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Lettera di Natale alle Grandi Marche.

«Tenetevi la spazzatura, ridateci verità»

di Enzo Cavalli


Signor Ferrero, Signor Barilla,
Signori della Fiat e della Telecom,
Signori Grandi Marche,
dicono che siete voi a volere
programmi terra terra
per allargare il campo
e poi sparare sulla marea di ascolti
uno sciupio di spot.
Più terra terra è il format collaudato,
più gente si fa sotto e voi col fiato
sopra, come a un vetro.

Nella Casa del Grande Fratello,
nel Decameron per telecamere,
è una gara di mutande sporche,
annusare per credere.

Sotto le coperte,
in un acquario di labbra assonnate,
le ragazze indovinano al buio
dimensioni senza illusioni.

Nel bosco delle autopsie
bambini incustoditi
cercano Cappuccetto Rosso.
Sulle tracce del massacro / le serate
per adulti.

I vecchi duri d’orecchio
alzano il volume delle risse,
non si regola l’incomprensione.

La dignità delle donne
sottovetro, sotto al tavolo,
sopra i tacchi, senza stoffa.

La meraviglia di culi e tette
non è più meraviglia,
è acciaio lucidato,
stoviglie a buon mercato.
E la gente sta a guardare,
impara a non vedere.

Lo share è un golpe
le Reti vanno a pesca col sonar
a caccia col napalm,
granchi e scriccioli sedati
riempiono il carniere.

Siamo prede prenotate.

Lo diceva anche Mike:
funziona dai tempi di Mediaset
la conta delle anime.
Si vince coi numeri, ogni anima un punto.
Signor Ferrero,
siamo in contatto da tempi non sospetti,
ante-Nutella,
da quando facevate surrogati.
La quasi cioccolata era già tanto,
era un portento!
Signor Barilla,
ho ritrovato un vostro astuccio al dente
in una baita lappone,
è stato un piatto patriottico.
Quattro salti in padella,
sediamoci attorno a un tavolo.

Registi della Coop,
a che spot giochiamo?
E voi dei cellulari in linea col futuro,
vi va di migliorare, almeno per Natale?
Abbiamo toccato il fondo, fateci risalire.

Mica d’un colpo, a rischio di embolo.
Un po’ alla volta, compensando.
Vogliamo una tivù
meno volgare,
meno normale,
meno tivù ogni giorno di più.

Magica come allora,
come quando non c’era.

Se tutto resta terra terra,
le case perderanno i piani alti.

Amori, gioie, torte di compleanno
si sgonfieranno.

Si disimparerà la lingua in uno zapping.
Se tutto resta terra terra,
sarà la guerra,
vi spegneremo le merendine sul video
rispediremo le patatine ai testimonial
sbricioleremo le vitamine dell’audience,
tenetevi la vostra spazzatura, vi diremo
(eccetto i Mon Chéri Ferrero,
troppo buoni, fuori lista,
però li pagheremo in monetine,
sì, vi appesantiremo le tasche
di centesimi e di dispetti,
in cambio dei vostri Pacchi).

Signori Grandi Marche,
basta con la circonvenzione
di chi non si capacita.

Dite a Mediaset e alla Rai
di alzare un po’ la testa,
di mettere liquore nei programmi.˘

Ridateci notizie sul futuro
o almeno un pezzo del meglio che c’era.
Se avete dimenticato cos’era,
chiedete a Zavoli
cercate nelle Teche
leggete Pasolini
resuscitate Socrate in diretta.

La società è una Montagna Sacra,
una montagna di punti contatto,
troppo poco come progetto?
L’informazione non sia segnata
come le carte da gioco di un baro,
un dolore spiegato non si filma,
pietas per capirci,
la verità non è feroce,
feroce è la voce del chiasso,
questa corsa al ribasso.

Fine del Carnevale! Buon Natale!


24 dicembre 2009
Sezione "Culture" da unita.it


(Enzo Cavalli (da unita.it). - 26/12/2009 0.00.00)
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Reazione alla troppa tecnologia

19/7/2009
 
Reazione alla troppa tecnologia
 

MARCO VALLORA
 

Beh, naturale, se non proprio conseguente.

E’ ovvio che in un mondo ove tutto è tecnologicamente semplificato (salvo i bugiardini dei farmaci, astrusi e grotteschi) ed ogni cosa è meccanizzata e già risolta, dove ogni tsunami o catastrofe vien puntualmente documentata in diretta dal fioccare di cellulari sputa-foto, ed ancora un po’ di tempo ma poi le camere digitali gireranno senza bisogno del nostro ditino ed occhietto, solo dando un impulso grugnito al blackberry, dimenticato a distanza, è ovvio che torni la voglia artigianale del far da sè, del riscoprire le vecchie gioie del buon vivere, magari anche di cattivo gusto gozzaniano, ma tant’è.

Sempre meglio che fare il turista giapponese, che non ha occhi ma lenti ed obiettivi. Ma sì, rispolvera pure la vecchia Hasselblad del nonno, con quello schiocco così umano, d’epiglottite soddisfatta, e magari pure quella-cassettina-trousse della vecchia zia zitella, di qui i pastelli, di là gli acquerelli, ben ricomposti, con fialetta per spandere l’acqua di fonte e lavare i pennelli, quella che l’abbiam presa tanto in giro, quando s’inoltrava per i suoi viottoli, come per un incontro peccaminoso.

Né stupisce, dunque, che in un mondo dove tutti fotografano tutto, e la perfezione tecnica autonomatizzata, comoda ma un po’ noiosa, in verità, ti toglie ogni gusto nell’esser tu protagonista e magari pure applaudito nelle perfide serate con obbligo di diapositiva (tutto cancellato, per fortuna) non sorprende che rispuntino qui e là, come funghi genuini dopo le pioggie acide, i patiti non pentiti dell’en plein air più demodée, della pittura della domenica più sfrontata, i nuovi impressionisti dello «scatto» all’olio od acquerello. E si ripropongano Salons dei più o meno refusés, scambi e Biennali, viaggi con tavolozza appresso ed escursioni al pastello dolce. Non proprio un ritorno all’ordine ma...

da lastampa.it


(MARCO VALLORA da lastampa.it - 19/07/2009 0.00.00)
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