anche meno.

«La Cina indubbiamente ci ha dato un duro colpo - dice Mantero -. Il resto l’ha fatto la moda, che a un certo punto si è orientata verso altre fibre. Ma direi che negli ultimi tempi la mazzata più pesante è stata proprio la crisi generale, mondiale. Anche se molti non lo pensano, nel settore del lusso c’è stata una grandissima contrazione dei consumi». La tentazione a un certo punto è stata quella di mollare tutto, e ha preso sostanza nell’offerta avanzata nel 2000 dal gruppo Finpart. «Ho avuto la possibilità di vendere tutto. Avrei preso un bel po’ di soldi e avrei vissuto tranquillo. Non l’ho fatto, e per fortuna, visto che poi quel gruppo ha avuto qualche problema».

La svolta è nata in quei giorni. «Non me la sentivo di interrompere una storia così bella. Ho guardato negli occhi i miei figli Franco, che oggi ha 36 anni, e Lucia, 32, e ho chiesto: continuiamo o no? Continuiamo, mi hanno detto. Oggi lavorano tutti e due qui in ditta con me». Qualcun altro in famiglia non ha gradito, e se n’è andato. «Io ho fatto un passo indietro, restando solo proprietario del 90 per cento, e ho lasciato gli incarichi operativi a un amministratore delegato, Massimo Brunelli, che è lo stratega della ristrutturazione».

Ma non bastava. «Nel 2008 - racconta Moritz Mantero - ho deciso di mettere mano alle mie riserve personali. E ho messo in azienda cinque milioni di euro. Soldi messi via negli anni d’oro, i Novanta, quando l’azienda distribuiva utili ai soci. Con sana mentalità piemontese, li avevo messi da parte. Avevo pensato: non spendiamoli, chissà, potrebbero servire un giorno se le cose dovessero andare meno bene». Dopo otto anni di bilanci in rosso, la Mantero chiude ora il 2009 con un sia pur piccolo utile. «E lei non immagina quanto sono felice di quel sacrificio. Questa è un’azienda vecchia maniera, qua si fanno ancora le feste quando un dipendente compie quindici anni di anzianità. Mi creda: un imprenditore non pensa che il profitto sia tutto».

Lo guarderanno come un marziano? O come uno che cerca di farsi pubblicità? In realtà la notizia dei cinque milioni di euro s’è saputa perché l’ha pubblicata ieri La Provincia, il quotidiano di Como. Reazioni? «Mi ha chiamato Ambrogio Taborelli, il presidente degli industriali comaschi, e mi ha detto: bravo, dobbiamo far vedere che gli imprenditori non devono tirar fuori solo i... (insomma, ha capito), ma anche il portafogli».

da lastampa.it

20/3/2010 Il volto eccentrico di un re del food CHIARA BERIA DI ARGENTINE Saint Moritz, week-end scorso. A una cena di lor signori non è passato certo inosservato con una giacca nera traslucida e scarpe coperte di borchie, la suola rossa scarlatta (firmate Christian Loubotin) molto da divo del rock. Tre giorni dopo, nel suo nuovo quartier generale milanese in via Spadolini, Angelo Colussi, 59 anni, presidente del gruppo industriale umbro che sforna biscotti e panforti, pasta e riso, crackers e prodotti dietetici, dadi per brodo e succhi di frutta (marchi: Colussi, Agnesi, Gran Turchese, Maltagliati, Audisio, Flora, Sapori, Misura, Liebig, Del Monte etc. etc.) esce da una riunione. Inappuntabile grisaglia grigia; sul tavolo mappe di Google con i siti, cerchiati in rosso, dei 3 stabilimenti dove, insieme ai suoi partner russi della compagnia InfoLink, produce a tutto spiano buona pasta all’italiana - «I russi amano i maccheroni» - per quell’enorme mercato in rapida espansione; l’agenda stracolma di chi guida a tutto sprint un gruppo con 7 stabilimenti in Italia e 4 all’estero (3 in Russia, uno in Romania); 1400 dipendenti (altri 609 in Russia); 580 milioni di ricavi (di cui 100 milioni made in Russia). Scusi presidente Colussi, ma lei è la stessa persona che in privato è così fashion&rock? «Parla del mio look?», ride Colussi. «L’importante è non prendersi mai troppo sul serio. In ufficio, per rispetto ai miei collaboratori, cerco di avere un atteggiamento il più possibile dignitoso; nella mia vita privata faccio quel che mi pare. Ho amicizie molto diverse con persone di classi sociali le più differenti. Non sopporto stare nel mazzo, sono sempre stato un ribelle. Detesto certi omini con 4 soldi, vestiti come si deve, che parlano solo di denaro e affari». Ritratto di Angelo Colussi, industriale multibrand e super competitivo e anche il più eccentrico tra i grandi nomi del food made in Italy. «Stabilimenti chiusi, storici marchi svenduti alle multinazionali straniere: negli Anni 70-80 è stata una vera carneficina dell’alimentare. Altro che paura dei comunisti e della sindacalizzazione! La verità è che in quegli anni è cambiato il modello di gestione delle aziende, ma la vecchia generazione d’industriali (orientati tutti alla produzione, poco al marketing) non è stata capace di affrontare gli ostacoli e gestire il cambiamento. Così, aziende straniere che erano più innovative e brillanti, per anni hanno fatto shopping dei nostri marchi», sostiene Colussi. 26 novembre 1999, compleanno di suo padre Giacomo, una data che Angelo Colussi non dimenticherà mai. Solo quel giorno, a un mese dalla sua morte, Giacomo Colussi, uno dei 5 figli di quell’Angelo che aveva aperto nel 1911 la prima fabbrica di biscotti a Venezia e che, nel 1949, si era messo in proprio trasferendosi a Perugia («I fratelli dovevano dividersi il mercato, litigarono da subito) disse ai suoi operai di Petrignano d’Assisi: «Vi lascio in buone mani». Ma direttamente a suo figlio, Angelo jr, in azienda già dal 1978, non lo disse mai. «Era di una durezza assoluta; mi ripeteva che non avrei combinato nulla nella vita», confessa Colussi. Convinto che l’Europa è solo «una regione del mondo» Angelo Colussi che aveva ereditato un’azienda da 9 miliardi di lire in pochi anni ha creato un polo dell’alimentare acquistando marchi come Misura da Plasmon o ricomprando dai francesi storiche aziende come Agnesi. Crac Italgrani. Con un pugno di milioni, 10 anni fa, Colussi si presenta in Tribunale a Napoli per acquistare il marchio Maltagliati già presente in Russia; da quella prima mossa nasce la fortunata joint venture con Andrej Gurov, fondatore di InfoLink (controlla il 70% delle forniture di pasta in Russia). «Gurov e soci erano ingegneri nucleari in una base missilistica; hanno fatto business con le sigarette poi si sono buttati sulla pasta», narra Angelo Colussi, l’industriale molto rock che compra grano in Arizona, fa il panforte a Siena e i makaroni con gli ex comunisti. da lastampa.it
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