| FIAT PIU' FORTE, CUORE E TESTA IN ITALIA |
(CULTURA AZIENDALE) |
| In un incontro torinese, per la prima volta il presidente di Exor e vicepresidente del Longotto racconta e si racconta
"Ecco la Fiat dei miei sogni più forte, cuore e testa in Italia"
di SALVATORE TROPEA
TORINO - «Vorrei parlarvi del mio sogno che è quello di una Fiat sempre più forte, quello che ho vissuto in questi anni. E per farlo voglio iniziare dal 2002». La Fiat raccontata per la prima volta da John Elkann sta in questi otto anni, tra l´azienda che c´era e non c´è più, e quella che sarà ma non c´è ancora. La Fiat del Novecento finita con l´Avvocato e la Fiat di Sergio Marchionne che cerca spazi nel mondo per restare tra i big player dopo essersi affacciata pericolosamente sull´abisso della scomparsa. «Una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell´Italia, con il cuore e la testa a Torino» E´ una serata molto torinese quella in cui il giovane vicepresidente della Fiat e presidente di Exor racconta e si racconta, in un salone dell´Unione Industriali davanti a una platea di soci del Rotary. Primo capitolo, la paura del declino.
L´addio all´Avvocato
«E´ il 2002, l´anno in cui il dottor Gianluigi Gabetti è rientrato dalla Svizzera e io dagli Stati Uniti. Siamo tornati per senso del dovere e perché c´erano tante cose che pensavamo potessero essere fatte. Mio nonno era gravemente malato e l´azienda stava attraversando un momento difficilissimo. Alla sua morte, mio zio Umberto assunse la presidenza. Fu allora che decidemmo di investire 250 milioni di risparmi come famiglia: eravamo convinti che la situazione non fosse così disperata come veniva descritta».
E´ la breve e turbolenta stagione della Fiat guidata da Giuseppe Morchio e della malattia di Umberto Agnelli. La svolta avviene ancor prima dei funerali di Umberto. «L´ingegner Morchio fece sapere a Gabetti e a Franzo Grande Stevens che era sua intenzione convocare un consiglio di amministrazione al quale sottoporre la proposta dell´assunzione del doppio incarico, di presidente e amministratore delegato. Da tempo però noi avevamo considerato che, per il buon funzionamento dell´azienda, fosse necessario tenere distinti i due ruoli. Un equilibrio adeguato che non avevamo intenzione di modificare. Il 31 maggio c´era l´assemblea della Banca d´Italia e Morchio voleva essere sicuro di arrivare a quell´appuntamento con il doppio incarico. Noi ritenemmo che ciò non fosse possibile».
Da Morchio a Marchionne
In un giorno di lutto per la famiglia Agnelli si chiude l´era Morchio. «Con Gabetti e Franzo Grande Stevens cominciammo a pensare quali potevano essere le alternative qualora Morchio avesse insistito nella sua richiesta. Nel cda della Fiat avevamo già una persona che aveva dimostrato la sua capacità in una società che si chiama Sgs di cui eravamo azionisti da anni: il dottor Sergio Marchionne. Assieme a Gabetti c´eravamo preparati all´eventualità e avevamo incontrato Marchionne il quale ci disse che in quella situazione la cosa più importante era assicurare il massimo di continuità. Nel giorno dei funerali dello zio, Morchio convocò un cda al quale intendeva presentare la sua proposta. Ma venne anticipato da Gabetti che riunì la famiglia e, in previsione di quanto sarebbe accaduto, senza mai fare il nome di Marchionne, propose la soluzione della presidenza affidata a Montezemolo, allora nel cda Fiat, e la vicepresidenza a me. Così, dopo la rinuncia di Morchio, avremmo potuto procedere alla nomina di Marchionne come ad». Al consiglio da lui convocato Morchio non si presenta. Il rumore delle pale di un elicottero che si alza in volo dalla pista del Lingotto è il segnale della sua uscita dalla Fiat.
