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Una riforma fiscale contro il mostro deflazione (SOCIETA')

Una riforma fiscale contro il mostro deflazione

di Carlo De Benedetti

Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:42.
L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:42.

  

Se vogliamo affidarci alla metafora di Niall Ferguson, storico di professione ed economista per passione, Godzilla è pronto a sconfiggere King Kong. Lo scontro fra i mostri liberati dalla crisi del credito, ovvero la battaglia fra inflazione e deflazione, come ebbe a dire il docente di Harvard, rischia di risolversi verso lo scenario deflattivo.


La zampata di Godzilla è apparsa minaccia prevalente anche nelle parole, volutamente provocatorie, pronunciate dal presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, il 29 luglio scorso, quando è arrivato ad immaginare uno scenario giapponese per l'economia americana.
Sventolare il declino giapponese per i destini americani è, forse, una fuga in avanti: ma la realtà di oggi è molto diversa dalle aspettative di qualche mese fa. La crescita del secondo trimestre su base annua dell'economia statunitense è passata dal 2,4% all'1, il terzo trimestre minaccia di essere piatto e l'ultimo, probabilmente, sarà negativo.
Lo scenario del double dip, di una ricaduta nella recessione, si va così consolidando, d'improvviso. Per questo è ora necessario cambiare strada, eliminando le residue incertezze, convincendosi che se Godzilla è più forte di King Kong, vanno adottate armi molto più potenti di quelle fino ad ora utilizzate. Se non altro per la semplice ragione che oggi sappiamo come battere l'inflazione, ma non conosciamo, né sappiamo come somministrare, gli antidoti necessari per guarire un corpo economico malato di deflazione.


L'emergenza crescita è assolutamente prioritaria. Credo che i passaggi per riportare gli Usa sulla via dello sviluppo siano sostanzialmente tre: la Fed deve attrezzarsi contro la deflazione promuovendo l'erogazione di finanziamenti sia alle attività d'impresa, sia alle famiglie.

Il Congresso deve ispirarsi alla riforma fiscale del 1986 abbattendo l'aliquota marginale e allargando la base imponibile; il Paese deve ritornare verso logiche di deregulation, abbandonando la tentazione di porre lacci e lacciuoli a settori-chiave dell'economia, come quello finanziario.
Restiamo ai due primi passaggi, i più importanti nell'emergenza che si va defilando. La politica monetaria ha portato gli Usa a interessi a zero e al quantitative easing - allentamento quantitativo - di 1.200 miliardi di dollari provocando una crescita dell'M2 debole e aumentando la tendenza al risparmio di cittadini intimoriti dalla fragilità del contesto economico. Uno scenario che accelera il rischio di una caduta dei prezzi.

La Fed lo ha intuito, ma non s'è ancora risolta ad adottare misure radicali, divenute ormai urgenti e indispensabili. Dovranno andare nella direzione già adottata, ma con più determinazione di prima. Lo strumento monetario va rilanciato, avviando un'altra ondata di quantitative easing per almeno altri mille miliardi di dollari: danari messi sul mercato per l'acquisto di titoli di stato a lungo termine.

Ogni idea di stretta economica, di exit strategy dallo stimolo espansivo, va abbandonata perché la storia della Grande Depressione, e quella più recente del Giappone, rischiano di ripetersi, oggi, in America. «Coloro che non imparano dalle lezioni della storia tendono a ripeterla», sosteneva il filosofo George Santayana, con un concetto tanto ovvio quanto, spesso, sfuggente alla mente della politica. Il ripetersi della "storia di allora" sarebbe devastante perché il ruolo trainante degli Usa sull'economia planetaria resta forte abbastanza per innescare il ripetersi di una crisi globale, capace di travolgere i mercati maturi. Per questo la leva monetaria non basta. Dovrà essere accompagnata da una nuova politica impositiva che potrà apparire impopolare, ma che è, in realtà, l'abc di ogni economista specializzato in finanza pubblica. Il principio è noto. Una bassa aliquota marginale accompagnata dall'ampliamento della base impositiva, attraverso l'eliminazione di esenzioni specifiche, è la via migliore per aumentare il gettito.

