| Una riforma fiscale contro il mostro deflazione |
(SOCIETA') |
Una riforma fiscale contro il mostro deflazione
di Carlo De Benedetti
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:42. L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:42.
Se vogliamo affidarci alla metafora di Niall Ferguson, storico di professione ed economista per passione, Godzilla è pronto a sconfiggere King Kong. Lo scontro fra i mostri liberati dalla crisi del credito, ovvero la battaglia fra inflazione e deflazione, come ebbe a dire il docente di Harvard, rischia di risolversi verso lo scenario deflattivo.
La zampata di Godzilla è apparsa minaccia prevalente anche nelle parole, volutamente provocatorie, pronunciate dal presidente della Fed di Saint Louis, James Bullard, il 29 luglio scorso, quando è arrivato ad immaginare uno scenario giapponese per l'economia americana. Sventolare il declino giapponese per i destini americani è, forse, una fuga in avanti: ma la realtà di oggi è molto diversa dalle aspettative di qualche mese fa. La crescita del secondo trimestre su base annua dell'economia statunitense è passata dal 2,4% all'1, il terzo trimestre minaccia di essere piatto e l'ultimo, probabilmente, sarà negativo. Lo scenario del double dip, di una ricaduta nella recessione, si va così consolidando, d'improvviso. Per questo è ora necessario cambiare strada, eliminando le residue incertezze, convincendosi che se Godzilla è più forte di King Kong, vanno adottate armi molto più potenti di quelle fino ad ora utilizzate. Se non altro per la semplice ragione che oggi sappiamo come battere l'inflazione, ma non conosciamo, né sappiamo come somministrare, gli antidoti necessari per guarire un corpo economico malato di deflazione.
L'emergenza crescita è assolutamente prioritaria. Credo che i passaggi per riportare gli Usa sulla via dello sviluppo siano sostanzialmente tre: la Fed deve attrezzarsi contro la deflazione promuovendo l'erogazione di finanziamenti sia alle attività d'impresa, sia alle famiglie.
Il Congresso deve ispirarsi alla riforma fiscale del 1986 abbattendo l'aliquota marginale e allargando la base imponibile; il Paese deve ritornare verso logiche di deregulation, abbandonando la tentazione di porre lacci e lacciuoli a settori-chiave dell'economia, come quello finanziario. Restiamo ai due primi passaggi, i più importanti nell'emergenza che si va defilando. La politica monetaria ha portato gli Usa a interessi a zero e al quantitative easing - allentamento quantitativo - di 1.200 miliardi di dollari provocando una crescita dell'M2 debole e aumentando la tendenza al risparmio di cittadini intimoriti dalla fragilità del contesto economico. Uno scenario che accelera il rischio di una caduta dei prezzi.
La Fed lo ha intuito, ma non s'è ancora risolta ad adottare misure radicali, divenute ormai urgenti e indispensabili. Dovranno andare nella direzione già adottata, ma con più determinazione di prima. Lo strumento monetario va rilanciato, avviando un'altra ondata di quantitative easing per almeno altri mille miliardi di dollari: danari messi sul mercato per l'acquisto di titoli di stato a lungo termine.
Ogni idea di stretta economica, di exit strategy dallo stimolo espansivo, va abbandonata perché la storia della Grande Depressione, e quella più recente del Giappone, rischiano di ripetersi, oggi, in America. «Coloro che non imparano dalle lezioni della storia tendono a ripeterla», sosteneva il filosofo George Santayana, con un concetto tanto ovvio quanto, spesso, sfuggente alla mente della politica. Il ripetersi della "storia di allora" sarebbe devastante perché il ruolo trainante degli Usa sull'economia planetaria resta forte abbastanza per innescare il ripetersi di una crisi globale, capace di travolgere i mercati maturi. Per questo la leva monetaria non basta. Dovrà essere accompagnata da una nuova politica impositiva che potrà apparire impopolare, ma che è, in realtà, l'abc di ogni economista specializzato in finanza pubblica. Il principio è noto. Una bassa aliquota marginale accompagnata dall'ampliamento della base impositiva, attraverso l'eliminazione di esenzioni specifiche, è la via migliore per aumentare il gettito.