Il nodo del convertendo
«In quei giorni il destino della Fiat Auto è ancora una volta molto incerto. La General Motors era azionista al 20% e c´era anche il diritto che Fiat poteva esercitare di vendere tutta la società dell´auto a Gm. Dovemmo fronteggiare allora tre grosse difficoltà: la prima di tipo finanziario perchè la Fiat aveva un forte debito, la seconda operativa in quanto la sua attività non andava bene, la terza di identità perché nessuno sapeva quale sarebbe stato il futuro. Nel 2005 il problema più grosso era il prestito convertendo di 3 miliardi di euro con le banche che alla scadenza poteva trasformarsi in una perdita del controllo della società. C´erano segnali di miglioramento ma erano difficili da identificare e c´era anche la preoccupazione crescente per gli appetiti che andavano manifestandosi anche perché Fiat aveva valore in settori diversi dall´auto».
«Fu allora che Gabetti e Grande Stevens trovarono una soluzione che nel settembre del 2005 consentì a Ifil di chiudere la partita del convertendo conservano la quota di controllo di Fiat». E´ questo il passaggio, ancora oggi materia di un contenzioso sul quale sta per esprimersi la magistratura. John Elkann non sfiora l´argomento, ma si limita a ricordare che «senza la soluzione studiata da Gabetti e Grande Stevens sarebbe stato difficile sapere come sarebbe evoluta la situazione». Quello che è certo è che per la Fiat comincia un nuovo periodo. «Da quel momento si cominciò a lavorate con uno spirito positivo nuovo. La Grande Punto fu il primo successo, il segnale della svolta vera e di un recupero che avrebbe avuto un seguito negli anni a venire. Il momento più bello fu, subito dopo, il lancio della 500 avvenuto non a caso a Torino. Poi, come talvolta accade quando si lavora in armonia, un successo tirò l´altro. Nel 2008 Fiat registrò i migliori risultati della sua storia».
La crisi globale
Ma all´orizzonte c´è già la grande crisi. «Nell´ultimo trimestre fummo costretti a confrontarci con le impreviste difficoltà imposte dalla crisi mondiale che si sono tradotte in un calo della domanda in tutti i mestieri del nostro gruppo e in una forte tensione sulla liquidità».
Il racconto del vicepresidente torna ad assumere toni preoccupati, ma di una preoccupazione molto diversa da quella di metà del decennio. «Con la crisi ci siamo resi conto non potevamo restare marginali. Un mercato sempre più contratto e i volumi in calo avevano creato necessità finanziarie enormi. E così nel 2009 abbiamo cercato nuove alleanze dialogando con costruttori e governi. Siamo stati fortunati a incrociare con Chrysler che è un´azienda che produce come Fiat. Sono tornato qualche ora fa dal salone Ginevra dove ho potuto constatare l´ampiezza dell´offerta che oggi è in grado di offrire il nuovo gruppo».
Fuori dal tunnel?
«Con Chrysler possiamo fare ciò che da soli non avremmo mai potuto fare. Stiamo lavorando con grande entusiasmo, sapendo che sui mercati mondiali dell´auto ci sono ora i paesi emergenti con i quali dobbiamo confrontarci. Nel 2009 la Cina è stata il primo mercato automobilistico del mondo. Nello stesso anno abbiamo risposto con accordi in Messico, Russia, Cina e Brasile dove, appena tre giorni fa, Marchionne ha firmato un´intesa per la produzione di mezzi agricoli. Siamo impegnati in una sfida globale che comprende anche il lavoro per presidiare le nuove tecnologie compatibili con l´ambiente sulle quali siamo già avanti come dimostra il motore presentato a Ginevra».
Che cosa resta da fare in un momento nel quale, peraltro, è ancora aperto il drammatico capitolo di Termini Imerese con il futuro senza certezze per oltre mille lavoratori ? «Lavorare molto sull´integrazione con Chrysler, rafforzare la presenza nei paesi emergenti, mantenerci all´avanguardia sul fronte dell´innovazione. L´altra sfida è far sì che le persone che lavorano in Fiat siano al passo con tutto questo». In una serata in cui il tema degli ospiti rotariani era "Il sogno", John Elkann ha raccontato il suo. Domanda: ma lei sogna in americano o in italiano?