Anche in Italia, per inciso, sarebbe prioritaria una riforma fiscale, che spostasse l'onere delle imposte dal lavoro e dalle imprese ai patrimoni, ma l'ambizioso progetto del ministro Tremonti sembra per il momento accantonato.
Torniamo al mondo. La storia ci aiuta una volta di più. La lezione del 1986, infatti, suggerisce proprio un piano fiscale di quel tipo. Purtroppo l'amministrazione di Barack Obama promette di muoversi nella direzione opposta, aumentando l'aliquota marginale dal gennaio 2011. Una mossa dal sicuro impatto politico, ma lontana dalle esigenze di un'economia in bilico fra debole ripresa e rischio di violenta ricaduta. Impopolare apparirà anche l'idea di dare un colpo di freno alle smanie iper-regolatrici del settore finanziario, ma anche questo è necessario per dare vigore a una spinta che non c'è più.

I rimedi qui suggeriti non sono novità nella dottrina economica. Non c'è nessuna intuizione geniale dietro una ricetta che è solo il prodotto di uno scenario ora sgravato dalle nebbie dei mesi passati. L'immagine che emerge oggi, con una nettezza mai vista prima, traccia il rischio di un ritorno in recessione e impone l' esigenza di evitarlo utilizzando, fin d'ora, tutte le medicine possibili. Politica monetaria, fiscale e delle regole, da distribuire subito e nella dose giusta. Il momento è questo, la quantità dovrà essere massiccia. Altrimenti basterà tornare alle cronache della Grande Depressione per leggere scenari di un destino ancora possibile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-26/riforma-fiscale-contro-mostro-084131.shtml?uuid=AYbLKuJC

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Si rischia una ricaduta in recessione? (SOCIETA')

Evans e Stiglitz a confronto, si rischia ricaduta in recessione?

Di Francesca Gerosa


Evans e Stiglitz a confronto. Si rischia o no la ricaduta in una seconda recessione? Per il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, no, perlomeno negli Usa. Per il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, sì. A chi credere? Per il primo appare "improbabile" la ricaduta in una seconda recessione anche se i rischi sono più alti oggi di quanto non lo fossero sei mesi fa.

Per il secondo l'Europa rischia di rientrare in recessione, un rischio dettato semplicemente dal fatto che i Governi tagliano le spese per ridurre il deficit. Il professore della Columbia University di New York ha sottolineato che "tagliare a casaccio gli investimenti ad alto rendimento solo per fare in modo che il quadro del deficit appaia migliore è veramente insensato".

Il premio Nobel ha puntato il dito contro l'obiettivo di tenere il deficit al di sotto del 3% del Pil. "L'Europa rischia una seconda recessione (double-dip) perché molti in Europa si stanno concentrando sul numero artificiale del 3%, che non è reale e guarda solo a un lato dei bilanci", ha spiegato Stiglitz.

Per Evans l'economia Usa è in una fase di recupero "estremamente modesta", tuttavia, si intravedono dei segnali "incoraggianti" e per questo una seconda recessione non è la possibilità "più probabile". C'è qualche indizio di stabilizzazione dei prezzi delle case e qualche segnale incoraggiante di una ripresa generale dell'economia anche se ancora "certamente non siamo fuori dal tunnel".

Per Stiglitz il problema è che l'Europa sta uscendo da questa crisi molto velocemente "e quello che stiamo facendo è metterci in una condizione di malessere in stile giapponese a lungo termine caratterizzata da crescita debole per un certo periodo di tempo".

Ed è altrettanto inquietante che le persone parlino di questo "come di una nuova normalità", soprattutto alla luce del fatto che una disoccupazione al 10% "sarebbe devastante". Facendo riferimento al mercato del lavoro Usa, anche Evans ha notato come sia in una condizione "molto impegnativa" e ha stimato che il tasso di disoccupazione si attesterà intorno all'8% nel 2011, quando in una economia sana dovrebbe essere al 5%.

