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Capperi che imbroglio...

Capperi che imbroglio

di Piero Messina


Capperi e malvasia: abbinamento impossibile per i gourmandies, ma non per il Nas di Catania, che su mandato della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, ha avviato uno screening alle isole Eolie per comprendere, spiegano i carabinieri, "la tracciabilità" di questi prodotti tipici. C'è il sospetto che di eoliano e di tipico, in alcuni casi, ci sia veramente poco. Dai primi rilievi sembrerebbe infatti che capperi prodotti in Marocco sarebbero stati commercializzati come frutti delle Eolie.

I militari vogliono accertare anche le procedure adottate per la raccolta e la conservazione dei capperi. Nel mirino ci sono pure le produzioni vitivinicole, con l'attenzione concentrata sulla Malvasia, tipico vino passito o naturale dell'arcipelago, che secondo i primi rilievi sarebbe stato prodotto, in qualche caso, con vitigni di Marsala. L'ipotesi di reato è frode in commercio.

Dal Nas fanno notare che le indagini rappresentano un intervento a salvaguardia del marchio doc della Malvasia. Il Consorzio dei produttori ha ottenuto il riconoscimento di origine controllata nel 1973, ma il primo disciplinare risale addirittura agli anni Trenta. Di quell'epoca anche le prime frodi. Come ricorda Antonio Lo Schiavo, il cui padre realizzò ben 78 anni fa la Società della Malvasia, avviando la commercializzazione del vino: il successo di quell'etichetta fece aumentare la competitività degli altri produttori, "che non seguivano però tutte le procedure per la realizzazione della Malvasia originale. Quella che veniva venduta nei bar, sfruttando la popolarità di mio padre, era falsa e in molti casi non era neppure prodotta nelle Eolie, ma proveniva da Marsala". Nelle Eolie ci sono soltanto 75 ettari di vigneti, un boom rispetto ai 12 ettari censiti dieci anni fa. Quest'anno il fatturato del Malvasia sfiora il milione di euro e la produzione dell'ultimo anno supera di poco i 400 ettolitri, per un numero di bottiglie poco superiore alle 200 mila unità, di cui l'80 per cento è passito e il restante 20 naturale.

Secondo i dati del Consorzio, circa la metà del prodotto viene esportata all'estero.

© 1999-2008  Gruppo Editoriale L'Espresso Spa - 


(Piero Messina (Gruppo Editoriale L'Espresso Spa) - 19/09/2008 0.00.00)
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Una nuova inchiesta sul vino adulterato

Tripla frode doc

di Giuliano Foschini


Una nuova inchiesta sul vino adulterato punta su una cantina piemontese.

Finita tre volte sotto indagine. Ma lasciata libera di vendere milioni di bottiglie.

 
Il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, è stato chiaro: "Per combattere le frodi alimentari servono controlli e il pugno duro". Evidentemente il ministro non è mai stato a Ovada, provincia di Alessandria. Nella patria del dolcetto controlli ce ne sono stati. Pugno duro un po' meno. Nella periferia della città da anni lavora una società, la Nuova commerciale srl, che tratta 65 milioni di litri di vino all'anno. Lo acquista un po' ovunque in Italia e poi lo rivende a cantine famose per finire negli scaffali dei supermercati, nelle enoteche o nei ristoranti di mezza Europa.

Da quello stabilimento escono bottiglie con etichette importanti: dal dolcetto al barolo, dal chianti al prosecco. Ma secondo ben tre inchieste nei tini della Nuova commerciale entrano ondate di liquido adulterato, taroccato e forse persino pericoloso. Per la ditta di Ovada l'ultima annata verrà ricordata come pessima: dall'agosto 2007 è stata chiamata in causa prima dalla Procura di Pordenone, poi da quella di Taranto e infine, poche settimane fa, da quella di Lecce. Tre fiumi di vino altamente sospetto che partivano da province diverse per sfociare nella stessa azienda. Rimasta tranquillamente in attività.

Il nome della Nuova commerciale spunta per la prima volta un anno fa in una indagine del Corpo forestale piemontese battezzata 'Prosecco sicuro'. Oggetto: una moltitudine di bollicine disoneste, imbottigliate come pinot e prosecco, ma prive dei requisiti minimi per fregiarsi di questo nome. Poi questa primavera, è la volta di Velenitaly, lo scandalo rivelato ad aprile da 'L'espresso' (numero 14): una "sostanza vinosa" corretta con ogni genere di additivo e proveniente dalle cantine di Massafra (Taranto), smerciata in tutta Italia con una partita consegnata alla solita azienda di Ovada. Poi a fine agosto un'altra puntata arriva dal Salento: i carabinieri intercettano un autocisterna carica di nettare adulterato destinato alla Nuova commerciale.

