| FIAT & MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA |
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MARCHIONNE: TANTE DICHIARAZIONI, UNA STRATEGIA
di Carlo Scarpa 27.07.2010
La Fiat è stata al centro di tanti avvenimenti negli ultimi mesi. Mettere ordine in questa storia fa emergere una tendenza ad una internazionalizzazione sempre più spinta. Il ruolo dell'Italia nei piani di Fiat sarà sempre più limitato. Tanto che non si capisce se i progetti Fabbrica Italia erano solo fumo negli occhi, o il tentativo di far passare delle scelte (legittime) ormai compiute come colpe del sindacato.
Da diversi mesi Fiat è protagonista di una serie di azioni e annunci, sui quali potrebbe essere utile mettere ordine. Dopo l’acquisizione di una quota significativa in Chrysler e il tentativo di acquisire Opel (tentativo fallito anche perché alla fine Opel non è stata venduta), in aprile è stato lanciato il programma Fabbrica Italia, un piano ambizioso fatto di ampliamenti della capacità produttiva, della chiusura di Termini Imerese, del potenziamento di Pomigliano (riportando in Italia produzioni oggi effettuate in Polonia). L’inizio dell’attuazione di questo piano – la diatriba su Pomigliano, il referendum ecc. – ha già avuto luogo, sollevando i problemi che conosciamo. Poi, l’annuncio della creazione e quotazione separata di due imprese (da una parte l’auto, dall’altra il resto) e infine l’annuncio dello spostamento di produzioni da Mirafiori alla Serbia. La sola elencazione degli avvenimenti verificatisi in questi pochi mesi è così lunga da lasciare perplessi. Che esista una strategia volta all’espansione è evidente e comprensibile. Ma le forme che questa strategia assume in Europa lasciano perplessi. E l’attuazione di questa strategia, ancora di più.
FABBRICA ITALIA: COSA C’È OLTRE GLI ANNUNCI?
In particolare si fatica a ravvisare una coerenza nei progetti attorno all’etichetta Fabbrica Italia. Fin dall’inizio aveva destato dubbi l’idea di espandere la capacità produttiva in un settore nel quale da parecchi anni si denuncia l’eccesso di capacità produttiva, almeno in Europa. Acquisire Opel poteva avere un senso, creare nuovi impianti, soprattutto in Italia, meno. Riguardo all’Italia gli elementi di dubbio erano ancora maggiori. Chiudere Termini forse è inevitabile. La posizione dell’impianto è infelice. L’impianto è probabilmente troppo piccolo per potere conseguire economie di scala rilevanti. Nonostante sforzi di decenni, attorno a Termini Imerese resta una specie di deserto nel quale le industrie locali non sono fiorite come si sperava. Espandere Pomigliano è parsa invece da subito una scelta molto coraggiosa. Tanto coraggiosa da sembrare quasi velleitaria. Se proprio vogliamo espandere la capacità produttiva, perché farlo in Italia quando esistono in giro per il continente diverse alternative caratterizzate da costi del lavoro minori, possibilità di sviluppo infrastrutturale più favorevoli, maggiori capacità dei governi locali di incentivare gli investimenti? Sembrava un gesto di vera responsabilità sociale rispetto all’Italia, paese che aveva dato tanto alla Fiat (ma, ricordiamo, al quale comunque la stessa Fiat aveva dato tanto: difficile fare i conti in modo preciso). Ma Fiat ha veramente intenzione di effettuare questo investimento? Visto come ha gestito la partita, i dubbi credo siano legittimi. Le proposte ai sindacati come contropartita erano tutto sommato ragionevoli (condividiamo le opinioni già espresse da Pietro Ichino) ma la mancanza di un accordo ha aperto scenari complessi. Anche il referendum non era uno strumento molto utile. Perché il problema di Fiat non era la maggioranza, ma convincere la quasi totalità dei lavoratori a seguirla. Solo a queste condizioni avrebbe avuto una speranza di dire basta all’assenteismo. Non una certezza, ma almeno una speranza. La Fiom ha detto di no al contratto, e molti dipendenti con lei. Ha detto di no ai principi del contratto, e a questo punto l’unica speranza della Fiat sarebbe stata – una volta subito il no di principio – di cercare invece l’accordo con Fiom sulle cose concrete. Da lì a poco, si sono invece avuti alcuni comportamenti di insolita durezza proprio contro sindacalisti Fiom in altri impianti: la cosa giusta da fare se si voleva rompere con Fiom e essere “costretti” a rinunciare al progetto di Pomigliano, non certo se il fine era invece l’accordo. Sarò lieto di essere sorpreso nel futuro, ma a oggi le probabilità che il rilancio di Pomgliano avvenga non sono molte, a meno che non intervengano masse di denaro pubblico. È poi difficile da inquadrare in Fabbrica Italia anche l’idea di spostare produzioni dal Piemonte alla Serbia. Ma se mettiamo questo insieme alla chiusura di Termini Imerese e al probabile fallimento di Pomigliano, cosa resta dell’intero progetto? Parrebbe nulla. Era una finzione? Fatichiamo a crederlo, ma le spiegazioni alternative non sono tante.