Anche in Italia, per inciso, sarebbe prioritaria una riforma fiscale, che spostasse l'onere delle imposte dal lavoro e dalle imprese ai patrimoni, ma l'ambizioso progetto del ministro Tremonti sembra per il momento accantonato. Torniamo al mondo. La storia ci aiuta una volta di più. La lezione del 1986, infatti, suggerisce proprio un piano fiscale di quel tipo. Purtroppo l'amministrazione di Barack Obama promette di muoversi nella direzione opposta, aumentando l'aliquota marginale dal gennaio 2011. Una mossa dal sicuro impatto politico, ma lontana dalle esigenze di un'economia in bilico fra debole ripresa e rischio di violenta ricaduta. Impopolare apparirà anche l'idea di dare un colpo di freno alle smanie iper-regolatrici del settore finanziario, ma anche questo è necessario per dare vigore a una spinta che non c'è più.
I rimedi qui suggeriti non sono novità nella dottrina economica. Non c'è nessuna intuizione geniale dietro una ricetta che è solo il prodotto di uno scenario ora sgravato dalle nebbie dei mesi passati. L'immagine che emerge oggi, con una nettezza mai vista prima, traccia il rischio di un ritorno in recessione e impone l' esigenza di evitarlo utilizzando, fin d'ora, tutte le medicine possibili. Politica monetaria, fiscale e delle regole, da distribuire subito e nella dose giusta. Il momento è questo, la quantità dovrà essere massiccia. Altrimenti basterà tornare alle cronache della Grande Depressione per leggere scenari di un destino ancora possibile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-08-26/riforma-fiscale-contro-mostro-084131.shtml?uuid=AYbLKuJC ... |
| Leggi l'articolo completo |
| La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro |
(CULTURA AZIENDALE) |
La parabola di Walter Reuther, il sindacalista con vista sul futuro
di Giuseppe Berta
Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2010 alle ore 08:36. L'ultima modifica è del 26 agosto 2010 alle ore 08:04.
IL GIOCO ONLINE Quale personaggio del passato potrebbe aiutarci a ripartire?
Per i sindacati dell'industria dei paesi sviluppati occidentali la crisi rappresenta un passaggio delicatissimo, un momento di trasformazione che ne scuote in profondità le radici fino a metterne in discussione le prospettive. Si disegna un assetto dell'economia globale che rischia di esautorare il ruolo del sindacato nelle aree del mondo dove la produzione industriale riduce il proprio radicamento sociale. Negli Stati Uniti questa minaccia è avvertita come la più incombente, al punto di suscitare un ripensamento radicale del modo d'essere e di operare della rappresentanza sindacale.
Ne ha parlato il 2 agosto scorso al Center for automotive research Bob King, il nuovo presidente della Union of automobile workers of America (Uaw), un tempo il più grande e forte sindacato industriale del mondo, in un discorso che sta provocando una catena di reazioni e commenti. King ha annunciato che la Uaw del XXI secolo differirà in maniera fondamentale da quella che è stata nel Novecento. Alla crisi di Detroit i lavoratori americani dell'auto hanno pagato un prezzo durissimo: hanno perso 200mila posti di lavoro e accettato decurtazioni salariali che vanno da 7mila a 30mila dollari all'anno. Il loro sindacato ne è uscito drasticamente ridimensionato: nel 1979 la Uaw contava un 1,5 milioni di iscritti; oggi sono meno di 400mila. Per questo, ha sostenuto King, la missione sindacale deve essere ripensata dalle basi. L'organizzazione dei lavoratori deve assimilare gli obiettivi di flessibilità, qualità e produttività delle imprese e smetterla di considerare il management come un avversario e un nemico e tendere invece a costruire con esso delle relazioni di partnership.
