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La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro
di Giuseppe Berta
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:36. L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:04.
IL GIOCO ONLINE Quale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire?
Per i sindacati dell'industria dei paesi sviluppati occidentali la crisi rappresenta un passaggio delicatissimo, un momento di trasformazione che ne scuote in profondità le radici fino a metterne in discussione le prospettive. Si disegna un assetto dell'economia globale che rischia di esautorare il ruolo del sindacato nelle aree del mondo dove la produzione industriale riduce il proprio radicamento sociale. Negli Stati Uniti questa minaccia è avvertita come la più incombente, al punto di suscitare un ripensamento radicale del modo d'essere e di operare della rappresentanza sindacale.
Ne ha parlato il 2 agosto scorso al Center for automotive research Bob King, il nuovo presidente della Union of automobile workers of America (Uaw), un tempo il più grande e forte sindacato industriale del mondo, in un discorso che sta provocando una catena di reazioni e commenti. King ha annunciato che la Uaw del XXI secolo differirà in maniera fondamentale da quella che è stata nel Novecento. Alla crisi di Detroit i lavoratori americani dell'auto hanno pagato un prezzo durissimo: hanno perso 200mila posti di lavoro e accettato decurtazioni salariali che vanno da 7mila a 30mila dollari all'anno. Il loro sindacato ne è uscito drasticamente ridimensionato: nel 1979 la Uaw contava un 1,5 milioni di iscritti; oggi sono meno di 400mila. Per questo, ha sostenuto King, la missione sindacale deve essere ripensata dalle basi. L'organizzazione dei lavoratori deve assimilare gli obiettivi di flessibilità, qualità e produttività delle imprese e smetterla di considerare il management come un avversario e un nemico e tendere invece a costruire con esso delle relazioni di partnership.
Col suo intervento King ha voluto sottolineare una discontinuità nella storia del sindacato Usa. La cura con cui è stata preparata quest'uscita la sottrae alla logica della quotidianità spicciola perché il presidente della Uaw sapeva di indurre, con quelle parole, un'ondata di reazioni - positive soprattutto negli ambienti del partito democratico, come testimonia il sostegno della governatrice del Michigan - ma anche di segno opposto, come rivelano i blog in cui si deplora lo smarrimento dello spirito sindacale originario e l'accettazione di condizioni giudicate lesive della dignità sociale degli operai.
Consapevole della delicatezza del messaggio che ha voluto lanciare, King, proprio nel momento in cui annunciava la svolta sindacale, si è rifatto alla lezione dell'uomo-simbolo della storia della Uaw, Walter Reuther, il suo presidente più famoso e influente, di sicuro il sindacalista che ha contato di più nell'esperienza americana e ha assicurato al mondo del lavoro la più alta visibilità pubblica.
Ricordare Reuther, nel contesto della difficile transizione del sindacato d'oggi, non è soltanto un esercizio retorico, perché la sua leadership avvenne all'insegna di un cambiamento completo degli orizzonti del sindacato e delle sue personali inclinazioni politiche. Quella di Reuther costituisce infatti una figura eccezionale nella storia del sindacalismo perché ne incarna, nelle varie epoche, le diverse componenti, dall'anima militante e radicale delle origini alla capacità negoziale, senza però perdere di vista la cornice politica della società.
Figlio di un immigrato tedesco che si era stabilito in Virginia, il giovane Walter arrivò a Detroit neppure ventenne (era nato nel 1907), attratto dall'industria dell'auto che era il traguardo naturale per un operaio di alto valore professionale. Walter era padrone dei suoi utensili di lavoro, che adoperava con rara maestria. Venne assunto alla Ford, allora all'apice della potenza industriale, dove potè migliorare la propria istruzione. Avrebbe potuto far carriera, avvalendosi della professionalità e anche dei legami con la massoneria (che contava parecchio nelle fabbriche di quel tempo), ma nel clima della depressione degli anni Trenta preferì invece diventare un organizzatore sociale, attirato dai princìpi del socialismo. Fu per quegli ideali che Walter, col fratello Victor, suo fedele compagno di lotte, decise di andare in Urss, ad addestrare i lavoratori russi che stavano edificando l'ordine socialista. I fratelli Reuther vi rimasero due anni, prima di rientrare in America nel 1935, in tempo per vivere la fase più intensa delle lotte sociali.