FIAT AUTO SEMPRE PIÙ INTERNAZIONALE. ABITUIAMOCI.
In parallelo, lo spin off di Fiat auto, che da qui a pochi mesi acquisirà lo status di impresa separata e indipendente. Il senso finanziario della cosa è evidente: le imprese troppo complesse non piacciono ai mercati, che le vedono come dei “portafogli” di titoli. Ma ogni investitore preferisce decidere lui stesso cosa mettere nel suo portafoglio; quindi, di norma meglio avere titoli più identificabili. Ma dal punto di vista industriale? Sotto questo profilo la separazione può servire o per consentire alla famiglia Agnelli di uscire dall’auto, o per attirare nuovi partner interessati all’auto (ma non al resto). Dopo lo sforzo e la scommessa su Chrysler, la prima opzione sembra poco logica, mentre la seconda lo è di più. Ma, attenzione, questo ragionevolmente significa un baricentro dell’impresa sempre più lontano dall’Italia. Sia come produzioni (i mercati in maggiore espansione non sono certo quelli nostrani) sia come centro di comando (a meno che i nuovi partner siano italiani, ma non si vede chi). In questa chiave, il progetto Fabbrica Italia ha sempre meno significato. Investire su Pomigliano è difficile da giustificare. L’investimento in Serbia, con tanto denaro pubblico che l’Italia non può mettere sul tavolo, ha invece molto più senso. Questa chiave di lettura avvalora il sospetto che il progetto di ampliare le produzioni in Italia (e la sua gestione) fossero solo un modo per poter dire “ci abbiamo provato, ma i sindacati non ci hanno voluto”. Non sarebbe un finale che fa bene all’Italia. Ma ci dobbiamo abituare all’idea che se vogliamo che un’impresa (anche se legalmente italiana) investa in Italia e non altrove occorre che questa impresa trovi qui le condizioni più favorevoli. Aiuti di stato, faremo sempre più fatica a darne sia perché in cassa lo Stato ha poco, sia perché l’Europa è sempre più esigente a riguardo. Se le condizioni infrastrutturali, le pastoie burocratiche e le relazioni industriali restassero quelle che sono, forse non sarebbe così strano se Fiat se ne andasse. Ma non sarebbe meglio se lo dicesse chiaramente, invece di investire in costosi spot sul futuro dell’Italia?
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001846.html ... |
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| Rischi per Internet |
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12/8/2010
Un futuro pieno di rischi per Internet JUAN CARLOS DE MARTIN*
A parte gli addetti ai lavori, finora poche persone - soprattutto in Italia - hanno colto uno degli aspetti più importanti di Internet, ovvero la sua relazione con l’innovazione. Tutti sono testimoni - quando non beneficiari diretti - dello straordinario flusso di innovazioni prodotto grazie alla Rete in questi anni. Ma relativamente pochi hanno finora colto le ragioni di fondo che hanno reso possibile tale esuberanza.
Ragioni che non sono legate ad un’improvvisa maggior ingegnosità di informatici e imprenditori, ma piuttosto al fatto che per la prima volta gli innovatori avevano a disposizione una rete di telecomunicazione strutturalmente - potremmo dire: costituzionalmente - diversa dalle reti precedenti. La costituzione della Rete è caratterizzata, per esplicita volontà dei suoi inventori, da due aspetti essenziali: semplicità e apertura. Semplicità perché Internet, a differenza delle reti di telecomunicazione che l’hanno preceduta, è una rete «stupida», ovvero l’«intelligenza» - ciò che rende possibile i vari servizi online - è ai margini della rete stessa, nei nostri computer, non dentro la rete medesima, che si limita a smistare i bit il più velocemente possibile. Per introdurre un nuovo servizio, quindi, non è necessario aggiornare tutta l’infrastruttura di rete (come invece occorre fare nella telefonia), basta pubblicare un software.
