| La Cina sopra di noi... |
(CULTURA AZIENDALE) |
17/8/2010
Un primato nascosto dal mini-yuan STEFANO LEPRI
Dal punto di vista dell’Occidente, anzi di tutto il resto del mondo, sarebbe stato meglio che questo sorpasso avvenisse prima. Il conteggio che dà il Pil cinese avanti a quello del Giappone è fatto con lo yuan al cambio di mercato. Ossia quel cambio attentamente pilotato dalle autorità cinesi che gli Stati Uniti per alcune ragioni, l’Europa per altre, i paesi asiatici concorrenti della Cina per altre ancora, il Fondo monetario internazionale per tutte quante, vorrebbero vedere assai più forte degli 8,69 per euro e 6,79 per dollaro di ieri.
Addirittura al primo posto la Cina da tempo si trova già per produzione dell’industria manifatturiera: è la «fabbrica del mondo» da cui esce il 21,5% di tutte le merci (cinque volte e mezzo la quota italiana, secondo calcoli della Confindustria). Altri primati connessi a questo erano stati già registrati: primo consumatore mondiale di energia, di cemento, di svariate altre materie prime. Ed è ormai un capitalismo anche azionario: al momento, tra le 10 società mondiali con maggiore capitalizzazione di Borsa, 4 sono cinesi.
Se il prodotto interno lordo della Cina si contasse in yuan più forti, i mutamenti non riguarderebbero soltanto queste classifiche un po’ oziose. La Cina venderebbe un po’ di meno, causa prezzi più alti, e comprerebbe di più, perché avrebbe un maggiore potere d’acquisto. E’ un’altra per noi la notizia migliore arrivata da Pechino questa estate, come ha rilevato The Economist dandogli la copertina due settimane fa: gli aumenti salariali di recente concessi in molte industrie cinesi aiuteranno a recuperare posti di lavoro in tutto il mondo.
Dove la Cina non fa record, infatti, è nel tenore di vita della sua popolazione, rimasto indietro rispetto al travolgente successo delle sue imprese manifatturiere. Certo, grandi cifre si trovano anche lì, ma solo perché i cinesi sono tanti: il maggior numero di telefonini (785 milioni) il maggior numero di auto vendute e così via. Non è abbastanza: nel decennio del miracolo cinese, 1995-2005, la produttività è quintuplicata, i salari si sono soltanto triplicati. Forse ora comincia il recupero.
Soltanto con una crescita dei consumi interni diventerebbe stabile il forte contributo alla ripresa dell’economia mondiale che il colosso dell’Oriente ha dato nell’ultima annata. Invece in queste settimane guardiamo verso Pechino con il timore che la spinta si affievolisca. E’ probabile che la Cina vi sia costretta, perché troppo della rapida uscita dalla crisi si deve a investimenti pubblici e credito facile; non si può continuare all’infinito ad aprire nuove fabbriche se il pianeta resta quello che è, e i prezzi delle case sono troppo alti. Proprio perché la Cina rallentava il Giappone si è quasi fermato. Se rallentasse ancora, ce ne accorgeremmo anche in Europa.
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| Governo di manigoldi e di incapaci |
(SOCIETA') |
17/8/2010
La politica dimentica l'economia
MARIO DEAGLIO
Quest’anno la pausa di Ferragosto non è stata caratterizzata, come tradizione, dal silenzio della politica. Rivelazioni e smentite, accuse e controaccuse, zuffe verbali dal linguaggio sempre più truculento hanno turbato il tradizionale riposo estivo degli italiani, molti dei quali hanno ridotto le vacanze, quando non vi hanno rinunciato del tutto, grazie alla crisi. Ed è proprio la crisi, con timori che genera per redditi e livelli di vita di milioni di persone, la grande assente in un dibattito - se così si vuol chiamare un’accozzaglia di dichiarazioni e battute in cui tutti gli intervenuti sembrano ascoltare soltanto se stessi - che ha la caratteristica di rimanere totalmente interno alla classe politica.