A Detroit, il sindacato dell'automobile era agli esordi. La Uaw era gremita di militanti radicali, non discriminava gli operai di colore (che ne divennero presto una colonna portante) e organizzava scioperi e agitazioni senza temere lo scontro con le case produttrici d'auto, dove il sindacato non era mai entrato. Walter divenne presto segretario di una local, cioè di una sezione della Uaw, e visse la stagione di entusiasmo collettivo che portò a istituire la contrattazione collettiva alla General Motors nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, le fermate sul posto di lavoro.
Se aveva ceduto la Gm, sembrò allora che si potesse piegare anche l'osso più duro, quell'Henry Ford che, oltre a essere il mito dell'industria mondiale, era il più risoluto ostacolo alla sindacalizzazione. Così, un giorno della fine di maggio del 1937, un gruppo di organizzatori della Uaw, fra cui Reuther, si presentò all'uscita di una fabbrica Ford per distribuire volantini agli operai e convincerli a iscriversi al sindacato. Con loro c'era un manipolo di cronisti e reporter, pronti a immortalare una giornata che poteva diventare storica. E in effetti lo divenne, ma solo perché era stata sottovalutata la determinazione di Ford. I sindacalisti furono aggrediti all'improvviso dai vigilantes di Harry Bennett (il picchiatore che era stato reclutato personalmente da Ford e da lui posto in cima alla gerarchia aziendale), i quali, armati di mazze da baseball, diedero il via a un furibondo pestaggio. Insanguinati e coi volti devastati dalle percosse, gli uomini della Uaw non subirono tuttavia una sconfitta. Quelle immagini divennero subito famose e sono rimaste nella memoria storica del movimento sindacale americano.
Alla fine, nel 1941, alla vigilia dell'entrata in guerra dell'America, anche Ford cedette al sindacato e al presidente Roosevelt, accettando il contratto collettivo di lavoro nei suoi stabilimenti. A quel punto, le Big Three di Detroit erano sindacalizzate e l'ascesa della Uaw era indubitabile. Essa era destinata a proseguire durante le fasi belliche, quando il sindacato divenne importante per far funzionare al meglio le fabbriche. Reuther, dimostrando la sua abilità di organizzatore, mise a punto un piano per migliorare la produzione di aerei militari.
La grande stagione di Walter fu però il dopoguerra. Che incominciò per lui, questa volta sì, con una sconfitta. Nell'inverno fra il 1945 e il 1946, la Uaw promosse un lungo sciopero (oltre 100 giorni) per ottenere un forte miglioramento salariale, pretendendo però che le case automobilistiche non aumentassero i prezzi finali dei loro prodotti. Era un modo per imporre una sorta di controllo sindacale sulle imprese. Ma il sindacato non la spuntò e Reuther cambiò definitivamente strada. Si convinse che, se il controllo operaio sulle fabbriche non era possibile, c'era un altro sentiero da percorrere: negoziare con le Big Three, che stavano per giungere al massimo della loro espansione, aumenti salariali continui, al passo con lo sviluppo della produzione. Non solo: oltre ai salari, si poteva ottenere dalle imprese quel welfare che lo stato americano non dispensava, cioè pensioni elevate e buona assistenza sanitaria. Il celebre "contratto di Detroit", che Reuther (divenuto presidente della Uaw) stipulò nel 1950 con le case automobilistiche, si ergeva su questi fondamenti. Ad esso si deve se, da allora in poi, gli operai Usa si sono sentiti middle class, partecipi a pieno titolo dell'onda lunga della crescita e della mobilità sociale.
Naturalmente, questo cambiamento si rifletteva nella posizione politica di Reuther, che aveva abbandonato il radicalismo politico giovanile. Il fatto che il fronte dei suoi nemici fosse vasto e che essi non arretrassero dinanzi alla violenza più estrema (fu ripetutamente vittima di attentati e nel 1948 gravemente ferito in casa propria, al punto di subire una lesione permanente a un braccio) non modificò i suoi nuovi orientamenti. Durante la guerra era diventato anticomunista e si battè per allontanare i filosovietici dalla Uaw. Negli anni 50 e 60, fu un esponente della sinistra sociale del partito democratico, nel tentativo di dare luogo a una versione americana della socialdemocrazia (come dimostrano i suoi contatti con Willy Brandt e il premier svedese Tage Erlander). Per questo, assecondò il programma di welfare del presidente Johnson, mentre partecipò alle marce dei diritti civili a fianco di Martin Luther King.
La morte colse Walter Reuther all'improvviso, in piena attività, nel 1970, quando cadde l'aereo in cui viaggiava con l'amico architetto Oscar Stonorov.