Col suo intervento King ha voluto sottolineare una discontinuità nella storia del sindacato Usa. La cura con cui è stata preparata quest'uscita la sottrae alla logica della quotidianità spicciola perché il presidente della Uaw sapeva di indurre, con quelle parole, un'ondata di reazioni - positive soprattutto negli ambienti del partito democratico, come testimonia il sostegno della governatrice del Michigan - ma anche di segno opposto, come rivelano i blog in cui si deplora lo smarrimento dello spirito sindacale originario e l'accettazione di condizioni giudicate lesive della dignità sociale degli operai.
Consapevole della delicatezza del messaggio che ha voluto lanciare, King, proprio nel momento in cui annunciava la svolta sindacale, si è rifatto alla lezione dell'uomo-simbolo della storia della Uaw, Walter Reuther, il suo presidente più famoso e influente, di sicuro il sindacalista che ha contato di più nell'esperienza americana e ha assicurato al mondo del lavoro la più alta visibilità pubblica.
Ricordare Reuther, nel contesto della difficile transizione del sindacato d'oggi, non è soltanto un esercizio retorico, perché la sua leadership avvenne all'insegna di un cambiamento completo degli orizzonti del sindacato e delle sue personali inclinazioni politiche. Quella di Reuther costituisce infatti una figura eccezionale nella storia del sindacalismo perché ne incarna, nelle varie epoche, le diverse componenti, dall'anima militante e radicale delle origini alla capacità negoziale, senza però perdere di vista la cornice politica della società.
Figlio di un immigrato tedesco che si era stabilito in Virginia, il giovane Walter arrivò a Detroit neppure ventenne (era nato nel 1907), attratto dall'industria dell'auto che era il traguardo naturale per un operaio di alto valore professionale. Walter era padrone dei suoi utensili di lavoro, che adoperava con rara maestria. Venne assunto alla Ford, allora all'apice della potenza industriale, dove potè migliorare la propria istruzione. Avrebbe potuto far carriera, avvalendosi della professionalità e anche dei legami con la massoneria (che contava parecchio nelle fabbriche di quel tempo), ma nel clima della depressione degli anni Trenta preferì invece diventare un organizzatore sociale, attirato dai princìpi del socialismo. Fu per quegli ideali che Walter, col fratello Victor, suo fedele compagno di lotte, decise di andare in Urss, ad addestrare i lavoratori russi che stavano edificando l'ordine socialista. I fratelli Reuther vi rimasero due anni, prima di rientrare in America nel 1935, in tempo per vivere la fase più intensa delle lotte sociali.
A Detroit, il sindacato dell'automobile era agli esordi. La Uaw era gremita di militanti radicali, non discriminava gli operai di colore (che ne divennero presto una colonna portante) e organizzava scioperi e agitazioni senza temere lo scontro con le case produttrici d'auto, dove il sindacato non era mai entrato. Walter divenne presto segretario di una local, cioè di una sezione della Uaw, e visse la stagione di entusiasmo collettivo che portò a istituire la contrattazione collettiva alla General Motors nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, le fermate sul posto di lavoro.
Se aveva ceduto la Gm, sembrò allora che si potesse piegare anche l'osso più duro, quell'Henry Ford che, oltre a essere il mito dell'industria mondiale, era il più risoluto ostacolo alla sindacalizzazione. Così, un giorno della fine di maggio del 1937, un gruppo di organizzatori della Uaw, fra cui Reuther, si presentò all'uscita di una fabbrica Ford per distribuire volantini agli operai e convincerli a iscriversi al sindacato. Con loro c'era un manipolo di cronisti e reporter, pronti a immortalare una giornata che poteva diventare storica. E in effetti lo divenne, ma solo perché era stata sottovalutata la determinazione di Ford. I sindacalisti furono aggrediti all'improvviso dai vigilantes di Harry Bennett (il picchiatore che era stato reclutato personalmente da Ford e da lui posto in cima alla gerarchia aziendale), i quali, armati di mazze da baseball, diedero il via a un furibondo pestaggio. Insanguinati e coi volti devastati dalle percosse, gli uomini della Uaw non subirono tuttavia una sconfitta. Quelle immagini divennero subito famose e sono rimaste nella memoria storica del movimento sindacale americano.