Chi si sobbarca la fatica di seguirlo ne ricava l’impressione che l’Italia si trovi in una sorta di vuoto pneumatico invece che immersa in un contesto mondiale in ebollizione in cui fa un po’ di fatica a rimanere a galla; e che la classe politica italiana, in quello che sembra un misto di arroganza e di ignoranza, pensi che il fare e disfare governi e legislature non abbia conseguenze sulla posizione economica internazionale del Paese.
Così come il baloccarsi disinvolto con la prospettiva di nuove elezioni.
Le cose invece non stanno così. L’economia globale è in rapidissimo cambiamento, come dimostra il «sorpasso» del Giappone da parte della Cina, annunciato ieri. Uno sguardo a questi mutamenti vorticosi è sufficiente a mostrare la pericolosità economica di un’eventuale fine anticipata della legislatura nel corso dell’autunno, con elezioni collocate in una data insolita, o anche solo la mancanza di un governo stabile e credibile sul piano della finanza internazionale.
L’instabilità o il vuoto politico potrebbero infatti avere rilevanti ripercussioni negative sulla gestione del debito pubblico italiano. Va ricordato che l’Italia è stata per decenni uno dei maggiori «produttori» di debito pubblico, ossia di titoli sovrani acquistabili sui mercati finanziari ma che, con il generale peggioramento dei bilanci pubblici delle economie avanzate, su questo mercato mondiale del debito l’Italia deve competere molto più duramente di prima con molti Paesi, quali Germania, Francia e Gran Bretagna che devono «piazzare» i propri titoli per avere le risorse necessarie a quadrare i propri bilanci.
Il debito pubblico italiano è complessivamente gestito bene, senza addensamenti eccessivi di scadenze, il che limita la possibilità di grandi ondate speculative, del tipo di quelle che hanno colpito la Grecia e, in misura minore, il Portogallo. E finora l’Italia ha rigorosamente rispettato gli obblighi di disciplina di bilancio - tra i quali il varo della recente manovra - che si era assunta in sede europea. Alcune aste importanti negli ultimi mesi, specialmente quelle di giugno, sono state superate in maniera molto soddisfacente; tra la fine delle ferie e la fine dell’anno, però, vengono a scadere circa 100-120 miliardi di debito, concentrati soprattutto a settembre e a novembre e dovranno essere rifinanziati, ossia sostituiti con titoli nuovi.
Chi li acquisterà? Una parte rilevante - si può stimare un po’ più della metà - sarà sottoscritta da risparmiatori italiani, tradizionalmente attratti da questo prodotto «di casa» (l’impiego di risparmio in debito pubblico è uno dei più importanti comportamenti unificanti dell’Italia di oggi). Il resto dovrà trovare compratori all’estero nelle condizioni concorrenziali e difficili di cui si diceva sopra. Quando devono decidere se - e a che prezzo - acquistare titoli di uno Stato sovrano, i grandi operatori finanziari, tra i quali figurano molte banche centrali, come quella cinese, esaminano a tutto campo la situazione del Paese debitore e in questo esame la stabilità politica e la volontà di rispettare i propri debiti hanno uno spazio molto importante.
Quale sarà la reazione del banchiere cinese, del finanziere americano, dell’analista finanziario che lavora per qualche grande banca internazionale di fronte alle «sparate» dei politici di questi giorni? Gli esperti internazionali che si occupano dell’Italia sono in gran parte abituati alle iperboli, al sarcasmo, alle pesanti ironie, alle punte di volgarità del dibattito politico italiano. La possibilità che tutto questo si possa riflettere sul piano istituzionale senza alcun riguardo per la posizione finanziaria del Paese non potrà però non preoccuparli. E potrebbe indurli a chiedere un «premio», ossia un tasso di interesse sensibilmente maggiore di quello applicato ad altri Paesi che si tradurrebbe, come minimo, in qualche migliaio di miliardi in più di spesa per lo Stato italiano, da recuperare poi con nuova austerità e, nella peggiore delle ipotesi, in una più generale «bocciatura finanziaria» dell’Italia.
Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi.
mario.deaglio@unito.it http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7716&ID_sezione=&sezione= ... |
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| Cina da record tenta il sorpasso |
(CULTURA AZIENDALE) |
16/8/2010 (7:32)
Economia giapponese in frenata
Cina da record tenta il sorpasso
Mentre in Giappone desta qualche preoccupazione il rallentamento della crescita finanziaria, Pechino in corsa per la promozione al top dell'economia mondialela si appresta al sorpasso per diventare ufficialmente la seconda superpotenza entro la fine 2010 . Lo riporta il Wall Street Journal, sottolineando che l'evento rappresenterebbe un fatto storico senza precedenti per un Paese considerato «emergente». Per il momento il colosso nipponico mantiene la posizione almeno nel primo semestre dell'anno in termini di prodotto interno lordo (Pil) nominale, come emerso dai dati diffusi dal governo, ma incalza dopo la florida crescita dei cugini asiatici nel periodo aprile-giugno.
Nel secondo trimestre il Pil giapponese è risultato pari a 1.288 miliardi di dollari, meno dei 1.339 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo dall'indicatore cinese e il fatto che il sorpasso accada nel secondo trimestre indica che ci sono buone chance per la Cina di battere il Sol Levante anche su base annuale. «Si tratterebbe di un risultato storico, una pietra miliare: è impressionante il fatto che la Cina sia riuscita a mantenere elevati tassi di crescita anche quando molti paesi si trovavano ad affrontare tempi duri», osserva Bruce Kasman, capo economista di JPMorgan Chase. Una volta che i dati definitivi per il 2010 saranno diffusi, «molti economisti si attendono che la Cina sorpassi il Giappone come seconda economia al mondo. Il gap fra i 5.000 miliardi di dollari dell’economia cinese e i quasi 15.000 miliardi di dollari di quella americana resta ampio, e anche mantenendo gli attuali tassi di crescita - spiega il Wall Street Journal - ci vorranno almeno dieci anni o più per Pechino per raggiungere gli Stati Uniti». Circa 10 anni fa la Cina era la settima economia al mondo: poi ha superato la Germania e nel 2007 Pechino ha conquistato il terzo posto. Per il 2010 gli analisti si attendono per la Germania il quarto posto, il quinto per la Francia, il sesto per il Regno Unito. Al settimo posto l’Italia seguita all’ottavo dal Brasile.
Dai calcoli ufficiali, il Pil nominale del Giappone per il primo semestre dell’anno ammonta a 2.578,1 miliardi di dollari, contro i 2.532,5 miliardi di dollari di quello cinese. Tuttavia, il governo di Tokyo ha riconosciuto che il Pil nominale della Cina ha superato quello del Giappone nel corso del secondo trimestre (da aprile a giugno). Il Pil nominale cinese in questo periodo ammonta infatti a 1.336,9 miliardi di dollari, mentre quello giapponese ammonta a 1.288,3 miliardi di dollari.
Il governo giapponese ha fornito queste cifre annunciando che il proprio Prodotto interno lordo (Pil), espresso in termini reali, è cresciuto appena dello 0,1% nel secondo trimestre del 2010, molto al di sotto delle aspettative. Si tratta di un netto rallentamento della crescita del paese nipponico, in comparazione a quella registrata nei due trimestri precedenti.
http://lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57643girata.asp ... |
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| C'era una volta il lavoro... |
(SOCIETA') |
Chi ha paura del lavoro
di ILVO DIAMANTI
C'ERA una volta il lavoro... Garanzia di reddito, riconoscimento, posizione e mobilità sociale. Dava senso e speranza nel futuro. Principio istituzionale e costituzionale su cui si fonda la Repubblica, ha fornito lo statuto della nostra identità pubblica e privata. Il lavoro. Bisognerà ripensarci e ripensarlo, perché oggi non è più in grado di assolvere a questi fini. Non solo perché ormai è volatile e globalizzato come l'economia. Spostare la produzione - e l'occupazione - in Serbia, Romania, Cina o Tunisia è questione di costi e benefici. E non da oggi. La delocalizzazione non l'ha certo inventata la Fiat di Marchionne. È che si è creato un divario troppo largo fra il significato e la realtà.