Affrontando poi la questione del sistema bancario, riferendosi in particolare alla situazione di Irlanda e Stati Uniti, Stiglitz ha detto di ritenere che facendo una corretta valutazione di mercato di alcuni asset "le banche avrebbero bisogno di aumentare di più il capitale e alcune potrebbero rischiare la bancarotta".

Per il presidente della Federal Reserve di Chicago troppe regole per i mutui potrebbero limitare il credito disponibile e danneggiare chi ha bisogno di ricevere un prestito. In questa fase dell'economia, ha continuato Evans, bisogna intensificare lo sforzo per una "alfabetizzazione" finanziaria dei potenziali acquirenti di casa piuttosto che varare regole più severe.

Evans ha rilevato che le misure del governo per eliminare i prodotti sui mutui che non incontrano determinati standard se da una parte possono evitare la sottoscrizione di prestiti rischiosi, dall'altra diminuiscono il ventaglio di opzioni a disposizione. "Prodotti specializzati (ad alto rischio) possono in effetti essere appropriati per certe categorie di persone, dunque", ha osservato, "questa politica potrebbe avere dei costi". Una ricetta che dovrebbe prevenire un'altra crisi del settore e un'ondata di pignoramenti.

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?chkAgenzie=TMFI&id=201008241555594308

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Google (SOCIETA')

21/8/2010

Google tra mito e realtà
 
MARCO PANCINI*


Google nasce come azienda tecnologica impegnata a creare soluzioni per il reperimento rapido delle informazioni sul Web. La tecnologia è anche ciò che ci consente di garantire agli utenti il massimo controllo sulle informazioni che ci forniscono. Privacy e tecnologia per Google sono due aspetti strettamente connessi. A questo proposito, crediamo sia oggi più che mai opportuno distinguere tra mito e realtà.

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Per tutelare ulteriormente la privacy, cancelliamo una parte degli indirizzi IP dopo 9 mesi e anonimizziamo i cookies dopo 18 mesi. Solo chi ha un account Google è associato ad un nome, ma è il nome che l’utente ha deciso di attribuirgli. Ogni utente registrato ai servizi di Google può accedere a tutte le informazioni collegate al proprio account attraverso Google Dashboard (google.com/dashboard), una soluzione tecnologica che è anche la prova concreta della trasparenza verso tutti i nostri utenti.

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Prima di lanciare questo servizio abbiamo voluto progettare delle soluzioni tecnologiche che garantissero la trasparenza e la libertà di scelta dei nostri utenti. La risposta è data oggi dal pannello di controllo che permette di gestire le preferenze degli annunci associati al proprio browser (google.com/ads/preferences), aggiungere o rimuovere categorie ed effettuare, se lo si desidera, opt-out definitivo dal servizio. Questo pannello è raggiungibile anche mediante il link al nostro Centro Privacy posto sulla home page del motore. Mito. E’ difficile tornare in possesso delle informazioni date a Google Realtà. Il valore competitivo per aziende come la nostra è dato dalla fiducia degli utenti, che per Google non significa incatenarli ai propri servizi ma lasciarli in controllo dei propri dati. Iniziative come Data Liberation Front (www.dataliberation.org) sostengono il diritto degli utenti di controllare le informazioni conservate nei diversi prodotti e servizi Google. Questo consente, ad esempio, di chiudere un account Gmail e trasferire i propri contatti su un altro provider di posta elettronica. Crediamo che la concorrenza stimoli l’innovazione e vogliamo che chi sceglie i nostri servizi lo faccia perché rispondono a dei bisogni. Mito. Google vende i dati dei propri utenti alle aziende e li comunica ai governi Realtà. Non cederemo mai a nessuna azienda le informazioni personali che possono identificare i nostri utenti, senza il loro consenso esplicito. Sulla home page del nostro motore è disponibile un link privacy attraverso il quale si può accedere a tutte le informazioni relative alla tutela dei dati personali e leggere che Google collabora con le istituzioni nella repressione del crimine informatico, rispondendo alle richieste di informazioni che sono formulate nel rispetto della legge.