Alla fine, nel 1941, alla vigilia dell'entrata in guerra dell'America, anche Ford cedette al sindacato e al presidente Roosevelt, accettando il contratto collettivo di lavoro nei suoi stabilimenti. A quel punto, le Big Three di Detroit erano sindacalizzate e l'ascesa della Uaw era indubitabile. Essa era destinata a proseguire durante le fasi belliche, quando il sindacato divenne importante per far funzionare al meglio le fabbriche. Reuther, dimostrando la sua abilità di organizzatore, mise a punto un piano per migliorare la produzione di aerei militari.
La grande stagione di Walter fu però il dopoguerra. Che incominciò per lui, questa volta sì, con una sconfitta. Nell'inverno fra il 1945 e il 1946, la Uaw promosse un lungo sciopero (oltre 100 giorni) per ottenere un forte miglioramento salariale, pretendendo però che le case automobilistiche non aumentassero i prezzi finali dei loro prodotti. Era un modo per imporre una sorta di controllo sindacale sulle imprese. Ma il sindacato non la spuntò e Reuther cambiò definitivamente strada. Si convinse che, se il controllo operaio sulle fabbriche non era possibile, c'era un altro sentiero da percorrere: negoziare con le Big Three, che stavano per giungere al massimo della loro espansione, aumenti salariali continui, al passo con lo sviluppo della produzione. Non solo: oltre ai salari, si poteva ottenere dalle imprese quel welfare che lo stato americano non dispensava, cioè pensioni elevate e buona assistenza sanitaria. Il celebre "contratto di Detroit", che Reuther (divenuto presidente della Uaw) stipulò nel 1950 con le case automobilistiche, si ergeva su questi fondamenti. Ad esso si deve se, da allora in poi, gli operai Usa si sono sentiti middle class, partecipi a pieno titolo dell'onda lunga della crescita e della mobilità sociale.
Naturalmente, questo cambiamento si rifletteva nella posizione politica di Reuther, che aveva abbandonato il radicalismo politico giovanile. Il fatto che il fronte dei suoi nemici fosse vasto e che essi non arretrassero dinanzi alla violenza più estrema (fu ripetutamente vittima di attentati e nel 1948 gravemente ferito in casa propria, al punto di subire una lesione permanente a un braccio) non modificò i suoi nuovi orientamenti. Durante la guerra era diventato anticomunista e si battè per allontanare i filosovietici dalla Uaw. Negli anni 50 e 60, fu un esponente della sinistra sociale del partito democratico, nel tentativo di dare luogo a una versione americana della socialdemocrazia (come dimostrano i suoi contatti con Willy Brandt e il premier svedese Tage Erlander). Per questo, assecondò il programma di welfare del presidente Johnson, mentre partecipò alle marce dei diritti civili a fianco di Martin Luther King.
La morte colse Walter Reuther all'improvviso, in piena attività, nel 1970, quando cadde l'aereo in cui viaggiava con l'amico architetto Oscar Stonorov.
Ora la crisi ha dissolto le conquiste sociali su cui Reuther aveva poggiato l'autorità della Uaw. Ma nel percorso così atipico (e, nello stesso tempo, così americano) di questo operaio di mestiere dalla Ford alla Russia di Stalin, dalle lotte operaie di Detroit alle stanze del potere di Washington, c'è una lezione ancora significativa per il sindacato. Che deve possedere la capacità di cambiare e di adattarsi alle trasformazioni dell'economia e del lavoro, riuscendo tuttavia nel contempo a elaborare e a diffondere una propria visione sociale.