Ora la crisi ha dissolto le conquiste sociali su cui Reuther aveva poggiato l'autorità della Uaw. Ma nel percorso così atipico (e, nello stesso tempo, così americano) di questo operaio di mestiere dalla Ford alla Russia di Stalin, dalle lotte operaie di Detroit alle stanze del potere di Washington, c'è una lezione ancora significativa per il sindacato. Che deve possedere la capacità di cambiare e di adattarsi alle trasformazioni dell'economia e del lavoro, riuscendo tuttavia nel contempo a elaborare e a diffondere una propria visione sociale.
Il profilo
LA VITA Walter Reuther nasce a Wheeling nel West Virginia l'1 settembre 1907. Suo padre, un socialista che lavora in un birrificio, è emigrato dalla Germania. In tutta la sua carriera lavorativa, Walter è sempre affiancato dai suoi due fratelli, Victor e Roy. Muore il 9 maggio 1970 in un incidente aereo, che vede coinvolti anche la moglie May, il suo amico architetto Oscar Stonorov, una guardia del corpo, il pilota e il copilota. L'aereo, partito da Detroit, stava per atterrare in una giornata di pioggia e nebbia allo scalo di Pellston di Black Lake, nel Michigan. Già un anno e mezzo prima, nell'ottobre 1968, Walter e suo fratello Victor avevano rischiato la vita mentre, su di un aereo privato, si stavano avvicinando all'aeroporto di Dulles. In entrambi gli incidenti l'altimetro ha dimostrato un cattivo funzionamento. Victor, in un'intervista successiva alla morte del fratello, ha affermato: «Io e altri membri della mia famiglia siamo convinti che il disastro che ha causato la morte di Walter e quello che stava per succedere nel 1968 non sono stati accidentali».
LA CARRIERA NELLA UNION Reuther è assunto alla Ford a Detroit, ma a causa della Depressione lascia il posto di lavoro e con i fratelli va a lavorare in Urss, dove addestra i russi in una fabbrica di auto a Gorky. Rientra in America nel 1935. A Detroit il sindacato è agli esordi. Nel 1936 Walter diventa segretario di una sezione locale della Union of automobile workers (Uaw). Nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, alla General Motors si istituisce la contrattazione collettiva. Che viene accettata alla fine del 1941 anche dalla Ford, dopo aspre lotte con il sindacato, non esenti anche da aggressioni fisiche. Tra queste la famosa "battaglia del cavalcavia" che vede coinvolto anche Walter con i picchiatori assoldati dalla Ford (Reuther fu oggetto di attentati più volte . A questo punto l'ascesa della Uaw è spianata.
IL CONTRATTO DI DETROIT Tra i successi di Reuther, la negoziazione (da presidente Uaw) nel 1950 del contratto di Detroit con i big dell'auto, con cui l'Union inizia una nuova strategia. Se il controllo delle fabbriche non era più possibile, allora bisognava puntare sulla contrattazione dei salari legandoli ai successi aziendali. Negli anni 50 e 60 Reuther è esponente della sinistra sociale del partito democratico. La morte, nell'incidente aereo del 1970, che segue un analogo incidente di un anno prima, lo coglie in piena attività.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-26/economia-globale-sindacato-locale-080436.shtml?uuid=AY04ntJC ... |
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| La Cina sopra di noi... |
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17/8/2010
Un primato nascosto dal mini-yuan STEFANO LEPRI
Dal punto di vista dell’Occidente, anzi di tutto il resto del mondo, sarebbe stato meglio che questo sorpasso avvenisse prima. Il conteggio che dà il Pil cinese avanti a quello del Giappone è fatto con lo yuan al cambio di mercato. Ossia quel cambio attentamente pilotato dalle autorità cinesi che gli Stati Uniti per alcune ragioni, l’Europa per altre, i paesi asiatici concorrenti della Cina per altre ancora, il Fondo monetario internazionale per tutte quante, vorrebbero vedere assai più forte degli 8,69 per euro e 6,79 per dollaro di ieri.
Addirittura al primo posto la Cina da tempo si trova già per produzione dell’industria manifatturiera: è la «fabbrica del mondo» da cui esce il 21,5% di tutte le merci (cinque volte e mezzo la quota italiana, secondo calcoli della Confindustria). Altri primati connessi a questo erano stati già registrati: primo consumatore mondiale di energia, di cemento, di svariate altre materie prime. Ed è ormai un capitalismo anche azionario: al momento, tra le 10 società mondiali con maggiore capitalizzazione di Borsa, 4 sono cinesi.