Apertura perché non occorre chiedere il permesso a nessuno per innovare su Internet: una ragazza con una buona idea, un computer e una connessione a Internet ha tutto ciò che le serve per realizzare e poi lanciare la sua idea al mondo. Basta che il suo software parli la lingua di Internet, ovvero, il cosiddetto «Internet Protocol», liberamente e gratuitamente utilizzabile da chiunque. Inoltre, apertura perché la Rete, per il principio della cosiddetta «neutralità della rete» (o di «non discriminazione»), tratta tutti i bit (che siano un documento o un file MP3) e tutte le applicazioni (che sia posta elettronica o video streaming) allo stesso modo, indipendentemente da mittente e destinatario. In linea di principio, quindi, i bit della ragazza e quelli di una multinazionale viaggeranno in rete allo stesso modo, senza discriminazioni.
Questa rete strutturalmente aperta, senza guardie ai cancelli, ha reso possibile una stagione di innovazione senza precedenti, permettendo sia ad aziende affermate di evolvere, sia a brillanti innovatori di creare dal nulla applicazioni di grande successo, quando non addirittura nuovi mercati.
L’innovazione, però, è uno di quei concetti a cui tutti tributano grandi omaggi a parole, salvo poi risentirsi molto se l’innovazione altrui perturba interessi consolidati da tempo. Da questo punto di vista, da oltre un decennio registriamo il fastidio - quando non il furore - con cui settori industriali consolidati, spesso a bassissimo tasso di innovazione, hanno accolto l’innovatività dal basso, non controllabile, di Internet e dei suoi utenti.
Da un paio d’anni, però, diversi segnali suggeriscono che il confronto stia passando di livello, ovvero, non più battaglie di retroguardia da parte di attori incapaci di gestire il cambiamento, ma anche tentativi di apportare modifiche strutturali alla Rete da parte di alcuni grandi attori della Rete stessa. In particolare, da anni alcuni fornitori di servizio Internet vorrebbero essere autorizzati a far pagare un sovrapprezzo ai fornitori di contenuti o servizi (per esempio, YouTube o il sito di un quotidiano), che quindi si troverebbero a pagare più volte per gli stessi bit: una volta per accedere alla Rete tramite il fornitore A (come è normale) e poi di nuovo per raggiungere i clienti del fornitore B, quelli del fornitore C, e così via.
Lunedì, però, c’è stato un fatto oggettivamente nuovo: una delle aziende che rappresentano con maggior evidenza l’innovazione legata alla rete, Google (fondata nel 1998), ha emesso un comunicato congiunto con una delle aziende eredi dello storico monopolio telefonico americano, Verizon (fino al 2000 nota come Bell Atlantic). Comunicato reso ancora più visibile da un editoriale apparso martedì 10 agosto sul «Washington Post» a firma congiunta Eric Schmidt e Ivan Seidenberg, gli amministratori delegati delle due aziende.
In sostanza, con un documento molto conciso Google e Verizon chiedono al legislatore e al pubblico di includere in qualsiasi iniziativa normativa relativa a Internet nove punti a loro avviso ritenuti essenziali. Mentre la maggior parte di tali punti è in linea con l’ideale di una rete Internet aperta e non discriminatoria, due punti in particolare stanno invece sollevando pesanti interrogativi e critiche. Il primo punto riguarda l’esenzione dai vincoli di non discriminazione per l’accesso a Internet senza fili, richiesta giustificata con poco evidenti caratteristiche di «unicità» dell’accesso senza fili, nonché con la «dinamicità» di tali servizi. Se si considera che è proprio tramite l’accesso senza fili che si sta concentrando il maggior tasso di sviluppo di Internet, dall’accesso in mobilità da parte degli utenti alla cosiddetta «Internet delle cose», ci si rende conto che ciò che Google e Verizon stanno chiedendo di esentare dal rispetto del principio di non discriminazione è buona parte del futuro stesso di Internet.