Il profilo
LA VITA Walter Reuther nasce a Wheeling nel West Virginia l'1 settembre 1907. Suo padre, un socialista che lavora in un birrificio, è emigrato dalla Germania. In tutta la sua carriera lavorativa, Walter è sempre affiancato dai suoi due fratelli, Victor e Roy. Muore il 9 maggio 1970 in un incidente aereo, che vede coinvolti anche la moglie May, il suo amico architetto Oscar Stonorov, una guardia del corpo, il pilota e il copilota. L'aereo, partito da Detroit, stava per atterrare in una giornata di pioggia e nebbia allo scalo di Pellston di Black Lake, nel Michigan. Già un anno e mezzo prima, nell'ottobre 1968, Walter e suo fratello Victor avevano rischiato la vita mentre, su di un aereo privato, si stavano avvicinando all'aeroporto di Dulles. In entrambi gli incidenti l'altimetro ha dimostrato un cattivo funzionamento. Victor, in un'intervista successiva alla morte del fratello, ha affermato: «Io e altri membri della mia famiglia siamo convinti che il disastro che ha causato la morte di Walter e quello che stava per succedere nel 1968 non sono stati accidentali».
LA CARRIERA NELLA UNION Reuther è assunto alla Ford a Detroit, ma a causa della Depressione lascia il posto di lavoro e con i fratelli va a lavorare in Urss, dove addestra i russi in una fabbrica di auto a Gorky. Rientra in America nel 1935. A Detroit il sindacato è agli esordi. Nel 1936 Walter diventa segretario di una sezione locale della Union of automobile workers (Uaw). Nel 1937, dopo il successo dei sit-down strikes, alla General Motors si istituisce la contrattazione collettiva. Che viene accettata alla fine del 1941 anche dalla Ford, dopo aspre lotte con il sindacato, non esenti anche da aggressioni fisiche. Tra queste la famosa "battaglia del cavalcavia" che vede coinvolto anche Walter con i picchiatori assoldati dalla Ford (Reuther fu oggetto di attentati più volte . A questo punto l'ascesa della Uaw è spianata.
IL CONTRATTO DI DETROIT Tra i successi di Reuther, la negoziazione (da presidente Uaw) nel 1950 del contratto di Detroit con i big dell'auto, con cui l'Union inizia una nuova strategia. Se il controllo delle fabbriche non era più possibile, allora bisognava puntare sulla contrattazione dei salari legandoli ai successi aziendali. Negli anni 50 e 60 Reuther è esponente della sinistra sociale del partito democratico. La morte, nell'incidente aereo del 1970, che segue un analogo incidente di un anno prima, lo coglie in piena attività.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-26/economia-globale-sindacato-locale-080436.shtml?uuid=AY04ntJC ... |
| Leggi l'articolo completo |
| Biblioteca sociale elettronica |
(CULTURA) |
26/8/2010
Biblioteca sociale elettronica
«I lettori di ebook», scrive il Wall Street Journal, «passano più tempo con il naso tra le pagine».
La ricerca citata nell'articolo è preliminare, e forse è ancora troppo presto per costruire generalizzazioni. Tuttavia, a quanto pare, un 40% di lettori (tra quelli intervistati) dichiara di leggere di più da quando è passato al libro elettronico. «Questo dato coincide con la mia esperienza personale», racconta un blogger dell'Economist. «Da felice possessore di un iPad, mi capita spesso di avere tempo in treno o mentre sono in coda per il caffè. E ne approfitto per immergermi in un romanzo, in una detective story o in un libro di management. Piuttosto che sostituire i libri tradizionali, l'iPad è un supplemento ideale».
Luca de Biase, invece, solleva un problema importante. «Il nuovo Kindle piace alla critica. Non si sa quanto, ma si presume piaccia molto anche al pubblico», scrive. E sottolinea come sia facile vedere i vantaggi di questa tecnologia: un dispositvo di lettura sempre connesso, con funzioni di ricerca nel testo e in più l'accesso a un negozio quasi illimitato. «Dunque non è difficile immaginare che si tratta almeno di un nuovo modo per fruire di quei lunghi testi che un tempo si chiamavano libri. Un modo fantasticamente adatto all'aggiornamento di chi legge saggi americani di attualità, di chi ama portarsi in viaggio una quantità di romanzi e saggi, di chi studia un argomento a fondo... E chissà quanti altri utilizzi. »Ma se il Kindle è la Biblioteca della Mente, si chiede Luca, alla fine é «un mondo di libri per nomadi, dove lo spazio è poco mentre è necessario viaggiare leggeri. La biblioteca invece è pesante. Come sa bene chi cambia casa. Costa. Occupa spazio. Ma il peso, la lentezza, lo spazio hanno una funzione culturale. La perdiamo a cuor leggero?»