Se il prodotto interno lordo della Cina si contasse in yuan più forti, i mutamenti non riguarderebbero soltanto queste classifiche un po’ oziose. La Cina venderebbe un po’ di meno, causa prezzi più alti, e comprerebbe di più, perché avrebbe un maggiore potere d’acquisto. E’ un’altra per noi la notizia migliore arrivata da Pechino questa estate, come ha rilevato The Economist dandogli la copertina due settimane fa: gli aumenti salariali di recente concessi in molte industrie cinesi aiuteranno a recuperare posti di lavoro in tutto il mondo.
Dove la Cina non fa record, infatti, è nel tenore di vita della sua popolazione, rimasto indietro rispetto al travolgente successo delle sue imprese manifatturiere. Certo, grandi cifre si trovano anche lì, ma solo perché i cinesi sono tanti: il maggior numero di telefonini (785 milioni) il maggior numero di auto vendute e così via. Non è abbastanza: nel decennio del miracolo cinese, 1995-2005, la produttività è quintuplicata, i salari si sono soltanto triplicati. Forse ora comincia il recupero.
Soltanto con una crescita dei consumi interni diventerebbe stabile il forte contributo alla ripresa dell’economia mondiale che il colosso dell’Oriente ha dato nell’ultima annata. Invece in queste settimane guardiamo verso Pechino con il timore che la spinta si affievolisca. E’ probabile che la Cina vi sia costretta, perché troppo della rapida uscita dalla crisi si deve a investimenti pubblici e credito facile; non si può continuare all’infinito ad aprire nuove fabbriche se il pianeta resta quello che è, e i prezzi delle case sono troppo alti. Proprio perché la Cina rallentava il Giappone si è quasi fermato. Se rallentasse ancora, ce ne accorgeremmo anche in Europa.
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7718&ID_sezione=&sezione= ... |
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| Cina da record tenta il sorpasso |
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16/8/2010 (7:32)
Economia giapponese in frenata
Cina da record tenta il sorpasso
Mentre in Giappone desta qualche preoccupazione il rallentamento della crescita finanziaria, Pechino in corsa per la promozione al top dell'economia mondialela si appresta al sorpasso per diventare ufficialmente la seconda superpotenza entro la fine 2010 . Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che l'evento rappresenterebbe un fatto storico senza precedenti per un Paese considerato «emergente». Per il momento il colosso nipponico mantiene la posizione almeno nel primo semestre dell'anno in termini di prodotto interno lordo (Pil) nominale, come emerso dai dati diffusi dal governo, ma incalza dopo la florida crescita dei cugini asiatici nel periodo aprile-giugno.
Nel secondo trimestre il Pil giapponese è risultato pari a 1.288 miliardi di dollari, meno dei 1.339 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo dall'indicatore cinese e il fatto che il sorpasso accada nel secondo trimestre indica che ci sono buone chance per la Cina di battere il Sol Levante anche su base annuale. «Si tratterebbe di un risultato storico, una pietra miliare: è impressionante il fatto che la Cina sia riuscita a mantenere elevati tassi di crescita anche quando molti paesi si trovavano ad affrontare tempi duri», osserva Bruce Kasman, capo economista di JPMorgan Chase. Una volta che i dati definitivi per il 2010 saranno diffusi, «molti economisti si attendono che la Cina sorpassi il Giappone come seconda economia al mondo. Il gap fra i 5.000 miliardi di dollari dell’economia cinese e i quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana resta ampio, e anche mantenendo gli attuali tassi di crescita - spiega il Wall Street Journal - ci vorranno almeno dieci anni o più per Pechino per raggiungere gli Stati Uniti». Circa 10 anni fa la Cina era la settima economia al mondo: poi ha superato la Germania e nel 2007 Pechino ha conquistato il terzo posto. Per il 2010 gli analisti si attendono per la Germania il quarto posto, il quinto per la Francia, il sesto per il Regno Unito. Al settimo posto l’Italia seguita all’ottavo dal Brasile.
Dai calcoli ufficiali, il Pil nominale del Giappone per il primo semestre dell’anno ammonta a 2.578,1 miliardi di dollari, contro i 2.532,5 miliardi di dollari di quello cinese. Tuttavia, il governo di Tokyo ha riconosciuto che il Pil nominale della Cina ha superato quello del Giappone nel corso del secondo trimestre (da aprile a giugno). Il Pil nominale cinese in questo periodo ammonta infatti a 1.336,9 miliardi di dollari, mentre quello giapponese ammonta a 1.288,3 miliardi di dollari.
Il governo giapponese ha fornito queste cifre annunciando che il proprio Prodotto interno lordo (Pil), espresso in termini reali, è cresciuto appena dello 0,1% nel secondo trimestre del 2010, molto al di sotto delle aspettative. Si tratta di un netto rallentamento della crescita del paese nipponico, in comparazione a quella registrata nei due trimestri precedenti.