Fra il ruolo attribuito al lavoro nell'organizzazione e nell'etica - sociale e personale. E ciò che sta diventando ed è divenuto. Nei fatti. Possiamo insistere sulle virtù - e sulla ragionevole esigenza - della flessibilità. Tuttavia, genitori e figli, giovani e adulti continuano a preferire il posto fisso. Per il 60% degli italiani: uno dei due requisiti privilegiati nella ricerca del lavoro (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2009). Peraltro, il 47% delle persone (Demos per Unipolis, Osservatorio sulla sicurezza, Maggio 2010) oggi considera la disoccupazione - cioè: la perdita oppure l'assenza di lavoro - la prima preoccupazione. Nel 2007 questo problema era ritenuto prioritario da poco più del 20% dei cittadini (Demos, Gli Italiani e lo Stato, Novembre 2007).
Non si tratta di una paura localizzata, che tocca le aree più vulnerabili del Mezzogiorno. La disoccupazione, infatti, è in testa anche alle preoccupazioni della popolazione di Vicenza. Mitico cuore del mitico Nordest. Dove si rilevano da decenni i minimi indici di disoccupazione. Ebbene, nel Vicentino, 1 persona su 2 (per la precisione: il 49,2 %) considera la disoccupazione la prima emergenza da affrontare (Demos per Associazione Industriali e Fondazione Palazzo Festari, 1300 interviste, Maggio 2010). Nel 2003: 13,2%. Nel 2001: 8,1%. La paura di perdere il lavoro, cioè, fra i vicentini è aumentata del 600% in meno di dieci anni. Il che, ovviamente, si giustifica, in parte, con la "disabitudine" a un problema, in precedenza, irrilevante. Tuttavia, anche per questo, il lavoro appare indebolito nella gerarchia dei valori personali. D'altronde, non gratifica più come una volta. Si dice, infatti, soddisfatto del lavoro il 56,8% dei vicentini. Dieci anni fa era l'80,8%. E se ciò succede a Vicenza, una società totalmente coinvolta nel lavoro, figurarsi altrove.
Anche in questo modo si spiega lo slittamento verso il basso della posizione sociale ed economica percepita dalla popolazione. Oggi, infatti, il 49% degli italiani dichiara di appartenere ai ceti popolari oppure alla classe operaia. Sì, proprio alla "classe operaia". Così si definisce ancora il 37% degli italiani. Anche se gli operai, notoriamente, non esistono più. Sono scomparsi insieme al lavoro. E per dimostrare la propria esistenza debbono ricorrere a proteste clamorose. Fino ad allestire un'Isola dei Cassintegrati all'Asinara. Rischiando di passare per giapponesi che continuano la guerra. Senza sapere che la guerra è finita. Da tempo.
Tuttavia, un italiano su due oggi si sente classe operaia o popolare: 10 punti percentuali più rispetto al 2006. Mentre il 44% si colloca fra i ceti medi. (Era il 53% solo 4 anni fa, quando la società italiana era davvero "media".) Il residuo 5-6% (costante nel tempo) si sente e si dichiara "borghesia, classe dirigente". Lo ripetiamo: c'è uno squilibrio ampio tra il significato e la realtà del lavoro. Il lavoro continua ad avere un ruolo prevalente nel definire non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le aspettative e gli orientamenti delle persone. Lo stesso Berlusconi utilizza la propria biografia "professionale" come esemplare. La prova che "tutti ce la possono fare". Partire dal nulla e arrivare in cima al mondo (o, almeno, fino ad ora: all'Italia).