Non è certo una domanda che prevede risposte facili. A me capita spesso di pensarci, quando guardo la pila di libri fisici sul comodino o i tanti volumi sugli scaffali. Danno in qualche modo la sicurezza di essere lì, di poterci rimanere, di costruire un insieme ordinato. I file ci sembrano fragili, basta poco a cancellarli, perderli, dimenticarli in qualche recondito anfratto di qualche cartellina periferica. Ma se superiamo l'affezione, l'abitudine ad un comportamento anche rituale, ci rendiamo subito conto che anche per i libri sta accadendo quello che succede con i nostri dati personali, con gli appunti, con piccole o grandi porzioni della nostra memoria. Oggi molti di noi conservano queste «fette» di vita nella nuvola del cloud computing: le mail, le foto, la musica, i file sono tutti custoditi da una serie di servizi che non possediamo più, ma che ci garantiscono l'accesso da qualsiasi dispositivo e/o da qualsiasi punto del mondo. I libri non faranno eccezione: non ne avremo più il possesso fisico, ma godremo dell'accesso. E' già accaduto con tanti altri pezzi della nostra sfera vitale e lo abbiamo accettato senza troppo dispiacere. La trasformazione che stiamo vivendo intorno al libro è solo una parte di una trasformazione più grande, quella in cui stamo ridisegnando il modo di governare la conoscenza umana.
La carta non morirà, nè saremo costretti a separarcene se non vogliamo. Ma la nostra biblioteca personale dei prossimi anni, forse, sarà molto diversa da quella fatta di volumi di carta affiancati e disposti ordinatamente su dei mobili. Magari sarà sempre più sociale, magari assomiglierà a Goodreads, sarà un posto in cui abbiamo contemporaneamente accesso ai nostri libri letti, alle letture degli altri e ai libri ancora da leggere. O magari sarà qualcosa che oggi ancora non possiamo immaginare, come solo pochi anni fa non immaginavamo YouTube. E' un passaggio che abbiamo già consumato altre volte, ad esempio con le fotografie (che custodivamo gelosamente nei cassetti e negli album e che oggi sono nella nuvola di Flickr, di Facebook o del nostro social network preferito). Queste transizioni diventano normali solo se un numero sufficiente di persone le trova vantaggiose. E anche se -come è ovvio- ogni nuova soluzione porta con sè nuovi problemi, forse vale la pena di guardare al futuro come a un'altra bella avventura ricca di stimoli per chi ama la lettura.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=285&ID_articolo=34&ID_sezione=&sezione= ... |
| Leggi l'articolo completo |
| Si rischia una ricaduta in recessione? |
(SOCIETA') |
Evans e Stiglitz a confronto, si rischia ricaduta in recessione?
Di Francesca Gerosa
Evans e Stiglitz a confronto. Si rischia o no la ricaduta in una seconda recessione? Per il presidente della Federal Reserve di Chicago, Charles Evans, no, perlomeno negli Usa. Per il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, sì. A chi credere? Per il primo appare "improbabile" la ricaduta in una seconda recessione anche se i rischi sono più alti oggi di quanto non lo fossero sei mesi fa.
Per il secondo l'Europa rischia di rientrare in recessione, un rischio dettato semplicemente dal fatto che i Governi tagliano le spese per ridurre il deficit. Il professore della Columbia University di New York ha sottolineato che "tagliare a casaccio gli investimenti ad alto rendimento solo per fare in modo che il quadro del deficit appaia migliore è veramente insensato".