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57643girata.asp ... |
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| Profitti delle aziende oggi... |
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I profitti delle aziende non finanziarie tornano ai livelli del 2007, ma sui listini resta uno sconto del 30%
di Maximilian Cellino
Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2010 alle ore 08:04.
Nell'immaginario collettivo, il 2008 resterà per molto tempo come una sorta di anno zero per il mondo economico e finanziario. La crisi innescata dai mutui subprime prima e amplificata dall'inaspettato, per certi versi, crack Lehman ha radicalmente mutato lo scenario per i mercati. «Niente sarà più come prima» è stato il motivetto ricorrente fra gli investitori.
Niente, o quasi. Perché a guardare bene i risultati di bilancio trimestrali che le aziende europee e degli Stati Uniti stanno diffondendo proprio in questi giorni non sono certo poche le società che hanno fatto il pieno di utili. Molte di esse hanno addirittura raggiunto livelli da primato, superando anche quel 2007 che pareva destinato rimanere ineguagliato a lungo. Ma c'è di più. In Europa, quando ben 295 società componenti lo Stoxx600 (pari al 64% della capitalizzazione dell'intero listino) hanno già presentato i risultati dei primi sei mesi, cioè quelli più significativi in termini di peso nell'anno solare, si può azzardare una previsione: se nella restante parte dell'anno non si verificheranno «catastrofi» finanziarie – simili a quelle dell'autunno 2008, tanto per intendersi – il livello generale dei profitti aziendali potrebbe raggiungere in questo 2010 quello realizzato proprio nel 2007 dei record. Naturalmente il discorso vale per le società non finanziarie, perché le banche – pur in ripresa – restano ancora piuttosto lontane dai quei picchi.
La forza della delocalizzazione. Tracciare l'identikit delle società che hanno bruciato i record in questo trimestre è per certi versi semplice. «Si tratta – spiega Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr – in generale di gruppi o conglomerati che hanno sfruttato la crisi per operare profonde ristrutturazioni, che hanno approfittato per mettere a segno importanti acquisizioni e per diversificare i ricavi anche al di fuori dell'Europa, in particolare nei paesi emergenti». Il miglioramento dei bilanci, insomma, è il risultato del ricorso alla delocalizzazione e dell'incremento del peso di nuovi mercati di sbocco, Asia in primis, ma anche sudamerica. I campioni del profitto sono società come la tedesca Linde, oppure come Bmw, Lvmh e Burberry, marchi ben noti che hanno sfruttato al massimo la propria capacità di penetrazione in Oriente. Oppure gruppi attivi nel settore del retail food quali Carrefour, Casino e Tesco. E se è vero che chi ha nel frattempo effettuato acquisizione ha una ragione in più per battere i livelli del 2007, è anche vero che nei confronti dell'anno d'oro dei profitti queste società sono riuscite a migliorare i margini, a testimonianza del loro ottimo stato di salute.
C'è da chiedersi quanti di questi risultati siano stati ottenuti grazie alla compressione dei costi e quanti invece grazie a un'effettiva espansione del giro d'affari, ma anche sotto questo aspetto si nota qualche indicazione favorevole: «Se fino a tutto il 2009 fa era stato il controllo ferreo delle spese a propiziare il recupero sugli utili – suggerisce Capeccia – con le ultime trimestrali si è assistito anche a una sensibile crescita dei ricavi».
Borse tartarughe. Considerazioni sulla reale qualità degli utili a parte, stupisce, ma forse fino a un certo punto, vedere come a questi risultati non corrisponda un movimento altrettanto significativo delle Borse, che non sembrano ancora essersi del tutto riprese dallo shock del 2008. A ben vedere, infatti, l'indice paneuropeo Stoxx 600 si trova ancora ben al di sotto dei livelli di fine 2007, un gap di quasi il 30% che è abbastanza improbabile, per non dire impossibile, possa essere recuperato da qui a fine anno. Quand'anche si consideri in questo valore la performance di borsa dei titoli finanziari (sotto del 44% rispetto a 3 anni fa), il ritardo dei mercati azionari resta significativo e nasconde motivazioni differenti. La prima ragione è legata ai timori degli investitori, che non hanno certo dimenticato le pesanti punizioni subite nell'annus horribilis, così come le incertezze degli ultimi mesi, e che di conseguenza hanno drasticamente ridotto la propria propensione al rischio. Vista sotto questo aspetto, l'eccessiva prudenza degli operatori nasconderebbe un potenziale di apprezzamento dei mercati del 30% circa. L'altra faccia della medaglia è invece decisamente meno incoraggiante: rispetto al 2007, quando si riteneva (a torto) che l'età dell'oro potesse protrarsi a tempo pressoché indefinito, adesso il futuro sembra essere meno definito, anzi piuttosto nebuloso anche a sentire le stesse previsioni delle società che oggi stupiscono con i loro ricavi o utili da favola. Lo spettro di una maggior volatilità negli anni a venire rende quindi più avveduti gli investitori. E questo potrebbe non essere un male.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-12/borsa-utili-velocita-europee-080409.shtml?uuid=AYK2o7FC ... |
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| Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare |
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Modernità.
