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CONTRAZIONE nelle Pmi (CULTURA AZIENDALE)

Eurozona, pesante contrazione per il settore manifatturiero
 
  2 gennaio 2009

 

Nell'Eurozona il settore manifatturiero ha accusato in dicembre un'ampia contrazione. L'indice Pmi (direttori degli acquisti) è scivolato ai minimi degli ultimi undici anni: a 33,9 punti dai 35,6 di novembre e contro una stima che limitava la flessione a 34,5. Segno negativo anche per il subindice relativo ai nuovi ordini: crollato a 26,4 dai 28,8 del mese precedente.

Clima particolarmente pesante per il manifatturiero della principale economica dell'Eurozona, la Germania, dove l'indice Pmi è piombato in dicembre al livello più basso da oltre 12 anni, ovvero da quando è iniziato questo tipo di rilevazione: a 32,7 punti dai 35,7 del mese precedente e contro una stima che limitava la discesa a 33,5 punti. Vero e proprio crollo per il subindice relativo ai prezzi: a 30,8 punti dai 39,2 del mese precedente. In Francia l'indice Pmi manifatturiero è sceso a 34,9 punti dai 37,3 di novembre e contro una stima di 35,9 punti. L'indice Pmi manifatturiero in Italia è invece migliorato a 35,5 mentre gli esperti prevedevano una correzione a 34 punti dai 34,9 di novembre.

da ilsole24ore.com

 

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DIVELLA un mese di stipendio in più ai dipendenti (CULTURA AZIENDALE)

Divella: un mese di stipendio in più a tutti i dipendenti
 
 24 dicembre 2008

 
Grazie al boom della pasta, l'azienda Divella premierà i suoi 280 dipendenti con un mese di stipendio in più: i lavoratori del grande pastificio riceveranno, oltre alla tredicesima, due stipendi. La notizia è pubblicata oggi sul quotidiano 'La Repubblica'.

L'annuncio - secondo quanto riportato dal quotidiano - è stato fatto da Enzo e Francesco Divella ieri sera, all'appuntamento per gli scambi di auguri di Natale nella sede del nuovo biscottificio, a Rutigliano, a dieci chilometri da Bari dove c'è invece il pastificio. «La crisi - afferma Enzo Divella, che è anche presidente della Provincia di Bari per il centrosinistra - esiste davvero e si fa sentire.

Così proprio la pasta diventa il bene rifugio, chiamiamolo in questa maniera, degli italiani». Il risultato è che «a livello nazionale si compra il 35% di pasta in più. Non accadeva da 15 anni. I consumi erano fermi». Per lo stabilimento le cose sono andate benissimo: «I macchinari - racconta Divella - tiravano fuori 1000 quintali di confezioni ogni giorno. Siamo saliti a 6.000 quintali».

A questo punto è stato deciso di far scattare il premio di produzione.

«Si tratta di un successo a cui hanno collaborato tutti quelli che lavorano con noi - afferma Francesco Divella, che è anche deputato del Pdl - ed è giusto ringraziarli, non soltanto a parole».


da ilsole24ore.com


 

 
 

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IL NORD EST E LA CRISI (CULTURA AZIENDALE)

IL NORD EST E LA CRISI

Giuseppe TURANI
Scritto il 16/12/08 alle 18:28

Per molte piccole e medie imprese del Nord Est e della Brianza il D-Day è già stato segnato in agenda. Si tratta del 31 dicembre. “Tiriamo avanti fino alla fine dell’anno, poi decidiamo che cosa fare: mettiamo tutti in cassa integrazione o, magari, chiudiamo proprio la fabbrica e ci ritiriamo dagli affari. Molti di noi ormai hanno ordini in portafoglio per tre giorni, qualcuno addirittura non ne ha proprio, nemmeno per mezza giornata”.

E’ probabile, insomma, che l’inizio del 2009, gennaio e febbraio, sia una stagione-incubo per la piccola e media impresa delle zone fino all’altro ieri più dinamiche dell’intero paese. Posti, come certi distretti industriali (dal mobile alle sedie alla meccanica), che mai avevano preso in considerazione nemmeno l’ipotesi di una crisi o di un ridimensionamento.

La situazione è ancora incerta e un po’ vaga (fino al 31 dicembre), ma c’è la sensazione che l’esplosione di un certo mondo industriale, se ci sarà, sarà proprio un’esplosione: nel giro di poche settimane potrebbero sparire centinaia e centinaia di aziende. E decine di migliaia di persone rischiano di trovarsi senza un lavoro. Se da queste parti c’è stato un Natale avvelenato, è quello in arrivo.

Dietro a tutto questo, dietro questo dramma sospeso sopra le feste di fine anno come una nube nera, c’è una maturazione lenta, ma progressiva, di un disagio che fino all’ultimo, fino agli ultimi mesi, era sembrato soltanto una normale frenata congiunturale. Tanto è vero che fino a settembre il numero delle aziende manifatturiere italiane risulta addirittura in crescita di ben 35 mila unità. 