Il premio Nobel ha puntato il dito contro l'obiettivo di tenere il deficit al di sotto del 3% del Pil. "L'Europa rischia una seconda recessione (double-dip) perché molti in Europa si stanno concentrando sul numero artificiale del 3%, che non è reale e guarda solo a un lato dei bilanci", ha spiegato Stiglitz.
Per Evans l'economia Usa è in una fase di recupero "estremamente modesta", tuttavia, si intravedono dei segnali "incoraggianti" e per questo una seconda recessione non è la possibilità "più probabile". C'è qualche indizio di stabilizzazione dei prezzi delle case e qualche segnale incoraggiante di una ripresa generale dell'economia anche se ancora "certamente non siamo fuori dal tunnel".
Per Stiglitz il problema è che l'Europa sta uscendo da questa crisi molto velocemente "e quello che stiamo facendo è metterci in una condizione di malessere in stile giapponese a lungo termine caratterizzata da crescita debole per un certo periodo di tempo".
Ed è altrettanto inquietante che le persone parlino di questo "come di una nuova normalità", soprattutto alla luce del fatto che una disoccupazione al 10% "sarebbe devastante". Facendo riferimento al mercato del lavoro Usa, anche Evans ha notato come sia in una condizione "molto impegnativa" e ha stimato che il tasso di disoccupazione si attesterà intorno all'8% nel 2011, quando in una economia sana dovrebbe essere al 5%.
Affrontando poi la questione del sistema bancario, riferendosi in particolare alla situazione di Irlanda e Stati Uniti, Stiglitz ha detto di ritenere che facendo una corretta valutazione di mercato di alcuni asset "le banche avrebbero bisogno di aumentare di più il capitale e alcune potrebbero rischiare la bancarotta".
Per il presidente della Federal Reserve di Chicago troppe regole per i mutui potrebbero limitare il credito disponibile e danneggiare chi ha bisogno di ricevere un prestito. In questa fase dell'economia, ha continuato Evans, bisogna intensificare lo sforzo per una "alfabetizzazione" finanziaria dei potenziali acquirenti di casa piuttosto che varare regole più severe.
Evans ha rilevato che le misure del governo per eliminare i prodotti sui mutui che non incontrano determinati standard se da una parte possono evitare la sottoscrizione di prestiti rischiosi, dall'altra diminuiscono il ventaglio di opzioni a disposizione. "Prodotti specializzati (ad alto rischio) possono in effetti essere appropriati per certe categorie di persone, dunque", ha osservato, "questa politica potrebbe avere dei costi". Una ricetta che dovrebbe prevenire un'altra crisi del settore e un'ondata di pignoramenti.
http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?chkAgenzie=TMFI&id=201008241555594308 ... |
| Leggi l'articolo completo |
| Google |
(SOCIETA') |
21/8/2010
Google tra mito e realtà MARCO PANCINI*
Google nasce come azienda tecnologica impegnata a creare soluzioni per il reperimento rapido delle informazioni sul Web. La tecnologia è anche ciò che ci consente di garantire agli utenti il massimo controllo sulle informazioni che ci forniscono. Privacy e tecnologia per Google sono due aspetti strettamente connessi. A questo proposito, crediamo sia oggi più che mai opportuno distinguere tra mito e realtà.
Mito. Google sa chi sono e sa tutto di me Realtà. Google ha l’obiettivo di creare servizi di valore, non di identificare i propri utenti. Le informazioni che raccogliamo hanno unicamente questo scopo. Ad esempio, nel momento in cui eseguite una ricerca senza avere effettuato login con un account Google, le informazioni che conserviamo nei nostri file di log (come l’indirizzo IP, browser e sistema operativo del vostro computer, ricerca compiuta, data e ora della ricerca, cookie id) non permettono di identificarvi personalmente ma servono per capire se i risultati forniti sono stati utili.