Il secondo punto, almeno altrettanto problematico, riguarda la possibilità di offrire «servizi online aggiuntivi». In pratica, a quel che è possibile capire, la creazione di un Internet-premium che si affiancherebbe, con modalità tutte da definire, a Internet tradizionale per offrire - ovviamente a pagamento – servizi per i quali non varrebbe il principio di non discriminazione. Gli interrogativi che solleva un tale scenario, se confermato, sono molti, ma ci si concentri sui potenziali effetti sull’innovazione. Se oggi la barriera all’ingresso per innovare in rete è, come abbiamo descritto, bassissima, l’innovatore del futuro potrebbe invece dover affrontare una giungla contrattuale causata dal dover negoziare, con ogni fornitore d’accesso Internet, come e a che prezzo raggiungere i suoi utenti sulla rete «premium». Avendo come unica alternativa quella di rimanere sulla vecchia Internet, quindi, di offrire la propria innovazione con minori prestazioni rispetto ai concorrenti, che magari saranno multinazionali nate quanto Internet era davvero neutrale.
Google e Verizon avranno modo nelle prossime settimane di chiarire, se lo vorranno, l’effettivo significato delle parti più controverse del loro documento. Più in generale, però, è chiaro che per la Rete si sta per chiudere una prima fase della sua storia, caratterizzata dalle lungimiranti decisioni prese quarant’anni fa dai suoi inventori. Nei prossimi mesi starà a noi decidere se continuare a preservare con forza l’apertura di Internet anche per le prossime generazioni di innovatori.
* Docente al Politecnico di Torino http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7701&ID_sezione=&sezione= ... |
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| Profitti delle aziende oggi... |
(CULTURA AZIENDALE) |
I profitti delle aziende non finanziarie tornano ai livelli del 2007, ma sui listini resta uno sconto del 30%
di Maximilian Cellino
Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2010 alle ore 08:04.
Nell'immaginario collettivo, il 2008 resterà per molto tempo come una sorta di anno zero per il mondo economico e finanziario. La crisi innescata dai mutui subprime prima e amplificata dall'inaspettato, per certi versi, crack Lehman ha radicalmente mutato lo scenario per i mercati. «Niente sarà più come prima» è stato il motivetto ricorrente fra gli investitori.
Niente, o quasi. Perché a guardare bene i risultati di bilancio trimestrali che le aziende europee e degli Stati Uniti stanno diffondendo proprio in questi giorni non sono certo poche le società che hanno fatto il pieno di utili. Molte di esse hanno addirittura raggiunto livelli da primato, superando anche quel 2007 che pareva destinato rimanere ineguagliato a lungo. Ma c'è di più. In Europa, quando ben 295 società componenti lo Stoxx600 (pari al 64% della capitalizzazione dell'intero listino) hanno già presentato i risultati dei primi sei mesi, cioè quelli più significativi in termini di peso nell'anno solare, si può azzardare una previsione: se nella restante parte dell'anno non si verificheranno «catastrofi» finanziarie – simili a quelle dell'autunno 2008, tanto per intendersi – il livello generale dei profitti aziendali potrebbe raggiungere in questo 2010 quello realizzato proprio nel 2007 dei record. Naturalmente il discorso vale per le società non finanziarie, perché le banche – pur in ripresa – restano ancora piuttosto lontane dai quei picchi.
La forza della delocalizzazione. Tracciare l'identikit delle società che hanno bruciato i record in questo trimestre è per certi versi semplice. «Si tratta – spiega Alessandro Capeccia, gestore di Azimut Sgr – in generale di gruppi o conglomerati che hanno sfruttato la crisi per operare profonde ristrutturazioni, che hanno approfittato per mettere a segno importanti acquisizioni e per diversificare i ricavi anche al di fuori dell'Europa, in particolare nei paesi emergenti». Il miglioramento dei bilanci, insomma, è il risultato del ricorso alla delocalizzazione e dell'incremento del peso di nuovi mercati di sbocco, Asia in primis, ma anche sudamerica. I campioni del profitto sono società come la tedesca Linde, oppure come Bmw, Lvmh e Burberry, marchi ben noti che hanno sfruttato al massimo la propria capacità di penetrazione in Oriente. Oppure gruppi attivi nel settore del retail food quali Carrefour, Casino e Tesco. E se è vero che chi ha nel frattempo effettuato acquisizione ha una ragione in più per battere i livelli del 2007, è anche vero che nei confronti dell'anno d'oro dei profitti queste società sono riuscite a migliorare i margini, a testimonianza del loro ottimo stato di salute.