Anche in questo caso la nostra è stata una scelta di trasparenza che si è concretizzata in un sito (google.com/governmentrequest) attraverso il quale è possibile avere informazione relativi alle richieste formulate a Google dai Governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli dell’importanza assunta oggi dal tema della privacy nel mondo online ed è per questo che manteniamo un dialogo aperto con tutti voi e con le autorità predisposte a tutelare questo diritto. Riteniamo che dialogo e tecnologia siano le risposte per proteggere la privacy online e permettere di avere pieno controllo sulle informazioni personali quando utilizzate i nostri servizi. *European Senior Policy Counsel di Google

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7731&ID_sezione=&sezione=

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Governo di manigoldi e di incapaci (SOCIETA')

17/8/2010

La politica dimentica l'economia

MARIO DEAGLIO

Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito - se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi - che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica.

Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese.

Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni.

Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale.

L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci.

Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio - tra i quali il varo della recente manovra - che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi.

Chi li acquisterà? Una parte rilevante - si può stimare un po’ più della metà - sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se - e a che prezzo - acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante.

Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia.

Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi.

mario.deaglio@unito.it
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7716&ID_sezione=&sezione=

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C'era una volta il lavoro... (SOCIETA')

Chi ha paura del lavoro

di ILVO DIAMANTI

C'ERA una volta il lavoro... Garanzia di reddito, riconoscimento, posizione e mobilità sociale. Dava senso e speranza nel futuro. Principio istituzionale e costituzionale su cui si fonda la Repubblica, ha fornito lo statuto della nostra identità pubblica e privata. Il lavoro. Bisognerà ripensarci e ripensarlo, perché oggi non è più in grado di assolvere a questi fini. Non solo perché ormai è volatile e globalizzato come l'economia. Spostare la produzione  -  e l'occupazione  -  in Serbia, Romania, Cina o Tunisia è questione di costi e benefici. E non da oggi. La delocalizzazione non l'ha certo inventata la Fiat di Marchionne. È che si è creato un divario troppo largo fra il significato e la realtà.

Fra il ruolo attribuito al lavoro nell'organizzazione e nell'etica  -  sociale e personale. E ciò che sta diventando ed è divenuto. Nei fatti. Possiamo insistere sulle virtù  -  e sulla ragionevole esigenza  -  della flessibilità. Tuttavia, genitori e figli, giovani e adulti continuano a preferire il posto fisso. Per il 60% degli italiani: uno dei due requisiti privilegiati nella ricerca del lavoro (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2009).  Peraltro, il 47% delle persone (Demos per Unipolis, Osservatorio sulla sicurezza, Maggio 2010) oggi considera la disoccupazione  -  cioè: la perdita oppure l'assenza di lavoro  -  la prima preoccupazione. Nel 2007 questo problema era ritenuto prioritario da poco più del 20% dei cittadini (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2007).

Non si tratta di una paura localizzata, che tocca le aree più vulnerabili del Mezzogiorno. La disoccupazione, infatti, è in testa anche alle preoccupazioni della popolazione di Vicenza. Mitico cuore del mitico Nordest. Dove si rilevano da decenni i minimi indici di disoccupazione. Ebbene, nel Vicentino, 1 persona su 2 (per la precisione: il 49,2 %) considera la disoccupazione la prima emergenza da affrontare (Demos per Associazione Industriali e Fondazione Palazzo Festari, 1300 interviste, Maggio 2010).  Nel 2003: 13,2%. Nel 2001: 8,1%. La paura di perdere il lavoro, cioè, fra i vicentini è aumentata del 600% in meno di dieci anni. Il che, ovviamente, si giustifica, in parte, con la "disabitudine" a un problema, in precedenza, irrilevante. Tuttavia, anche per questo, il lavoro appare indebolito nella gerarchia dei valori personali. D'altronde, non gratifica più come una volta. Si dice, infatti, soddisfatto del lavoro il 56,8% dei vicentini. Dieci anni fa era l'80,8%. E se ciò succede a Vicenza, una società totalmente coinvolta nel lavoro, figurarsi altrove.