All’iniziano, raccontano, hanno cominciato a morire le imprese dell’edilizia. “Ma questo non è stato visto come un segnale di grande allarme – racconta un consulente che gira molto per il Nord Est italiano -. L’edilizia, si sa, è un settore con molti alti e bassi. E dopo tanti anni buoni, un po’ di fiacca era parsa naturale a tutti. Il costo dei mutui era salito, e quindi la frenata ci stava tutta”.

Allo stesso modo era stato sottovalutato un altro elemento che invece avrebbe dovuto far riflettere: il rallentamento tedesco. “Gli ordini in arrivo dalla Germania hanno cominciato a scendere – racconta un banchiere d’affari – già in primavera. Ma anche questo era stato scambiato per una normale frenata congiunturale o per una nuova fase di riorganizzazione dell’industria tedesca. Nessuno qui nel Nord Est aveva dato molta importanza alla cosa”.

D’altra parte il Nord Est è diventato quello che è proprio a rimorchio del gigante tedesco (e del centro Europa in generale) e nel corso degli ultimi decenni i periodi di magra e di buona sorte si sono succeduti regolarmente. Ma tutto questo non ha impedito al Nord Est di conoscere anni con crescita economica del 4-5 per cento, record quasi da Tigri asiatiche. E non ha impedito alle migliaia di piccole e medie imprese della zona di allargare, anno dopo anno, i capannoni, di diventare più forti.

Il successo aveva portato a credere che il successo stesso fosse un modo naturale di essere, di vivere. Certo, si sapeva dell’esistenza anche del suo contrario, l’insuccesso, ma era una cosa che riguardava gli altri, i grandi complessi, la Fiat, la Telecom. Qui no. Sotto i capannoni del Nord Est, nelle piccole e medie imprese più flessibili del mondo, da un paio di decenni almeno c’è sempre stato solo il successo. Ogni anno un po’ più grandi di quello precedente, ogni anno con un po’ più di gente a lavorare, ogni anno più soldi.

Quindi anche il rallentamento che è cominciato nella primavera scorsa è stato scambiato per qualcosa di molto normale. Un qualcosa che presto sarebbe finito alle loro spalle, lasciandosi dietro solo deboli tracce, come una nebbia un po’ sporca, ma niente di più.

Poi, a un certo punto, in autunno, i segnali hanno cominciato a  moltiplicarsi. “Gli ordini – raccontano i banchieri del posto – sono scesi ben al di sotto delle normali oscillazioni congiunturali. E, soprattutto, si è visto che non si salvava niente. In crisi le scarpe, in crisi le sedie, i mobili, persino certa meccanica che era sempre andata molto bene. A quel punto i più attenti hanno avvertito che qualcosa non andava per il verso giusto, che forse si era davvero a una svolta diversa dalle altre”.

L’episodio che ha fatto scattare gli allarmi, però, non è arrivato dalla Germania (cuore della crisi del Nord Est in quanto maggior cliente delle fabbriche locali), ma dalla lontanissima Cina.

“Molti di noi – racconta un piccolo imprenditore – ormai da anni fanno fare dei componenti dai cinesi. La roba viene prodotta là, su nostre istruzioni, e poi ce la mandano con i containers. Di solito, per risparmiare sui costi di trasporto, prima di far partire il container si aspetta di riempirlo ben bene, anche con le produzioni destinate a altre aziende della zona. Di solito ci vogliono un paio di giorni perché il container sia pieno, poi parte. Da ottobre in avanti, invece, abbiamo visto che ci volevano anche dieci, quindici giorni. I cinesi ci hanno spiegato che non avevano ordini, che erano diminuiti, e che quindi gli occorreva più tempo per completare il carico”.

E allora si è capito che la crisi non riguardava solo il mercato degli scarponi o delle rondelle, ma che cominciava a diventare generale.

E la crisi è diventata rapidamente, nell’arco di poche settimane, una specie di epidemia. Ha colpito non solo quelli che erano (e sono) sub-fornitori di importanti aziende tedesche, ma anche quelli che erano diventati più maturi e che si erano messi a esportare in proprio. E tutto un mondo di certezze ha cominciato a sgretolarsi.

“Le faccio un esempio - racconta un banchiere d’affari –. Fino a non molto tempo fa qui erano tutti invidiosi della Geox di Polegato. Grande azienda, grandi fatturati, espansione continua, grandi successi. Poi si è visto che questa corsa si è fermata, di colpo. Come mai? Si è capito che la Geox si era piazzata su un mercato di sub-lusso, quasi economico, che è stato il primo a sentire i colpi della crisi dei consumi. Chi nella zona di Verona fa scarpe di lusso per il mercato francese, ancora se la tira. Ma quelli che, come la Geox, stanno più vicini al consumatore non abbiente, se la stanno passando male. In qualche caso molto male”. Insomma, si è scoperto che esiste il mercato, che esistono i consumatori e che non sono tutti uguali.

“Stare male” oggi vuol dire rapporti acidi con le banche (non è il caso della Geox, che è molto solida), portafogli-ordini ormai vuoti, acquirenti che non pagano, concessionari e rappresentanti che dalla sera alla mattina scompaiono. Insomma, un rituale fino a pochi giorni fa quasi sconosciuto da queste parti (tanto nel Nord Est quanto in Brianza), ma che tutti hanno imparato a conoscere molto in fretta.