C'è da chiedersi quanti di questi risultati siano stati ottenuti grazie alla compressione dei costi e quanti invece grazie a un'effettiva espansione del giro d'affari, ma anche sotto questo aspetto si nota qualche indicazione favorevole: «Se fino a tutto il 2009 fa era stato il controllo ferreo delle spese a propiziare il recupero sugli utili – suggerisce Capeccia – con le ultime trimestrali si è assistito anche a una sensibile crescita dei ricavi».
Borse tartarughe. Considerazioni sulla reale qualità degli utili a parte, stupisce, ma forse fino a un certo punto, vedere come a questi risultati non corrisponda un movimento altrettanto significativo delle Borse, che non sembrano ancora essersi del tutto riprese dallo shock del 2008. A ben vedere, infatti, l'indice paneuropeo Stoxx 600 si trova ancora ben al di sotto dei livelli di fine 2007, un gap di quasi il 30% che è abbastanza improbabile, per non dire impossibile, possa essere recuperato da qui a fine anno. Quand'anche si consideri in questo valore la performance di borsa dei titoli finanziari (sotto del 44% rispetto a 3 anni fa), il ritardo dei mercati azionari resta significativo e nasconde motivazioni differenti. La prima ragione è legata ai timori degli investitori, che non hanno certo dimenticato le pesanti punizioni subite nell'annus horribilis, così come le incertezze degli ultimi mesi, e che di conseguenza hanno drasticamente ridotto la propria propensione al rischio. Vista sotto questo aspetto, l'eccessiva prudenza degli operatori nasconderebbe un potenziale di apprezzamento dei mercati del 30% circa. L'altra faccia della medaglia è invece decisamente meno incoraggiante: rispetto al 2007, quando si riteneva (a torto) che l'età dell'oro potesse protrarsi a tempo pressoché indefinito, adesso il futuro sembra essere meno definito, anzi piuttosto nebuloso anche a sentire le stesse previsioni delle società che oggi stupiscono con i loro ricavi o utili da favola. Lo spettro di una maggior volatilità negli anni a venire rende quindi più avveduti gli investitori. E questo potrebbe non essere un male.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-12/borsa-utili-velocita-europee-080409.shtml?uuid=AYK2o7FC ... |
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| A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010 |
(SOCIETA') |
A Piazza Affari la crisi finisce nel 2010
Antonella Olivieri
Per i 40 big industriali di Piazza Affari il 2009 nel complesso è stato ancora un anno no. La fotografia scattata da R&s-Mediobanca vede per l'aggregato ricavi in calo del 12%, il margine operativo netto giù di oltre il 21%, l'utile netto addirittura in caduta del 43%. Per fortuna il primo trimestre di quest'anno ha segnato un'inversione di rotta, dato che il fatturato complessivo è cresciuto del 7,6%, il margine operativo netto del 19%, il risultato corrente del 26%, l'utile del 9%. Meglio il comparto pubblico del privato quanto a ricavi (+8,6% contro +6,4%) e margini industriali (+21,3% contro +14,1%), il contrario per risultato corrente (+56,8% i privati e +36,3% i pubblici) e profitti netti (+23,6% contro -1% i pubblici, principalmente per i minori proventi straordinari iscritti dall'Enel).
Per l'intero 2009, a voler distinguere, si scopre che anche l'anno scorso ha confermato il miglior andamento dei gruppi pubblici. Intendiamoci, sempre di calo si tratta, ma la flessione del fatturato è stata del 10% rispetto al -14,7% dei privati, con una diminuzione dei profitti netti del 30,8% contro il -66% degli altri.
Tuttavia, le vendite all'estero sono andate relativamente meglio: -9% rispetto al -18% del mercato domestico. Ma in casa hanno giocato meglio i privati che hanno visto i ricavi flettere del 9% mentre i gruppi pubblici hanno accusato una debacle del 26%. Tutti quanti però dipendono più dai mercati d'oltreconfine, dal momento che per le imprese private il fatturato estero rappresenta il 57,6% del totale, per le pubbliche il 59,6 per cento.
Nel complesso i big quotati hanno ridotto l'occupazione del 2%, ma anche qui c'è da distinguere tra i gruppi pubblici che hanno aumentato dell'1,6% il numero dei dipendenti e quelli privati che li hanno ridotti del 3,8%. Non sorprende che il conto sia stato più salato per l'Italia (-3,7%) che per l'estero (-1%), ma forse non è noto che le grandi imprese della penisola hanno più personale oltrefrontiera (il 52,7% del totale) che entro i confini domestici. Gruppi come Buzzi, Pirelli e Parmalat hanno addirittura oltre l'80% degli addetti all'estero, e anche Fiat è sopra la media con il 57,7 per cento.