«Io sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo».
© Riproduzione riservata (06 marzo 2010)
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| I cinesi vogliono copiare il meglio del made in Italy |
(CULTURA AZIENDALE) |
27/2/2010 (7:35) - IL CASO
Il genoma per buongustai
La Cina vuole mappare il dna di centinaia di specie vegetali «I ricercatori cinesi vogliono mappare il meglio del made in Italy per clonarlo»
MAURIZIO TROPEANO
Allarme per lo «shopping scientifico» cinese: «Da Pechino stanno contattando scienziati di tutto il mondo per clonare i cibi doc italiani».
Fantascienza? No. I cacciatori di genoma cinesi hanno già «tracciato» il Dna del riso nel 2002 e poi alla fine del 2009 l’hanno fatto con il melone. E ci sono anche gli animali: il panda poche settimane fa e ora il programma di ricerca punta sul genoma dell’orso polare e del pinguino. Il pericolo più imminente per l’agricoltura italiana, però, è legato ai vegetali.
In campo cinquecento ricercatori. Un budget di 100 milioni di dollari. L’acquisto di 130 sequenziatori per il Dna di ultima generazione. Un programma per tracciare il genoma di 500 animali e 500 vegetali in due anni. I numeri del «Beijing genomic institute» (Bgi) hanno impressionato Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. I due ricercatori, ieri, in anteprima mondiale, hanno reso noto il genoma di uno dei vitigni tipici, la Corvina, che serve per produrre l’Amarone. Uno scacco matto che, secondo i due scienziati, può arrivare in tre mosse.
La prima: «La presa di possesso delle “chiavi” della vita delle produzioni italiane». La seconda: «L’individuazione di un microclima ideale per le coltivazioni». La terza: «L’adozione delle nostre stesse tecniche di produzione». Alla fine il «re», cioè il made in Italy alimentare è sconfitto perché «il passo verso la concorrenza diretta, fatta con gli stessi prodotti del made in Italy, è ormai breve», concludono i due ricercatori dell’Università di Verona.
A rischio sono soprattutto le «produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo», precisa Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Allarmismo, si dirà, ma il leader di Confagri non la pensa così: «Dal genoma del pomodoro, annunciato per i primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica».
Incalcolabili, dunque, i danni per il made in Italy. Si parla di decine e decine di miliardi di euro, visto che già oggi il giro d’affari dell’agro-pirateria internazionale che copia i nostri prodotti è di 60 miliardi l’anno. Lo denuncia il dossier presentato ieri dalla Cia a conclusione del congresso nazionale. Spiega il presidente, Giuseppe Politi: «In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale».
Questa lunghissima lista di prodotti certificati fattura al consumo 8851 miliardi con un export di 1844. Ancora Politi: «A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli».
Certo, falsi e tarocchi sono diversi dalle ricerche sul Dna, ma è evidente che c’è la necessità di sviluppare una strategia di difesa. Secondo Vecchioni, «è necessario incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il patrimonio genetico delle nostre tipicità».
La Coldiretti ha una posizione diversa: «La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione». Da qui la proposta di realizzare una banca del Dna per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità.
Secondo Coldiretti, dunque, «i risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da Ogm ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni».
da lastampa.it ... |
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| MONTEZEMOLO e MARCEGAGLIA: su CORRUZIONE E RIFORME |
(SOCIETA') |
Montezemolo: «Combattere corruzione?
E' un'impresa titanica: servono riforme»
Marcegaglia: non si può più aspettare, bisogna muoversi per reagire al declino. Pisanu: oggi peggio di tangentopoli ROMA (23 febbraio) - «La lotta alla corruzione è un'impresa titanica» ma il Paese deve reagire evitando di «autoflagellarsi» e la politica ha «una precisa responsabilità: quella di non avere introdotto riforme adeguate per far funzionare bene la macchina dello Stato». Lo ha detto il presidente della Luiss, e della Fiat Luca Cordero di Montezemolo, inaugurando la nuova School of Government.