IL MOVIMENTO PORTA SOLO FRUSTRAZIONE E NOIA?
Ozio addio. Schiavi degli impegni non sappiamo creare
L’ossessione di riempire tutti gli spazi delle nostre giornate ha molte facce: Internet, i blog, lo zapping alla tv. Invece i «tempi morti» diventano una fatica insopportabile che porta alla depressione: il contrario dell’otium classico, sinonimo di pienezza vitale.
Non siamo più capaci di oziare. Nel senso buono, nel senso latino del termine: la vita solitaria e contemplativa non fa per noi. Anche il tempo libero finisce per essere un tempo finalizzato a qualcosa. Nel suo primo romanzo in lingua francese, La lentezza, Milan Kundera ricordava un bel proverbio ceco: «Gli oziosi contemplano le finestre del buon Dio». E aggiungeva: «Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca». Per Kundera l’ozio è la sapienza della lentezza, il «conoscere a meraviglia la tecnica del rallentando» e si oppone alla velocità, che è «la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo». L’ozio è una declinazione del tempo. Con il Basso Medioevo, racconta lo storico Jacques Le Goff in un saggio memorabile, al tempo della Chiesa, che segnava con il ritocco delle campane le varie tappe della giornata, si è aggiunto il tempo del mercante: quello scandito dal commercio, lo spazio temporale che divide la promessa di pagamento dal saldo. Al tempo di Dio, dopo il primo millennio, si è aggiunto il tempo dell’uomo. Con la postmodernità fluida, è quest’ultimo il solo tempo che ci è rimasto.
Nella tradizione filosofico-letteraria cristiana, l’ozio aveva connotazioni diverse. Da una parte astenersi da ogni occupazione utile (il lavoro e la preghiera) era sinonimo di pigrizia, uno stato patologico vicino alla malinconia depressiva: ora et labora era il motto della regola benedettina che dovette aver presente Dante quando, nel VII dell’Inferno, condannò gli accidiosi (quelli «co la mente alienata», scrive Jacopone da Todi) a rimanere eternamente immersi nelle acque nere e ribollenti della palude Stigia. Ma soprattutto quando, nel XVIII del Purgatorio, costrinse, per contrappasso, le anime dei pigri a muoversi in continuazione e a correre urlando esempi di sollecitudine. Dante, probabilmente, avrebbe riservato lo stesso destino al buon Oblomov, il trentenne protagonista eponimo di Goncarov, che le prova tutte prima di rassegnarsi a vivere una vita apatica nella sua casa di Pietroburgo, mentre il mondo intorno a lui si agita frenetico.
D’altra parte, invece, c’è l’otium, l’opposto degli affari pubblici, il tempo da dedicare alla meditazione, allo studio, alla cura della mente e dello spirito, quello amato dagli stoici, da Cicerone, da Orazio e da Seneca, che vi scrisse sopra ben due trattatelli: De otio e De tranquillitate animi. Anche Petrarca la pensa così e il suo De vita solitaria è un’esaltazione del tempo liberato dalle occupazioni civili e politiche, purché non diventi inerzia e disimpegno. Un filone che avrà fortuna tra gli illuministi, prima che l’ozio diventi lo spleen dei romantici, mal di vivere da flâneur, e poi nausea esistenzialista e noia moraviana. Ma sarà la rivoluzione industriale a recuperare l’orgoglio della vacanza in senso etimologico, del vuoto creativo, con una serie di pamphlet che vanno dal Diritto all’ozio di Paul Laforgue (1880) all’Elogio dell’ozio di Bertrand Russell (1932), con declinazioni successive in chiave umoristica, come nel pamphlet di Jerome K. Jerome I pensieri oziosi di un ozioso il cui succo è riassunto da questa breve parabola: «Conobbi un uomo che all’ora della sveglia balzava subito dal letto e faceva un bagno freddo. Ma questo eroismo non serviva a nulla perché, dopo il bagno, doveva saltare di nuovo dentro al letto per scaldarsi». In sostanza: «È impossibile godere a fondo dell’ozio se non si ha una quantità di lavoro da fare». Oppure quello stesso orgoglio può assumere un’accezione mistico-ascetica, come nel libretto di Hermann Hesse, L’arte dell’ozio.