Molti, da ottobre a oggi, sono andati avanti sperando prima nelle campagne natalizie e poi nei nuovi ordini per l’anno nuovo, la nuova stagione. Ma molti hanno visto che non è arrivato assolutamente niente. I nuovi campionari con i prodotti per il 2009 sono andati in giro, ma sono rimasti senza risposte. “Forse  - commenta qualcuno più esasperato degli altri – li hanno gettati direttamente nel cestino della carta straccia”.

E un certo numero di aziende ha capito che ormai la fine è vicina. In un certo senso si tratta proprio di quelle più dinamiche, che oggi rischiano di pagare prima e più di tutte. Sono quelle che invece di riempirsi di Bot e di utili hanno puntato sulla crescita continua a che quindi hanno messo tutto quello che avevano nei capannoni e nelle macchine. Adesso, le macchine si stanno per fermare, dai capannoni non esce niente e le banche sono davanti alla porta a richiedere indietro i loro soldi.

Stanno per pagare caro la crisi anche i più svegli (in apparenza). Si tratta di quelli, e da queste parti sono parecchi, che i soldi “nuovi” li hanno messi nel grande circuito finanziario internazionale. Tipo derivati di Lehman Brothers o di Merill Lynch. Fino a agosto giravano sulle loro Mercedes e al ristorante raccontavano dei loro favolosi guadagni (“senza fabbriche e senza sindacati, caro mio”). Adesso tempestano i consulenti finanziari per sentire “se per caso non possiamo recuperare qualcosa”.

Ma hanno poche speranze. Molti dovranno liquidare i capannoni, per portare a casa qualche soldo, e chiudere la partita. E, forse, non si salva nemmeno la Mercedes.

Insomma, anche da queste parti, anche nell’Italia super dinamica degli anni Ottanta e Novanta, l’Eldorado sembra finito, sfumato, scomparso. E non si sa se tornerà.

da giuseppeturani.repubblica.it

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Nouriel Roubini ha previsto la crisi economica mondiale... (CULTURA AZIENDALE)

ECONOMIA     

Repubblica.it ha raccolto i quesiti dei lettori e li ha girati al "guru" di Wall Street che ha previsto tutti gli sviluppi del disastro economico

Crisi: tasso zero, dollaro, interventi

Le risposte di Nouriel Roubini
 

ROMA - Nouriel Roubini, uno dei più prestigiosi guru di Wall Street, origini iraniane, nato a Istanbul, master alla Bocconi, oggi docente di economia alla New York University, ha acquisito fama e prestigio globali da quando è riuscito a prevedere con sistematica puntualità tutti gli sviluppi dell'attuale crisi: dal crack immobiliare alla cartolarizzazione dei subprime, dai fallimenti bancari all'allargamento al settore industriale. Pur essendo consigliere di Obama, ha suggerito all'amministrazione Bush alcune modifiche alle misure di salvataggio che sono state prontamente accolte.

LE RISPOSTE DI ROUBINI SUL FUTURO 1 - 2

Qualche giorno fa, all'indomani del taglio a zero dei tassi della federal Reserve americana, gli abbiamo chiesto se era disponibile a rispondere alle domande dei nostri lettori, che abbiamo raccolto attraverso il sito e abbiamo sintetizzate nei dieci argomenti essenziali. Oggi sul nostro giornale è apparsa una sintesi delle domande e delle risposte del professore, che riportiamo qui in una versione ampliata riportando anche alcune delle domande "originali", poche - ne sono arrivate più di 300 - ma riguardanti interessi che abbiamo ritenuto generali.
(eugenio occorsio)


TASSO ZERO
La mia domanda è la seguente: con la decisione di portare i tassi a zero non ritiene che le Fed stia cercando di prendere il falling knife dei consumi e dell'immobiliare e stia sottovalutando i rischi ben più seri a livello di sistema di una fuga dal dollaro?? grazie.
Raffaele Mascetra

La Fed ha praticamente azzerato i tassi: la Bce farà lo stesso? Si va verso un modello tipo finanza halal o tipo le Jak Bank svedesi, in cui non si applicano interessi sui prestiti e le remunerazioni derivano esclusivamente da selezionati investimenti trasparenti e remunerativi, in cui chi ha i migliori progetti ha migliori condizioni di credito?
Alberto Arnoldi

Non è stata troppo aggressiva la Federal Reserve nel tagliare a zero i tassi?
Bruno Riccardo Cravero

Chiedo al professore se sia giusto anche in Europa provvedere ad un abbassamento più importante dei tassi e se ritiene efficace un allineamento stabilito per legge tra i tassi BCE e quelli realmente sopportati dai mutui.
Marvin70

Ora che i tassi Usa sono a zero, non si rischia di sprofondare nella deflazione?
Roberto Tappolini

