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Biblioteca sociale elettronica (CULTURA)

26/8/2010

Biblioteca sociale elettronica

«I lettori di ebook», scrive il Wall Street Journal, «passano più tempo con il naso tra le pagine».

La ricerca citata nell'articolo è preliminare, e forse è ancora troppo presto per costruire generalizzazioni. Tuttavia, a quanto pare, un 40% di lettori (tra quelli intervistati) dichiara di leggere di più da quando è passato al libro elettronico.
«Questo dato coincide con la mia esperienza personale», racconta un blogger dell'Economist. «Da felice possessore di un iPad, mi capita spesso di avere tempo in treno o mentre sono in coda per il caffè. E ne approfitto per immergermi in un romanzo, in una detective story o in un libro di management. Piuttosto che sostituire i libri tradizionali, l'iPad è un supplemento ideale».

Luca de Biase, invece, solleva un problema importante. «Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico», scrive. E sottolinea come sia facile vedere i vantaggi di questa tecnologia: un dispositvo di lettura sempre connesso, con funzioni di ricerca nel testo e in più l'accesso a un negozio quasi illimitato. «Dunque non è difficile immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi. »Ma se il Kindle è la Biblioteca della Mente, si chiede Luca, alla fine é «un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri. La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?»

Non è certo una domanda che prevede risposte facili. A me capita spesso di pensarci, quando guardo la pila di libri fisici sul comodino o i tanti volumi sugli scaffali. Danno in qualche modo la sicurezza di essere lì, di poterci rimanere, di costruire un insieme ordinato. I file ci sembrano fragili, basta poco a cancellarli, perderli, dimenticarli in qualche recondito anfratto di qualche cartellina periferica.
Ma se superiamo l'affezione, l'abitudine ad un comportamento anche rituale, ci rendiamo subito conto che anche per i libri sta accadendo quello che succede con i nostri dati personali, con gli appunti, con piccole o grandi porzioni della nostra memoria. Oggi molti di noi conservano queste «fette» di vita nella nuvola del cloud computing: le mail, le foto, la musica, i file sono tutti custoditi da una serie di servizi che non possediamo più, ma che ci garantiscono l'accesso da qualsiasi dispositivo e/o da qualsiasi punto del mondo. I libri non faranno eccezione: non ne avremo più il possesso fisico, ma godremo dell'accesso. E' già accaduto con tanti altri pezzi della nostra sfera vitale e lo abbiamo accettato senza troppo dispiacere. La trasformazione che stiamo vivendo intorno al libro è solo una parte di una trasformazione più grande, quella in cui stamo ridisegnando il modo di governare la conoscenza umana.

La carta non morirà, nè saremo costretti a separarcene se non vogliamo. Ma la nostra biblioteca personale dei prossimi anni, forse, sarà molto diversa da quella fatta di volumi di carta affiancati e disposti ordinatamente su dei mobili. Magari sarà sempre più sociale, magari assomiglierà a Goodreads, sarà un posto in cui abbiamo contemporaneamente accesso ai nostri libri letti, alle letture degli altri e ai libri ancora da leggere. O magari sarà qualcosa che oggi ancora non possiamo immaginare, come solo pochi anni fa non immaginavamo YouTube.
E' un passaggio che abbiamo già consumato altre volte, ad esempio con le fotografie (che custodivamo gelosamente nei cassetti e negli album e che oggi sono nella nuvola di Flickr, di Facebook o del nostro social network preferito). Queste transizioni diventano normali solo se un numero sufficiente di persone le trova vantaggiose. E anche se -come è ovvio- ogni nuova soluzione porta con sè nuovi problemi, forse vale la pena di guardare al futuro come a un'altra bella avventura ricca di stimoli per chi ama la lettura.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=285&ID_articolo=34&ID_sezione=&sezione=

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D'Annunzio sedotto dai trabocchi (CULTURA)

I luoghi / Litorale. COSTA ADRIATICA

I colossali ragni di legno che ispirarono D’Annunzio

Una volta erano anche casa per i più poveri Ora rischiano di scomparire

Il Fai sta studiando un percorso per salvarli.