Che cosa è rimasto del piacere dell’ozio umanistico nell’era multitasking? Niente o quasi. Perché una delle qualità essenziali del dolce far niente è la gratuità come scelta deliberata e la gratuità, nella nostra epoca, è rara. Tutto deve essere funzionale a qualcosa. Pensate ai bambini e agli adolescenti: il loro tempo libero viene occupato, per lo più, da attività organizzate, programmate da genitori-manager. Così, alla fatica necessaria (quella della scuola) si aggiunge la fatica del tempo liberato, corsi di inglese, corsi di musica, lezioni di ginnastica e di danza, sedute sportive. I ragazzi hanno l’obbligo di scegliere come occupare le proprie ore libere, purché rientrino in uno schema istituzionale e in una socialità regolata e perciò rassicurante (per la famiglia). Quanti genitori rovesciano nei figli la propria ansia di prestazione e/o la propria paura del vuoto?
Non avete mai visto quelle madri e quei padri che nel pomeriggio si trascinano dietro per un braccio i loro figli per caricarli in auto e consegnarli puntuali in palestra o in piscina? Oppure aspettare il week end per abbandonarli qualche ora dalla maestra di pianoforte o al corso di karate? Che noia, anzi che stress! Magari fosse noia: quel bel momento di solitudine in cui si sbuffa, non si sa che cosa inventarsi e magari per inventarselo bisogna lavorare di fantasia e aguzzare l’ingegno. Invece no, è il proseguimento della routine quotidiana, anzi dello stress scolastico: la noia, per certi genitori, va evitata come il diavolo perché la nostra società ci insegna a essere attivi ed efficienti 24 ore su 24. Altro che il vivere al 5 per cento di montaliana memoria: bisogna vivere al centodieci per cento, e se possibile anche di più, ed è meglio che i ragazzi lo sappiano subito. E il gioco? Il gioco spontaneo, come rottura e capovolgimento di quella routine, divertimento puro, rovesciamento carnevalesco, ne viene fatalmente sacrificato.
Del resto, come fa notare Fabio Massimo Lo Verde, nel suo recente saggio Sociologia del tempo libero: «È attorno al lavoro e alla sua etica che si è organizzata la modernità e dunque il suo contrario ha assunto soprattutto un significato residuale». È così che il leisure facendosi fenomeno di consumo di massa ha prodotto un vero e proprio business, un settore merceologico ad hoc, per giovani, per adulti e per anziani, in costante crescita fino a configurare una colossale industria dell’entertainment capace di assicurare felicità, benessere, divertimento a orari fissi da segnarsi bene sull’agenda.
C’è un’apparente contraddizione di cui bisogna tener conto e che si può riassumere in una domanda: lo sviluppo riduce o fa aumentare il tempo libero? Ci sono i pessimisti e gli ottimisti. Chi considera il leisure come uno spazio confinato tra le attività di consumo, una specie di libertà obbligatoria, per usare le parole di una celebre canzone di Giorgio Gaber («si può occuparsi di spiritismo / si può far dibattiti sull’orgasmo / si può far politica alternativa / si può siamo pieni di iniziativa / si può...») dove tutto viene ironicamente ridotto a hobby per nevrotici e frustrati. Una specie di scarico nervoso indispensabile al dopo lavoro, come se l’organizzazione produttiva finisse per invadere anche il tempo dello svago. D’altra parte, mentre in passato i paletti tra lavoro fisico e «tempo perso » erano più netti, oggi la crescita del lavoro immateriale, nelle sue varie forme, rende quasi inavvertibile lo sconfinamento nell’ozio fino a farne un tempo apparentemente senza limiti imposti.