Risposta di Roubini
LA MISURA della Fed non è stata che la presa d'atto di una situazione di fatto. Già da tempo il tasso praticato dalle banche era vicino allo zero, perché il mercato spingeva in tal senso. E questo succedeva perché la stessa Fed aveva intrapreso un'ampia politica di monetary easing, inondando letteralmente il mercato finanziario di denaro con prestiti ed emissioni speciali rivolti alle istituzioni che vi operano ad interesse pressoché inesistente, e anche stampando dollari sic et simpliciter. Tutto questo sta portando già a qualche risultato, ma non dobbiamo farci illusioni: la crisi si è ormai estesa all'economia reale e sarà ancora lunga e dolorosa. Il mercato azionario scenderà ancora del 20%. La recessione è cominciata nel dicembre 2007 e andrà avanti per tutto il 2009. E anche quando nel 2010-11 l'economia riprenderà a crescere, lo farà a ritmi molto lenti, inferiori all'1%. Insomma, bisogna salvare Wall Street per salvare Main Street, il sistema finanziario (banche, broker, assicurazioni) per rilanciare quello produttivo. A questo punto, i percorsi di America, Europa e Asia sono paralleli, e i tempi di recupero potrebbero essere più o meno gli stessi.


DOLLARO-EURO
Perché a parità di situazione economica, c'è una differenza di valore così marcata tra euro e dollaro americano?
Carlo De Amicis

Possiedo un discreto numero di dollari americani. Cosa faccio, li cambio o aspetto tempi migliori? Nel caso fosse opportuno cambiarli subito è meglio previlegiare il franco svizzero la sterlina o l'euro?
Cesare Camerani

Cosa si deve fare in questo momento di crisi se si ha la sfortuna di avere in portafoglio dollari, sterline e dollari neozelandesi? Reinvestirli e aspettare che finisca la tempesta? Su quali aziende e banche si può con fiducia investire in questo periodo? Quali sono invece più a rischio?
Supermari79

Risposta di Roubini
I MERCATI delle valute rispondono a logiche veramente imprevedibili. La verità è che America, Europa e Giappone sono tutti e tre in recessione, quindi a rigor di logica le valute che ne sono espressione dovrebbero andare tutte e tre male, il che è evidentemente impossibile. Il vero gioco è sui differenziali dei tassi, il cosiddetto carry trade, e quindi sulle speculazioni che comporta. Negli ultimi mesi c'era stato un rally del dollaro sull'euro, il che se vogliamo era irragionevole perché l'America andava peggio dell'Europa. Poi l'euro ha recuperato appunto perché in America si stava diffondendo il marchio del "tasso zero". Ma credo che il dollaro tornerà presto a rafforzarsi per la forte domanda di asset denominati in dollari causata dall'emissione di titoli Usa per finanziare i tanti interventi previsti. A meno che l'Europa non risponda con massicce emissioni di eurobond. Poi c'è il Giappone, che è in crisi nera da molto più tempo dell'occidente: bene, lo yen è stato paradossalmente forte per mesi sul dollaro, ma ora credo che anche qui la situazione si riequilibrerà. Lo vede quanto è complicato?

L'ITALIA
Ho sempre letto gli articoli di Nouriel Roubini già da gennaio 2008 e lo seguivo con la massima attenzione e trepidazione per le sue previsioni rivelatesi poi esatte. Oggi mi chiedo, l'Italia può finire come l'Islanda? o l'Argentina? Come dobbiamo tutelare noi piccoli risparmiatori i pochi soldi raccimolati da una vita? Da tempo non investo in Borsa e me ne guardo bene, la maggior parte del mio risparmio è in titoli di stato dando sempre un'occhio ai prezzi delle case che in teoria dovrebbero scendere: vorrei acquistare una casa più grande per la mia famiglia: quando sarà il momento giusto? o è meglio tenere un po' di liquidità ?
Sara Montemaria

Vista l'attuale fase di recessione (anticipata già da mesi dal crollo delle borse per vari motivi) e gli attuali interventi dei governi di tutto il mondo per incentivare consumi ed investimenti, quando prevede una ripresa consistente delle borse (dopo che nell'ultimo anno hanno perso dal 30 al 50%)? Io ho una discreta somma investita con piano di accumulo in fondi Abn, Master Az. Europa e America: mi consiglia di continuare il piano di accumulo e se è prevedibile un recupero almeno alla parità di quanto investito (in che tempi?).
Mauro Bassani

Vorrei un suo parere sulla possibilità di una crisi argentina in Italia, con conseguente blocco dei conti correnti nelle banche e blocco delle pensioni oltre ovviamente al massiccio attacco al sistema sociale condotto in modo spesso ipocrita e meschino (scuole, sanità). Tutto questo dopo anni di stagnazione, disoccupazione, licenziamenti di massa e mancanza di aiuti a precari e disoccupati (come saprà non è previsto un sussidio di disoccupazione a tutti i disoccupati, esiste solo per chi ha può dimostrare di aver lavorato per almeno due anni e dura sei mesi al massimo, poi basta). Secondo lei è possibile una crisi analoga? Se sì cosa consiglia di fare alla gente (non ai governanti, tanto quelli pensano a ben altro)?
L. C.