Per tutelare ulteriormente la privacy, cancelliamo una parte degli indirizzi IP dopo 9 mesi e anonimizziamo i cookies dopo 18 mesi. Solo chi ha un account Google è associato ad un nome, ma è il nome che l’utente ha deciso di attribuirgli. Ogni utente registrato ai servizi di Google può accedere a tutte le informazioni collegate al proprio account attraverso Google Dashboard (google.com/dashboard), una soluzione tecnologica che è anche la prova concreta della trasparenza verso tutti i nostri utenti.
Mito. Google ci scheda per fini pubblicitari Verità. Il modello di business di Google è basato sulla pubblicità, che ci permette di offrire molti dei nostri servizi gratuitamente. Anche in questo caso abbiamo un obiettivo chiaro: dare accesso ad informazioni sempre più rilevanti e utili ed esserne ripagati con un clic. Dal 2009 abbiamo introdotto anche un nuovo servizio: la pubblicità basata sugli interessi. Quest’ultima non effettua alcuna profilazione degli utenti ma si occupa di mostrare pubblicità basate sugli interessi di navigazione espressi tramite browser (che non identifica personalmente alcun individuo, anche perché lo stesso browser può essere usato da più persone e la stessa persona può usare più browser).
La pubblicità basata sugli interessi non può creare degli identikit perché non è associata ad un nome e neppure alle ricerche effettuate dagli utenti sul nostro motore. Non consente di mostrare annunci pubblicitari associati a categorie di natura sensibile, come preferenze politiche, religiose, sessuali o informazioni di natura sanitaria. Le categorie sono determinate solo dalla navigazione su alcuni siti, quelli che mostrano le nostre pubblicità attraverso il programma AdSense.
Prima di lanciare questo servizio abbiamo voluto progettare delle soluzioni tecnologiche che garantissero la trasparenza e la libertà di scelta dei nostri utenti. La risposta è data oggi dal pannello di controllo che permette di gestire le preferenze degli annunci associati al proprio browser (google.com/ads/preferences), aggiungere o rimuovere categorie ed effettuare, se lo si desidera, opt-out definitivo dal servizio. Questo pannello è raggiungibile anche mediante il link al nostro Centro Privacy posto sulla home page del motore. Mito. E’ difficile tornare in possesso delle informazioni date a Google Realtà. Il valore competitivo per aziende come la nostra è dato dalla fiducia degli utenti, che per Google non significa incatenarli ai propri servizi ma lasciarli in controllo dei propri dati. Iniziative come Data Liberation Front (www.dataliberation.org) sostengono il diritto degli utenti di controllare le informazioni conservate nei diversi prodotti e servizi Google. Questo consente, ad esempio, di chiudere un account Gmail e trasferire i propri contatti su un altro provider di posta elettronica. Crediamo che la concorrenza stimoli l’innovazione e vogliamo che chi sceglie i nostri servizi lo faccia perché rispondono a dei bisogni. Mito. Google vende i dati dei propri utenti alle aziende e li comunica ai governi Realtà. Non cederemo mai a nessuna azienda le informazioni personali che possono identificare i nostri utenti, senza il loro consenso esplicito. Sulla home page del nostro motore è disponibile un link privacy attraverso il quale si può accedere a tutte le informazioni relative alla tutela dei dati personali e leggere che Google collabora con le istituzioni nella repressione del crimine informatico, rispondendo alle richieste di informazioni che sono formulate nel rispetto della legge.
Anche in questo caso la nostra è stata una scelta di trasparenza che si è concretizzata in un sito (google.com/governmentrequest) attraverso il quale è possibile avere informazione relativi alle richieste formulate a Google dai Governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli dell’importanza assunta oggi dal tema della privacy nel mondo online ed è per questo che manteniamo un dialogo aperto con tutti voi e con le autorità predisposte a tutelare questo diritto. Riteniamo che dialogo e tecnologia siano le risposte per proteggere la privacy online e permettere di avere pieno controllo sulle informazioni personali quando utilizzate i nostri servizi. *European Senior Policy Counsel di Google
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7731&ID_sezione=&sezione= ... |
| Leggi l'articolo completo |
|
|
|