Il poeta sedotto dai trabocchi, macchine da pesca nate tra Abruzzo e Gargano


Oggi è giornata di mare mosso e Antonio Verì non cala le reti. Con il trabocco è così, c’è bisogno di acque calme. Se il vento è buono, fa scendere la grossa rete a ombrello che si va ad appoggiare sul fondo: «I pesci non la vedono e ci vanno dentro». E quando si fa risalire, tirata su con le corde fissate all’argano, restano imprigionati. Poi arriva la voleche - il retino - a catturarli, e non c’è scampo. È un meccanismo semplice: una passerella di legno che va verso il piano - la piattaforma fatta di assi accostate -, l’argano al centro e le antenne, i lunghi bastoni che guardano verso il mare aperto, da cui pendono le reti. A sostenerlo, i pali levigati da anni di acqua salata, nelle fessure tra gli scogli: una palafitta da pesca. Un groviglio di funi, legno e ferri vecchi che a Gabriele d’Annunzio, quando lo vide, sembrò «simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano».

Di questi «ragni colossali» (altro copyright dannunziano) che movimentano l’Adriatico dall’Abruzzo al Gargano la concentrazione più fitta è nel tratto di costa tra Ortona e Vasto. Cinquanta chilometri - la Costa dei Trabocchi - in cui quasi ogni punta ha la sua «macchina pescatoria». Nel comune di San Vito Chietino ce ne sono sette: uno è quello di Punta Fornaci, dove lavora Antonio Verì. La sua è una delle più vecchie famiglie di traboccanti della zona: costruiscono trabocchi dall’Ottocento. Uno anche a Castiglion della Pescaia, tirato su da un Verì emigrato in Toscana. Punta Fornaci se l’era portato via una mareggiata, Antonio lo ha rimesso in sesto. Ora, chissà, vorrebbe farci un ristorante, seconda vita di tanti trabocchi: se la pesca rende meno ci si reinventa cuochi. E ogni anno, a luglio, torna il festival Cala Lenta, voluto da Slow Food. Intanto Antonio pesca, e tiene sotto controllo il trabocco: «Il mare in inverno arriva anche a forza otto e i venti da nord non perdonano». Ogni aprile, la manutenzione: «Se si tiene bene, un trabocco può durare molto a lungo». Per tirarne su uno ex novo (c’è chi preferisce risistemarne uno di quelli antichi, protetti da una legge regionale, di proprietà del demanio e dati in concessione ai privati) ci vogliono tre mesi: «Se si lavora in tre, quattro persone, 24 ore al giorno ». Il mare ripaga: «Cefali, spigolette e pesce azzurro, ideale per la frittura. Una volta ci si viveva». E il trabocco era anche la casa: «Le famiglie più povere ci abitavano sopra, nella casetta montata sul piano, non avendo altro».

Pescatori, ma non solo. Qui un tempo c’era la fornace dei mattoni, e si commerciava con i dirimpettai della Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik: i trabaccoli (le barche) partivano carichi di mattoni e tornavano indietro portando i cavallini dalmati, razza da fatica buona per le campagne. Terra e mare, legati da sempre: il trabocco - che prolunga la costa oltre i confini naturali - è il tentativo dei contadini di conquistare l’acqua. Fin dal nome: «Per qualcuno è il trabocchetto che si tende al pesce o la tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, "tra buchi" - spiega Antonio Iarlori, assessore alla Cultura del Comune di San Vito - ma l’ipotesi che mi convince di più è quella che rimanda alla campagna: l’argano ricorda il meccanismo del frantoio, il trabiccolo usato per la spremitura delle olive».

La storia del territorio si impasta tra corde e pali, con uno spartiacque: «Il 1863, quando arriva la ferrovia: da allora bulloni, pezzi di traversine, fili di ferro entrano nella struttura del trabocco», racconta Pietro Cupido, autore del libro Trabocchi, traboccanti e briganti (Edizioni Menabò) e sostenitore dell’ipotesi secondo cui a ideare queste macchine da pesca sarebbero stati, a metà del Seicento, gli ebrei riparati in Abruzzo dalla Francia. La ferrovia porta anche altro: «La robinia, o acacia spinosa, venuta dall’Australia: attecchiva in fretta e si usava per trattenere la terra intorno ai binari». Ma la «spinosa» ha altre qualità e i traboccanti lo scoprono presto: «È tenace, dura da lavorare ma quando secca resiste a intemperie e salsedine».