L'Italia non rischia di finire come l'Argentina o l'Islanda?
Giorgio Secchiaroli

Risposta di Roubini
LA MIA risposta è no. Il vostro paese presenta una serie di elementi di instabilità e di difficoltà economiche, ma non è a rischio di fallimento. Restano comunque estremamente urgenti gli interventi di cui da tempo avete bisogno. Penso soprattutto all'incremento della produttività e della competitività, da perseguire con una serie di misure come il miglioramento della formazione professionale dei lavoratori, una decisa spinta sul fronte della ricerca scientifica e tecnologica, la modernizzazione delle aziende con l'introduzione massiccia delle nuove tecnologie, l'introduzione di ulteriori elementi di flessibilità nel mercato del lavoro. La chiave è tutta qui: oggi la produttività cresce meno del costo del lavoro, è un problema che hanno anche Spagna e Grecia e ha avuto a tratti anche la Germania, ma è inaccettabile per un paese che peraltro deve già fronteggiare quello che è un elemento di forza e insieme di debolezza, e cioè l'appartenenza all'unione monetaria. Un fattore che la rende ovviamente solida ma anche in un certo senso vulnerabile perché non consente di avere una propria politica monetaria, sostanzialmente una propria indipendenza, o meglio autonomia.


GLI INTERVENTI
Fino ad oggi il tracollo dei mercati finanziari è stato posticipato solo grazie agli annunci di piani di sostegno a suon di miliardi di dollari e/o euro. Quando finiranno gli effetti psicologici innescati dai governi con l'"effetto annuncio" cosa accadrà?. E soprattutto, ora che i margini di manovra delle banche centrali sono pressoché ridotti a zero, come si combatterà la deflazione?
Vincenzo Figliolia

Ho delle perplessità sui piani di salvataggio delle società che sono sull'orlo della bancarotta. Banche. Il finanziamento da parte dei singoli Stati (a titolo di capitale proprio o di prestiti obbligazionari) alle singole banche, di cui non è ancora possibile conoscere esattamente la situazione patrimoniale (e certamente non aiutano, in questo senso, le recenti disposizioni sulle modalità di contabilizzazione degli investimenti finanziari), potrebbe essere destinato alla estinzione delle reciproche esposizioni, con la conseguenza che potrebbero restare insoddisfatti i veri creditori e, cioè, gli investitori (imprese e consumatori). Dalle ricerche pubblicate da istituzioni finanziarie sembra che il patrimonio dei singoli Istituti sia eroso quasi completamente dalla perdite su derivati e su crediti non garantiti. Non sarebbe il caso, quindi, di costituire Agenzie nazionali con il compito di coordinare il piano di salvataggio delle banche, di ripulire i bilanci e di assicurare l'eguale trattamento di tutti i creditori, esautorando i vecchi managers? Imprese. Alcune grandi imprese rischiano di fallire, con rilevanti conseguenze sul piano sociale. Alcune di loro, però, operano in settori "maturi"; secondo Lei non sarebbe opportuno provvedere allo loro riconversione (ovvero alla cessione degli assets di valore) in altri settori produttivi , con ricollocazione della manodopera, piuttosto che finanziare, forse inutilmente, un piano di salvataggio di corto respiro? Anche in questo caso, la gravità della crisi potrebbe richiedere la costituzione di un Ente finanziato dallo Stato per la gestione di questi processi, nel tentativo di ottimizzare l'allocazione delle risorse pubbliche (alla stregua dell'IRI italiano del dopoguerra). Cosa ne pensa?
Gianni Leonio

Volevo una sua opinione in merito alla tanto nominata protezione dello stato. Io mi chiedo come sia possibile che lo stato possa farsi garante di tutto (sanità, pensioni, scuole, banche, industrie, cassa integrazione)? Dove potrà trovare tutte le risorse necessarie se i consumi calano e le aziende, producendo meno, pagheranno meno tasse e quindi lo stato avrà meno introiti?
Carlo Martinchich

Al professor Roubini, di cui sono un grande estimatore e spero in un prossimo incarico nella'amministrazione Obama, volevo chiedere quali ritiene i settori che saranno più colpiti.
Enrico Vaccari

Leggo spesso La Repubblica e ricordo quando questa estate il Prof. Roubini esortava la Bce al taglio dei tassi. Sarebbe cambiato qualcosa se si fosse intervenuti con tempo? Avremmo potuto almeno alleggerirne gli effetti?
Alessandro Tarola

Con tutta questa iniezione di liquidità nel sistema economico, soprattutto nel sistema bancario tutto ciò non creerà un'inflazione a doppia cifra nel prossimo futuro? Se è cosi', quando comincerà a crescere l'inflazione tra sei mesi un anno?
Carmine De Chiara

Ma dove mai troveranno i governi le risorse necessarie per finanziare gli imponenti interventi di salvataggio che sono stati messi in cantiere, prima in America e poi nel resto del mondo?
Francesco Colajanni

