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L'apocalisse è rinviata

20/4/2010

L'apocalisse è rinviata
 
MARIO BAUDINO

Da oggi, a quanto sembra, si vola. E se il secondo vulcano islandese non scatenerà nei cieli una nuova tempesta di polveri, anche questa emergenza che sembrava dovesse durare mesi verrà superata.

L’Apocalisse si annuncia e non arriva mai, è sempre rinviata a data da stabilirsi, con grande delusione di alcuni e un po’ di cinico sollievo di altri. Gli aerei si alzeranno nel cielo come sempre; si sosterrà - come già si è cominciato a dire, da parte delle compagnie aeree - che gli enti per la sicurezza avevano esagerato la portata dell’allarme, e che il vero danno è stata semmai la prudenza eccessiva.

Se così sarà, il copione non avrà nulla di nuovo, si tratterà di una semplice replica di quanto è già accaduto nel recente passato; anzi per certi aspetti verrà perfezionato quello che ormai sta diventando il format delle nostre paure. E’ successo con l’influenza suina, a partire dall’aprile di un anno fa: i governi hanno fatto incetta di vaccini che per l’opinione pubblica non erano mai abbastanza, e che sono rimasti nei depositi perché il numero di vittime è risultato molto contenuto e la temuta pandemia non c’è stata. E’ successo poco prima con l’aviaria, annunciata come la peste del nuovo secolo, e anche in questo caso, salvo un drastico calo nel consumo del pollame, non è successo quasi nulla.

E’ successo con la «mucca pazza», che ha tagliato i consumi di bistecche e penalizzato seriamente la nostra fiorentina, ma anche in questo caso il panico è durato poco, per dar luogo all’impressione generalizzata che si fosse esagerato nelle precauzioni, magari in modo interessato. Cessato l’allarme, si cercano le lobby cui imputare loschi maneggi. O si va al cinema: il virus Ebola, che alligna in Africa ed è davvero micidiale, è stato oggetto di quattro film. E’ finito in due romanzi di Ken Follett e in uno di Tom Clancy, ha sedotto un terrorista giapponese come «arma letale», è stato un successone. Da noi non è ancora arrivato, ma non si sa mai.

Un tempo, quando le epidemie finivano - ma quelle erano vere epidemie, peste e colera che falcidiavano i popoli - si celebravano una congrua serie di Te Deum, si ringraziava il cielo e tutti erano molto più contenti. Oggi, dopo il grande timore e la diffusa sensazione di non essere protetti dalle istituzioni, si liquida la fine dell’emergenza con una valanga di critiche alle misure che prima non ci tranquillizzavano e ora ci appaiono eccessive, uno spreco, un danno all’economia o alla nostra tranquillità, forse un provocato allarme. Forse il nostro problema è che sappiamo curare tutto - o quasi - e quindi pensiamo di poter prevenire tutto; abbiamo la profonda convinzione che essere protetti con una copertura totale sia un nostro diritto.

Nello stesso tempo, nutriamo una irragionevole certezza che nessun vulcano - e tantomeno nessun pollo - possano rappresentare per noi un pericolo apprezzabile. Il risultato è che appena scatta l’allarme cadiamo preda del panico, pronti a decidere, subito dopo, che l’allarme era infondato. Che cosa ci ha deluso così profondamente? Da García Márquez in poi, si è imposto un aggettivo buono per tutti gli usi. Quando accade qualcosa di grave - e accade molto spesso - diventa un disastro «annunciato». Lo sapevamo, si poteva evitare, e molto spesso è persino vero. C’è però una sfumatura di soddisfazione se non di macabro trionfo nel volerlo sottolineare. Ma che succede quando qualcosa viene appunto «annunciato» e poi non si verifica? Incerti fra rivolta e oblio, guardiamo oltre, alla prossima Apocalisse. Quella futura, a venire, certissima. Quella che non ci deluderà.

da lastampa.it


(MARIO BAUDINO (da lastampa.it) - 20/04/2010 0.00.00)
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Lettera di Natale alle Grandi Marche.