Eppure l'italian dream, che egli interpreta ed esibisce, oggi non funziona più. Se il lavoro genera solo - o prevalentemente - preoccupazione. Se, invece che un "ascensore sociale", diventa uno "scivolo". Che spinge quote crescenti di popolazione nella "classe operaia". Cioè: nell'oblio, visto che la classe operaia è stata cancellata. Mentre gli attori che ne rappresentano gli interessi appaiono sempre più periferici. Gli stessi sindacati godono (si fa per dire...) della fiducia di circa un quarto della popolazione. E di poco più del 20% tra i lavoratori. D'altra parte, la loro base di iscritti è in maggioranza composta da pensionati.
Intanto, quasi 2 italiani su 3 ritengono che negli ultimi 5 anni la loro posizione sociale sia peggiorata. Un destino che interessa il 72% di coloro che si sentono classe operaia. Difficile, dunque, non porsi qualche dubbio sul nostro futuro, se il fondamento della nostra carta costituzionale, cioè il Lavoro: a) non offre certezze durature e tanto meno stabilità, al Sud, al Centro, al Nord e perfino nel Nordest; b) diventa il principale fattore di preoccupazione sociale e familiare; c) non genera mobilità sociale, se non verso il basso; se, ancora, d) metà della popolazione si sente classe operaia (e popolare) ma si insiste a negarne l'esistenza.
Se tutto ciò è vero e riguarda tutte le fasce di popolazione (ma soprattutto i più giovani) allora resta da capire se vi sia una soluzione o, almeno, un rimedio. Per affrontare, o almeno, sopportare il declino del lavoro. E di tutto ciò che rappresenta, sotto il profilo fattuale e simbolico, materiale e normativo. L'unico riferimento possibile è, sicuramente, la "famiglia". Considerata, insieme all'arte di arrangiarsi, il marchio specifico dell'identità italiana dagli italiani stessi. Le vicende del nostro tempo non possono che accreditare questa idea. Vista l'importanza assunta dai legami familiari nelle attività economiche, nelle carriere professionali. E - in questi tempi - nelle vicende politiche. Tuttavia, a maggior ragione, temiamo il declino (l'eclissi?) del lavoro. Temiamo coloro che non lo temono. Ne temiamo gli effetti economici ma anche - e anzitutto - "ideologici". Ebbene sì: il ritorno trionfale del "familismo" ci spaventa.
(15 agosto 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/politica/2010/08/15/news/mappe_diamanti-6297736/ ... |
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| La storia della FIAT continua... |
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Lavoce.info
TUTTE LE BANDIERE DELL'AUTO ITALIANA
di Matteo Ferrazzi e Andrea Goldstein 02.08.2010
La storia della Fiat è intrecciata con quella dell'industria italiana. Per questo non dovrebbero sorprendere le recenti decisioni del gruppo torinese di trasferire gli stabilimenti produttivi in paesi emergenti. In un contesto internazionale dove la produzione mondiale di veicoli è crollata, le grandi imprese -la Fiat più di altre- cercano di produrre in paesi a più basso costo con inevitabili riflessi sul nostro sistema di relazioni industriali. Iniziare il dibattito sul tema già due anni fa avrebbe aiutato a gestire meglio il problema.
Che la storia dell’industria italiana negli ultimi cento anni sia stata indissolubilmente legata al Gruppo Fiat è un fatto. Non soltanto perché l’impresa torinese di autoveicoli e, per gran parte del XX secolo, di molte altre cose ha dominato in termini dimensionali il panorama nazionale e si è ritagliata una posizione internazionale quasi unica per il capitalismo italiano. Ma anche perché è nelle fabbriche, negli uffici e nei laboratori della Fiat che sono maturate molte delle condizioni che hanno permesso all’Italia di cogliere le opportunità storiche che si sono presentate per partecipare alle dinamiche dell’economia internazionale. Si pensi al fordismo, alla divisionalizzazione, alla formalizzazione della ricerca e sviluppo come funzione aziendale. Senza peraltro dimenticare che decenni di politiche di intervento pubblico a favore del “campione nazionale” non sono state sempre sufficienti per sanare alle debolezze intrinseche del sistema industriale italiano.