È la ferrovia - oggi dismessa - a portare qui, l’estate del 1889, d’Annunzio e la sua donna, Barbara Leoni: tre mesi in una casa di campagna che, poi, diventerà lo sfondo del Trionfo della morte. Antonio Verì, classe 1938, ricorda suo nonno raccontare del poeta che, matita e foglio di carta stretti tra il naso e il labbro, andava a nuoto sugli scogli, a scrivere. Dalla casa d’Annunzio vedeva un trabocco, l’unico oggi gestito direttamente dal Comune: è lì dal 1871, il proprietario di allora, Luigi di Cintio detto Turchino (perché era «nere accom’è nu turche»), è il pescatore del Trionfo della morte. Una sua discendente, Maria Laura di Cintio, vive ancora qui: suo marito, Fernando De Rosa, ha dato vita all’associazione «Eremo dannunziano». L’anno scorso è riuscito a far traslare qui, dal cimitero romano del Verano, i resti di Barbara Leoni.

Ma da quest’inverno la spiaggia del Turchino è diventata la metà, mangiata dalle mareggiate, ed è difficile accedervi dalla strada. Per proteggerla, spiega l’assessore Iarlori, servirebbero i frangiflutti a pennello, perpendicolari alla costa: «Costano tremila euro al metro, e ne servono almeno 600 metri». Sui media locali qualcuno ipotizza che all’origine del danno ci sia il prolungamento del molo di Ortona, che avrebbe modificato le correnti. Un rischio ambientale che da queste parti - quest’anno sono state sei le spiagge della Provincia di Chieti premiate con la Bandiera blu, tra cui San Vito - non si possono permettere. La minaccia più temuta si chiama petrolio ma si nasconde sotto il nome innocuo di un pesce - «Ombrina mare» - preso in prestito per battezzare l’impianto di estrazione che la società inglese Medoilgas intende cominciare a sfruttare dal 2013. Petrolio e gas naturale che poi verrebbero raffinati nel Centro Oli di Ortona. Sindaci e ambientalisti stanno dando battaglia. Poi c’è il cemento: il promontorio sotto l’Eremo - dove perdono la vita gli amanti del Trionfo della morte - ha rischiato di finire seppellito sotto una colata di calce sostituita all’ultimo momento da un prato e da una staccionata di legno.

Resta da capire quale sarà il futuro della ex ferrovia: esiste un progetto, per ora senza fondi, di farne una pista ciclabile. Il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) ha un’idea diversa: «La linea dei binari - dice Massimo Lucà Dazio, presidente regionale Fai per l’Abruzzo e il Molise - potrebbe tornare ad essere come gli antichi tratturi, è ideale per un percorso ciclo-pedonale che, diversamente da una ciclabile, eviterebbe di cantierizzare la costa per anni: il sentiero esiste già, si tratta solo di sistemarlo e mantenerlo in ordine, dunque anche i costi sarebbero più contenuti. E potrebbe essere usato per passeggiate a piedi, in bici, a cavallo». Una seconda vita che non riguarderebbe solo il tracciato delle rotaie: «Le vecchie stazioni, i caselli potrebbero diventare luoghi di ristoro, così come i vagoni dismessi della ferrovia Sangritana». Quest’anno il Fai abruzzese ha scelto la Costa dei Trabocchi come portabandiera regionale nel censimento dei Luoghi del cuore: entro il 30 settembre si può votare sul sito del Fai per sensibilizzare su queste macchine antiche, ma fragili, oramai un tutt’uno con la terra che le ospita. Lo sa chi è nato qui, come la scrittrice Giulia Alberico che ricorda di aver assistito, ragazzina, al rito della pesca: «I traboccanti con le maglie di lana anche d’estate, le grosse maniche rimboccate, per assorbire il sudore. E la passerella dove ci avventuravamo per tuffarci o pescare le cozze tra gli scogli appuntiti, sfidando i timori delle nostre madri. Il trabocco, per noi, aveva qualcosa di proibito».

Giulia Ziino

28 giugno 2010(ultima modifica: 29 giugno 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/ziino-ragni-legno-d-annunzio_53c18fb4-8289-11df-9406-00144f02aabe.shtml

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