Risposta di Roubini
QUI c'è uno dei punti centrali dell'intera crisi. Naturalmente ci sono paesi più pronti a varare massicci interventi pubblici, e altri meno. Fra i primi c'è sicuramente l'America, per la sua facilità di accesso ai mercati internazionali del credito e anche perché quanto a debito pubblico c'è ancora margine di manovra: oggi è inferiore al 50% del Pil, dopo questa massiccia ondata di interventi si potrà arrivare al 60-65%, che è molto ma per un paese forte come gli Stati Uniti è ancora tollerabile e riassorbibile in un ragionevole numero di anni. Fra i paesi che invece incontrano dei limiti c'è l'Italia. Come dicevo, dovete considerare una grande fortuna far parte dell'euro, però bisogna misurarsi concretamente con i problemi. E a volte può diventare un problema un patto di stabilità così rigido e severo: ora, non sostengo che debba essere abolito, però dovrebbe essere interpretato con magg

(19 dicembre 2008)

da repubblica.it

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Adriano Olivetti un Grande Italiano (CULTURA AZIENDALE)

Adriano Olivetti

L'imprenditore rosso

Un'utopia chiamata "Olivetti"


Chi era Adriano Olivetti? Un sognatore? Un utopista? O era invece un grande imprenditore, capace di portare la piccola azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca? Sicuramente era una figura scomoda e considerata da molti ingombrante, sia come concorrente industriale che come portatore di un modello sociale per certi versi “rivoluzionario”.
Quello di Adriano Olivetti era un sogno industriale, che certamente mirava al successo e al profitto, ma anche un progetto sociale che implicava una nuova relazione tra imprenditore ed operaio, oltre ad un nuovo rapporto tra fabbrica e città.

Nel 1945, dopo la fine della guerra, Adriano Olivetti torna ad Ivrea pieno di progetti. La sua convinzione è che il fine dell’impresa non debba essere solo il profitto e che sia necessario reinvestire il profitto per il bene della comunità. A questo principio si ispirano tutte le sue successive scelte imprenditoriali. La fabbrica di Ivrea diventa presto il modello di un’organizzazione del lavoro improntata sull’uomo reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena di montaggio. Dalle linee di montaggio si passa infatti alla formazione delle cosiddette “isole”, nelle quali un gruppo di operai specializzati è in grado di montare, controllare e riparare un prodotto finito o una parte completa di esso. La fabbrica è dotata di molte strutture ricreative e assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido, ecc.
L’idea di Adriano è che l’incremento della produttività sia strettamente legato alla motivazione personale del lavoratore ed alla partecipazione degli operai alla vita dell’azienda. Il modello Olivetti, criticato da molti come contrario ad ogni logica economica, si mostra presto una ricetta di successo; in poco più di un decennio la produttività cresce del 500% e il volume delle vendite del 1300%.
La Olivetti raggiunge rapidamente una notevole fama internazionale e la macchina da scrivere “Lettera 22”, disegnata da Marcello Nizzoli nel 1950, viene definita da una giuria internazionale “il primo dei cento migliori prodotti degli ultimi cento anni”. E’ la prima volta in Italia che si introduce il design e l’estetica come aspetti fondamentali del prodotto industriale.

Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di Gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l'assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. A realizzare queste opere vengono chiamati grandi architetti: Figini, Pollini, Zanuso, Vittoria, Gardella, Fiocchi, Cosenza, ed altri ancora.
La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, “circondati e avvolti dalla luce”. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% della base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali, le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L'orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.

Si può dire che Adriano Olivetti non si pose mai nell’ottica della contrapposizione tra capitale e lavoro ma la sua preoccupazione fu sempre come essi potessero convivere insieme per far progredire la società. La struttura tradizionale, improntata alla conflittualità sindacale, veniva contraddetta da una serie di provvedimenti che tendevano ad erodere la base della conflittualità stessa. Non vi furono, in questo modo, episodi di scontro frontale con i sindacati come avvenne in altre fabbriche (vedi la Fiat). Per Olivetti il lavoratore è un uomo e un cittadino che vive ed è radicato nel territorio; esiste un sistema complesso di relazioni umane, sociali, infrastrutturali tra il territorio e il sistema industriale che in esso opera. Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo iper-utilizzo ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune. Il modello Olivettiano rappresenta una forma di sviluppo industriale che idealmente cerca di essere sostenibile.

La Olivetti ha una politica del personale del tutto peculiare; Adriano in persona seleziona i candidati valutando, oltre ai loro curriculum, elementi quali la grafia o il portamento. La voce si sparge velocemente ed all’ufficio del personale dell’azienda arrivano moltissime domande. Può così accadere che uno storico medievalista, che fino a quel momento si sia dedicato solo a scrivere saggi sull’eresia, venga chiamato a dirigere una filiale. La scuola di formazione commerciale fornisce un insegnamento che spazia dalle materie tecniche a quelle umanistiche, e come sede viene scelta una prestigiosa villa medicea, nella convinzione che vivere a contatto con la bellezza aiuti i collaboratori a dare il meglio nel lavoro che li aspetta.