I tagli comunque hanno riguardato anche gli investimenti, scesi del 5,4% nel 2009, salvo che i gruppi pubblici li hanno incrementati dello 0,6% a 22,7 miliardi, i privati li hanno ridotti del 15,5% a 11,2 miliardi (il Lingotto del 37%).
Sul lato della struttura finanziaria i maggiori gruppi industriali di Piazza Affari hanno aumentato il debito del 9%, però hanno lavorato sulla sua composizione, spingendo sull'allungamento delle scadenze e facendo maggior ricorso al mercato. Infatti, mentre l'indebitamento a breve è cresciuto del 2,5%, quello a lungo termine ha registrato un balzo dell'11%. E, soprattutto, le obbligazioni sono aumentate del 32%, mentre le altre fonti di finanziamento, principalmente prestiti bancari, si sono ridimensionate del 7,2%. Grazie anche a questa politica la liquidità delle imprese è esplosa del 32% con 43 miliardi di mezzi a disposizione, ad appannaggio soprattutto dei gruppi privati che hanno incrementato le munizioni del 54%, mentre i pubblici le hanno ridotte del 7 per cento.
Allargando l'orizzonte, rispetto a cinque anni fa – e comprendendo tutti i 51 gruppi censiti, incluse banche e assicurazioni – la crème di Piazza Affari appare piuttosto in affanno. Il risultato netto del drappello di punta del listino ha macinato nel 2009 il 52% in meno degli utili del 2005, anche se la Borsa ne ha ridimensionato le quotazioni "solo" del 29,5%. Solo 12 gruppi su 51 non sfiguarano al confronto. Ma soprattutto sono andate male le compagnie d'assicurazione, che hanno asciugato i profitti del 74%, mentre banche (-51%) e società industriali (-50%) sono andate di pari passo. In Borsa però le polizze hanno perso meno del credito: -26% contro -42%.
Nell'industria pubblica, escludendo l'Eni che è stata penalizzata dall'andamento del petrolio, il confronto a cinque anni avrebbe evidenziato utili in aumento del 7%: il dato complessivo è invece -27% rispetto al -79,8% dei privati. Peggio è andata per le utilities locali (-72%) rispetto ai gruppi a controllo statale (-23%).
Meno utili, ma su un giro d'affari allargato: in cinque anni la crescita è stata del 23% (+41% i gruppi pubblici, +6,6% i privati). Quanto ai debiti (+46%) sono cresciuti più dei mezzi propri (+29%) e di conseguenza il rapporto debt/equity è passato da 0,94 a 1,06. L'effetto Enel-Endesa è stato sensibile sull'aggregato pubblico che ha peggiorato il rapporto da 0,56 a 0,95. Più indebitato comunque il comparto privato nonostante il rapporto debt/equity sia sceso da 1,29 a 1,21.
Una "curiosità" riguarda la differente ripartizione del valore aggiunto nei diversi assetti proprietari: nel 2009 il costo del lavoro ha assorbito il 61,4% del valore aggiunto dei gruppi privati e solo il 35,8% dei pubblici. Eppure, rispetto a cinque anni fa, il costo del lavoro è aumentato più nel pubblico (+3,8%) che nel privato (+2,1%). Come si spiega? Se si guarda al valore aggiunto pro-capite, che è una misura della produttività, si vede che nel comparto pubblico è aumentato del 4,5%, in quello privato è calato del 15 per cento. Se ci si sofferma in particolare sui dati Fiat, si scopre che il costo del lavoro assorbe il 65% del valore aggiunto prodotto, sebbene lo stipendio medio al Lingotto sia appena di 36mila euro all'anno, ben sotto la media di 49mila euro dell'industria e i 54mila euro del comparto pubblico.
© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-07-30/piazza-affari-crisi-finisce-080510.shtml?uuid=AYs6DVCC
Questo articolo è stato pubblicato il 30 luglio 2010 alle ore 08:05.
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| D'Annunzio sedotto dai trabocchi |
(CULTURA) |
I luoghi / Litorale. COSTA ADRIATICA
I colossali ragni di legno che ispirarono D’Annunzio
Una volta erano anche casa per i più poveri Ora rischiano di scomparire
Il Fai sta studiando un percorso per salvarli.