Le colpe della corruzione, dice Montezemolo, non sono tutte nella politica ma la politica ha la responsabilità di non aver introdotto riforme per far funzionare la macchina dello Stato: «Dove lo Stato non funziona si afferma quella 'società fai da tè dove ognuno si sente autorizzato ad arrangiarsi come può, e dunque anche attraverso la corruttela». Il compito della politica «alta e responsabile» deve quindi essere quella di tornare ad un «profondo senso dello Stato, della costruzione di un tessuto civile dove il malaffare sia l'eccezione e non la regola della mediazione» continua Montezemolo ricordando che l'impresa «titanica» contro la corruzione rischia di occupare lo spazio di una generazione, grandi sforzi e lungimiranza. L'importante, si legge nel testo dell'intervento di Montezemolo, è evitare di «autoflagellarsi». «Proprio in questi giorni torniamo ad interrogarci sulla diffusione del malaffare, dello sperpero del denaro pubblico e sul loro impatto per la credibilità delle classi dirigenti. Ma - continua Montezemolo - proprio in questi giorni occorre tornare a guardare con fiducia all'Italia, alle sue risorse morali e alla grande maggioranza di italiani che si dedicano con impegno ed onestà al proprio lavoro e alla costruzione del futuro comune. Dobbiamo fare in modo - continua - che questa maggioranza di italiani si affermi e si renda sempre più visibile nel Paese». Anche l'inaugurazione di una scuola per la formazione di una nuova classe dirigente rientra, spiega Montezemolo, in questo obiettivo.
Marcegaglia: riforme dopo le regionali. Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, sottolinea come l'Italia abbia retto alla crisi «ma ora - dice durante l'inaugurazione della Luiss School of Government - è ora di cambiare passo: immaginare uno scenario nuovo. Investire in innovazione, ricerca e tecnologia per uscire dalla crisi». Secondo Marcegaglia, in questo quadro «gli imprenditori devono fare la loro parte, per stare sul mercato» ma «anche le istituzioni devono fare la propria parte magari dopo le elezioni. Dopo le regionali le forze politiche si mettano insieme per fare le grandi riforme a partire da quella della pubblica amministrazione. Non si può più aspettare. Non ci possiamo rassegnare al declino e stare fermi in una sorta di immobilismo».
Pisanu: oggi peggio di tangentopoli. La corruzione oggi «è dilagante» e l'Italia «può rimanere schiacciata». A dirlo, in un colloquio con il Corriere della Sera, è Giuseppe Pisanu, presidente della commissione parlamentare Antimafia, secondo il quale oggi «per certi versi siamo oltre» Tangentopoli, perchè «allora crollò il sistema di finanziamento ai partiti. La coesione sociale e l'unità nazionale sono messe in discussione al punto da venire apertamente negata anche da forze di governo». «Non credo di esagerare - aggiunge l'ex ministro dell' Interno - se dico che è il Paese a essere corrotto», anche se, spiega, «non parlerei di nuova Tangentopoli» perchè «il contesto è diverso anche se il fango è lo stesso». Ma ora «il Paese rischia di piegarsi sotto il peso dell'illegalità». Le soluzioni passano attraverso l'approvazione «subito» delle «proposte anticorruzione di Berlusconi», ma anche «il riordino della pubblica amministrazione», il «taglio dei rapporti incestuosi tra economia e politica», i «regolamenti antimafia per la formazione delle liste». E queste misure «non basteranno» perchè «si dovrà agire più in profondità»: il problema «è innanzitutto politico e non possiamo certo risolverlo con il bipolarismo selvaggio e con lo scontro sistematico tra maggioranza e opposizione che ha trasformato questo scorcio di legislatura in una snervante campagna elettorale». Quello che serve, conclude, «è un profondo rinnovamento del ceto politico» che non sia guidato «dalla magistratura, ma dalla politica, o meglio, dagli elettori attraverso una nuova legge elettorale che consenta ampia libertà di scelta».