Anche in questo modo si spiega lo slittamento verso il basso della posizione sociale ed economica percepita dalla popolazione. Oggi,  infatti, il 49% degli italiani dichiara di appartenere ai ceti popolari oppure alla classe operaia. Sì, proprio alla "classe operaia". Così si definisce ancora il 37% degli italiani. Anche se gli operai, notoriamente, non esistono più. Sono scomparsi insieme al lavoro. E per dimostrare la propria esistenza debbono ricorrere a proteste clamorose. Fino ad allestire un'Isola dei Cassintegrati all'Asinara. Rischiando di passare per giapponesi che continuano la guerra. Senza sapere che la guerra è finita. Da tempo.

Tuttavia, un italiano su due oggi si sente classe operaia o popolare: 10 punti percentuali più rispetto al 2006. Mentre il 44% si colloca fra i ceti medi. (Era il 53% solo 4 anni fa, quando la società italiana era davvero "media".) Il residuo 5-6% (costante nel tempo) si sente e si dichiara "borghesia, classe dirigente".  Lo ripetiamo: c'è uno squilibrio ampio tra il significato e la realtà del lavoro. Il lavoro continua ad avere un ruolo prevalente nel definire non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le aspettative e gli orientamenti delle persone. Lo stesso Berlusconi utilizza la propria biografia "professionale" come esemplare. La prova che "tutti ce la possono fare". Partire dal nulla e arrivare in cima al mondo (o, almeno, fino ad ora: all'Italia).

Eppure l'italian dream, che egli interpreta ed esibisce, oggi non funziona più. Se il lavoro genera solo - o prevalentemente  -  preoccupazione. Se, invece che un "ascensore sociale", diventa uno "scivolo". Che spinge quote crescenti di popolazione nella "classe operaia". Cioè: nell'oblio, visto che la classe operaia è stata cancellata. Mentre gli attori che ne rappresentano gli interessi appaiono sempre più periferici. Gli stessi sindacati godono (si fa per dire...) della fiducia di circa un quarto della popolazione. E di poco più del 20% tra i lavoratori. D'altra parte, la loro base di iscritti è in maggioranza composta da pensionati.

Intanto, quasi 2 italiani su 3 ritengono che negli ultimi 5 anni la loro posizione sociale sia peggiorata. Un destino che interessa il 72% di coloro che si sentono classe operaia. Difficile, dunque, non porsi qualche dubbio sul nostro futuro, se il fondamento della nostra carta costituzionale, cioè il Lavoro: a) non offre certezze durature e tanto meno stabilità, al Sud, al Centro, al Nord e perfino nel Nordest; b) diventa il principale fattore di preoccupazione sociale e familiare; c) non genera mobilità sociale, se non verso il basso; se, ancora, d) metà della popolazione si sente classe  operaia (e popolare) ma si insiste a negarne l'esistenza.

Se tutto ciò è vero e riguarda tutte le fasce di popolazione (ma soprattutto i più giovani) allora resta da capire se vi sia una soluzione o, almeno, un rimedio. Per affrontare, o almeno, sopportare il declino del lavoro. E di tutto ciò che rappresenta, sotto il profilo fattuale e simbolico, materiale e normativo. L'unico riferimento possibile è, sicuramente, la "famiglia". Considerata, insieme all'arte di arrangiarsi, il marchio specifico dell'identità italiana dagli italiani stessi. Le vicende del nostro tempo non possono che accreditare questa idea. Vista l'importanza assunta dai legami familiari nelle attività economiche, nelle carriere professionali. E  -  in questi tempi  -  nelle vicende politiche. Tuttavia, a maggior ragione, temiamo il declino (l'eclissi?) del lavoro. Temiamo coloro che non lo temono. Ne temiamo gli effetti economici ma anche - e anzitutto -  "ideologici". Ebbene sì: il ritorno trionfale  del "familismo" ci spaventa.

(15 agosto 2010) © Riproduzione riservata
http://www.repubblica.it/politica/2010/08/15/news/mappe_diamanti-6297736/

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