Il poeta sedotto dai trabocchi, macchine da pesca nate tra Abruzzo e Gargano
Oggi è giornata di mare mosso e Antonio Verì non cala le reti. Con il trabocco è così, c’è bisogno di acque calme. Se il vento è buono, fa scendere la grossa rete a ombrello che si va ad appoggiare sul fondo: «I pesci non la vedono e ci vanno dentro». E quando si fa risalire, tirata su con le corde fissate all’argano, restano imprigionati. Poi arriva la voleche - il retino - a catturarli, e non c’è scampo. È un meccanismo semplice: una passerella di legno che va verso il piano - la piattaforma fatta di assi accostate -, l’argano al centro e le antenne, i lunghi bastoni che guardano verso il mare aperto, da cui pendono le reti. A sostenerlo, i pali levigati da anni di acqua salata, nelle fessure tra gli scogli: una palafitta da pesca. Un groviglio di funi, legno e ferri vecchi che a Gabriele d’Annunzio, quando lo vide, sembrò «simile allo scheletro colossale di un anfibio antidiluviano».
Di questi «ragni colossali» (altro copyright dannunziano) che movimentano l’Adriatico dall’Abruzzo al Gargano la concentrazione più fitta è nel tratto di costa tra Ortona e Vasto. Cinquanta chilometri - la Costa dei Trabocchi - in cui quasi ogni punta ha la sua «macchina pescatoria». Nel comune di San Vito Chietino ce ne sono sette: uno è quello di Punta Fornaci, dove lavora Antonio Verì. La sua è una delle più vecchie famiglie di traboccanti della zona: costruiscono trabocchi dall’Ottocento. Uno anche a Castiglion della Pescaia, tirato su da un Verì emigrato in Toscana. Punta Fornaci se l’era portato via una mareggiata, Antonio lo ha rimesso in sesto. Ora, chissà, vorrebbe farci un ristorante, seconda vita di tanti trabocchi: se la pesca rende meno ci si reinventa cuochi. E ogni anno, a luglio, torna il festival Cala Lenta, voluto da Slow Food. Intanto Antonio pesca, e tiene sotto controllo il trabocco: «Il mare in inverno arriva anche a forza otto e i venti da nord non perdonano». Ogni aprile, la manutenzione: «Se si tiene bene, un trabocco può durare molto a lungo». Per tirarne su uno ex novo (c’è chi preferisce risistemarne uno di quelli antichi, protetti da una legge regionale, di proprietà del demanio e dati in concessione ai privati) ci vogliono tre mesi: «Se si lavora in tre, quattro persone, 24 ore al giorno ». Il mare ripaga: «Cefali, spigolette e pesce azzurro, ideale per la frittura. Una volta ci si viveva». E il trabocco era anche la casa: «Le famiglie più povere ci abitavano sopra, nella casetta montata sul piano, non avendo altro».
Pescatori, ma non solo. Qui un tempo c’era la fornace dei mattoni, e si commerciava con i dirimpettai della Repubblica di Ragusa, oggi Dubrovnik: i trabaccoli (le barche) partivano carichi di mattoni e tornavano indietro portando i cavallini dalmati, razza da fatica buona per le campagne. Terra e mare, legati da sempre: il trabocco - che prolunga la costa oltre i confini naturali - è il tentativo dei contadini di conquistare l’acqua. Fin dal nome: «Per qualcuno è il trabocchetto che si tende al pesce o la tecnica di conficcare i pali tra gli scogli, "tra buchi" - spiega Antonio Iarlori, assessore alla Cultura del Comune di San Vito - ma l’ipotesi che mi convince di più è quella che rimanda alla campagna: l’argano ricorda il meccanismo del frantoio, il trabiccolo usato per la spremitura delle olive».
La storia del territorio si impasta tra corde e pali, con uno spartiacque: «Il 1863, quando arriva la ferrovia: da allora bulloni, pezzi di traversine, fili di ferro entrano nella struttura del trabocco», racconta Pietro Cupido, autore del libro Trabocchi, traboccanti e briganti (Edizioni Menabò) e sostenitore dell’ipotesi secondo cui a ideare queste macchine da pesca sarebbero stati, a metà del Seicento, gli ebrei riparati in Abruzzo dalla Francia. La ferrovia porta anche altro: «La robinia, o acacia spinosa, venuta dall’Australia: attecchiva in fretta e si usava per trattenere la terra intorno ai binari». Ma la «spinosa» ha altre qualità e i traboccanti lo scoprono presto: «È tenace, dura da lavorare ma quando secca resiste a intemperie e salsedine».