«Tenetevi la spazzatura, ridateci verità»

di Enzo Cavalli


Signor Ferrero, Signor Barilla,
Signori della Fiat e della Telecom,
Signori Grandi Marche,
dicono che siete voi a volere
programmi terra terra
per allargare il campo
e poi sparare sulla marea di ascolti
uno sciupio di spot.
Più terra terra è il format collaudato,
più gente si fa sotto e voi col fiato
sopra, come a un vetro.

Nella Casa del Grande Fratello,
nel Decameron per telecamere,
è una gara di mutande sporche,
annusare per credere.

Sotto le coperte,
in un acquario di labbra assonnate,
le ragazze indovinano al buio
dimensioni senza illusioni.

Nel bosco delle autopsie
bambini incustoditi
cercano Cappuccetto Rosso.
Sulle tracce del massacro / le serate
per adulti.

I vecchi duri d’orecchio
alzano il volume delle risse,
non si regola l’incomprensione.

La dignità delle donne
sottovetro, sotto al tavolo,
sopra i tacchi, senza stoffa.

La meraviglia di culi e tette
non è più meraviglia,
è acciaio lucidato,
stoviglie a buon mercato.
E la gente sta a guardare,
impara a non vedere.

Lo share è un golpe
le Reti vanno a pesca col sonar
a caccia col napalm,
granchi e scriccioli sedati
riempiono il carniere.

Siamo prede prenotate.

Lo diceva anche Mike:
funziona dai tempi di Mediaset
la conta delle anime.
Si vince coi numeri, ogni anima un punto.
Signor Ferrero,
siamo in contatto da tempi non sospetti,
ante-Nutella,
da quando facevate surrogati.
La quasi cioccolata era già tanto,
era un portento!
Signor Barilla,
ho ritrovato un vostro astuccio al dente
in una baita lappone,
è stato un piatto patriottico.
Quattro salti in padella,
sediamoci attorno a un tavolo.

Registi della Coop,
a che spot giochiamo?
E voi dei cellulari in linea col futuro,
vi va di migliorare, almeno per Natale?
Abbiamo toccato il fondo, fateci risalire.

Mica d’un colpo, a rischio di embolo.
Un po’ alla volta, compensando.
Vogliamo una tivù
meno volgare,
meno normale,
meno tivù ogni giorno di più.

Magica come allora,
come quando non c’era.

Se tutto resta terra terra,
le case perderanno i piani alti.

Amori, gioie, torte di compleanno
si sgonfieranno.

Si disimparerà la lingua in uno zapping.
Se tutto resta terra terra,
sarà la guerra,
vi spegneremo le merendine sul video
rispediremo le patatine ai testimonial
sbricioleremo le vitamine dell’audience,
tenetevi la vostra spazzatura, vi diremo
(eccetto i Mon Chéri Ferrero,
troppo buoni, fuori lista,
però li pagheremo in monetine,
sì, vi appesantiremo le tasche
di centesimi e di dispetti,
in cambio dei vostri Pacchi).

Signori Grandi Marche,
basta con la circonvenzione
di chi non si capacita.

Dite a Mediaset e alla Rai
di alzare un po’ la testa,
di mettere liquore nei programmi.˘

Ridateci notizie sul futuro
o almeno un pezzo del meglio che c’era.
Se avete dimenticato cos’era,
chiedete a Zavoli
cercate nelle Teche
leggete Pasolini
resuscitate Socrate in diretta.

La società è una Montagna Sacra,
una montagna di punti contatto,
troppo poco come progetto?
L’informazione non sia segnata
come le carte da gioco di un baro,
un dolore spiegato non si filma,
pietas per capirci,
la verità non è feroce,
feroce è la voce del chiasso,
questa corsa al ribasso.

Fine del Carnevale! Buon Natale!


24 dicembre 2009
Sezione "Culture" da unita.it


(Enzo Cavalli (da unita.it). - 26/12/2009 0.00.00)
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