La Olivetti diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, tanto da essere definita da qualcuno “la Atene degli anni Cinquanta”; nelle file dei suoi collaboratori passano talmente tante personalità che risulta difficile persino tenerne il conto. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell'organizzazione industriale, psicologi del lavoro: da Franco Momigliano a Paolo Volponi, da Giudici, Pampaloni, Bobi Bazlen, Luciano Gallino, Giorgio Puà, Fortini a Francesco Novara, Bruno Zevi passando per Fichera, Soavi, Ottieri, Luciano Foà, Lodovico Quaroni, fino a Furio Colombo, Franco Ferrarotti, Tiziano Terzani.
Per valutare la peculiarità della Olivetti basti pensare che sulla parete di una delle officine figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come dice lo psicologo del lavoro Francesco Novara, “verificammo che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e più i singoli erano danneggiati”. Ai dipendenti sono permesse delle pause durante l’orario di lavoro, al fine di ricrearsi ed accrescere la propria cultura, tanto che una volta una delegazione dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica, osservando tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un giorno di sciopero.
Si crea intorno all’azienda un “orgoglio Olivetti”; coloro che fanno parte di quella comunità si considerano diversi dagli altri, promotori di un modello industriale che non ha precedenti, attenti a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se non prettamente scientifica.

Nel febbraio del 1960 Adriano Olivetti muore, improvvisamente, mentre sta viaggiando su un treno da Milano a Losanna. Tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decreteno, di fatto, la fine del sogno “Olivetti”; la via indicata da Adriano rimane un’esperienza isolata, e i campi in cui la ricerca italiana eccelleva negli anni Cinquanta sono oggi settori arretrati nell’economia nazionale.

Cosa rimane oggi dell’esperienza Olivetti? Certamente il ricordo di un uomo che ha proposto e messo in atto un diverso rapporto tra fabbrica e territorio, tra lavoro e partecipazione, tra cultura e impresa, un uomo che ha cambiato le regole del lavoro, che ha osato e sperimentato. Ma se Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per questi aspetti “sociali”, non va dimenticato che l'avventura dell'azienda di Ivrea, in particolare nel campo dell'elettronica, rappresenta uno dei rari casi in cui l'Italia è stata all'avanguardia nell'innovazione tecnologica e scientifica. Rimane la memoria di tutto questo, dunque, e forse un pizzico di nostalgia.


Informatica: un’occasione perduta

Nel 1955 la Olivetti si associa ad un progetto dell’Università di Pisa per la creazione di un elaboratore scientifico; un progetto che prende le mosse da un suggerimento di un grande scienziato italiano, Enrico Fermi. Adriano Olivetti intuisce subito la grande potenzialità degli elaboratori elettronici e quale sia l'interesse a entrare in un mercato allora agli albori.

Olivetti è alla ricerca di una persona a cui affidare la guida del progetto. Gli viene suggerito il nome di Mario Tchou. Figlio di un diplomatico cinese, professore alla Columbia University di New York, Tchou è uno dei pochi uomini al mondo specializzati nei calcolatori elettronici. Tchou accetta l'incarico e organizza immediatamente a Pisa il primo nucleo di ricercatori. Dopo pochi mesi la Olivetti intuisce che il principale obiettivo deve essere la progettazione di calcolatori per applicazioni industriali e commerciali. L'azienda continua a collaborare con l'ateneo di Pisa alla costruzione della futura «Calcolatrice Elettronica Pisana», ma decide di costituire un proprio Laboratorio di Ricerche Elettroniche. La sede è Barbaricina, vicino Pisa. Nella ricerca dei collaboratori, Tchou punta tutto sui giovani. In una intervista a Paese Sera afferma: «Le cose nuove si fanno solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità consuetudinaria». Vengono assunti ingegneri, fisici, matematici e tecnici provenienti da tutta Italia e dall'estero. Fu un periodo pionieristico, di vera ricerca, durante il quale Tchou ebbe un'intuizione chiave: provare a sostituire nelle memorie a nastro magnetico le valvole con i transistor, che garantiscono maggiore resistenza, migliori prestazioni e occupano minore spazio. Chiede tre anni per la realizzazione del progetto, ma già nella primavera del 1957 la piccola équipe realizza la Macchina Zero. Il risultato finale di quella ricerca è l’Elea, il primo elaboratore completamente transistorizzato immesso nel mercato mondiale. (Il nome sta per Elaboratore elettronico aritmetico, con allusione all'antica città greca sede di scuole di filosofia, scienza e matematica).
 
L'Olivetti Elea 9003 non è soltanto il primo calcolatore elettronico italiano, ma anche uno dei primissimi al mondo costruito interamente a transistor, che consente prestazioni (velocità e affidabilità) assai maggiori e dimensioni molto più contenute rispetto ai precedenti sistemi a valvole. Oltre alla completa transistorizzazione, l'Elea 9003 presenta soluzioni d'avanguardia anche dal punto di vista logico e funzionale, quali la possibilità di operare in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo), il concetto di "interrupt" (ossia la sospensione temporanea del processo in corso per dare altre priorità) e la capacità di gestire un'ampia gamma di unità periferiche. Accanto al progetto logico ed elettronico, molta attenzione viene data al design, perché Adriano Olivetti soleva dire che "il design è l'anima di un prodotto". Questo compito viene affidato ad un giovane architetto, Ettore Sottsass, che riesce a coniugare l'eleganza con la funzionalità. Nel 1958 l’importanza del progetto spinge i vertici dell’azienda a trasferirlo in una sede meno periferica, idonea ad una dimensione industriale. La ricerca si sposta vicino Milano, nel nuovo Laboratorio di Borgolombardo, che si espande rapidamente (le cinquanta persone di Barbaricina diventano circa mille). La Olivetti sceglie definitivamente di investire nell'elettronica e incarica addirittura Le Corbusier di progettare la nuova sede (purtroppo mai costruita). Nel novembre 1959 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si reca a Milano per la presentazione del nuovo elaboratore.