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(SOCIETA') |
Progetto Fimont
Un navigatore per trovare i prodotti tipici
Censiti 4.500 alimenti delle zone montane non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela
MILANO - Trovare il ristorante migliore, il museo, le bellezze della natura e da oggi, grazie al progetto WebGIS, anche i prodotti alimentari tipici. Uno studio capillare che è durato tre anni ma che ha portato al censimento di quasi 4.500 prodotti tradizionali della montagna e non, censiti nell’ambito del progetto Fimont. Metodi e sistemi per aumentare il valore aggiunto degli alimenti tradizionali delle zone montane. Un aiuto per i turisti, ma anche per gli addetti del settore, perché si tratta di prodotti della montagna non protetti da indicazioni geografiche o denominazione di tutela, e quindi che spesso possono rappresentare una piacevole scoperta. Il database si accompagna all’applicazione WebGIS, che permette la consultazione geografica dei prodotti censiti attraverso il computer. L’idea, infatti, è di caratterizzare geograficamente, attraverso la creazione di mappe dinamiche, ogni singolo prodotto del territorio interessato.
CASI STUDIO - Sono stati poi individuati cinque "casi studio" rappresentativi di cinque filiere alimentari, diversi per collocazione geografica e contesto socio-produttivo: piante officinali della Valle Camonica, toma della Valsesia, pecora Sopravissana, pane con le patate della Garfagnana, noce di Montagna. Da questo studio è stato realizzato anche il volume Prodotti agroalimentari tradizionali della montagna italiana, frutto di una sinergia tra università ed enti di ricerca, che «rappresenta uno spunto di riflessione, un utile approfondimento per nuove programmazioni, un’impostazione di linee di intervento di un sistema che possa creare valore intorno al territorio montano - sottolinea Massimo Romagnoli, presidente dell’Ente italiano della montagna (Eim) -. Siamo solo all’inizio di un lungo percorso, che punta alla valorizzazione delle attività tradizionali agricole di montagna e delle imprese agroalimentari, al consolidamento dell’immagine della località nei confronti degli utenti esterni, nella ricomposizione dei saperi, delle pratiche, delle strategie. Queste nostro Ente, attraverso iniziative simili, può offrire il suo contributo, affinchè la valorizzazione di un prodotto tradizionale possa ‘catalizzare’ processi di sviluppo di ampio respiro».
CONTINUITÀ - «Non è sufficiente la promozione commerciale dei prodotti tipici delle montagne se non si trova il modo di assicurare continuità ed economicità della loro produzione e distribuzione – spiega Giacomo Elias, responsabile scientifico del progetto Fimont -. Bisogna incentivare gli operatori a continuare il lavoro e a migliorarlo, nonostante le situazioni iniziali produttività modesta, logistica impervia e basso rendimento economico. Quindi, anche se restano essenziali le soluzioni di problemi agronomici, tecnologici e di marketing, è necessario garantire le condizioni produttive, organizzative e socio-economiche». Nella ricerca del progetto Fimont si è cominciato con un inventario dei prodotti tipici, con schede in dettaglio, e la loro mappatura per poter individuare le aree di produzione. Quindi sono stati scelti i "casi studio". «In seguito - spiega Rosanna Farina, coordinatrice del progetto - sono state caratterizzate le filiere dei prodotti dal punto di vista tecnologico e produttivo. E rese tracciabili. Sono state definite le soluzioni normative, di marketing e finanziarie. Infine, ci siamo concentrati sugli aspetti di divulgazione e comunicazione, promuovendo anche seminari incontri con allevatori e agricoltori, associazioni di categoria. Arrivando alla realizzazione del portale Fimont e del volume».