Bisogna vedere, insomma, se questo sconfinamento è davvero riposo o coazione dissipativa: a cominciare dalla ossessione compulsiva di occupare gli spazi interstiziali della propria giornata navigando in Internet, consultando i blog di riferimento, concedendosi allo zapping sincopato della tv. Senza dire che l’epoca della flessibilità e del precariato rischia di dilatare ad libitum i tempi morti, rendendo paradossalmente il «dolce far nulla» una fatica insopportabile, frustrante e alla fine depressiva. Perché, ha ragione il già citato Jerome K. Jerome, non c’è vero ozio senza lavoro. Comunque lo si veda - quale prolungamento dell’abitudine al consumo, spazio organizzato per finalità didattiche o pseudoformative, forma di intrattenimento dei tempi morti, sfogo o decompressione del lavoro immateriale, unica alternativa al vuoto di una quasi disoccupazione - l’ozio, nella dimensione umanistica di una rilassata e rilassante gratuità, sembrerebbe incompatibile con la nostra epoca, dove risulterebbe ridicolo fondare un’Accademia degli Oziosi, come avvenne a Napoli nel 1611.
Semmai, nell’era della velocità, dell’iperattività realizzativa e dei risultati da esibire al cospetto della società, anche il minimo vuoto può essere causa di immotivati sensi di colpa. Senza sapere che è solo il tempo vuoto a scongiurare l’oblio. Lo dice magnificamente Kundera nel libro citato: «C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio». È più omeno ciò che pensa Virginia Woolf quando afferma che «nell’ozio la verità sommersa viene qualche volta a galla». Ha ragione, Virginia Woolf. Intanto perché - lo dice Domenico De Masi in un libro intervista con Paria Serena Palieri, l’«ozio creativo» è un girare apparentemente a vuoto, in attesa dell’idea, dell’estro, della voglia, della cosiddetta ispirazione che può produrre capolavori. «Oziare - aggiunge De Masi - non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non avere l’assillo del cronometro, non seguire i percorsi angusti della razionalità, tutte quelle cose che Taylor e Ford si erano inventati per imbrigliare il lavoro esecutivo e renderlo efficiente».
Nella letteratura del Novecento è spesso la flânerie a far emergere la verità sommersa: il principe di Salina, nel Gattopardo, si dedicava all’astronomia. Ma l’ozio, nelle sue varie coloriture che vanno dall’accidia all’inerzia, dalla pigrizia colpevole alla fannulloneria deliberata, non è più solo prerogativa aristocratica. In una giornata di giugno l’agente pubblicitario Leopold Bloom vagabonda per le strade, per le librerie, per i locali e per i bordelli di Dublino costruendo via via la propria identità. L’inattività è molto più produttiva dell’azione. Basti pensare a Ulrich, l’uomo senza qualità (e inconcludente) di Musil, agli inetti di Svevo (autore di pagine, intitolate Il mio ozio, che dovevano appartenere a un romanzo rimasto incompiuto) perennemente a passeggio per la città, ai tempi perduti e ritrovati di Proust: dove la memoria, il sapore della vita e della morte emergono nel momento massimo del relax, inzuppando una madeleine in una tazza di tè. Per non dire di quel che affiora nell’ozio più paradossale, angoscioso e assurdo della letteratura, quello di Vladimiro ed Estragone, in Aspettando Godot.
Il tempo della vita viene annullato e la verità la si cerca altrove. Quando l’ozio aveva un valore esistenziale, anche i narratori ne tenevano conto e condivano i loro romanzi di dilatazioni, rallentamenti, digressioni e descrizioni, al punto che nel secolo scorso queste hanno preso il sopravvento fino a diventare il cuore della narrazione. Le cose importanti accadevano nei tempi morti anche in letteratura. Ma la fretta incalzante delle nostre «vite di corsa» (titolo di un libretto del sociologo Zygmunt Bauman) ha prodotto, negli ultimi anni, romanzi di corsa: il trionfo della trama non è altro che il riflesso (automatico?) narrativo di un mondo che si regge sulla velocità-tutta-cose, sull’iperattività (una sindrome di cui, non a caso, sempre più soffrono i nostri figli sin dall’infanzia). Non è ammesso ozio neanche nei romanzi: il genere - giallo, noir, eccetera - va subito al sodo, è il trionfo del ritmo, dell’azione senza tanti giri, senza perdite di tempo. È probabile che un nuovo Proust oggi scriverebbe «Alla ricerca del tempo perso perduto». Sì, il tempo perso perduto.
Paolo Di Stefano
L’autore Paolo Di Stefano (Avola 1956) è inviato del «Corriere della Sera» e scrittore. Tra i suoi romanzi: «Baci da non ripetere» (Feltrinelli 1994), «Tutti contenti» (Feltrinelli 2003), «Nel cuore che ti cerca» (Rizzoli 2008). Un mese fa ha pubblicato «Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori» (Rizzoli)
28 giugno 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010) http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/di-stefano-ozio-addio_820c233a-8283-11df-9406-00144f02aabe.shtml ... |
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