Alla metà degli anni '50 i calcolatori elettronici attirano grande interesse, ma ce ne sono in giro ancora pochi. Si tratta di macchine enormemente costose, di grandi dimensioni, il cui utilizzo richiede personale di alta specializzazione; sono accessibili quindi solo a una fascia limitata di grandi utenti. Per dare un'idea, il costo di un Elea è dell'ordine di 800 milioni di lire dell'epoca. Il primo sistema viene installato alla Marzotto di Valdagno nell'agosto del 1960. Da quel momento le aziende italiane (Monte dei Paschi di Siena, Fiat e Cogne, tra le prime) iniziarono ad informatizzarsi grazie all'Olivetti.

La improvvisa morte di Adriano Olivetti nel 1960 (seguita dopo un anno appena da quella dello stesso Tchou) interrompe il cammino informatico dell’Olivetti. Negli anni successivi l'azienda entra in una profonda crisi finanziaria, causata dalle divisioni interne alla famiglia e dall’impossibilità di sottoscrivere aumenti di capitale. La Olivetti deve ricorrere a finanziatori esterni. Nel 1964 il controllo viene assunto dal cosiddetto Gruppo di intervento, costituito da Fiat, Pirelli, Centrale e da due banche pubbliche, Mediobanca e Imi. Riguardo al loro atteggiamento risulta emblematica la dichiarazione di Vittorio Valletta, allora Presidente della Fiat: “La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l'essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare".
Il Gruppo di intervento decide dunque di cedere la Divisione Elettronica alla General Electric, nell'apparente disinteresse del governo e dei media. (La Olivetti mantiene il diritto di proseguire l'attività solo nel campo della piccola elettronica; ciò consentirà a Pier Giorgio Perotto di realizzare nel 1965 la calcolatrice Programma 101, considerato il primo personal computer della storia mondiale.)

Il dibattito sulle responsabilità del fallimento che tali scelte generarono chiama in causa la miopia della classe imprenditoriale che prese tale decisione, l’indifferenza della classe politica di fronte ad un settore che aveva un’importanza strategica per l’intero paese e l’inerzia di un sistema bancario poco coraggioso; quel che è certo è che quella data segna la fine del sogno informatico Olivetti e fa perdere all’Italia un primato d’eccellenza che non recupererà mai più.


Hanno detto di lui …

Uomo visionario o colpevole di un paternalismo pericoloso, un giusto, profeta di un capitalismo innovativo, un utopista, l’imprenditore rosso, un mecenate e un pioniere o addirittura un uomo che guidò i suoi uomini come “un patriarca biblico il suo popolo”: i giudizi su Adriano Olivetti sono diversi e poliedrici come i molti aspetti della sua stessa personalità. C’è addirittura chi parla di “cultura adrianea”. E anche sul gruppo “olivettiano” si sono spese parole diverse; se qualcuno ha paragonato i suoi dipendenti a “frati trappisti”, che operavano nella fede della loro missione, altri ne hanno evidenziato la tendenza settaria e la distanza dal mondo reale. Ma a sentire le testimonianze di chi vi ha lavorato, in Olivetti ci si sentiva, prima di tutto, “uomini liberi”.

Di avere “un concetto snobistico della fabbrica” e di “poco senso del mondo” li accusa invece Cesare Romiti. Intervistato sull’eccezionalità dell’esperienza Olivetti nel panorama italiano, Romiti sostiene poi che fu proprio lo spirito precursore e innovativo di Adriano Olivetti ad isolarlo, dato il caso che si trovasse ad operare in un paese, l’Italia, fondamentalmente attendista e conservatore.
Natalia Ginzburg, di cui Adriano sposerà in prime nozze la sorella Paola Levi, nel romanzo “Lessico famigliare” uscito tre anni dopo la scomparsa dell’amico imprenditore, lo ricorda così: «Lo incontrai a Roma, per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».
E più avanti, nel ricordare i tristi giorni in cui il marito Leone Ginzburg veniva arrestato dai tedeschi e Adriano la aiutava a fuggire da Roma, la scrittrice traccia di Olivetti un altro bel ritratto: “Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.”

“Lei ricorda suo padre come una persona felice?” Sembra non avere dubbi la figlia Laura Olivetti, che alla fine della puntata risponde senza esitazioni alla domanda dell’intervistatore: “No”.

E ricorda suo padre come una persona che aveva certamente degli entusiasmi ma che era sempre alla ricerca di qualcosa di più, di qualcosa che non c’era.


da www.lastoriasiamonoi.rai.it

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