IL CONVEGNO - I risultati del progetto Fimont saranno presentati mercoledì 24 febbraio dalle 9.30 alle 13.30 presso la Sala delle Conferenze - Palazzo Marini a Roma, in occasione del convegno «Salviamo una montagna di sapori», organizzato dall’Ente italiano della montagna. Presenti i ministri Raffaele Fitto (Rapporti con le Regioni) e Mariastella Gelmini (Istruzione, università e ricerca). La ricerca ha fatto ricorso a competenze fortemente interdisciplinari. I partner coinvolti sono: l’Ente italiano della montagna, capofila, l’Istituto di biologia agro-ambientale e forestale del Cnr, il Dipartimento di ingegneria agraria dell’Università degli Studi di Milano, il Polo per la qualificazione del sistema Agroindustriale e la Fondazione Iard.
Mario Pappagallo 20 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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| Industria migliora nel secondo semestre |
(SOCIETA') |
Nella media dell'anno scorso gli ordinativi sono arretrati del 22,4%, peggiore calo dal 2000
A dicembre però +4,7% su novembre, +10,1% su base annua e +5,1% ultimo trimestre sul III
Industria, fatturato -18,7% nel 2009 Ma a dicembre prevale il segno più
A dicembre volano i dati sulle automobili, favoriti dagli incentivi all'acquisto
ROMA - Nella media del 2009 il fatturato dell'industria italiana è crollato del 18,7% rispetto al 2008. Lo rende noto l'Istat. Scesi a picco anche gli ordinativi che hanno segnato un -22,4% rispetto allo scorso anno. L'Istat precisa che si tratta del peggiore calo dal 2000. Sul dato estremamente negativo hanno inciso maggiormente i primi nove mesi del 2009, mentre negli ultimi mesi si è registrato un miglioramento. Infatti nel confronto tra l'ultimo trimestre 2009 con quello precedente le variazioni congiunturali sono state pari a +1,4% per il fatturato e a +5,1% per gli ordinativi.
In particolare a dicembre il fatturato è aumentato dell'1,9% rispetto a novembre dello 0,8% rispetto a dicembre 2008, ma è calato del 2,5% (corretto per gli effetti di calendario) rispetto allo stesso mese del 2008. Gli ordinativi a dicembre sono cresciuti del 4,7% su base mensile, e del 10,1% su base annua (dato grezzo, non corretto per gli effetti di calendario). Spiccano i dati del settore autoveicoli. Infatti a dicembre il fatturato degli autoveicoli è aumentato infatti del 23,2% su base annua; ottimi risultati anche per gli ordinativi, cresciuti del 31,5% tendenziale.
Tornando all'analisi dell'intero 2009, il fatturato totale dell'industria è calato del 17,4% sul mercato interno e del 21,6% su quello estero. Analogo andamento per gli ordinativi totali: quelli nazionali sono calati del 21,7% e quelli esteri del 23,7% rispetto all'intero 2008.
Per quanto riguarda i diversi settori di attività economica il calo più forte ha riguardato il settore della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-34% tendenziale). Male anche la fabbricazione di coke e petroliferi raffinati (-27,6%), macchinari (-22,9%), e la fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (-21,6%). Hanno contenuto le perdite solo i settori della produzione di prodotto farmaceutici (rispetto al 2008 hanno perso solo lo 0,3%), e l'industria alimentare (-4% tendenziale).
A dicembre, nel confronto con lo stesso mese del 2008, l'indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha segnato le variazioni positive più ampie nei settori della fabbricazione di mezzi di trasporto (+ 15,2%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+10,3%) e fabbricazione di prodotti chimici (+7,8%).
I risultati negativi più marcati hanno riguardato la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-14,8%), le industrie tessili, abbigliamento, pelli eaccessori (-11,5%) e le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (- 9,3%).
L'indice grezzo degli ordinativi ha registrato gli incrementi tendenziali maggiori per la fabbricazione di mezzi di trasporto (+51,8%), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+49,9%) e le fabbricazioni di prodotti chimici (+11,1%). Flessioni si sono state registrate nella fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-4,6%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-2%).
(19 febbraio 2010) da repubblica.it ... |
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