DA MIRAFIORI ALLA SERBIA
Se allora la Fiat è così importante, le trasformazioni che l’azienda sta vivendo e che sono destinate ad una brusca accelerazione con la scissione tra Fiat e Fiat Industrial e la realizzazione del progetto Fabbrica Italia meritano una riflessione approfondita. Sorprende invece che la prima reazione allo spostamento di una parte importante della produzione da Mirafiori alla Serbia sia di considerare la decisione … sorprendente!
Eppure non era affatto difficile capire che la Serbia sarebbe divenuta una delle più importanti basi produttive europee della Fiat, e che questo sarebbe accaduto a scapito dell’Italia. Si poteva capire già due anni fa. Perché? Perché è la Fiat stessa che ha più volte spiegato, da due anni a questa parte, le implicazioni della joint venture con il governo serbo, finalizzata a produrre a Kragujevac intorno alle 200 mila unità (che avrebbero potuto diventare 300 mila a regime). I giornali serbi hanno spesso rilanciato il tema: non poteva essere altrimenti, visto che la produzione Fiat è destinata a rappresentare un quarto di tutto l’export.
In un contesto di sovracapacità produttiva mai così elevata a livello internazionale, era chiaro che tra Pomigliano, Mirafiori e Kragujevac e Tychy sarebbero state le fabbriche italiane a subire le conseguenze peggiori. Non certo Tychy, che è tra le più efficienti e moderne fabbriche d’Europa: ha prodotto, già nel 2008, altrettante auto a marchio Fiat (escludendo Lancia, Alfa, ecc.) di quante ne siano state prodotte in Italia, ha continuato a produrre a piena capacità produttiva anche nel bel mezzo della crisi e non caso vi furono inviati rapidamente i tecnici della Chrysler per vedere come si produce la Cinquecento.
Certo è legittimo discutere del metodo e della tempistica in cui la decisione è stata assunta, e dell’opportunità di accusare il sindacato, ma non del diritto della Fiat di rinunciare a lottare con la gestione di certificati medici falsi e assenteismo a Pomigliano per concentrarsi sulla costruzione di una nuova fabbrica. Inoltre, è bene ricordare che la decisione di produrre il monovolume LO in Serbia è una decisione tutto sommato coerente con le trasformazioni in atto nella geografia globale della produzione automobilistica, che si muove sempre più verso i paesi emergenti.
LA PRODUZIONE DI VETTURE NEL MONDO
Secondo l’OICA, la produzione mondiale è crollata da 70,5 milioni di veicoli nel 2008 a 61 milioni nel 2009 ed il commercio mondiale di auto è calato di oltre 180 miliardi di dollari. I paesi emergenti hanno prodotto nel 2009 – ed è la prima volta nella storia - più autoveicoli che Europa Occidentale, Nord America e Giappone. Nel 2009, la Cina è divenuto il primo produttore al mondo, scavalcando il Giappone. Il Giappone produceva un decennio fa il 60% dei veicoli prodotti in Asia, oggi solo il 25%; gli Usa producevano il 70% dei veicoli prodotti nel continente americano, oggi il 45%. In ambito europeo, sono i paesi dell’Europa dell’Est a fare la parte del leone: un veicolo europeo su quattro è prodotto all’Est (era meno del 10% un decennio addietro).
Nel corso dell’ultimo decennio, invece, la produzione di veicoli in Italia si è più che dimezzata. Nel 2009 in tutte le fabbriche automobilistiche italiane sono stati prodotti 843 mila veicoli, includendo sia le auto che i veicoli commerciali. Nel 2008, ultimo anno per cui questi dati sono disponibili, la Fiat era uno dei costruttori che meno produceva nel proprio paese – poco più di un terzo delle proprie vetture, mentre per esempio più della metà delle Toyota sono prodotte in Giappone e percentuali ancora più alte si osservano per Hyunday, Chrysler e Daimler: i maggiori produttori producono infatti il 40 per cento delle vetture nel paese di origine (il 38% nel caso dei produttori europei). Altro dato interessante è che solo per la Suzuki l’area Bric (cioè Brasile, Russia, India e Cina) è più importante rispetto a quanto non lo sia per la Fiat.