Un po' troppo per parlare di coincidenze. O no?"Ma noi siamo le vittime di questa storia", replicano dall'azienda: "Acquistiamo in buona fede, come testimoniano le bolle di accompagnamento. Non a caso nessuna di queste indagini ha provato la nostra colpevolezza". In vino veritas? Le tre indagini sono ancora in fase preliminare e puntano proprio a determinare la consapevolezza o meno del grossista. L'elemento di prova principale è l'analisi del prezzo realmente pagato: sarà quello il metro per stabilire se i piemontesi sono vittime o complici. Intanto però la ditta di Ovada resta libera di imbottigliare, come se nulla fosse accaduto.

Eppure l'ultima indagine appare particolarmente inquietante. Perché dopo lo scandalo di Velenitaly tutti gli operatori hanno aumentato attenzioni e controlli proprio per non mettere in cantina botti a scoppio ritardato. Invece la Nuova commerciale è andata avanti con partite di origine misteriosa.

A Casarano, per esempio, tutto è cominciato con una storia che ha dell'incredibile. I carabinieri si accorgono che un vecchio stabilimento, sottoposto a sequestro penale, è in funzione: di notte auto e camion escono ed entrano dall'impianto che dovrebbe essere sigillato e inaccessibile. A mezzanotte del 31 agosto i militari bloccano un autocarro con 30 mila litri di "una sostanza di coloro rossastro in evidente stato di fermentazione": di sicuro, non è quel "vino rosso da tavola titolo alcolico effettivo e totale 12 gradi" indicato nei documenti. I Nas stanno ancora completando le analisi, ma gli inquirenti sono certi che si tratti di mosto taroccato con additivi. Per questo la Procura di Lecce ha iscritto nel registro degli indagati i tre produttori salentini, contestandogli l'adulterazione di alimenti e il commercio di sostanze contraffatte, e avviato accertamenti sulla buona fede degli imbottigliatori.

Possibile che alla Nuova commerciale non si accorgessero della qualità dei loro fornitori? Eppure già un anno fa la Forestale li ha perquisiti per conto della Procura di Pordenone: "Era una questione che riguardava problemi di bolle e documenti", minimizza il titolare della Nuova commerciale, Antonio Tosanotti. Invece gli investigatori friulani la pensano in maniera molto diversa: il problema sono le bollicine, non le bolle. Con 'Prosecco sicuro' hanno smascherato un'organizzazione che vendeva litri e litri di vino di bassa qualità, etichettandolo come pinot grigio e prosecco: solo a Ovada ne furono scoperti 50 mila litri.

Ma noi non potevamo sapere della truffa", insiste il titolare: "A me arrivavano cisterne di pinot grigio o prosecco, col marchio Igt (identificazione geografica tipica), e come tali le commerciavo. Se poi erano vini meno pregiati non potevo saperlo: in ogni caso, tengo a ribadirlo, non si tratta di adulterazioni. Da questo punto di vista la mia azienda è serissima. Abbiamo laboratori di analisi dove tecnici qualificati lavorano costantemente: se ci fosse roba cattiva, in grado di fare male alla gente, ce ne accorgeremmo subito".

C'è da credergli? Intanto i Nas di Alessandria stanno conducendo altri accertamenti sulla Nuova commerciale, anche se i titolari non risultano indagati. Un quarto filone, nato un anno fa quando la Procura di Alessandria ha cominciato a occuparsi di un'associazione che spediva nell'Europa del nord barolo, barbera, brunello di Montalcino, chianti che di vero avevano soltanto il prezzo. Tedeschi e danesi pagavano 50 euro una bottiglia scadente e un'etichetta blasonata. La rete delle truffe produceva 120 mila bottiglie all'anno, con un ricarico anche di 30 euro a tappo. La vendita avveniva via Internet, ma la base era nascosta nell'Alessandrino: sospettano gli investigatori che la cassaforte del vino taroccato fosse nelle campagne piemontesi, in una di queste aziende con la licenza di frode.

(19 settembre 2008)

da espresso.repubblica.it


(Giuliano Foschini (da espresso.repubblica.it) - 19/09/2008 0.00.00)
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