È la ferrovia - oggi dismessa - a portare qui, l’estate del 1889, d’Annunzio e la sua donna, Barbara Leoni: tre mesi in una casa di campagna che, poi, diventerà lo sfondo del Trionfo della morte. Antonio Verì, classe 1938, ricorda suo nonno raccontare del poeta che, matita e foglio di carta stretti tra il naso e il labbro, andava a nuoto sugli scogli, a scrivere. Dalla casa d’Annunzio vedeva un trabocco, l’unico oggi gestito direttamente dal Comune: è lì dal 1871, il proprietario di allora, Luigi di Cintio detto Turchino (perché era «nere accom’è nu turche»), è il pescatore del Trionfo della morte. Una sua discendente, Maria Laura di Cintio, vive ancora qui: suo marito, Fernando De Rosa, ha dato vita all’associazione «Eremo dannunziano». L’anno scorso è riuscito a far traslare qui, dal cimitero romano del Verano, i resti di Barbara Leoni.
Ma da quest’inverno la spiaggia del Turchino è diventata la metà, mangiata dalle mareggiate, ed è difficile accedervi dalla strada. Per proteggerla, spiega l’assessore Iarlori, servirebbero i frangiflutti a pennello, perpendicolari alla costa: «Costano tremila euro al metro, e ne servono almeno 600 metri». Sui media locali qualcuno ipotizza che all’origine del danno ci sia il prolungamento del molo di Ortona, che avrebbe modificato le correnti. Un rischio ambientale che da queste parti - quest’anno sono state sei le spiagge della Provincia di Chieti premiate con la Bandiera blu, tra cui San Vito - non si possono permettere. La minaccia più temuta si chiama petrolio ma si nasconde sotto il nome innocuo di un pesce - «Ombrina mare» - preso in prestito per battezzare l’impianto di estrazione che la società inglese Medoilgas intende cominciare a sfruttare dal 2013. Petrolio e gas naturale che poi verrebbero raffinati nel Centro Oli di Ortona. Sindaci e ambientalisti stanno dando battaglia. Poi c’è il cemento: il promontorio sotto l’Eremo - dove perdono la vita gli amanti del Trionfo della morte - ha rischiato di finire seppellito sotto una colata di calce sostituita all’ultimo momento da un prato e da una staccionata di legno.
Resta da capire quale sarà il futuro della ex ferrovia: esiste un progetto, per ora senza fondi, di farne una pista ciclabile. Il Fai (Fondo per l’ambiente italiano) ha un’idea diversa: «La linea dei binari - dice Massimo Lucà Dazio, presidente regionale Fai per l’Abruzzo e il Molise - potrebbe tornare ad essere come gli antichi tratturi, è ideale per un percorso ciclo-pedonale che, diversamente da una ciclabile, eviterebbe di cantierizzare la costa per anni: il sentiero esiste già, si tratta solo di sistemarlo e mantenerlo in ordine, dunque anche i costi sarebbero più contenuti. E potrebbe essere usato per passeggiate a piedi, in bici, a cavallo». Una seconda vita che non riguarderebbe solo il tracciato delle rotaie: «Le vecchie stazioni, i caselli potrebbero diventare luoghi di ristoro, così come i vagoni dismessi della ferrovia Sangritana». Quest’anno il Fai abruzzese ha scelto la Costa dei Trabocchi come portabandiera regionale nel censimento dei Luoghi del cuore: entro il 30 settembre si può votare sul sito del Fai per sensibilizzare su queste macchine antiche, ma fragili, oramai un tutt’uno con la terra che le ospita. Lo sa chi è nato qui, come la scrittrice Giulia Alberico che ricorda di aver assistito, ragazzina, al rito della pesca: «I traboccanti con le maglie di lana anche d’estate, le grosse maniche rimboccate, per assorbire il sudore. E la passerella dove ci avventuravamo per tuffarci o pescare le cozze tra gli scogli appuntiti, sfidando i timori delle nostre madri. Il trabocco, per noi, aveva qualcosa di proibito».
Giulia Ziino
28 giugno 2010(ultima modifica: 29 giugno 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_28/ziino-ragni-legno-d-annunzio_53c18fb4-8289-11df-9406-00144f02aabe.shtml ... |
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