Perché la sostituzione produttiva Est-Ovest è proseguita a pieno regime durante la crisi? Nel caso del Gruppo Fiat, la scelta di avere un “interesse strategico” verso la Serbia è stata resa possibile da una serie di passi del governo serbo verso l’UE, fin dalla firma del Patto di Stabilizzazione e Associazione nell’aprile 2008. I salari dei lavoratori serbi, inoltre, sono circa il 55-60% di quelli dei lavoratori polacchi o cechi, il 65% di quelli ungheresi e slovacchi, un terzo dei salari sloveni. Hanno giocato poi la tassazione vantaggiosa (solo del 10% per le imprese), il basso costo dei terreni, e la competenza e tradizione nella produzione di auto. Anche la città di Kragujevac ha concesso esenzioni e agevolazioni fiscali. L’industria serba dell’auto già conta circa 85 imprese (un terzo sono straniere come ad esempio Michelin, Dräxlmaier, Delphi e la cinese DongFeng) e occupa 150 mila lavoratori.
UNA VICENDA STRATEGICA. PER IL PAESE
Tutto ciò è destinato a ridisegnare i rapporti commerciali tra l’Italia e la Serbia, e più in generale con i Balcani. Già oggi l’import italiano di vetture si rivolge in maniera crescente verso la Polonia e gli altri paesi dell’Est Europa. In compenso Polonia, Brasile e Turchia hanno assorbito nel 2008 un quarto delle esportazioni piemontesi di componenti auto, mentre dal 1999 ad oggi le vendite in Argentina sono raddoppiate e quelle in India sono triplicate. Insomma, le vicende attuali della Fiat sono abbastanza strategiche per il paese da meritare un dibattito serio su una serie di questioni fondamentali – per sviluppare il settore auto in tutte le sue componenti, dalla progettazione allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla produzione dei componenti, è necessario che la Fiat (dato che nessun altro produttore mondiale lo ha mai fatto) produca in Italia? Se sì, cosa bisogna cambiare nell’architettura della politica industriale, nel sistema delle relazioni industriali, nell’articolazione dei rapporti tra università, ricerca e imprese? C’è spazio per misure focalizzate di attrazione degli investimenti esteri, magari nel Mezzogiorno? Sfortunatamente il tema è stato tabù per due anni, un periodo in cui invece non sono mancati gli elogi verso Torino per la conquista della Chrysler. Una coincidenza che lascia il sospetto che dietro ci sia non solo un problema industriale ma anche un grande problema mediatico (1), con i principali media italiani molto distratti sulle tematiche industriali e su tutte le tematiche che riguardano i paesi esteri. Il dibattito sul tema doveva iniziare parecchi mesi fa (forse due anni fa), e probabilmente questo avrebbe aiutato a gestire meglio il problema. Ora l’affollarsi di medici (politica in primis) intorno al paziente appare alquanto tardiva.
(1)A titolo di esempio, uno dei principali quotidiani italiani ha dedicato negli due ultimi anni (dalla primavera del 2008, quando l’investimento è stato annunciato, ai primi di luglio 2010) un numero di articoli sul tema Fiat/Serbia pari a quelli dedicati allo stesso tema in una sola settimana, quella dal 20 al 27 luglio 2010. Al contrario sia i media serbi che i principali business providers hanno mantenuto viva l’attenzione sul piano Fiat in Serbia per parecchi mesi.
* le opinioni espresse sono quelle degli autori e non possono in alcuna misura essere assimilate a quelle delle istituzioni di appartenenza.
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001855.html ... |
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